"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 1 marzo 2025

SONO FINITE LE BAMBOLE? (Facebook Down Series - 107)

 

SONO FINITE LE BAMBOLE?

(Facebook Down Series - 107)

 

https://www.morrisseycentral.com/messagesfrommorrissey/all-hollow

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 15 marzo 2016

NEL 1976 NON SUCCEDEVA NIENTE (ovvero: non c’erano i punk e nemmeno il punk, almeno in Italia)


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NEL 1976 NON SUCCEDEVA NIENTE
(ovvero: non c’erano i punk e nemmeno il punk, almeno in Italia)

 

Il post con cui inaugurai il blog si intitola “Note sul punk in Italia e a Milano” ([1]): negli anni ha subìto qualche correzione, è stato tradotto in lingua inglese per il blog, è stato in parte oggetto di commenti e qualche citazione.
D’altro canto: non potevo scrivere tutto lì per vari motivi; e il medium scelto (come in altre occasioni ho fatto presente) deve essere tale da permettere una lettura estemporanea, non consequenziale.
Negli anni ho scritto ancora di punk, ma anche di David Bowie e di fumetti.

 

Queste righe traggono origine da un anno, 1976, e una fonte precisa: il numero 112 del mensile musicale francese Rock & Folk (maggio 1976) in cui compaiono ([2]) una intervista a David Bowie e altra al regista cinematografico Nicholas Roeg e un profilo ampio sempre sull’artista londinese il tutto gli fa valere la copertina; talché l’intervista a Neil Young che precede il tutto si fa piccina. Considerate inoltre: che per alcune righe ivi si dà per scontato che tutti i lettori sappiano che James Osterberg è Iggy Pop e che a David Bowie si chiede cosa ne pensi di Metal Machine Music di Lou Reed.
Dunque Francia: a pagina 22 della rivista c’è una rubrica dedicata ai fumetti intitolata “Comix Parade” in cui si menziona il primo numero della rivista statunitense Punk (qualificata fanzine e di fumetti, evidentemente), ma nel testo non si citano i Ramones che appaiono titolati in copertina bensì il solo Lou Reed.
Philippe Manœvre sempre nel numero 112 recensisce sia City Lights di Elliott Murphy, sia Collectors Items dei Flamin’ Groovies.
A pagina 148 insieme ad altri (eterogenei) strilli promozionali compare un piccolo riquadro pubblicitario per Métal Hurlant, testata cui ho dedicato righe specifiche ([3]).
Tenete presente che la rubrica seminale per gli artisti dell’Esagono “Frenchy But Chic” è pubblicata su Rock & Folk a partire dal novembre 1978 ([4]).

 

Guardare all’Italia di quell’anno si risolve allora in un nonsenso: spiace notare che riviste dello spessore di quelle francesi – Best fu un buon concorrente di Rock & Folk – non sono mai esistite, in quanto le due eccezioni alla regola erano poco diffuse e hanno avuto una vita comunque breve e non connessa agli anni qui considerati: mi riferisco a Muzak (ottobre 1973-giugno 1976) e a Musica 80 (febbraio 1980-aprile 1981).
Per i fumetti occorre aspettare Cannibale (giugno 1977) e Frigidaire (novembre 1980) ([5]).

 

In questo panorama le conclusioni sono banali, o meglio lo sarebbero se non fosse che con il passare del tempo le mitizzazioni – soprattutto di chi non c’era ma è ancora vivo a discapito di coloro che invece potrebbero contraddirli se fossero ancora vivi – sono sempre in agguato.
E quale momento migliore rispetto al punk per mitizzarlo del suo quarantesimo anniversario, secondo il calendario britannico?

 

Dunque: nonostante l’esiguo stretto di mare che li separa, i francesi (o meglio i parigini) nel primo semestre del 1976 saranno influenzati soprattutto da qualche sprazzo della scena newyorkese già stabilizzata; sebbene nell’eterno dibattere su chi abbia introdotto la spilla da balia nell’abbigliamento compaia anche Elli Medeiros (poi Stinky Toys con Jacno) in tempo appunto per il 100 Club Punk Festival del 20 e 21 settembre 1976.
Incerte le datazioni di costituzione, sempre nel 1976, di Métal Urbain e Asphalt Jungle.

 

In Italia, io confermo la mia opinione: nel 1976 nulla “di punk” al di fuori di qualche acquirente di dischi, delle pochissime copie di quelli che arrivarono d’importazione.
E – ad essere benevoli – come fu nel 1975 per i Sex Pistols, un repertorio anglosassone magari con dentro una canzone di Bowie o una di Reed per chi suonava in un gruppo.
Qualche responsabilità per tutto ciò l’ebbe evidentemente anche la stampa musicale italiana. Questo sì.
Per un tentativo, serio, di celebrare un quarantennale del punk nel nostro Paese occorre aspettare il 2017: per ribaltare il titolo di un album che nel 1976 non so quanti conoscessero da queste parti, sarà di nuovo, e in ogni caso, in riferimento a qualcosa avvenuto too little too late.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] Da pagina 72. Avvertenza: questa intervista, di Herve Muller, non è contenuta nel numero speciale (Hors série n. 32) dedicato a David Bowie del gennaio 2016.
[4] Tenuta da Jean-Éric Perrin, essa è raccolta in un volume dallo stesso titolo: maggio 2013, Camion Blanc, ISBN 978-2-35779-290-6.

sabato 20 giugno 2015

SOTTOTERRA: UNA RIVISTA “NATA PER PERDERE”?


SOTTOTERRA: UNA RIVISTA “NATA PER PERDERE”? ([1])

 

Da un paio di mesi ([2]) circola (molto per corrispondenza, qualche copia in qualche negozio) una fanzine travestita da rivista: il titolo della testata è Sottoterra.

 

Il direttore è Luca Frazzi, uno dei giovani che non c’era ancora nel 1977 ma che ce la mette tutta, anche se ogni tanto gli è capitato qualche svarione ([3]).
La sostanza del suo editoriale è inutile che ve la riassuma io, leggetevela.

 

Meritevole la scelta frazziana ([4]) di elencare una serie di artisti italiani – individualmente o in blocco – onde inimicarsi meglio l’establishment del settore: rinvengo Francesco De Gregori, Dente, Vasco Brondi, il “concertone del primo maggio in piazza San Giovanni”, gli Afterhours.

 

La prima uscita vanta una lunghissima, lesterbangsiana (è un complimento) dunque, intervista a uno dei pochi che sono rimasti e che può raccontare a ragion veduta di John Anthony Genzale, Jr. ([5]); inevitabile che sia la storia di copertina. Vale il prezzo e, per assurdo, lo vale ancor di più per chi abbia (o avrà) una copia del libro dell’intervistato, Philippe “Flipper” Marcadé: Au delà de l’Avenue D.

 

Non so quanto durerà questa autentica avventura editoriale, anche perché non sempre si può avere una pepita d’oro per numero.

 

D’altra parte, per un decennio Johnny Thunders aveva un pubblico in cui molti aspettavano che morisse sul palco, non fu così.

 

Dunque lunga vita a Sottoterra, sebbene molti potrebbero pensare che – parafrasando il titolo della canzone più famosa di (The) Heartbreakers, ovvero “Born To Lose” – sia nata per perdere.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Nota musicale: post scritto ascoltando le registrazioni in sala prove di The Actress, ovvero quasi le New York Dolls, il 10 ottobre del 1971.
Post senza overdub e tutto dal vivo: buona la prima stesura, come sempre D.T.K., L.A.M.F.
[2] La copertina del numero 1 recita aprile 2015.
[3] Mi riferisco al suo volume di commento ai testi di The Clash.
[4] Che rischia di essere “fracchiana”, visto che lui nel colophon fa dei riferimenti all’altro personaggio celebre di Paolo Villaggio: Ugo Fantozzi.

venerdì 24 gennaio 2014

BIG STAR E ALEX CHILTON (una innegabile eredità musicale)


BIG STAR E ALEX CHILTON
(una innegabile eredità musicale)

 
Se i Big Star fossero stati più popolari, probabilmente non mi sarebbero piaciuti.
Data la mia quasi idiosincrasia per The Beatles, al fastidio ogniqualvolta ad una compagine musicale viene attribuita qualche somiglianza con loro ([1]) si aggiunge anche un maggior fastidio ove si assiste a una banalizzazione da successo commerciale dell’artista di turno.
 
Con il gruppo di Memphis, Tennessee, questo non accade.
Stante l’incomprensibilità del termine “power pop” per definire un ipotetico genere musicale ([2]), è più semplice lasciar perdere; anche perché, con discreto ossimoro, avremmo dei ragazzi di Memphis ispirati da britannici che si sono ispirati al genere blues che evidentemente nel Tennessee è una sorta di “cespite musicale”.
 
A un certo punto della vita di una persona che ascolta molta musica non di “corrente principale”, capita(va)no in casa gli album di due gruppi statunitensi: New York Dolls e Big Star.
Diciamo che non necessariamente “dovevano” arrivare tutti, anche perché non vi sono molti punti musicali in comune fra questi artisti (se non che entrambi conoscono bene quello che è stato creato prima di loro), ma dato che la discografia di studio essenziale di entrambi è costituita da due soli dischi ([3]), non è mai stato proibitivo conoscere l’intera produzione di Bambole e Stelle.
In realtà, ritengo che sia piuttosto difficile fermarsi nell’arricchire la propria collezione, almeno rispetto agli uni o agli altri: l’archeologia per entrambi è cominciata relativamente presto e quindi con il passare degli anni (e dei formati fonografici).
 
Esiste, forse, un punto di etereo contatto stilistico fra le due band: il primo album del gruppo fronteggiato da Alex Chilton si apre con “Feel” che suona molto Todd Rundgren, cioè il produttore artistico dell’esordio eponimo delle Dolls.
E, magari, seguendo la linea townshendiana non tutti sono torti, in quanto Rundgren capitanò i più britannici degli statunitensi: i Nazz ([4]).
 
Con Alex Chilton ([5]) condivido la data di nascita: 28 dicembre.
Ma Alex è stato anche un ragazzo meraviglia: giovanissimo aveva già fronteggiato The Box Tops: oltre il milione di copie con il singolo “The Letter”, la registrazione è quella demo (tutto senza X-Factor e, per contro, Elvis Presley non in disarmo).
 
La storia dei Big Star è quella di aspettative deluse, successi preannunciati che hanno girato nel punto sbagliato, ... ([6]).
Con ovviamente conflitti interni e egocentrismi di statura colossale, ma entro un mondo che si chiama, lo ripeto, Memphis ([7]) e non Springville, ed ivi si trovano i leggendari Ardent Studios ove si registrano le fatiche dei quintessenziali alfieri del ... power pop e cioè oltre a Chilton: Chris Bell (l’altra meta del nucleo creativo), Jody Stevens e Andy Hummel.
 
Le strade che potete percorrere anche da soli ovviamente non ve le disvelo, secondo la linea impressionista ([8]) del blog.
Posso solo mettervi in guardia rispetto alla pletora di varianti versioni della stessa opera musicale registrata dalle, instabili e susseguentesi, formazioni dei ([9]) Big Star.
 
Il fatto è che, per Alex Chilton la storia artistica sembra ricominciata per la terza volta “dalle parti del punk”: solista e autorevole ispirazione fra i reietti, si costruisce una carriera di album più o meno misconosciuti, fra loro anche sovrapposti seppur non coincidenti, padrino suo malgrado di una bohemia urbana, ovviamente darling dalle parti della manhattanita Bowery, senatore quasi senza platea per le sue orazioni a sei corde, anche triumviro con Alan Vega e Ben Vaughn, eccetera.
 
Poi ci sono le “riformazioni” per quelli che sono cosi nostalgici che sosterrebbero anche che Ringo Star sia un bravo batterista.
Dalla intervista del 25 aprile 1993 concessa dopo il concerto alla Missouri University ([10]) si percepisce il disagio del frontman.
 
Brutalmente e bruscamente: anche dopo la morte del bello e dannato Alex il 17 marzo 2010 (comunque molto più longevo di Bell deceduto il 27 dicembre 1978 ([11])), la Grande Stella continua a brillare per gli appassionati più maniacali e per i neofiti.
E forse è un bene perché i Big Star (e le NYD) devono ancora entrare, necessariamente, in molte case.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Devo dire che, per fortuna, non mi è mai capitato che un gruppo che ascolto fosse assimilato agli U2, di cui tollero solo Achtung Baby e Zooropa dati i riferimenti urbani, Berlino, e la produzione, Brian Eno.
[2] Power pop is a popular musical genre that draws its inspiration from 1960s British and American pop and rock music. It typically incorporates a combination of musical devices such as strong melodies, clear vocals and crisp vocal harmonies, economical arrangements and prominent guitar riffs. Instrumental solos are usually kept to a minimum, and blues elements are largely downplayed.
Recordings tend to display production values that lean toward compression and a forceful drum beat. Instruments usually include one or more electric guitars, an electric bass guitar, a drum kit and sometimes electric keyboards or synthesizers” (dalla relativa voce di Wikipedia).
Eppure il termine sembra essere stato inventato da Pete Townshend! Power pop is what we play—what the Small Faces used to play, and the kind of pop The Beach Boys played in the days of ‘Fun, Fun, Fun‘ which I preferred“: Altham, Keith. “Lily Isn’t Pornographic, Say Who”, NME, 20 Maggio 1967.
[3] Rispettivamente: New York Dolls (1973) e Too Much Too Soon (1974); #1 Record (1972) e Radio City (1974).
[4] Tre album per lo meno da vagliare ed antologizzare, sebbene non all’altezza nel loro complesso della successiva prima, ma abbondante, produzione solista dello Stregone Stellare.
[5] E con Mary Weiss, voce solista delle Shangri-Las.
[6] Per la loro storia, fino a un certo punto, rinvio a Rob JOVANOVIC, Big Star: The Story of Rock's Forgotten Band. London, Fourth Estate, 2004 e a Bruce EATON, Big Star's "Radio City" (33⅓). Continuum International Publishing Group Ltd, 2009.
[7] Lo stato del Tennessee (certo anche because of Nashville) con quelli di New York e della California detta - letteralmente - legge sul tema musica per tutto quanto non coperto dalla legislazione federale statunitense, e non è poco.
Fidatevi.
[8] Non voluta ma necessitata da onestà intellettuale e mediatica dell’autore.
[9] Lo so se scrivo “le” Bambole dovrei dire sempre “la” Grande Stella …
Esiste un album dell’evento, intitolato Columbia.
[11] Morto nel 2010, il 19 luglio, anche Hummel.

martedì 14 maggio 2013

I LUOGHI SIMBOLO SPARISCONO (è un problema di velocità, e le targhe commemorative non servono a nulla)


I LUOGHI SIMBOLO SPARISCONO
(è un problema di velocità, e le targhe commemorative non servono a nulla)

La pubblica amministrazione, ovunque, soffre di una incapacità innata di essere contemporanea.
Per questo motivo essa non riesce oggi nemmeno nei settori dove nel passato non sfigurava.
Attualmente, soprattutto in certe zone del mondo, un edificio e ancor di più un esercizio commerciale hanno una vita accelerata.
Impossibile, allora, per una struttura che ha dato il nome ad un aggettivo negativo: burocratico, reggere l’impatto e “proteggere” il passato.
Tempo fa scrissi ([1]) di un’insegna fondamentale per Manhattan, NYC: GEM SPA.
Trattandosi di una insegna commerciale (dunque assolutamente privata) la voce in capitolo della City Hall e del Major è minima o nulla.
Ma pensiamo ad altro: CBGB’s chiuso da tempo (ad essere onesti il Max’s Kansas City avrebbe dovuto preoccupare prima e anche di più).
Giorni fa (aprile 2013) ha chiuso Bleecker’s Bob (118 West 3rd Street), per essere soppiantato da una rivendita di yogurt; un negozio “di dischi” che è stato, almeno negli ultimi 20 anni (esisteva nel Greenwich Village dal 1967) non fondamentale o quasi per chi comprava musica (come accadeva anche dal più modaiolo Midnite sulla East 23rd Street): roba per gonzi disposti a spendere troppo per avere poco; dovevate andare da Subterraneans (in Cornelia Street) o da Other Music (sulla West 4th Street), semmai: il primo ha chiuso da tempo, ma nessuno, proprio nessuno, sembra essersene accorto.
Nonostante tutto, Bleecker’s Bob che molla il colpo e nessuno negli uffici del City Hall, giù verso Wall Street, che muove un sopracciglio spiace molto.


Anche perché le targhe e le ipocrite toponomastiche gothamite ([2]) non servono a nulla: se leggo “angolino Joey Ramone” non provo proprio nulla a meno di essere uno dei molti modesti che si esaltano quando arrivano a Dublino per via degli U2, mentre io provo un poco di fastidio – per colpa loro – sulla sotterranea linea rossa nella città bagnata dalla Spree.


Tutto perfetto, quanto ho scritto, ma c’è ancora qualcosa da proteggere?
O si dovrà ricostruire in studio anche la facciata dello stabile dove abitavano David Bowie e Iggy Pop a Berlino per il film a loro dedicato?



                                                                                                                      Steg




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[1] Rinvio al post “Soltanto Genzale”.
[2] Si dirà che nella Nuova Amsterdam almeno fanno quello, vero, ma fare l’inutile non serve, appunto.

giovedì 14 febbraio 2013

SOLTANTO GENZALE (just like Johnny Thunders)


SOLTANTO GENZALE
(just like Johnny Thunders)
 
Per Johnny Thunders ho una sorta di deriva non completista, bensì da studioso o da “discepolo musicista non praticante” (io ho una Rickenbaker nera, bellissima, che non so suonare).
 
Non mi picco di avere tutto ([1]), ma cerco di capire la sua essenza.
 
Sono anni che manco da NYC, l’ultima volta mi feci fare una foto sotto l’insegna di GEM SPA.
Volevo quella foto, non intensamente ma costantemente, da molto tempo.
Anche perché quella insegna è destinata a sparire (c’è ancora?) eppure essa anche se non è l’originale vale più dell’intero CBGB’s e della back room del Max’s Kansas City.
Sotto di essa stanno le New York Dolls e certo il mondo si divide al solito in due, anzi si divide in due un pianeta cosi piccolo che veramente si fa élite nella élite: GEM SPA lo trovi da solo o niente, sai cosa è o niente, capisci cosa è o niente.
Respirare l’aria di GEM SPA è un privilegio. Se state già correndo su Internet avete perso, piuttosto lasciate un commento e mostrate le vostre credenziali.
Un giorno passi di lì, alzi gli occhi e dici: “ah, è qui!”. Quel giorno per me fu nel 1986, eppure ci ero già passato anche in precedenza, ma non avevo notato quell’insegna.
 
Johnny Thunders è racchiuso tutto nella prima edizione della sua biografia, scritta da Nina Antonia: In Cold Blood ([2]). La prima edizione, non la successiva.
È uno di quei rari volumi che sfogli sapendo che in una riga trovi sempre qualche cosa di nuovo. La discografia svela album non ufficiali che promettono meraviglie o anche solo copertine per cui devi averli quei pezzi di vinile.
 
Johnny Thunders è lo sporco sotto le sue unghie, un premolare superiore mancante in una foto, la Gibson Les Paul Junior che ruggisce sicura più dell’opulenta White Falcon della Gretsch ([3]).
In un inizio-già-fine la foto in esterno del 1973 di lui seduto sugli scalini con un nido di corvi come pettinatura e i platform boot destinati a caracollare.
 
Johnny Thunders: una contraddizione in termini.
Protopunk axeman, ma maestro di antiche cover: “Pipeline” e “Wipe Out”.
Piccolo sciamano elettrico dalle versioni acustiche insuperabili.
 
Un figlio di New York che in patria non fu profeta.
 
Johnny Thunders è come la vittima di un incidente stradale che si trova su un’ambulanza che subisce un altro incidente. Nessuna speranza.
I testi delle sue canzoni non lasciano vie d’uscita.
 
Se qualcosa poteva andare male a qualcuno, andava male a El Thunders.
Tanto che è sua l’elegia funebre più significativa per Sid Vicious: “Sad Vacation”. Mentre una bella pagina su John Anthony Genzale, Jr. la scrive, alla sua morte, l’amico/compagno/rivale Richard Hell.
 
La mia copia originale (1977) dell’album di (The) Heartbreakers ([4]): L.A.M.F. ([5]) mi fu venduta da Tonito.
Alla fine del 2012 è uscito un cofanetto in formato CD, quadruplo, che si dichiara definitivo nel rappresentare quel disco e forse lo è pur se non completo.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
POST SCRIPTUM
Data la celebre visibilità dell’artista, e anche per augurare (perché no?) un grande successo a un coraggioso regista, aggiungo tre film alla storia di Mister Genzale.
Il primo è il leggendario, invisibile quasi quanto uno Stealth, Born To Lose The Last Rock n Roll Movie di Lech Kowalski. Dopo anni e anni sono riuscito a trovarne una buona copia in DVD anche se ufficialmente non è mai uscito in quel formato (o in altri), ma è un animale raro in certi festival cinematografici. Crudissimo, ma necessario.
Poi c’è la sorpresa, in quanto meno conosciuto anche nel solo titolo, di Mona et moi di Patrick Grandperret, pubblicato in DVD.
Infine, dai vari trailer disponibili promette molto bene – anche se gli intervistati portano le cicatrici della vita – il documentario di Danny Garcia (ma essendo di Barcelona forse nasce Daniel?) teoricamente in uscita nel maggio 2014: Looking For Johnny The Legend of Johnny Thunders.
Buona visione, dunque.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
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[1] Sebbene abbia molto, soprattutto in CD, ma quelli autografati da lui (ne ho riprodotto qualche copertina sul blog) sono degli album in vinile: quando nessuno li considerava, ora sono delle rarità: da morti tutti si apprezzano.
[2] Sembra un libro scritto su un morto, anche se lui non lo è: siamo nel 1987, muore nel 1991, il 23 aprile.
[3] A Manhattan, quando passavo per la 23rd Street per andare a mangiare, osservavo sempre le chitarre elettriche nella vetrina di un negozio di strumenti musicali strategicamente ubicato a qualche metro dall’ingresso del Chelsea Hotel.
[4] Senza il “The” sulla copertina, ma con il “The” nelle pubblicità dell’epoca.
Col passare degli anni l’album è stato attribuito a Johnny Thunders and the Heartbreakers.
[5] Esiste un solo, vero, album degli Heartbreakers, tutto il resto è altra cosa.
Il fatto è che molte delle sue versioni (o dovremmo chiamarle varianti?) si intitolano allo stesso modo: L.A.M.F., cioè Like A Mother Fucker.

domenica 5 febbraio 2012

TODD RUNDGREN (sicuramente un mago e, per chi ha una certa sensibilità musicale, una vera stella)

TODD RUNDGREN
(sicuramente un mago e, per chi ha una certa sensibilità
musicale, una vera stella)

A parte il veleno sputato dalle medesime Bambole sulla sua produzione dell’album di esordio delle New York Dolls, e le risatine stupide di certa stampa (pur se musicalmente) specializzata a proposito della reale paternità di Liv, Tyler e non Rundgren appunto, la mia conoscenza di Todd Rundgren era nulla.

Nulla sino a quelle scarne colonne erudite del Melody Maker lette mentre ero al tavolo di un ristorante (di cui non ricordo nulla) sulla Avenue of Americas verso la bella stagione del 1993 e la sera mite rendeva Manhattan deliziosa.
Quando, dopo la cena, uscii dal locale andai a comprarmi (esisteva ancora Crazy Eddie, direi) una sua antologia doppia; nei giorni successivi feci il resto, nel senso che oltre ai CD di una mezza dozzina di titoli acquistai anche le versioni in vinile di due album, perché mi pareva necessario soppesare il prodotto originale.

Todd Rundgren è un genio: dopo Phil Spector e poi Brian Wilson (circa epoca in cui creava e registrava Smile), prima di Prince. Auspico la sintesi sia chiara.
Lo dichiaro anche se non condivido la sua passione per The Beatles, ma questa ormai è mia prerogativa (il non apprezzare la band più amata del mondo): se ritenete che la prova delle cover possa essere decisiva per un artista, allora vi rimando a Faithful.
Solo un fuoriclasse può coniugare melodia e rock con un risultato mai indulgente e mai muscolare.

Trattandosi, ancora e per sempre, di artista (termine riduttivo: autore, interprete, produttore artistico) di culto, posso solamente rammentare che anche i tre album con i Nazz che precedono la sua carriera da solista valgono la pena (infatti, una loro canzone è presente in Nuggets ([1])).
Poi ci sarebbe la produzione con gli Utopia (nella mia visione risulta sufficiente un “best of”. Potrei sbagliarmi).

Il problema sta nell’ipotizzare di effettuare una scelta fra tutto quanto porta il suo nome.
Dal 2011 sono in corso ristampe ragionate (il che vi permette, anche, di non cercare la rara versione in vinile su etichetta Ampex di Runt – attenzione ai titoli esatti dei suoi dischi – che nella migliore delle ipotesi vi lascerebbe con cento Euro in meno nelle tasche) in formato CD; quindi fate attenzione a cosa comprate.
Dato per scontato che meno della doppia antologia non ha senso acquistare per poter gustare qualche scheggia del suo repertorio più che quarantennale, con l’avvertenza di un notevole contagiosità, potete partire – dopo l’inevitabile e presto ridondante predetta Anthology – con i tre seguenti: Something/Anything (doppio anche nel formato CD), A Whizard, A True Star (non è  un titolo immeritato) e Todd.

Todd Rundgren rientra nella cerchia – ridottissima nella consistenza (una dozzina?) – di figure della musica contemporanea che si stagliano con tale nettezza per cui la loro grandezza trascende l’epoca, esclude una catalogazione, nemmeno fa rimpiangere la tardività della sua scoperta da parte dell’ascoltatore.
Anzi: per assurdo ci si può quasi compiacere della propria inescusabile distrazione perché essa sarà in breve rimediata.

Ma cosa state aspettando?


                                                                                                                      Steg



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[1] Uno degli album di “artisti vari” fondamentali per chi cerchi, appunto, le basi non solo del punk: dubito che The Jesus and the Mary Chain non conoscano a memoria molte delle canzoni contenute in questo doppio vinile ormai da anni divenuto un quadruplo CD.