"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 13 ottobre 2011

“McGEOCHISMS”

McGEOCHISMS

Conobbi John McGeoch alla fine del concerto del 26 giugno 1981 al Teatro Nuovo di Torino di Siouxsie and the Banshees, era il mio secondo ([1]) loro concerto e nel pomeriggio avevo chiacchierato un bel po’ con Budgie, allora dotato di poco banshee-look e con un giubbotto di jeans blu stinto con diversi badge.

Rammento che a John dissi in battuta che non gli avrei fatto domande tecniche, dato anche che non suonavo e che mi sembrava a quel punto più interessante sapere se andava lui personalmente in lavanderia … Gli chiesi peraltro dove avesse comperato i sui stivali – dei biker boot – e lui così mi introdusse al mondo di Johnson’s allora ubicato solo in King’s Road.
Quando ci salutammo mi disse di cercarlo ai concerti di Londra quella estate e così feci e, un po’ avventurosamente, cominciai a conoscere meglio tutta la band (ma questa è un’altra storia).

John fu sempre molto gentile con me ogni volta che ci si incontrò, forse un poco della mia tenacia lo stupì, comunque da Scotsman era sempre molto socievole.
Rimasi davvero male quando nel pomeriggio del 28 novembre 1982 Billy “Chainsaw” Houlston in un Hammersmith Palais londinese ancora vuoto e rimbombante fra tecnici ([2]) e roadie, dopo avermi apostrofato con “You must be XXX” perché gli avevo scritto non poche volte presso il fan club ([3]) mi disse che avevano dovuto sostituirlo definitivamente, per quel tour ancora con Robert Smith.

Lo vidi anni dopo ad un concerto in cui militava con i PIL, ma non ebbi più occasione di scambiare due chiacchiere con lui.

La morte di John McGeoch il 4-5 marzo 2004 (di notte, nel sonno) lasciò tutti sorpresi e stupiti, poiché non era certo persona dai grandi eccessi, e probabilmente negli ultimi anni nemmeno certe stranezze alcooliche gli erano più congeniali, si era anche diplomato infermiere(!).

Lo descrissi circa così a qualcuno, quando seppi del suo decesso: “Era un tipo davvero curioso, sai? Me lo ricordo in studio di registrazione a Londra, con un boccale da birra pieno di vino, o le correzioni della Guinness con il Fernet Branca.
‘Aveva questo sguardo sornione, non era troppo alto, il ciuffo sugli occhi, magari, eppure alla chitarra estraeva non solo lo “stile [John] McKay” ma tutto il resto che tutti conoscono ma poco collegano a lui: poco più di due album e mezzo, ma monumentali e poi il poco ricordato terzo album dei Generation X e anche nei Visage fece meraviglie.”’.

Ogni tanto, il Grande Scozzese ricompare nelle interviste ad altri chitarristi di talento sottile, cioè meno evidente, da ultimo in quella ai Manic Street Preachers sul numero 174 di Uncut, a pagina 35 James Dean Bradfield a proposito di come voleva suonare in The Holy Bible ricorda: “I really wanted to do a lot of my John McGeochisms, from Magazine, I was getting fed up with trying to ape Slash” ([4]).

Del resto, Siouxsie lo ha descritto come musicista in grado di creare quasi tutto: ‘I loved the fact that I could say, “I want this to sound like a horse falling off a cliff”, and he would know exactly what I meant’.

Ed allora “McGeochism” è un bella parola di sintesi, non solo musicale.



POST SCRIPTUM
Se ci riuscite, cercate in internet il documentario radiofonico “Spellbound: The Story Of John McGeoch”, per ricordare come egli potesse essere sia sinuoso, sia spigoloso nel suono: la quadratura del cerchio a sei corde, o quasi.

 
                                                                                                                      Steg


 

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[1] Molti ne seguirono ed alla fine smisi di contarli.
[2] E chissà oggi dove è Tony Selinger, pure conosciuto a Torino, che tanti biglietti e pass mi procurò.
[3] Anche Billy una persona davvero notevole.
[4] Avendo già citato in un altro mio post i Magazine, per chi volesse approfondire segnalo Helen CHASE, Magazine The Biography, Newcastle U. T., Northumbria Press, 2009.

mercoledì 31 agosto 2011

MANCHESTER: PIÙ DI UNA “M”, O DELLA IGNORANZA DEL CRITICO (ITALIANO, E NON SOLO?)

MANCHESTER: PIÙ DI UNA “M”,
O DELLA IGNORANZA DEL CRITICO (ITALIANO, E NON SOLO?)

Provate a leggere autori italiani che scrivono della scena musicale di Manchester: a parte il luogo comune della città grigia (ci sono stati?), leggete la lista degli artisti musicali citati e ne mancano sempre due, tre o quattro.
E precisamente: Buzzcocks, Slaughter and the Dogs, Magazine, Ludus.
Non è completismo mio, è imprecisione loro e rischio (per i lettori) di cavarsela (gli scrittori) con citazioni tralatizie che dicono ben poco.

Parto dai più trascurati: Slaughter and the Dogs, eppure la produzione del primo singolo è affidata all’artefice del Joy Division sound: Martin Hannett.

I lettori più prudenti di queste righe stanno già verificando il resto, i più precisi partono dai Buzzcocks perché “si fa presto a arrivare a Morrissey”.

E’ tutto un pretesto, il mio: fuori dalle strade più facili, cioè i dischi comperati e mai ascoltati (anche perché faticosi: sto dicendo The Fall che quindi sono “il quinto” artista), ci sono i Magazine, ovvero chi se ne va via alle porte di un, seppur piccolo, successo di pubblico: Howard Devoto lascia i Buzzcocks, crea una superband (per tutti valga John McGeoch) e Linder si occupa sia della grafica di Orgasm Addict ([1]) sia di quella dei Magazine ([2]).

Ma Linder chi è? E’: la girlfriend di Howard Devoto ([3]), la frontgirl dei Ludus (che sono artisti della label New Hormones nata con i Buzzcocks), appunto l’artista visuale più originale della scena mancuniana, l’amica con la “A” in maiuscolo ed inscalfibile marmo di Morrissey e, anni dopo, anche la moglie di Michael Bracewell, scrittore che potrebbe costarvi decine di sterline in libri non scritti da lui bensì solamente citati (ma perdereste qualche perla trascurando la sua produzione narrativa) che la lettura del suo England Is Mine può indurvi a cercare.


                                                                                                                      Steg



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[1] Secondo singolo per i Buzzcocks.
[2] Almeno il primo album, Real Life, è un caposaldo del dopo-punk a nord della capitale.
[3] Cercate il CD di Time’s Up, vero album di esordio dei Buzzcocks.