"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 17 marzo 2026

CLUB CULTURE: IN ITALIA NON È MAI SUCCESSO NIENTE [parte seconda (o terza)]

 

CLUB CULTURE: IN ITALIA NON È MAI SUCCESSO NIENTE

[parte seconda (o terza)]

 

Sulla - inesistente - scena punk italiana ho scritto abbondantemente.
Noi eravamo sorta di “risultati individuali di auto-esperimenti giovanili”.

 

Velo ben più pietoso, se possibile, sul new-mod del 1979.
Dovevano “digerire” ancora, gli Italiani, il risultato musicale del modism meadiano: The Kinks, The Who, Small Faces, The Action (e forse, forse, siccome anche tardivi The Creation).
The Jam nel 1978 - leggasi All Mod Cons - erano ancora una anomalia nata dal punk.

 

E vengo, nuovamente, alla clubland nazionale 1980: innanzitutto, in contrapposizione, rimando a https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/04/out-in-clubland-having-fun-proposito-di.html
Quando qualcuno cominciò a parlare “del” Plastic pensai: i “new romantic dei poveri” in Italia.
Anche perché prima di arrivare a un libro che in qualche modo “certificasse” la scena Billy’s-Blitz londinese ce ne sarebbero voluti di anni e quindi in Italia si raccoglievano le briciole dei media anglofoni.

 

E allora?
Beh a Londra nel 2025 è stata allestita una mostra su quella scena, una mostra con una caratteristica in fondo interessante: non esiste catalogo.
Il solito dilemma leninista, dunque.

 

Innanzitutto andare a sfogliare di nuovo “quel” bellissimo libro che ho descritto all’epoca ([1]) e che anche Robert Elms ([2]) reputa inarrivabile.
Elms ha scritto e pubblicato un libro che taglia come un rasoio: giochi di parole a piè sospinto e gioisco a ricordare come nello scaffale che ricordo sta la mia copia del solo libro di Peter York indispensabile: Style Wars ([3]). Titolo non umile, certo, ma avete mai conosciuto nel mondo reale un giovane modesto che abbia marchiato il suo tempo fuori dalle religioni? Comunque, andate a comprare Blitz - The Club that Create The 80s ([4]).

 

Poi, quasi inevitabilmente, sebbene sia una dichiarata autobiografia, occorre il libro di Rusty Egan: The Autobiography ([5]). Perché Egan era il sodale di Steve Strange e dj al Billy’s e al Blitz.

 

Sento già mormorare: mi si chiede un libro meno schierato e più accademico. Beh il suo autore è stato insignito della onorificenza nota come “OBE” e gradito a Elms: Dylan Jones, Già autore di una oral history bowiana di un certo pregio ([6]), ha pubblicato Sweet Dreams – The Story of the New Romantics ([7]). Cercate l’edizione paperback siccome ha un capitolo aggiuntivo.

 

Vi conviene accontentarvi, e sarete contenti, di questi tre libri, perché We Can Be Heroes – 1976-1984 ([8]) pare viaggi a prezzi di centinaia di sterline.
Già.
Una ultima menzione: Steve Strange, morto prematuramente, pubblicò ([9]) la sua autobiografia nel 2002: Blitzed!.

 

 

firma di Robert Elms su copia edizione tascabile di The Way We Wore


                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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[1] Rinvio alla stringa sopra citata e infra nota 8 e testo ivi.
[2] Di questo, anche, autore, ho citato alcune volte il libro The Way We Wore: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2019/11/la-credibilita-di-strada-e-non.html
Il libro risale al 1980 ed è una raccolta di articoli: https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_York
[4] London, Faber & Faber, 2025.
[5] Jedburg, McNiddler & Grace, 2025.
[6] Pur se, magari non è nella mezza dozzina dei titoli fondamentali. E per trovarne uno italiano, non uno semplicemente tradotto, probabilmente andate verso la venticinquesima posizione.
[7] London, Faber & Faber, rispettivamente 2020 (prima edizione) e 2021 (paperback).
[8] Di Graham SMITH (fotografie) e Chris SULLIVAN (testi): London, Unbound, 2011 per la prima (e unica?) edizione, una “limited”.
[9] London, Orion.

martedì 22 luglio 2025

TRE RIVOLUZIONI IN TRE ANNI

 

TRE RIVOLUZIONI IN TRE ANNI

 

1977, 1978, 1979: tre rivoluzioni musicali in tre anni, noi.

Lenin imbalsamato, Trockij picconato, Stalin con capelli e baffi tinti.

 

E non erano ancora arrivati The Associates.

 

A buon intenditor …

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 20 maggio 2025

“TI CONOSCO MASCHERINA!” (la copertina del nuovo album degli Suede) (Facebook Down Series - 124)

 

“TI CONOSCO MASCHERINA!”
(la copertina del nuovo album degli Suede)
(Facebook Down Series - 124)

 

Con discreta fanfara è annunciato il nuovo album degli Suede:

https://superdeluxeedition.com/news/suede-antidepressants/

 

Diciamo che vado sulla fiducia, siccome l’immagine di copertina è la sorta di rifacimento di una celebre foto in bianco e nero di John Deakin che ritrae Francis Bacon, pubblicata nel numero di luglio di Vogue UK del 1962 (di cui posseggo copia, oggi è inaccessibile quanto a prezzo: circa ottuplicato).

Sarebbe un “album postpunk”, in fondo anche Bacon era post punk.

 

 




                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 12 novembre 2019

PUNK A MILANO: ADDENDUM (ovvero delle “avanguardie storiche” non sapeva nulla nessuno)


PUNK A MILANO: ADDENDUM
(ovvero delle “avanguardie storiche non sapeva nulla nessuno)

Nel post che inaugurò il blog ([1]), si fece una fugace citazione del Dadaismo parlando di fanzine italiane: “primogenita nata dai miasmi dei navigli è Dudu H.y.n.d.r.o. Punk News: Dudu per ‘dada + punk’, Hyndro per Montanelli. Meglio delle avanguardie storiche ispiratrici (care ai mastermind della ‘zine medesima)”.

Gli è che all’epoca: da un lato, ancora non era così sicuro parlare di Futurismo ([2]), pure allora tacciato di fascismo come Gabriele d’Annunzio (e il suo alias artistico D’Annunzio).
Dall’altro, forse era comodo evocare il Dadaismo e l’orinatoio di Duchamp e il ferro da stiro chiodato di Man Ray: cose da gente stramba, poi rinsavita. Rinsavita come i giovani quando diventano adulti.
Eppoi su questa linea era anche più semplice far passare gli Skiantos, ad esempio ([3]).

Insomma, con la parola Dada (i dadaisti non amavano molto la parola “Dadaismo”) si addolciva il punk senza dire una parola su futuristi e dadaisti che litigarono: accadde.
Si vendeva una versione del punk “un po’ più a sinistra” di quella reale (vedi sopra Futurismo).
Si diceva poco o niente dei dadaisti non celeberrimi, fra cui Jacques Rigaut di cui dal 1970 circolano i suoi Ecrits per la curatela di Martin Kay ([4]), anche perché probabilmente chi spacciava il dada-punk non la conosceva nemmeno questa figura leggendaria: autentico “too fast to live, too young to die”.

Che poi noi ci si sentisse più futuristi che dadaisti, anche prima di Adam and the Antz ([5])/Ants ([6]) era quasi ovvio: soffiava il post-punk nel 1979 ([7]).

Ecco in questa situazione, con appena un quarantennio abbondante di ritardo vorrei che i Signori Sandro Baroni e Nicola Ticozzi (i succitati “mastermind”) ci porgessero le loro scuse.
E si leggessero la monumentale biografia dedicata a Rigaut da Jean-Luc Bitton che lo apostrofa “suicidato magnifico” ([8]), suona leggero e micidiale quasi come “cane di diamante”.


                                                                                                                      Steg



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[2] Sebbene il volume dedicato a Filippo Tommaso Marinetti risalga al 1968 e poi ebbe la consacrazione nei Meridiani: mi riferisco a Teoria e invenzione futurista.
[3] Gruppo che per me non è più innovativo degli Squallor. Quindi Freak Antoni avrebbe avuto importanza anche senza di loro.

mercoledì 13 febbraio 2019

E PENSARE CHE “NON VOLEVAMO ALCUNCHÉ” (riflessioni su Siouxsie and the Banshees e Bauhaus, con degli anniversari in mezzo)


E PENSARE CHE “NON VOLEVAMO ALCUNCHÉ”
(riflessioni su Siouxsie and the Banshees e Bauhaus,
con degli anniversari in mezzo)


 

La parte virgolettata del titolo di questo post trae origine sia da quello di una canzone dei Bauhaus virato a contrario: “All We Ever Wanted Was Everything” ([1]), sia ancor più a contrario rispetto a “Don’t know what I want/But I know how to get it” ([2]), e volendo penso anche a “No sé que quiero/Pero sé lo que no quiero” ([3]).

 


I buoni propositi di gennaio 2019 son già svaniti, poiché scrivo in versione definitiva a febbraio.
Sono comunque 40 anni di post punk, che poi è cominciato con il primo singolo dei PIL, quello “con la copertina ‘di giornale’”.
Sono anche 100 anni di Bauhaus, la scuola (o era un movimento? O una avanguardia, ma senza seguito).
Sono, infine, 40 anni dall’uscita di Join Hands, fra la fine di agosto e l’inizio di settembre prossimi.


 

Doppia B: Banshees e Bauhaus, legati – non da Daniel Ash che dai secondi sarebbe potuto passare ai primi – bensì da tutto ciò che noi non avevamo conosciuto, non avremmo conosciuto, avremmo conosciuto più tardi o, anche, solamente, avremmo conosciuto male.
Ma soprattutto da ciò che ci fecero conoscere.


 

Potrei scrivere delle Art School britanniche ([4]), ma la matrice bansheeiana è più DIY di quella bauhausiana.

 

Vi capita mai di dire grazie?
E a quelli di voi meno ottusi: vi capita mai di ricordare Maestri o, anche solamente (solamente? Sic), fratelli e sorelle ([5]) maggiori scelti da voi – perché le uniche famiglie che contano sono quelle che vi formate da soli?
Ecco quindi Sorella Siouxsie e Fratello John McGeoch (RIP) e Fratello Steven per quanto mi riguarda, e un poco fratelli anche Pete, Daniel, David e Kevin.
Noi qui, loro là.


 

Necessariamente schematizzo, perché il dub me lo ha raccontato un b-side dei Generation X, ad esempio.

 

Mi abbeveravo alle spiegazioni che sgorgavano da quelle interviste, magari anni dopo mi capitava fra le mani un certo libro ([6]).

 

Tutto ciò accadeva prima, durante e dopo i Joy Division. Tutto ciò si verificava prima (anche i Joy Division già erano stati) di The Smiths che pure avrebbero preso per mano le masse che – mai lo capirò – non avevano udito tutto ciò che era successo prima del 1983 pur essendoci ed essendo capaci di intendere e di volere e, soprattutto, di ascoltare.

 

Non c’è tesi in queste righe.
Se possibile, ce ne è meno del solito.
Ma un po’ di ordine nelle idee serve sempre (d’altronde questo blog cominciò proprio riordinando idee già buttate giù, come diario personale).


 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Dall’album The Sky’s Gone Out.
[2] “Anarchy In The U.K.”,  Sex Pistols.
[3] “Donde va marinero”, Andrés Calamaro.
[4] E “un” Paul Weller townshendiano nulla sarebbe legittimato ad obiettare: ricordate quella copertina del Melody Maker del 1980: The punk and the godfather?
[5]We are all sisters and brothers”: “Premature Burial”, Siouxsie and the Banshees.
[6] Quante copie di Colin MacInnes ha fatto vendere Paul Weller?

lunedì 21 maggio 2018

NOI ERAVAMO … … OVVERO PRO 1977


NOI ERAVAMO …
… OVVERO PRO 1977

 

Sono spesso infastidito, come un rinoceronte da parte di un insetto che cerca di pungergli la schiena (ma tant’è), da parte di quelli che – in sintesi – dicono: “eh ma che noia! Basta con voi e il punk”. Di solito, sono persone che essendo nati pochi anni dopo di noi hanno semplicemente mancato un momento unico: perché il grunge (o i Nirvana?) non fu mondiale nelle proprie origini. Una piccola conferma di ciò arriva dall’album The Spaghetti Incident dei Guns n’ Roses: basta leggere titoli e artisti interpretati in questa antologia generazionale.

 

Mancare il punk, per mero dato anagrafico, ha avuto una conseguenza piuttosto, e ulteriormente, grave: aver perso anche il post-punk (o after punk, o  …) che ha una inafferrabilità assoluta ([1]), se ad esempio si considera che Suicide o Neu! o Kraftwerk cavalcavano e scavalcavano il punk (vogliamo anche metterci i Silver Apples?).  

 

È una premessa quella qui sopra? Alla apparenza.
Invece, forse è una chiave di lettura, oppure una conclusione anticipata. Forse

 

Noi eravamo: leggeri come Ussari.
Noi eravamo: fedeli come la Vecchia Guardia Napoleonica ([2]).
Noi eravamo: individualisti come gli Arditi in azione.
Noi eravamo: senza patria eppure con un solo credo come i Legionari di Aubagne.  
Perché? Perché riuscivamo ad essere seri e flessibili, monolitici ed eclettici: come tutto ciò che ornava i nostri “cuoi” ([3]).

 

Talvolta c’erano degli incroci fantastici, come i numeri di Vague (con la “a”) di Tom Vague ([4])): uno dedicato “agli” Antz e uno “ai” Banshees.

 

Noi in Italia per certi versi abbiamo subìto la accelerazione maggiormente: stavamo ancora assimilando Sex Pistols, The Clash, Damned, The Stranglers, Ramones, magari Ultravox! e altri … ([5]) e all’orizzonte 1978 compaiono P.I.L., Siouxsie and the Banshees e poi i ritardatari Adam and the Ants.
Senza dimenticare che la prima Human League che apre a The Rezillos nell’estate 1978 è voluta quell’autunno da Steven Severin cum Banshees nel tour di questi ultimi.

 

Fummo indubbiamente dei privilegiati casuali alla nascita.
Ma poi ci conquistammo tutto: ogni pass, ogni free drink, piccoli segni di fiducia che ci portavano ad essere i lontani componenti di famiglie di sfamigliati. Ognuno ha la sua storia …: io l’Italiano che quanto a Siouxsie and the Banshees si vedeva presentare ciascun chitarrista successivo a John McGeoch ([6]), ho incrociato madre e fratello di Siouxsie in camerino e parlato a lungo con sua sorella prima di un concerto.
P. M. con Adam Ant.
Un altro milanese di cui nemmeno ricordo il nome (lo incrociavo con il suo pastore tedesco; dovrei scartabellare libri) che probabilmente conciliava le incompatibilità di Joey e Tommy “da brudders” Ramone.

 

Senza il punk noi non varremmo quanto valiamo, non sarei potuto andare al concerto dei Damned al Teatro Orfeo di Milano nella primavera 1980 indossando la parka e alla fine di quello stesso anno preferire “To Cut A Long Story Short” a Sandinista!.

 

E quindi tutte le successive strade di ognuno di noi sono rispettabili; e tentativi di stupirci, ad esempio, gli 808 State rovinavano perché tanto i miglior Depeche Mode ci avevano fatto mordere i Front 242 mentre gli Electribe 101 li avevano recensiti sulla stampa Siouxsie e Budgie.

 

Noi, così individualisti che a costo di lesa maestà una sera dell’agosto 1981 snobbavamo The Altered Images per preferire i Ludus al London Heaven (ci sarebbero voluti altri due anni per il primo singolo di The Smiths, ma forse è meglio che mi fermi qui).

 

 

 

Nota di chiusura: questo post  nasce dal mio avere, finalmente, sintetizzato perché non capisco coloro i quali “seguono” un solo artista e – nel migliore dei casi – devono dire “David Bowie” (o peggio “David” tout court) per farsi piacere The Idiot di Iggy Pop ([7]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] È sufficiente leggere Rip It Up And Start Again – postpunk 1978-1984 (ma sottotitolato Post-punk 1978-84 nel frontespizio…) , London, Faber and Faber, 2005 di Simon Reynolds.
[2] Preferite la Decima Legione di Giulio Cesare?
[3] Si veda il post “Cuoio e borchie (allora eravamo belli, puliti e stilisticamente pericolosi, noi)”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/04/cuoio-e-borchie-allora-eravamo-belli_15.html.
[4] Si veda il post “Tom Vague - the right side of my blog series”:  http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/09/tom-vague-right-side-of-my-blog-series.html.
[5] Si veda il post  “ Note sul punk in Italia e a Milano”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/08/note-sul-punk-in-italia-e-milano.html.
[6] Si veda il postMcGeochisms”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/10/mcgeochisms.html . Ma anche quello intitolato “NICO (or how fans are - mostly - still the same as thirty years ago and worth very little”: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/nico-or-how-fans-are-mostly-still-same_29.html.

venerdì 23 dicembre 2016

PERLE MEDIATICHE 39 – ABBAGLI PUNK, POST PUNK E LINGUISTICI (ancora a proposito del libro di Igort, My Generation - quasi un remix il mio)


PERLE MEDIATICHE 39 – ABBAGLI PUNK, POST PUNK E LINGUISTICI
(ancora a proposito del libro di Igort, My Generation - quasi un remix il mio)

 

Ritorno sul libro autobiografico del fumettista Igort intitolato My Generation., già oggetto di “Perle mediatiche 38 - Abbagli bowiani”.

 

Alle pagine 132 e 133 del volume si ripete (cioè lo si scrive due volte, una per pagina) che nella estate del 1977 il negozio di Malcolm McLaren e Vivien Westwood si chiamava (ancora) “Sex”, che anzi quella era la sua denominazione originaria.
Va bene la licenza poetica, ma la sua denominazione era divenuta “Seditionaries” nel dicembre 1976, e comunque esso non era nato come “Sex”.

 

Stesse pagine: per ben due volte la Signora Westwood è definita “moglie” di Malcolm McLaren. Non lo è mai stata.

 

Sta di fatto che considerazioni quasi identiche a queste sono presenti nel mio post “Perle mediatiche 20 – Ancora a proposito di punk”, cui rinvio.

 

Ma la vera perla è qualche pagina dopo, la 144: lo pseudonimo “Public Image Limited” (o “Ltd.” o “Ltd”) di John Lydon è tradotto con “Immagine pubblica limitata”: errore linguistico, sintattico e, volendo, anche giuridico.
Dichiarare, anche, che PIL nel 1978 “scala le classifiche” ...

 

La disinformazione per me non è né artistica, né punk, né post punk. È solo disinformazione.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 26 luglio 2014

THE HUMAN LEAGUE (inizio di una “sheffieldiana”?)


THE HUMAN LEAGUE
(inizio di una “sheffieldiana”?)

 

Se sapessi che la lettura di questo post richiede 6 minuti e 24 secondi, non avrei dubbi.
Inserirei “Medley: Rock ‘N’ Roll/Night Clubbing” quale colonna (musicale e - necessariamente) sonora ([1]).

 

Come insegna il vero punk, non le pagliacciate di certa demenzialità ([2]) italiana passata e presente ([3]), dal 1976 in avanti si è potuta celebrare la serietà dell’effimero e del genere basso alla pari con quello alto ([4]).
Ecco allora che ci si può tagliare inavvertitamente un polpastrello con il metallo di una “macchinina” Dinky Toys giocandoci, ad esempio. E quegli stessi modellini si possono poi collezionare da adulti senza doversi vergognare in alcun modo.

 

Siete arrivati, del resto, nella città delle lame e dell’acciaio: Sheffield.

 

Difficile evitare di consigliare, soltanto, delle canzoni.
Difficile limitarsi al fatto che noi a Milano ballavamo l’onda nuova e vecchia ispirandoci a “loro” che ballavano copiando le mosse di Brian Ferry ai tempi in cui una pantera nera era da tenere solamente al guinzaglio alla luce elettrica (e “la Casati” dalla tomba avrebbe approvato).
Difficile ([5]).

 

Innanzitutto quando leggete “the” significa “la” non “gli”.
Perché la Lega Umana suona come una compagine di supereroi, atta a contrastare gli invasori, non come un gruppo musicale: infatti, il nome deriva da un gioco di fantascienza ([6]).

 

La conoscenza che molti hanno della Human League è superficiale in quanto dettata dai successi del 1981. C’è un prima.
Qualcuno ha scritto un (altro ([7])) libro sulla scena musicale di Sheffield, sicuramente esso è dovuto sebbene tardivo, auguriamoci che sia pubblicato a breve perché è annunciato da mesi.

 

Il singolo di esordio esce nell’aprile 1978 su “etichetta” Fast ([8]) con una tiratura iniziale di 1.000 copie; si intitola “Being Boiled”.
Quando vidi e ascoltai la Lega nell’estate del 1978, essa aprì per gli scozzesi The Rezillos, al Music Machine di Camden Town.
Niente voci femminili ([9]), Philip Oakey con un taglio di capelli asimmetrico a dire poco, e una musica realizzata senza chitarre o percussioni tradizionali ([10]).
Per chi dubitasse della serietà del progetto: “We’re The Human League, we’re much clever than you …” ([11]).

 

Cosa accadde dopo? Beh davvero di tutto.
Steve(n) Severin li notò attraverso il 7” della Fast (una versione lo dà a quello stesso concerto del Music Machine: se fu così, noi due non ci incontrammo) e li volle come “guest” per Siouxsie and the Banshees in varie occasioni, a partire dal concerto all’Aylesbury Friars del 16 settembre di quello stesso anno sino al leggendario “Tartan terror for the Eighties” ([12]) del 7 aprile 1979 al London Rainbow.


L’extended play “The Dignity of Labour”, un 12” con l’aggiunta di un flexidisc, consiste in una serie di strumentali ed è di poca presa, ma ormai lanciata, la Lega approda presso la più solida Virgin Records di Richard Branson.

 

In Europa apriranno per Iggy Pop, e al Palalido di Milano molti di noi quel 29 maggio 1979 erano lì per loro, che si esibirono per una mezzora scarsa ([13]).
Come accadde anche in un’altra occasione nella stessa stagione: quando The Cramps aprirono per i Police. Cioè noi eravamo lì soprattutto (o soltanto) per gli artisti che tutti gli altri fischiavano sapendo che quello era il modo migliore per partecipare.

 

Nella formazione classica, il gruppo resiste sino all’autunno del 1980, creando due album assolutamente classici (soprattutto quello d’esordio): Reproduction (1979) e Travelogue (1980), nel mezzo c’è anche l’EP (questa volta si torna al 7”, doppio ([14]) “Holiday ‘80”, contenente anche il grandioso “Medley: Rock ‘N’ Roll/Night Clubbing” ([15]).

 

Quindi la separazione delle due anime, Philip Oakey e Adrian Wright a tenersi il nome e a demolire le classifiche l’anno successivo e ben oltre con Dare, mentre Martin Ware e Ian Craig Marsh formarono gli Heaven 17 ([16]) che, pur producendo del grande electro-pop, anche funk (si veda “(We Don’t Need A) Fascist Groove Thang”), nulla poterono rispetto alle vendite dei loro ex sodali e meno ancora poterono le loro produzioni sotto la denominazione commerciale British Electric Foundation (abbreviata in B.E.F.).

 

Al solito: tutto il resto è Wikipedia, cioè just the facts e un po’ di fonogrammi più o meno rari.
Ma se volete assaporare il gusto metallico degli esordi, per dei demo del 1978 e la prima John Peel Session, cercate il vinile In Darkness (in CD con due canzoni in più) oppure il CD(R) Introducing che è ben più ricco.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 


 

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[1] Prima o poi dovrò scrivere un post su un dato ormai fattuale: il rock è finta ribellione. Quella vera è il rock and/&/’n/’n’/’N’ roll.
Caveat: la cover si riferisce alla canzone di Gary Glitter, non a quella di Lou Reed: la grafia della congiunzione “and” non è dirimente in quanto incostante.
Per l’originale di “Night Clubbing” ovviamente si veda Iggy Pop.
[2] Non mi riferisco a Freak Antoni, ma a tutto quello spirito per cui a Milano si dice “stüpidott de l’uratori” per quelli che continuano a coltivare certe passioni anche da adulti – appunto con quello spirito da oratorio dove appena ti discosti dalla linea parrocchiale ti dicono: “pensa a mangiare la pastasciutta” – e che, anche per disattenzione di personaggi come Elio (e le sue Storie Tese) hanno fatto la fortuna di gente come Fabio Fazio e il suo oratoriale “Quelli che il calcio …”.
[3] Altrimenti resta insuperabile quella dell’asilo infantile, e qui mi fermo in quanto non ricordo il nome dei miei compagni d’asilo in Via Toce dalle filastrocche fini a se stesse e dai tovaglioli di carta trasformati in reggiseni in miniatura.
[4] Senza scomodare, se non se ne ha voglia, la lucida e pionieristica saggistica di Umberto Eco o di Roland Barthes. Volete faticare? Leggetevi Lipstick Traces di Greil Marcus, magari in originale.
[5] Fine di un’altra necessaria introduzione.
[6] The Human League’ arose in 2415 A.D, and were a frontier-oriented society that desired more independence from Earth. Ware suggested that The Future rename themselves after the game and in early 1978 The Future became The Human League” (Sean TURNER, Blind Youth, a complete guide to The Human League 1977–1980; disponibile on line), ma anche il volume citato qui di seguito.
[7] Esiste quello di Martin LILLEKER, intitolato Beats Working For a Living che temo non sia facilmente reperibile. Esso contiene anche un CD di rare registrazioni.
[8] Glorioso produttore di fonogrammi indipendente di Edinburgh, ormai solo nella memoria di noi arditi seventy-seven.
Ne esistono numerose successive edizioni.
[9] Lo preciso per quelli arrivati nel 1981.
[10] Come recita la voce a chiusura della canzone “Dada Dada Duchamp Vortex” dell’album The Golden Hour Of The Future : “We are The Human League, there are no guitars or drums played on this record”.
[11] Voce su base musicale nell’introduzione di “Dance Like A Star” tratta anch’essa da The Golden Hour Of The Future.
[12] Titolo della recensione del New Musical Express.
[13] O almeno questo mi dice la mia registrazione.
[14] Dunque non un extended play in senso stretto.
[15] Le ristampe in CD degli LP contengono sia le due release su Fast (nel primo), sia (fra l’altro) l’EP “Holiday ‘80” nel secondo.
[16] Una citazione da A Clockwork Orange.