"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 23 aprile 2014

FILOSOFIA DEL BAMBINO SDRAIATO SUL PAVIMENTO (“Facciamo che io ero …”)

 

 

FILOSOFIA DEL BAMBINO SDRAIATO SUL PAVIMENTO
(“Facciamo che io ero …”)


La mannaia del macellaio della celluloide colpisce cieca: cosi la breve sequenza iniziale di Rebel without a Cause viene mutilata con conseguenze gravi ([1]).
Fuor di metafora: le pizze del film nei cinematografi per lustri e lustri subiscono tagli da usura e quella scena risulta fra le più colpite. Andate a (ri?)vedervela nella sua interezza e scoprirete un capolavoro.
 
Da bambini quanto siete stati sdraiati sul pavimento di casa? In una prospettiva quasi cieca nelle vette, se non fosse che quella prospettiva non toglieva nulla ai vostri giovani pensieri, anzi li arricchiva.
 
Facciamo che io ero…”: ci hanno quasi rubato anche questo.
La benevolenza, ipocrita, adulta si impossessa – apparentemente – di formule magiche dell’infanzia. Ma esse suonano con una eco falsa, vuota e lontana.
Alla fine nelle voci degli adulti resta solo un “imperfetto passato”. Mentre siamo nel futuro glorioso proprio attraverso un tempo verbale opposto, futuro suscettibile di essere piegato a ogni volere bambino.
In base a come pronunciate quel “facciamo ...” si decide la vostra vita. O lo sapete ancora dire come allora, oppure no e siete irrimediabilmente “dei grandi”.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Jim Stark (James Dean) cammina per strada, di sera, trova un pupazzetto di peluche scartato e abbandonato, si sdraia sull’asfalto, lo culla, lo copre con la carta da regalo gettata via, come cuscino il nastro da regalo, poi si corica di fianco al giocattolo.

lunedì 20 agosto 2012

IL FASCINO DELL’INCIDENTE STRADALE: I BANALIZZATORI DI MARILYN MONROE E JAMES DEAN


IL FASCINO DELL’INCIDENTE STRADALE:
I BANALIZZATORI DI MARILYN MONROE E JAMES DEAN






Premessa: mia madre è una appassionata di Marilyn Monroe, ma la sua collezione è costituita da ciò che io le ho regalato nel corso, ormai, di sei lustri e più. Quindi di riflesso, qualcosa della carriera e della vita di Norma Jeane Mortenson (o Baker o Gifford) conosco.


Io, invece, ebbi l’illuminazione ([1]) con la visione di una copia sgangherata di Gioventù bruciata (ovvero Rebel Without A Cause) al Salone Pierlombardo (un teatro) di Milano intorno al 1975: non è difficile fare una rassegna su James Byron ([2]) Dean, solo tre film da protagonista.


Ma bastava: quel tipo con l’ala del colletto della camicia sollevata al commissariato, quel tipo che contro ogni aspettativa aveva vinto la “chicken run” ([3]), quel tipo che riesce a mettersi con Judy (Natalie Wood) ([4]), e quel tipo che – lui, Jim Stark nel film, outsider – tiene sotto la sua ala protettiva, vana, l’ancora più outsider Plato (Sal Mineo). Entrano tutti e tutto dentro questi tre personaggi, ma soprattutto si staglia “Jimmy” Dean.


Pensare che volevo scrivere un post su entrambi, dunque con ugual peso, ma: “Peter Pan lives again in Rebel” dichiara Stewart Stern (lo sceneggiatore) in un bel documentario dedicato appunto a quel film. Ed ecco che diviene difficile essere quantitativamente equi nelle parole ([5]).


Solo i fan, dell’una o dell’altro, sanno che Marilyn Monroe fu “mascherina” ad una prima di beneficenza di East Of Eden nel marzo del 1955.
Ma non si piacevano per nulla, o almeno così si dice secondo le fonti più accreditate ([6]).
Nessuno dei due ottenne, vivo o morto, un Academy Award.


Leggenda vuole che un Elvis Presley giovane facesse ascoltare al telefono un demo di “Hound Dog” a James Dean.


Marilyn “ovviamente” vive da qualche parte con Elvis: del resto lui scelse di sparire proprio 15 anni dopo di lei. Altro che morti!


Marilyn Monroe ha avuto una carriera articolata, superficialmente parrebbe aver avuto, come ha, un’attenzione maggiore e più costante – libri su di lei si trovano anche dopo qualche anno dalla loro pubblicazione – di James Dean, il quale invece sembra ben più oscuro.


Ma è proprio cosi? Non credo. Grato se un serio estimatore di Marilyn Monroe vorrà smentirmi: apprenderò qualcosa.


Per entrambi, Dean e Monroe, vige “la regola dell’incidente stradale”: molti li adorano per quel malsano fascino che sul pubblico hanno il sangue e le membra ferite di un incidente stradale: tutti a guardare i corpi o “almeno” le macchie di sangue o i profili di gesso sull’asfalto, tanto loro, il pubblico dei curiosi, tornano a casa intatti ([7]).


In banalizzazione estrema, Marilyn Monroe e James Dean diventano dei casi clinici. Loro e non i rispettivi estimatori sono i malati.
Evidentemente non solo detta conclusione è sbagliata, ma nemmeno essa aiuta a combattere le proprie patologie. Certo meglio cullarsi con questa illusione in cui lo squallore umano è riversato su idoli enormi che possono anche in mortem reggere ciò che la persona media sembra non poter fare.


Ecco, per questo tipo di morbosa – peraltro superficiale e temporanea – fascinazione collettiva provo un serio fastidio, ogni volta che è buttato in pasto al pubblico uno di questi due grandi attori.
Il tutto è aggravato da quel senno di poi fatto di “se”, in cui si vedono gli invecchiamenti grotteschi, a colpi di grafica elettronica e niente altro, di certe fotografie di scena che nulla dicono, anche, sul reale aspetto del soggetto ritrattato all’epoca della posa.
Ciò perché nessuno si preoccupa di approfondire.


Ed allora, non solo nessuno riflette sul caso che conduce la mente nel casting dei film ([8]), onde delle rispettive carriere “possibili” è inutile fantasticare. Ma soprattutto perché non pensare a Marilyn Monroe in età matura autrice di libri e a James Dean quarantenne regista (per esempio di quella riduzione cinematografica de Le Petit Prince di Antoine de Saint-Exupéry, su cui Orson Welles arrivò a scrivere una sceneggiatura)?






                                                                                                                      Steg








© 2012 Steg, Milano, Italia.


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[1] Mi sarebbe piaciuto usare il termine epifania, ma è abusato.
[2] Io credo, perché mi piace pensarlo, che sua madre davvero scelse il secondo nome in omaggio al poeta, politico e avventuriero inglese George Gordon Byron.
[3] In Italiano diviene la corsa del coniglio.
[4] Nella realtà lei aveva – dopo essere stata scelta – una relazione con il regista, ed era minorenne, sebbene essendo legata sentimentalmente a Dennis Hopper.
[5] Pur non dedicandomi solo a Dean.
[6] Se James Dean: fu innamorato della mora ma dolce Anna Maria Pierangeli, egli ebbe un flirt con una androgina e giovanissima Ursula Andress, probabilmente fu molto vicino alla gotica Maila Nurmi (aka Vampira), che la Monroe non fosse, comunque, il suo tipo di donna è più che verosimile.
[7] Qualcuno ha definito la morte di James Dean suicidio “da distrazione”, ritenendo dunque che tre su quattro (gli altri due sono Montgomery Clift e Marlon Brando, solo l’ultimo non morto prematuramente) dei migliori allievi dell’Actors’ Studio si siano tolti la vita.
[8] Andò male il provino di Marlon Brando, diversi anni prima, per il ruolo di Jim Stark; andò male anche a Paul Newman indicato fra i possibili interpreti di Cal ne East Of Eden (Newman poi “sostituì” il defunto Dean in Somebody Up There Likes Me, ironia della sorte con la Pierangeli, intanto sposata nel 1954 – spezzando il cuore a Jimmy? – ad un italoamericano, al suo fianco).




































































venerdì 13 aprile 2012

GIOVENTÙ: BRUCIATA, DA SPRECARE, INUTILE

GIOVENTÙ: BRUCIATA, DA SPRECARE, INUTILE



La gioventù è un bene in senso giuridico? In caso di risposta affermativa, esso è insuscettibile di essere oggetto di interferenze da parte di chiunque diverso dal suo titolare?

L’opposizione fra una visione individualistica (di chi è non credente in una religione o un’ideologia?) e una collettivistica (all’opposto chi è credente) fornisce la risposta che ognuno vuole.
Reputo, però, che siano molto pochi i giovani disposti a che altri dettino regole quanto al vivere e consumare quegli anni ([1]).



Mi sono posto spesso gli interrogativi di apertura anche in quanto trovo stupido il luogo comune per cui i giovani sono il futuro (addirittura anche di altri): semmai il futuro lo sono i prossimi ex giovani.
I giovani sono il presente, il loro.



Luogo comune ancor più odioso è caratterizzare la gioventù di spensieratezza.
Pertanto, ciò conferma che della gioventù non può disporre che chi la sta vivendo.



In conclusione: ognuno dopo la seconda guerra mondiale ([2]) è (o è stato) posto nella possibilità di fare ciò che voleva della propria gioventù.
L’ideale è averne bruciata un po’ (dunque con velocità), dilapidata un po’ e con la coscienza del fatto che essa può anche essere stata inutile.



Le fonti del titolo di questo post sono ([3]), in ordine:
- il forse oggi non più celeberrimo film di Nicholas Ray che consacrò James Dean (Gioventù bruciata ([4]));
- una canzone, non la più famosa, dei DAF che ha dato anche il titolo ad un libro (tradotto in Francese) (“Verschwende deine Jugend”);
- il tatuaggio di Richey Edwards (recitante “useless generation” ([5])) utilizzato (con modifica) per la copertina dell’album Generation Terrorists dei Manic Street Preachers e ripreso nel testo di una loro canzone (“Repeat (UK)”).





                                                                                                          Steg







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[1] Da qui l’assurdità di considerare giovani persone oltre i trent’anni. La gioventù cessa quando si pensa anche ad altri?
[2] Come data approssimativa per la nascita del teen-ager come categoria sociale.
[3] Mi scuso con chi già li conosce.
[4] Raro caso di efficace traduzione del titolo originale: Rebel without a Cause.
[5] Mi arrogo la licenza di far equivalere una generazione alla sua gioventù.