"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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domenica 14 dicembre 2025

PUNK IN ITALIA: RIVERBERI

 

PUNK IN ITALIA: RIVERBERI

 

Un poco, dispiace scriverlo, ma è così.

 

Alla fin fine i CCCP erano dei freakkettoni (tra?)vestiti, tardivamente, da punk.
Come quelli del Virus di Milano e, triste primato, i Crass.

 

Il punk è morto a San Francisco, il 14 gennaio 1978
Qualcuno, non una persona a caso: Mark P.(erry), sostiene fosse già morto quando The Clash firmarono con la CBS.

 

E a noi: quelli del 1977 - già ampiamente in questo blog evocati, ricordati, descritti ([1]) - arrivava la luce di una stella morta o due.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 22 luglio 2025

TRE RIVOLUZIONI IN TRE ANNI

 

TRE RIVOLUZIONI IN TRE ANNI

 

1977, 1978, 1979: tre rivoluzioni musicali in tre anni, noi.

Lenin imbalsamato, Trockij picconato, Stalin con capelli e baffi tinti.

 

E non erano ancora arrivati The Associates.

 

A buon intenditor …

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 19 giugno 2024

PIKKETTANDO PINKETTS

 

PIKKETTANDO PINKETTS

 

Sapete cosa sono i picchetti? Non quelli militari, però.
I picchetti erano quella pratica per cui io, da solo, sono arrivato a picchettare anche due ingressi “del” mio liceo, lo Scientifico Alessandro Volta.
Il liceale mi chiedeva: “c’è picchetto?” Rispondevo “sì” e questo nemmeno mi chiedeva il tema dello sciopero, sciocchino.
Poi è arrivato il punk, e ... Leggetevi il blog, partendo dal suo primo post, cui adde https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/tonito-memorial-to-live-and-die-in.html.
Lo sciocchino privo di curiosità se non si è diplomato male, sicuramente avrà annaspato negli studi accademici ([1]).

 

Perché la memoria di Andrea G. Pinketts va protetta?

Siccome Pinketts è anche sodale di Raul Montanari (uno molto bravo che ho anche aspramente criticato, direttamente. Però bravo) di cui da leggersi resta almeno La perfezione.

 

Siccome Pinketts è sodale di Carlo Lucarelli quando Lucarelli era giovane, magro e con più capelli (like yours truly) è i suoi libri costavano nulla, incluso quello blu (la copertina) dove appare l’Ispettore Coliandro.

Ma anche Un giorno dopo l’altro è un bel romanzo.

 

Il picchetto evita gli intrusi e, se prima di leggere un libro di Pinketts (o Montanari, o Lucarelli), vi domandate se “c’è picchetto?” e “perché?” fate un gesto e una riflessione di umiltà.

I quali non bastano mai.

 

Ah, bella intervista a Pinketts: https://boll900.it/numeri/2002-i/Pinketts.html.

Quelli bravi correggano da soli i refusi, gli altri non leggano Pinketts.

E nemmeno il miglior Montanari e il miglior Lucarelli.

 

E le due “k”? Beh ai tempi del liceo erano “rafforzative” … Già.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Miei voti invece …

lunedì 7 marzo 2022

IO NON C’ERO, MA FA NIENTE

 

IO NON C’ERO, MA FA NIENTE

  

Scrissi, scocciato esattamente come lo sono oggi, un post pubblicato il 23 agosto 2011 intitolato “Where were you in 1977 (and in 1979 too)” ([1]).

Ero ottimista.

 

Infatti ai contemporanei che NON erano presenti seppur contemporanei si è aggiunta una nuova categoria: coloro i quali proprio non avevano potuto materialmente partecipare per non raggiunti limiti di età.

Non sto scrivendo di anglosassoni oltremanica od oltreoceano, e nemmeno di Francesi, scrivo di italiani: gente che non sa cosa fu la movida (e - per dire - Ruta 66) madrileña e la DNW (o NDW), perché per saperlo avrebbero dovuto essere nati prima.

 

Queste persone, in buona fede o meno, impestano con sentito dire e/o “letto quanto scritto da Ciao 2001 o Red Ronnie (è uguale)” la esangue (per risultati: gli tirano la mancia di un parcheggiatore e di royalty non se ne parla) editoria musicale italiana.

 

Il problema non è la dignità di coloro i quali c’erano (con al massimo 12/15 mesi di scarto rispetto a Maurizio Bianchi: si veda per sintesi e senza pretesa quanto fu l’esordio di questo blog ([2])) bensì la costruzione, da parte dei precitati contemporanei e “minorenni”, di una pseudo cronaca storica che è priva di ogni solida fondamenta.

 

Ad esempio: per dar noia a Laura e Giampaolo (pre Jumpy) nell’agosto 1979 io in Portobello Road - finestre aperte - scandivo provocatoriamente (ero in Fred Perry e sta-press) “skin’eads, skin’eads” sebben giorni dopo scandissi “Mods! Mods! Mods!” al London Lyceum ([3]).

Nel 1981 a Bologna, alla ex-Manifattura Tabacchi, Laura e Giampaolo parevano aver perso il treno: il concerto era quello dei Bauhaus, non quello dei Crass.

 

Quella scarsa dozzina di miei lettori abituali ha masticato, molte e molte volte, cosa intendessi ricordare (oltre qualche pagina della mia vita. Grazie) scrivendo di Tonito ([4]), che è diventato una sorta di scellerato Virgilio per me - infimo emulo di Dante Alighieri - in una Commedia priva di Purgatorio e Paradiso la quale certo non è divina ma solo metropolitana e nemmeno capital-centrica dell’impero, con le mie righe.

 

E allora? 

Semplice: guardate le date di nascita dei canuti, anche loro, pretesi storici di una stagione che loro non hanno vissuto e noi solamente sfiorato: quella seventyseven che nello “stivale marcio” ([5]) fu naturalmente seventyeight.

 

Dimenticavo: noi siamo stati invincibili ([6]).

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 25 marzo 2020

SPUNTI PER TARDIVE NOTE MINIME SULLA D.A.F. – Deutsch Amerikanische Freundschaft


SPUNTI PER TARDIVE NOTE MINIME SULLA
D.A.F. – Deutsch Amerikanische Freundschaft

L’improvvisa e precoce, inaspettata, morte il 22 marzo 2020 di Gabi (Gabriel) Delgado-Lopez mi induce a qualche spezzettato pensiero ([1]) sul duo “di” (non “da” Düsseldorf).

Per una manopola di Korg MS-20, e non lo dichiaro a cuor leggero (“mein Hertz …”), oggi la D.A.F. supera il Suicide reveghiano.

L’ultimo merchandising ufficiale, anni fa, degli inventori, anche, del “body control” dopo attenta analisi di alcuni oggetti del medesimo mi fece concludere per un: “no, non compro ciò che non indosserò od esibirò”: le apologie di certi oggetti alla R.A.F. baader-meinhofiana erano da pena detentiva, ed allora bastava riprendere quel “better badge” (virgolette a ragione) del 1978 e ri-osare dove la nostra (in?)coscienza teenageriana era andata senza dubitare a tormentare il nervo sinistrese-democratico con volontarietà e stile sottile per contrastare la sgangherata truppa pro-sgrammaticamento strummeriano gradita a e da chi soffriva di tardività musicale calcolata all’epoca in mesi o al più un paio di semestri.
È il post-punk, ragazzi!

Il riascolto (via Tascam) della registrazione su MC7 ([2]) del concerto della D.A.F. del 5 novembre 1981 all’Odissea 2001 di Milano mi ha rammentato come allora si andasse ai concerti giovani, con una tenuta fisica da incontro mondiale di pugilato, puliti e duri e convinti nel vestire ([3]). Ma soprattutto senza, non dico paura, ma nemmeno timore: eravamo invincibili ed inarrestabili nel nostro “contarci fra unici”.

Ecco, sì, certi artisti come la D.A.F. ci davano il piacere di riconoscerci senza mischiarci, noi piccoli titani che hanno forgiato una generazione sulle cui spalle le successive hanno almeno dovuto provare a salire se volevano cercare un orizzonte più alto e più ampio ([4]).
Vi porgo quindi il mio saluto di già “giovane gigante di marmo”, senza dimenticare che la mia copia dell’album giallo della D.A.F. (ovvero Produkt Der Deutsch-Amerikanischen Freundschaft ([5]) la vendetti, ma poi ne ricomprai altra qualche mese dopo: ovviamente a poche lire, ché le masse continuavano nei soliti giri musicali viziosi.



POST SCRIPTUM

Un pensiero va a un Tedesco, Karsten – di cui non ho tenuto indirizzo (e quindi nemmeno cognome) – il quale senza chiedermi niente, anni e anni e anni fa mi regalò delle splendide registrazioni in formato CD accompagnate da sue note manoscritte che da sole sono dei piccoli capolavori.



                                                                                                                      Steg



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[2] Quasi mixing desk.
[4] Nous sommes comme des nains juchés sur des épaules de géants (les Anciens), de telle sorte que nous puissions voir plus de choses et de plus éloignées que n’en voyaient ces derniers. Et cela, non point parce que notre vue serait puissante ou notre taille avantageuse, mais parce que nous sommes portés et exhaussés par la haute stature des géants” (Bernard de Chartres).

venerdì 21 febbraio 2020

MITTAGEISEN (“Whatever happened to the heroes” of Milano?)


MITTAGEISEN
(“Whatever happened to the heroes” of Milano?)


Una doppia premessa: la storia è una sola, nei fatti, i punti di vista anche personali sono più.
Inoltre, il pubblico non è mai lo stesso: chi avesse letto già alcuni miei scritti potrebbe trovare delle ripetizioni, ma anche certi libri si rileggono.

Come arrivarono a formarsi i Mittageisen non è affar mio. Il loro nome e qualche contatto con loro un po’ mi riguardano.

Tutti gli artisti nati in Italia “perché c’è stato il punk” erano “di X” o “di Y”, tranne quelli della mia città che si sono ritrovati a vivere in una dimensione urbana (senza la città non ci sarebbe stato nulla, lo diceva anche Rosso Veleno) in cui i settimanali musicali si compravano alla Stazione Centrale quando non si era all’estero a respirare altre città.
Tale caratteristica ha immunizzato fin troppo i Milanesi, i quali hanno voluto fare sempre tutto da soli e, spesso, solo per sé stessi e qualche amico, come accadde con il singolo dei Mittageisen.
Del resto, se non c’era futuro, cosa si doveva “testimoniare” (parola cara agli hippy nostrani) con dei “documenti sonori”? Nulla. Oggi è un po’ diverso (senza scomodare il monologo di Roy Batty in Blade Runner).

I Mittageisen dunque si riuniscono intorno a persone che fra il 1976 e il 1977 hanno assaporato il punk, magari prima su carta e poi su dischi.
A memoria, prima conobbi P. T. Damper, poi Captain Vicious e poi Sexy Sadist. In particolare, il primo fu il mio trampolino in quella ristrettissima cerchia milanese che, appunto, aveva in casa e ascoltava il punk: inizio di settembre 1977 (grazie al mio miglior amico dell’epoca). A distanza di un paio di settimane incrociai il secondo, a un concerto dei Trancefusion. E poi il terzo, forse tramite il primo.
Ma allora si chiamavano Paolo, Antonio (che poi divenne “Tonito”) e Marco.
Scuole medie superiori e musica (e fumetti io e Antonio, ma lo scoprii dopo). Incontri casuali e non nei negozi di dischi.
Dopo l’estate del 1978, siamo tutti ormai piuttosto ben orientati, diciamo così, io avevo visto Siouxsie and the Banshees ad Edimburgo il 18 agosto (ne ho scritto altrove).
Poi ci furono i concerti allo X-Cine di Adam and the Anz che indussero a “mettere su” dei gruppi, fra cui i Borstal Dampers.
La svolta musicale definitiva in termini stilistici, considerati gli esordi su sette pollici di Public Image Limited e Banshees (concedetemi di abbreviare) come non decisivi, furono gli album di debutto di queste formazioni inglesi, perché John Peel fra l’altro ospitò il gruppo di John Lydon solo una volta e nel 1979 (mentre Sioux, Severin, McKay e Morris proprio attraverso la BBC avevano già registrato una versione di “Metal Postcard”).

The Scream (pubblicato nel novembre 1978) ebbe evidentemente un impatto molto forte, se regalò il sottotitolo in lingua tedesca della cartolina metallica (“deperamente” parlando) come nome di battesimo della band milanese.
“Metal Postcard (Mittageisen”) è la seconda canzone sul lato b dell’album mentre la versione di John Peel si trova fra l’altro in una antologia radiofonica ad hoc della compagine bansheeiana (Voices On The Air) e nel secondo CD della versione expanded dell’album in questione.
I più diligenti scoprirono che la canzone faceva riferimento a John Heartfield; l’anno dopo uscì come singolo una sua versione cantata in lingua tedesca.

L’impatto fu evidentemente sufficiente per far sì che i Mittageisen assumessero quel nome dopo essersi esibiti come Borstal Dampers in quella sfortunata occasione milanese che fu il “Sabatok Folle” il 9 dicembre 1978 (ma Captain Vicious non era ancora nella formazione).

Il dettaglio curioso della foto di copertina del singolo, che tutti credevano arrivasse chissà da dove tranne me: per il semplice motivo che di quel volume che la conteneva mi pare di ricordare fossero arrivate solo due copie, alla libreria delle Messaggerie Musicali in Galleria, a Milano: una la comprai io per le foto di Siouxsie, l’altra Tonito (non so per quale ragione). Quindi DIY per la grafica.

I Mittageisen durarono lo spazio di qualche mese, compreso il giorno del concerto al Liceo Classico Beccaria in una bella mattina di fine inverno (Sid Vicious era morto il precedente 2 febbraio, parve che ce ne fossimo accorti solo io e Tonito …), con un pubblico assolutamente ostile che li costrinse a un set breve.

E il sottotitolo di queste righe? Beh formalmente è tratto dalla canzone “No More Heroes” di The Stranglers, i quali in realtà avevano degli eroi, e siccome in quegli anni siamo stati tutti un po’ eroi, era il caso di dirvi che quasi tutti i Mittageisen sono ancora attivi, in un modo o nell’altro.
A Tonito ho reso onore ampiamente e ripetutamente altrove.


                                                                                                                      Steg



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venerdì 31 marzo 2017

DECANTARE L’URGENZA (The Gags, Milano, punk e oltre, album postumi ancora da pubblicare)


DECANTARE L’URGENZA
(The Gags, Milano, punk e oltre, album postumi ancora da pubblicare)

 

 

Quelle che seguono sono le note di copertina nella loro versione finale di quasi 20 mesi fa dell’album antologico di The Gags, non ancora uscito.

Poiché a un certo punto spiace che certe proprie creature rimangano dimenticate, e considerando anche che la vita non aspetta ([1]), ho deciso di pubblicarle con qualche modesta modifica indicata in parentesi quadra e un sottotitolo.

Quando uscirà l’album delle due … tre: o le mie note saranno utilizzate come sono (esiste anche la loro versione in Inglese), o saranno utilizzate modificate, oppure non lo saranno. Credo sia già successo.

 

 

 

The Gags sono (stati) una band milanese e quindi internazionale.
Tutti gli artisti nati in Italia “perché c’è stato il punk” erano “di X” o “di Y”, tranne quelli della mia città che – anche per assenza di campanilismo – si sono ritrovati a vivere in una dimensione urbana (senza la città non ci sarebbe stato nulla, lo diceva anche Rosso Veleno) in cui lo NME lo compravamo alla Stazione Centrale oppure alla Victoria Station (qualcuno anche alla Gare de Lyon).

 

Tale caratteristica ha immunizzato fin troppo i milanesi, i quali hanno voluto fare sempre tutto da soli e, spesso, solo per sé stessi e qualche amico, come con il singolo dei Mittageisen.
Del resto, se non c’era futuro, cosa si doveva “testimoniare” (parola cara agli hippy nostrani) con dei “documenti sonori”? Nulla.

 

La storia del punk e poi a Milano ormai è ben documentata, anche con le mie opinioni ([2]), quindi in queste righe c’è solo una diversa angolazione, soprattutto perché, strano eppure vero, questa antologia di The Gags andrà nelle orecchie e nelle mani di ipotetici fratelli minori e nipoti (noi siamo come i personaggi fantastici: le nostre famiglie non sono convenzionali) di quelli del 1977, sette e non otto.
Niente “questa canzone è”, non sono un musicista, non interessa a me e non interessa a The Gags che io mi esprima nel dettaglio contenutistico dell’album.

 
 

Dopo anni di invisibilità e di altro non futuro, qualche capitolo delle proprie vite aggiunto, una elite abbastanza larga per cui non ci si conosceva più tutti nemmeno nei negozi di dischi e altro ([3]), nell’autunno 1995 appare, letteralmente, un CD che nessuno si aspettava. Frutto del lavoro delle due anime gagsiane inesaurite e inesauribili Glezos (già Anx Army) e Paolo M. (già P. T. Damper) ecco, anzi voilà, negli scaffali SEXY, IPNOTICO Very Original Punk, prima uscita passerottiana (numero di catalogo: VSOP 101).
Le prime undici canzoni delle diciassette che lo compongono, con scardinamento cronologico, sono proprio di The Gags: ed è come sempre necessario scegliere: con loro o contro di loro. Piaccia oppure no.



L’odore del repertorio di Anx Army, Lamb (che a un certo punto lascerà e allora AA sarà anche alla chitarra), Bite (e Stuart verso la fine), Ugg Nist (che sostituisce Gear …) è quello dell’abbigliamento army surplus, della gomma nera dei pavimenti delle stazioni della metropolitana (linee rossa e verde), così come quello dei concerti vissuti prevalentemente, appunto, nelle terre albioniche e, faticosamente, delle MC7 riempite di registrazioni audience mono e radiofoniche (ancora essenzialmente a un solo canale) di John Peel che si ascoltano immersi nello smog lombardo.

 

Non so se il ricchissimo libretto apribile a poster (c’è anche una versione promo leggermente differente, della cartella stampa non vi parlo semplicemente per tatto) di quel CD abbia potuto far vivere a chi non c’era l’aria sporca ma inebriante al grigio (senza sole niente ombra) dei pochi grattacieli della capitale economica d’Italia.


Certamente l’avventura piacque, perché – pubblicazioni promozionali a parte – esce anche altro con registrazioni de I Bavagli (eh sì, perché fermarsi a “gag” come parola che in lingua inglese significa scenetta comica è riduttivo), fino a che nel 2004 compare una monografia fonografica di The Gags: Criss-Cross (1979-1981) (VSOP 108) che nella versione promo contiene anche otto registrazioni in più.
Nel frattempo, i “caduti milanesi” della gioventù seventy-seven sono aumentati in numero intollerabile. Inoltre, qualcuno che amava le cuvèe pregiate si è dato ad un analcolismo musicale deleterio (per chi lo pratica).
Dunque nessuna sovrapposizione perfetta fra coloro che hanno nella propria discoteca, a temperatura ideale, le “annate” 101 e 108. Annate che non deludono mai.

 

Arriviamo così, successivamente all’album inedito Who’s Afraid Of Virginia Fetish? del 2008, a oltre vent’anni dopo. Arriviamo a [… – c’era un titolo – posto che chissà quando uscirà e con che titolo uscirà elimino questo riferimento].
Anche in questo caso mancano coincidenze oggettive, perché si tratta sì di un’antologia, ma di un’altra antologia; anzi di un nuovo album perché delle 18 [saranno poi 18?] canzoni che lo costituiscono ben 15 [o chissà] sono del tutto inedite su disco (almeno per ora è solo vinile) le restanti sono versioni alternative. Inoltre ogni uscita di El Passerotto ha sempre premiato con delle confezioni che sono belle di per sé, e questa volta non esiste spazio per il dejà vu.
Nemmeno si rinverranno totali sovrapposizioni soggettive, cioè in coloro che ascolteranno questa nuova collezione e poi ci saranno i soliti ritardatari mal pentiti che rimarranno senza.

 

Secondo una interpretazione, il feticista è un amante del dettaglio, un collezionista, e quindi un perfezionista. Ebbene ci siamo.

 

I caveau dei Bavagli ci riserveranno altre sorprese: ne sono quasi certo.
Ad esempio, tutti o quasi invocano la pubblicazione in forma ufficiale, e completa, dell’unico loro concerto: il leggendario show tenutosi l’11 febbraio 1980 al Teatro dei Chiostri di Milano per un, a inviti, “sexpeople rendez-vous”.

 

Aggiungo: perché non anche (ma non solo) un libro-raccolta di artwork, utilizzati e no, e di fotografie?

 

E il titolo di queste note da dove arriva? Beh, ci pensavo la sera in cui mi sono state gentilmente commissionate: The Gags continuano a mantenere una salutare urgenza, anche quando si assapora una loro canzone per la prima volta dopo molti anni.

Ovvero: l’urgenza può essere decantabile, eppure restare inesauribile appena serve che lo sia.

 

Dimenticavo: “be happy mosquitos!”, sino al prossimo gagsquad elpee.

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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[1] Avevo scritto un post intitolato “Scricchiolano le colonne”: fate il conto di quante morti artistiche ci sono stati dopo la sua pubblicazione. http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/03/scricchiolano-le-colonne-e-forse-e-ora.html .
[2] Non per personalismo, ma nel mio blog - http://steg-speakerscorner.blogspot.com/ - ne ho narrato con rigore cronistico sin dal primo post e ho fornito in molti miei scritti adeguata bibliografia e discografia di partenza. Cercate con le parole chiave “punk” e “Milano” e – soprattutto nelle note a piè di pagina che abbondano. Qualcosa di questi post è anche uscito su carta.
[3] Interessante come in città dopo “Tape Art” si fosse passati a “Supporti Fonografici”.

giovedì 20 marzo 2014

“SPRANGA IL MACCHINISTA O CANTA IN FALSETTO?”


“SPRANGA IL MACCHINISTA O CANTA IN FALSETTO?”


Fra maggio e giugno 1978 a Milano si poteva essere un bersaglio intellettuale (solo apparentemente musicale) che era a rischio soccombenza. Sconfitti si sarebbe finiti come molti altri, la maggioranza, appunto.


La radio in FM dichiarava Rolling Stones (“Miss You”) e nel ghetto fuggevole della discoteca (la dance culture la massa non la conosceva ([1])) una voce in falsetto che non avrebbe dovuto avere futuro: Sylvester con “You Make Me Feel (Mighty Real)” ([2]) ([3]).


Poi c’era la stampa musicale britannica: lì stava il mezzo gimmick del quinto singolo dei Sex (già ex?) Pistols, che doveva intitolarsi appunto “Cosh The Driver” salvo un ripiego su due titoli diversi, ma anche il pivotale quinto singolo ufficiale di The Clash, con copertina (o senza? Decidete voi) ([4]) e di nuovo una parte del titolo fra parentesi, e poi stava arrivando tutto il “dopo-/növo-” che sarebbe stato digerito (ma non assimilato) molti anni dopo.


Le orecchie a Londra avrebbero continuato a macinare reggae nei locali prima dei concerti, anche se la stagione del Roxy con Don Letts come DJ era finita.


Diciotto mesi dopo chi aveva abbastanza personalità aveva già lasciato le categorie della politica musicale (“the politics of dancing” recita una vecchia canzone), anche perché nemmeno gli USA erano stati con gli allori a seccarsi: No New York insegna.
Diventa da allora in poi impossibile tentare una qualsiasi classificazione. Per fortuna.


Passati anche gli eroi da club ([5]), ecco l’aria che davvero tirava quando nel settembre del 1982 The Face usci con la famosa copertina nella quale persino dei jeans blu potevano essere un capo di nuovo capace di parlare per chi li indossava ([6]).


Ma l’Italia evidentemente dava Sylvester per morto, non concepiva l’eventualità di abbandonare il cliché del punk che essa aveva fatto così fatica a accettare, mentre fra oratori e sezioni di partito non c’era spazio per un “fuck art let’s dance” che era comunque un’espressione individuale e che, udite udite, era anche una categoria di umano divertimento dove non si discriminavano gli omosessuali (e neanche gli eterosessuali, perché no) anche se magari qualche locale non era esattamente una bocciofila.


Purtroppo, una grande malattia dal piccolo nome avrebbe nel giro di qualche anno ucciso l’unicità vocale di Sylvester, che sarebbe così andato a raggiungere il suo sodale di qualche avventura alle porte dell’elettronica Patrick Cowley (morto nel 1982).


Ma per noi alla fine ha vinto il falsetto sulla spranga.



                                                                                                                      Steg




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[1] Illuminante in punto è “Indigestione disko” dei Decibel.
[2] Si noti la curiosa inversione della parte fra parentesi rispetto ai titoli di alcuni classici degli anni sessanta.
[3] Storcerà il naso qualche purista sapendo che in una sua top ten radiofonica Siouxsie inserì questa canzone. I ben informati sanno che Mrs. Ballion ballava al Bangs, al Chaguaramas e al El Sombrero.
[4] Tutte informazioni rinvenibili altrove.
[5] Rinvio al mio post “Out in clubland and having fun” di cui questo forse è una stripped down version.
[6] Per chi non possiede quel numero, una seconda possibilità di leggere l’articolo di Robert Elms intitolato “The New Young Soul Rebel” risiede nel volume Nightfever (a cura di Richard Benson) a pagina 26, ma senza immagini.

mercoledì 9 gennaio 2013

QUALCHE BREVE NOTA SUL DOPOPUNK A MILANO (partendo dalla copertina di Alles ist gut dei D.A.F.)


QUALCHE BREVE NOTA SUL DOPOPUNK A MILANO
(partendo dalla copertina di Alles ist gut dei D.A.F.)

 

La copertina e il suo retro mostrano lucidi di sudore e con capelli corti Gabi Delgado-López e Robert Görl.
“Froci e nazisti”: facile equazione dei compagni al testosterone, ai quali la pantera di copertina di For Your Pleasure avrebbe - se del caso - con una sola zampata orbato mascolinità e certezze intellettuali (poche entrambe). Poveri retrogradi, ancora a domandarsi come inquadrare La caduta degli dei, Il portiere di notte e Salò-O le 120 giornate di Sodoma, dati i loro registi “a sinistra” ([1]).
 
Ecco come si presentano nel 1981 i D.A.F. nella “vaschetta” di Bonaparte Dischi di Via Marghera, Mailand, Europa, qualche settimana prima del loro concerto all’Odissea 2001 con il loro terzo – ma “primo” ([2]) – album: Alles ist gut.
Qualcuno (Andrea V.?) mi loda questi due artisti di cui il New Musical Express mi ha già promesso meraviglie.
 
Allora e per qualche anno ancora – vedi Tape Art – i negozi di dischi sono altresì cenacoli di dibattito e speculazione intellettuale dove, bluffando, in fondo ognuno di noi insegna qualcosa di nuovo agli altri senza pretendere l’onore delle armi.
All’apparenza diffidenti, in realtà noi ci riconosciamo subito: ciascuno unico e ussaro, con la veemenza di dragone ma capace di fare il baciamano alla regina, occorrendo.

 

La Virgin di Richard Branson ai tempi fa prodigi: una inner sleeve in cartoncino pesante sembra quasi una polizza dei Lloyd’s: infallibile.
Finisce che compro sia l’album, sia il singolo “maledetto” ivi contenuto: “Der Mussolini” in formato 12”, roba impegnativa allora ([3]). Natürlicher, di li a poco comprerò anche Für Immer ([4]).
 
Ecco perché non era cambiato nulla.
Nessuna velleità, men che meno necessità, di name dropping per motivare le nostre scelte (non dovevamo motivare nulla a nessuno), ma alla nostra cintura erano già “appesi” Suicide, Magazine, Siouxsie and the Banshees, Public Image Ltd., Human League, Adam and the Antz ([5]), ...
Chi ci contrastava era spesso ancora confuso per la svolta elettrica di Bob Dylan ([6]).
Dove eravamo? Ovviamente ben oltre i cliché punk che, divenuti tali, noi avevamo abbandonato verso la metà del 1978 come ho scritto in altre occasioni ([7]).

 

And so you are, now, afterpunk and punk.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] O meglio tali da loro definiti. Tre serie monografie su di loro, forse, condurrebbero ad altri risultati.
Sufficie dire che Liliana Cavani diresse un film struggente, forse decadente certo sessualmente totale in quanto uomo e donna si pongono alla pari, assolutamente inconcepibile prima che inaccettabile dalla sinistra.
[2] In quanto album di esordio e successivo, rispettivamente intitolati Produkt e Die Kleine Und Die Bosen, resteranno sempre interesse per pochi. D’altro canto, la formazione storica è quella appunto a due.
[3] Perché se i modesti cervelli limitati da palizzate cercavano ancora di digerire The Clash grazie alle loro (della band, non dei locali militanti a gauche) incontinenze viniliche, beh con quel titolo e cantando in tedesco il nemico non poteva essere scambiato e confuso.
Invece sì.
[4] Due album nell’anno 1981 per i D.A.F.
[5] Mi riferisco a, almeno, i seguenti album in ordine circa cronologico in riferimento al primo: Suicide; Real Life; The Scream e Join Hands e Kaleidoscope; First Edition e Metal Box; Reproduction; Dirks Wears White Sox.
In realtà la storia la facevano spesso i singoli.
[6] In quanto noi, noi, avevamo studiato e quindi eravamo al corrente anche di quell’episodio, ormai vecchio di lustri.
[7] In particolare in “Note sul punk in Italia e a Milano” e in “Tonito memorial”.