"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 1 marzo 2025

SONO FINITE LE BAMBOLE? (Facebook Down Series - 107)

 

SONO FINITE LE BAMBOLE?

(Facebook Down Series - 107)

 

https://www.morrisseycentral.com/messagesfrommorrissey/all-hollow

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 3 luglio 2015

L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY (Sketches series – 21)


L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY
(Sketches series – 21)

 

Per ragioni che non rilevano in questa sede, mentre lavoravo alla mia tesi di laurea saltò fuori l’ipotesi di tentare di frequentare un master negli USA. Oltre 30 anni fa, esistevano solo master degni di tale nome, erano tutti o quasi all’estero, il prestigio di quelli nordamericani era assolutamente massimo, anche se, per prudenza, misi in elenco altresì la London School of Economics.
La rosa delle università con cui tentare la lunga procedura dell’iscrizione era abbastanza semplice: Ivy League, cioè la lega dell’edera ([1]), e qualcosa d’altro (leggasi California), il tutto focalizzato sulle law schools (le nostre facoltà di giurisprudenza).

A memoria, il primo anno (fresco di laurea) tentai con: Harvard, Yale, Columbia, Michigan, UCLA e LSE; rimasi in equilibrio con la sola Columbia fino a luglio 1985, senza successo. L’anno successivo, intanto ormai un poco più esperto anche delle folli procedure di autenticazione documenti, dei corrieri transatlantici, delle lettere di presentazione obbligatorie, ridussi il tutto a Harvard, Yale e Columbia in cuor mio sperando di farcela e, magari, di poter scegliere e che nelle alternative ci fosse la Columbia School Of Law, cioè New York con un campus molto bello, a poche street da Harlem.

 

Conoscevo la Columbia University e anche la New York University ([2]) in quanto avevo frequentato le rispettive biblioteche di facoltà per ricerche riguardanti la mia tesi nella primavera 1983.
Andò bene: la Columbia mi accettò ad aprile, mentre Yale mi metteva in una sorta di pre-lista di “ammissibili”: non c’era ragione per aspettare e, poi, in fondo, lì volevo andare, quindi cominciarono le altre trafile: visto studentesco, garanzie bancarie, eccetera.

 

Anche su questo argomento, New York City non si scompone e i ragionamenti alla fine sono uguali per tutti i newyorkesi di nascita o di adozione, prendo a prestito quelli di Jerome Charyn, ebreo newyorkese, laureato alla Columbia: “Aveva frequentato per un anno la Harvard University, ma Cambridge nel Massachusetts, doveva essergli sembrata una specie di Sahara. Lui aveva bisogno di New York” ([3]) “Phipps volle fermarsi a New Haven a fare colazione. Holden rabbrividì, quando vide le torri di Yale. Era come entrare in un paese straniero, un paese dell’Inghilterra […]” ([4]).
Leggenda vuole che il cognome del protagonista del romanzo sia stato scelto ispirandosi a Holden Caulfield.

 

Se vi è venuta voglia di New York, provate con Metropolis: New York as Myth, Marketplace and Magical Land, pubblicato da Charyn nel 1986 e almeno edito due volte anche in Italiano.

 

 

                                                                                                                      Steg

  

 

POST SCRIPTUM TARDIVO E DEDICATO

Estate 2022, caldo.

Ho “ripreso” Suzanne Vega, che fu studentessa al Barnard College.

Magari prima o poi un post solo per lei.

Per ora, posso consigliarvi un album dal vivo: An Evening Of New York Songs And Stories.

 

 

                                                                                                                      Steg

 




 

 

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Cioè atenei ababstanza antichi, per I parametri nordamericani, da avere edera che cresce sui loro muri.
[2] Più giovane, più rampante e più caratterizzata da una forte matrice ebraica fra studenti e “strutture”.
[3] J. CHARYN, Elsinore, traduzione italiana (trad. L. Grimaldi): Milano, Interno Giallo Editore, I edizione, 1992, p. 37.
[4] Idem, pp. 41-42.

domenica 31 maggio 2015

NEW YORK CITY E IL SUO BEL FANTASMA (non andarci da adulti, ma solo tornarci)

NEW YORK CITY E IL SUO BEL FANTASMA
(non andarci da adulti, ma solo tornarci)
 
Questo è il quarto (ma è quasi il quinto) ([1]) post che dedico a New York.
Le angolazioni mi risultano facili non appena qualcosa me le richiama.
 
West Side Story oggi non dice molto, nemmeno il tetto con le gabbie dei piccioni di On The Waterfront. Eppure sono film marcatamente newyorkesi ([2]).
 
Probabilmente anche certe prose di Truman Capote, la terza fatica di Bret Easton Ellis o quel gioiellino di apparente leggerezza che è Fabulous Nobodies di Lee Tulloch non riescono più a dare quel gusto della Città che non dorme mai che essi hanno invece in sé.
 
E pensare che queste righe nascono dai documentari presenti nel secondo DVD di Taxi Driver in un’edizione commemorativa fuori moda (sic!), esso ormai film ([3]) che è anche un evidente omaggio alla metropoli sulle rive del Hudson, la quale per certi aspetti è diventata tutt’altro, un tutt’altro che spesso è spesso “poco” e “niente più”. Cioè novità assolutamente dimenticabili.
 
Pensavo che l’arrivo in Gotham City dall’aeroporto era di grande impatto molti anni fa.
Ma che arrivarci da Newark come spesso accade (leggi un turismo sempre più feroce e di massa) spegne molto fascino, mentre la linea d’orizzonte di Manhattan che appare venendo dal JFK o dal Laguardia un poco taglia ancora ([4]) il fiato alla ennesima visita.
 
I taxi da tempo non sono più quelle mezze scommesse gialle con le righe a scacchi bianconere anche senza aria condizionata e però sempre con quelle “partition” di metallo e plexiglass spesso un centimetro abbondante che ti mettevano in guardia ancora intorno all’inizio della decade ottanta.
 
Siamo dunque al fantasma di una certa città, con Times Square pedonalizzata per fine 2015, tanto per esemplificare mentre per tutti era comunque un lento ingorgo veicolare, e il chiosco di arruolamento nel US Marines Corp.
 
Altre cose le si dava per scontate: dunque improvvidamente non ho mai comprato una sceneggiatura di film, con la copertina di un qualche colore fluorescente, venduta su un banchetto lungo la Broadway verso la NYU.
Le ho viste per anni, poi sono sparite e della loro sparizione ci si accorge troppo tardi.
 
Curioso il destino della Nuova Amsterdam: dal suo fallimento o quasi alla sua rinascita fin troppo ordinata e pulita (tranne certe stazioni e tunnel della sua metropolitana, quelli impossibili da bonificare), con un prezzo da pagare molto alto. Cioè con l’eliminazione di pezzi della sua cronaca che stava diventando storia.
 
Ha un senso andare a New York? Probabilmente non ha senso se si hanno cinquant’anni o anche solo quaranta: a cercare ciò che non c’è più o che non è più vuol dire essere passatisti. Solo chi ci è già stato può tornarci, e magari collezionare qualche altra delusione.
Per chi ne ha venti forse è diverso, ma con l’avvertenza che molto di quello che vi propongono è, nemmeno una replica bensì, una ricostruzione ([5]).
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
POST SCRIPTUM
Raramente aggiungo a così breve distanza qualche ulteriore osservazione, ma dati i commenti di due attenti lettori, preciso.
Se si va oggi, soprattutto a 40 (o più) anni, a Gotham City per la prima volta si rischia di cercare il niente: cosa vedrete agli angoli “up To Lexington, 125 oppure “53rd and 3rd” ([6])?
Era già inutile percorrere Mercer Street (Manhattan) nel 1980.
 
A tutto il resto, aggiungo due film, utili o meno: After Hours ([7]) di Martin Scorsese e Alphabet City di Amos Poe.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
 
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[2] Sebbene il secondo sia girato nel New Jersey.
[3] Dobbiamo aspettarci cosa per il 40° anniversario del film?
[4] Il problema è il poco.
[5] Quale il significato di mangiare – specifico mangiare: tutti quelli che vanno per il solo merchandising sono dei vorrei non posso – al locale Hard Rock Café? Nessuna, eppure quello sulla 57th West Street, al civico 221, fu il secondo dopo l’originale londinese ad aprire: https://www.flickr.com/photos/johnsen/3224300971.
[6] Rispettivamente “I’m Waiting For My Man” e l’omonima “53rd and 3rd”.
[7] Quasi un nomen omen, direi.





 

mercoledì 25 giugno 2014

SON OF CAULFIELD


SON OF CAULFIELD

 

Molto raramente mi concedo di cambiare idea.
Ancor più sporadicamente tale revirement ([1]) si basa su certezze istintive.
 
Avevo già bollato la biografia (so to say) scritta da David Shields e Shane Salerno su Jerome D. Salinger – intitolata poco originalmente Salinger – come inacquistabile, ma la lunga recensione di Alessandro Piperno su La Lettura ([2]) del 22 giugno 2014, del quale non ho letto nessuna opera letteraria ma di cui mi fido come critico letterario (eh sì di qualcuno mi fido), mi induce a cambiare idea ([3]).
 
Interessa tutto ciò ai miei lettori? Non so, ma almeno segnalo un buon articolo da leggere.
 
A Piperno posso solo obiettare che egli avrebbe potuto citare Tommaso Landolfi quanto al profilo inesistente (cfr. Italo Calvino) o blank (cfr. Richard Hell) dell’autore “sulla” copertina.
Inoltre, egli potrebbe, anche, dichiarare di essere proprietario, come molti, di copia del “non più pubblicato” di Salinger.
Piperno Landolfi lo conosce sicuramente, mentre per i bootleg salingeriani concediamogli un qualche pudore, anche interessato, alle prede della sua biblioteca.
 
Inoltre, mi permetto, uso questo verbo con attenzione, una piccola analisi critica.
Holden Caulfield è realmente un outcast ([4]) o un self-outcast.
La sua non appartenenza alla società lo rende(va) certamente facile (o prevedibile) idolo giovanile.
Salinger avrebbe - dopo il certificato successo - potuto serializzarlo e, magari, uscire indenne dall’operazione.
Ci si può chiedere cosa spinse Susan E. Hinton a serializzare la sua narrativa. Ma la Hinton è un traguardo difficile, come i Ramones. La serializzazione ti rende di solito Federico Moccia, Moccia con meno successo (per l’artista musicale “mocciaesco” scegliete voi).
 
I libri di Salinger oggi non dicono più niente, o molto poco, a un giovane.
Ritengo che chi legge il capolavoro The Catcher in the Rye e non il resto del suo autore non abbia capito molto. Come ascoltare i Sex Pistols senza, almeno, un b-side ([5]).
 
Penso anche che attualmente Salinger vada letto di nascosto dai propri genitori: cioè asportando copia dalla libreria di famiglia senza farsi vedere.
Molti, sfortunatamente, avranno fra le mani solamente copia de Il giovane Holden (per di più recente e peggio ancora in Italiano, appunto) e dovranno arrangiarsi per il resto, anche con operazioni dubbie su siti Internet compiacenti.
 
Non posso, mi dispiace, raccontarvi il suono di una mano sola che applaude. Non è spiegabile.
Ma se siete arrivati fin lì siete sulla vostra, e quindi buona, strada.

 

 
                                                                                                                      Steg

 
 

 

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[1] Eh sì perché non sono curve a 45° ma a 180° quelle che percorro.
[2] Supplemento letterario al Corriere della sera. Non infrequentemente citato nel blog.
[3] Non al prezzo dell’edizione italiana, evidentemente.
[4] C’è un romanzo di Joseph Conrad intitolato An Outcast of the Islands, in Italiano la traduzione “reietto” può sembrare obsoleta, ma è corretta. Non è sinonimo di ribelle, ma può essere conseguenza di ribellione.
[5] Io scelgo “Satellite”.

martedì 6 maggio 2014

MARIO E NUCCIA FATTORI: JUST LIKE A PICTURE (la Milano che si doveva salvare)



MARIO E NUCCIA FATTORI: JUST LIKE A PICTURE
(la Milano che si doveva salvare)
 
Milano: ne scrivo, talvolta ex professo e talvolta incidentalmente.
Magari scrivendo di persone.
 
Ogni tanto ci sono delle fiammate, casuali, e riparto.
Cosi mi ritrovo, ancora, a dannarmi su quelle note, dieci secondi, del “Carosello” del chewing gum “Brooklin” interpretato da Carla Gravina ([1]).
 
Ed ecco dunque comparire Mario Fattori, una “bella faccia” (cioè interessante, come si dice a Milano): https://www.youtube.com/watch?v=KNblOgo7bkc&list=PLA22C2C189CA4ECF5 ([2]).
Questo è uno che a New York ci andava spesso quando ancora non si volava da Milano con i 747 Boeing (tanto per dire).
 
Cercando una pseudo partenza, opto per la moglie Nuccia Fattori: https://www.youtube.com/watch?v=48RdL6iOFvg, il jazz, Jerry Mulligan.
 
Vi piace la musica anni sessanta, allora si parte con quanto racconta uno come Oliviero Toscani: https://www.youtube.com/watch?v=AAAYhj0ub6c.
Jimi Hendrix a casa di Fattori, mica male, no? Uno statunitense andato a cercare fama in Gran Bretagna, che suona a Milano perché allora a Milano c’erano (ancora) gli artisti internazionali che venivano non per carità.
 
Volete altra New York? Eccola secondo Carlo Orsi, fotografo (fotografo anche “di Milano”): https://www.youtube.com/watch?v=CckJNjZWp38&list=PLA22C2C189CA4ECF5 .
 
D’accordo, già un poco di retrogusto lo avete, ecco Fattori era uno “non tanto regolare” ([3]) https://www.youtube.com/watch?v=2dCcKTZXWO4&list=PLA22C2C189CA4ECF5, come ricorda l’architetto Enrico Baleri, ma il name dropping del milieu manhattanita di Fattori è devastante.
 
La Signora Fattori, però, non era da meno.
Per le fashion victim ([4]) riporto dal Corriere della Sera: “L’ intera via Spiga vantava due cartolerie, una panetteria, una polleria, una salumeria, una merceria, la «Drogheria Centrale». Non ha mollato solo la salumeria. Ma sarebbe un’operazione di basso crepuscolarismo rimpiangere quel che è stato sconvolto dalla moda, con grossi vantaggi per la città. Pioniera fu Nuccia Fattori. Aprì una boutique quasi all’ angolo con corso Venezia. La chiamò «Cose». Era il 1963, anno chiave nella moda e nel costume, l’ anno della minigonna a Londra, di Mary Quant, dei Beatles. Leggo sul «Dizionario della moda», che anni fa curai per la Baldini & Castoldi: «Nuccia Fattori accostò ai suoi abiti e alla sua maglieria, i capi di Biba, Zandra Rhodes, i golf di Sonia Rykiel, quelli ricamati di Emmanuelle Khanh, le femminilissime avanguardie di Chloé e persino la marziale aggressività di Rabanne. Ma, nello stesso tempo, Nuccia era attenta a valorizzare il talento di Walter Albini e l’ estro eversivo e giocoso di Cinzia Ruggeri»” ([5]).
Mi pare abbia chiuso da tempo anche la salumeria. È anche morto Guido Vergani.
Per il resto, rimando a quanto già scritto, anche da me ([6]).
 
Devo questo splendido tuffo nella mia Milano a “Storieminime”: una sorta di portale su You Tube che ha il solo difetto di farci capire che il fantastico documentario su Mario Fattori non è disponibile. Forse non è mai stato completato?
Non sono nemmeno riuscito a trovare uno straccio di profilo completo di Mario Fattori (e la General Film oggi che fine ha fatto quanto a archivio?).
 
A chiudere: “New York: just like a picture!”: Stevie Wonder, “Living for the City”.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
POST SCRIPTUM
 
Ore dopo aver caricato il post, sempre non avendo reperito quanto cercavo, sono incappato in un passo che riporto anche se mi pare, sinceramente, eccessivo nei contenuti e nello stile. Giudicate voi. E una discreta contraddizione: il rock è tutto “made in the UK”, sebbene sia poi ampiamente esportato negli Stati Uniti.
Il punto più alto di rappresentazione percettiva ed evocativa dello stile pop viene raggiunto tra il 1967 e il 1970 con l’esemplare spot della “Gomma del Ponte”. Già il fatto che un dolcificio lombardo (Perfetti) sia riuscito nell’impresa di americanizzare un suo prodotto, convincendo i consumatori a inserirlo coerentemente nel loro sistema iconico alla voce “made in USA”, è un elemento supremamente pop. Per la prima volta una colonna sonora (fantastica) all’altezza delle immagini (modernissime). Girato interamente a New York da uno dei più raffinati pubblicitari italiani, Mario Fattori (che ne è anche il produttore), è un’allucinazione retinica, un videoclip in anticipo sui tempi. Una giovane (l’attrice Carla Gravina) senza alcun motivo plausibile corre sul ponte di Brooklyn. Frame velocissimi e sovrapposti – ritmo martellante scandito da un’armonica a stantuffo blues – giochi ottici luce/ombra creati dai raggi di sole che filtrano tra i piloni del ponte (effetto dream machine). Wow!!! Nello spot c’è tutto: la lezione del new american cinema, l’underground, l’arte cinetica programmata, i light show, gli effetti stroboscopici , il rock (“Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, Hendrix? Cream?) il docu-drama hip (Cheeta? Fillmore? Greenwich Village?) e c’è persino il messaggio (il gap generazionale che nemmeno il ponte di Brooklyn riesce a colmare… provate a prendermi!). Uno shock culturale per chi era cresciuto a baffi, bonazze e mandolini. Un brillante saggio antropologico dal lontano pianeta America che la Rai Radiotelevisione Italiana fingeva ancora di non aver scoperto’ (Matteo Guarnaccia, “La ragazza di Venus”, tratto da Dreams: i sogni degli Italiani in 50 anni di pubblicità televisiva (a cura di Gianni Canova), Milano, La Triennale di Milano - Bruno Mondadori, 2004, pagg. 213-215).
 
 
 
 
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[1] È citato in due post, (cercate con l’etichetta Carla Gravina) nel secondo ho anche dato la stringa: http://www.youtube.com/watch?v=xDX38F3YkUM.
Non sono certo della datazione, ma poiché si parla di “Woodstock” dovrebbe essere successivo all’agosto del 1969.
[2] Dissento totalmente dalla scelta di Carla Gravina. Totalmente.
[3] Per scriverla alla Umberto Simonetta.
[4] Invitate a cambiare blog, ce ne sono tanti: quelli dove leggete di “pantalone”, “taggare”, eccetera.
[5] Il passo è tratto dalla rubrica “Il Milanese” di Guido Vergani, “Via Spiga, così è nato il salotto della moda”: http://archiviostorico.corriere.it/2003/maggio/04/Via_Spiga_cosi_nato_salotto_co_7_030504038.shtml
[6] Il post ‘“SALVIAMO MILANO”. NO TROPPO TARDI! (più che nostalgia, rabbia)’.


giovedì 7 novembre 2013

JEFF BUCKLEY: NEWYORKER BY ACCIDENT?


JEFF BUCKLEY: NEWYORKER BY ACCIDENT?

 
Il giorno in cui arrivò la notizia della morte (o meglio presunta morte dati i giorni di scomparsa, o forse era la data del cadavere ripescato? Non ricordo) di Jeff Buckley c’era in cartellone un concerto al Tunnel, a Milano. Non ricordo l’artista.
Dovevo incontrarmi lì con la mia amica Anna M. ([1]). Lei pianse come una fontana, e certo non si gustò l’esibizione dal vivo.
È in buona parte merito suo se mi avvicinai a questo cantautore, ma anche vorace interprete di altrui canzoni, come si vedrà.

 

Infatti, Buckley junior è fra gli artisti, come Kurt Cobain, che nei miei canoni ([2]) soffrono a causa della loro sovraesposizione (e santificazione) mediatica.
Del resto, avere una madre come esecutore testamentario artistico è peggio della morte, se poi ella è anche la vedova di vostro padre Jeff, anch’egli artista nella musica, allora è (se possibile) oltre il peggio: in certi ambiti occorre anche un poco di realismo e di cinismo: davvero si può pensare che Columbia (ora Sony) accettasse di pubblicare una serie di album dal vivo di un artista morto di cui esistono solo due album ufficiali in studio (uno è postumo)?

 

Jeff Buckley post mortem è stato quindi spremuto come un limone dal suo produttore di fonogrammi, ma senza velleità filologiche; spesso sembra di ingerire minestra riscaldata.
Ad esempio, esiste una MC7 importantissima, che si può ascoltare solamente grazie a un buon CD bootleg, di registrazioni demo fra le quali una cover di “Killing Time” di The Creatures (Siouxsie e Budgie): si tratta di Prelude To a Dream – The New York Garbage Can Tape.
Altro CD non ufficiale contiene la registrazione del concerto del 31 dicembre 1995 al Mercury Lounge di New York City.

 

Sì, perché dal sud della melmosa California (tanto vischiosa che The Skid Row fecero una cover di una sua canzone per onorarne la morte) Jeff si era trasferito a Gotham City, come qualsiasi persona dotata di senno.
La mentalità newyorkese è unica, non migliore, ma unica (come quella berlinese).

 

Quoi faire (a parte non seguire certe pronunce sgangherate di brave persone un poco grezze ([3]))?
Mentre vedete un documentario dedicato al secondo Buckley, andate per le edizioni espanse ufficiali di quanto egli ha registrato, e poi affidatevi ai siti internet amatoriali per farvi una idea. “Halleluja:” rimane comunque noiosissima, mentre nessuno oserebbe ascoltarsi consecutivamente più versioni di “Grace”.
Ma il, non giovanissimo (morì a 30 anni) Jeff era un segugio di canzoni misconosciute: se un lettore di 20 anni di questo post ascolterà la sua “Kick Out The Jams” e poi cercherà l’originale, la missione sarà di nuovo compiuta.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Un’anima tormentata e spesso non rispettata, lo posso scrivere per certo. Anna morì male, prematuramente, di una rara malattia.
[2] Canone nell’accezione musicale: cfr. “the European canon is here”: David Bowie, “Station To Station”.
[3] Non tutti hanno la cultura di Richard Hell.