"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 25 giugno 2024

ALDO BUSI? DISCRETO DISINTERESSE (Facebook Down Series – 50)

 

ALDO BUSI? DISCRETO DISINTERESSE

(Facebook Down Series – 50)

 

 

https://primabrescia.it/attualita/aldo-busi-quarantanni-fa-il-suo-primo-romanzo-seminario-di-gioventu/

 

 

Prima edizione, primo romanzo

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

 

mercoledì 27 marzo 2024

GIORGIO FALETTI: DANNEGGIATO DALLA CRITICA POSITIVA? (half sketch)

 

GIORGIO FALETTI: DANNEGGIATO DALLA CRITICA POSITIVA?

(half sketch)

 

Difficilmente cambio opinione, quando capita di solito mi spiego il motivo (non per giustificarmi).

 

Fui molto deluso dalla lettura di Appunti di un venditore di donne di Giorgio Faletti ([1]), che ricordo acquistai alla sua uscita.

Probabilmente la colpa fu una recensione entusiastica di Antonio D’Orrico: suo massimo paladino che evocava Umberto Simonetta ([2]), e probabilmente anche Giorgio Scerbanenco ([3]), e ovviamente Milano ([4]).

 

Ho poi letto Io uccido ([5]): non ho capito le ragioni del suo successo, ma non essendo io un estimatore di Umberto Eco (anche lui piemontese) romanziere …

 

Ho quindi letto Pochi inutili nascondigli ([6]): qualche racconto mi piacque.

 

Strane le idee: la miglior biografia di Faletti se la è scritta lui, abbinandoci due CD ([7]): Da quando a ora.

Non mi risulta nessuno studio della sua opera letteraria (qualche tesi di laurea?) ([8]).

 

Giorgio Faletti era sicuramente una persona di grande talento, ma le classifiche non sono mai buone consigliere: sostenere che lui (lo sostiene D’Orrico) fosse il più grande romanziere italiano (e ciò contribuì al suo iniziale successo)?

Faletti confessa(va) un vocabolario non ricco. Aldo Busi vanta, sé dicente, il massimo vocabolario di autore nazionale.

 

Giorgio Faletti sbagliava le pronunce (difetto tipicamente italiano ([9])). Con l’Inglese invece mi pare nulla quaestio.

 

Probabilmente gli hanno costruito un alto profilo e lui ha pensato che sputarci sopra non fosse poi una grande idea.

 

 

(continuerà il post)?

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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giovedì 22 febbraio 2024

ALDO BUSI (vezzi: non suoi, miei)

ALDO BUSI

(vezzi: non suoi, miei)

 

 

Ho già scritto ex professo su Aldo Busi, sebbene in modo non esaustivo ([1]).

 

Ieri, riprendendo in mano copia cartacea (con gli e-book non è fattibile) di Busi in corpo 11 di Marco Cavalli ([2]), ho scoperto che tengo fra le ultime pagine le ricevute di prestito libri bibliotecario di quando un esemplare era introvabile.

Ma poi, dato che si tratta di volume corposo, finiva che avevo letto e riletto sempre le solite pagine.

 

Bella intervista, d’annata, caricata di recente su YT: https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/intervista-ad-aldo-busi?urn=urn:rsi:video:13518436

 

Auguri a Aldo Busi, naturalmente, per il 25 febbraio.

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

PS: the one and only Marco Cavalli: https://www.youtube.com/watch?v=n8aQV29UXXU

 

 

 

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mercoledì 2 novembre 2022

ALDO BUSI

 

ALDO BUSI

 

Le mie prime due dediche di Aldo Busi. Al termine della sua presentazione milanese del 31 marzo 2015.

 

Persona interessante ([1]).

Come sarebbe a dire interessante? Beh Aldo Busi richiede un certo impegno.

 

Innanzitutto lo, “LO?”, scrittore, nato e residente a Montichiari ([2]), parla e dichiara molto e dunque occorre leggere quello che non scrive.

Occorre o occorre anche?


Aldo Busi e le sue opere: separabili? Certamente, ma senza i suoi scritti non rileverebbe ciò che egli dichiara in quanto in Italia essere un pensatore serio (tutto il resto è panem et circense) è una conseguenza ([3]). Il che non contrasta con questa sua affermazione: “Io sono uno scrittore che va in televisione, non un personaggio televisivo che scrive” ([4]) perché il mestiere del personaggio televisivo non è un mestiere al di fuori dei normali canoni artistici.

 

È quasi una frase fatta quella per cui da molte persone i libri di Umberto Eco sono comprati e semplicemente riposti sullo scaffale (con il passare degli anni semplicemente si riducono i compratori travestiti da lettori, ma il fenomeno pare persistere).

Cosa accade con Busi? Beh risultano taluni lettori seriali per cui preoccupa un poco la loro monotonia nel rileggere più di una sua opera, incluse quelle non (ancora?) riscritte.

Secondo un “venditore di libri usati” ([5]), invece, non li legge nessuno quelli dell’illustre bresciano; il che se fosse vero significherebbe un’autorevolezza maggiore di quella dell’autore alessandrino.

  

Credo che sia nel mio carattere a questa mia età: una persona intelligente non può deludermi e non può ferirmi, se non mi aspetto molto.

In termini più banali: con Busi uscirei a mangiare anche se egli non è in cima alla mia lista.

 

Sconto il suo essere persona pubblica.

Apprezzo i suoi disprezzi, del resto io su Fb non distribuisco nastrini di benemerenza.

Mi aspetto le sue contraddizioni: ricucirà con Travaglio?

 

Le date sono inesorabili.

 

A mio avviso non ha senso paragonare Pier Vittorio Tondelli e Aldo Busi.

Ma quando Busi - preferibilmente Tondelli vivo - critica lo scrittore di Correggio siccome autore di letteratura omosessuale, beh forse esiste un fattore cronologico autoriale che con la frattura generazionale fra loro fa suonar male certi asti verbali dell’illustre, altrettanto, provinciale bresciano.

 

Se dovessi riassumere la differenza che rilevo da lettore fra loro, ne troverei due.

Busi non ha mai scritto di una condizione giovanile (sua e altrui) perché, a differenza di Tondelli, egli non poteva essere giovane prima di diventare adulto.

L’urgenza tondelliana manca allora nel popolare busiano.

Ben mi è noto che uno dei libri più riscritti (e quindi oggetto di edizione) da Busi è Seminario sulla gioventù, ma la mia opinione non cambia. 

 

 

 

POST SCRIPTUM  A UN INCOMPIUTO

Mi è già capitato di pubblicare un post non completato, e poi appunto di ultimarlo.

Di questo, vecchio di sette anni, avevo perso traccia.

Nel frattempo, Aldo Busi è diventato quasi invisibile (pur se con altri due libri pubblicati ([6])) e la sua ultima fatica, con un titolo (provvisorio?) ormai sarebbe ultimata da un paio di anni ([7]).

Per ora questo è quanto, anche da parte mia.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Che veste malissimo, ma sembra quasi voluto. Glielo si perdona per le stesse ragioni per le quali andrebbero arsi vivi certe sciacquette marchiate e i cosiddetti – ma da chi? – hipster cortocalzonati e tutte le loro varianti generazionali.
[2] In argomento ho concluso il ragionamento. Con sorta di landolfiana schizofrenia, egli ha optato per due righe nel risguardo di copertina, ma esigendo una bibliografia precisa - anche perché egli è solito rivedere, integrare, riscrivere le proprie opere - nelle pagine dei suoi libri.
[3] Penso a Carlo Freccero.
[4] Dichiarazione tratta da una intervista del 2010 (vista l’età declinata dallo scrittore e un suo riferimento cronologico) realizzata da Renato Catania per il periodico Lo Strillo: http://www.giornalando.net/intervista-ad-aldo-busi.html.
[5] Il quale nega sempre di frequentare i mercati e le bancarelle, onde quando lo incrocio in quegli àmbiti fa finta di non vedermi.
[6] Curiosamente Wikipedia li cataloga come “altri scritti”, entrambi. Si tratta di Vacche amiche, Venezia, Marsilio Editore, 2015 e di Le consapevolezze ultime, Torino, Einaudi, 2018.

martedì 12 luglio 2022

DAVID BOWIE, MORRISSEY, ALDO BUSI (note marginali su talento e mercato)

 

DAVID BOWIE, MORRISSEY, ALDO BUSI

(note marginali su talento e mercato)

 

Questo post trae origine dall’ennesimo ascolto di Metrobolist, album di David Bowie che si risolve ([1]) nella “nuova versione” di The Man Who Sold The World ([2]) ([3]).

 

La riflessione che ne è conseguita, e che si è arricchita con riferimento ad altri due autori (anche artisti, direi, entrambi), è rispetto a un dettaglio spesso trascurato: “chi decide cosa pubblicare/distribuire” ([4]).

 

La storia della musica fonografica” offre innumerevoli esempi, ma qualcuno è più significativo di altri.

È quasi evidente che se RCA pone “sotto contratto” Elvis Presley dopo averlo comprato dalla Sun Records, lo pubblicherà: meno evidente è il successo di Elvis (1956).

Stesso ragionamento se si decide di scommettere su artisti nati morti commercialmente, come Velvet Underground e The Stooges.

Ma pensate a David Bowie: artista non esordiente, con alle spalle insuccessi fonografici: finalmente nel 1969 il successo con il singolo “Space Oddity”, ma l’album (che inizialmente ha ancora il solo nome dell’artista, come il primo) non sfonda.

Solo la tenacia della poi moglie, Angela Barnett, e del nuovo manager, Tony Defries, conducono l’artista londinese al nuovo contratto con la Mercury Records che, evidentemente, crede nel nuovo album, sebbene anch’esso non sarà un blockbuster: è appunto The Man Who Sold The World.

E Defries riuscirà a portare in RCA (coincidenza) David Bowie ([5]). Il resto è storia.

 

Ora andiamo al 2022 (ma se ne poteva scrivere anche l’anno scorso, gli è che nulla è cambiato), per due casi opposti al precedente.

Cronologicamente non sono in grado di indicare chi “non arriva” per primo fra loro, ma per adiacenza artistica, musica, comincio con Morrissey ([6]): artista musicale di grande successo, prima con The Smiths e poi come solista.

Ebbene: Morrissey da qualche anno è senza un “contratto”, e dal 2021 ha pronto un nuovo album di studio di inediti, non pubblicato: Bonfire of Teenagers ([7]). Perché?

 

Aldo Busi, autore italiano fra i più noti e discussi ([8]) si trova in una situazione analoga a Morrissey: un romanzo “pronto” dalla fine del 2021, sul titolo non v’è certezza, ma è senza editore ([9]).

 

In conclusione, forse ovvia: il talento non basta, e nemmeno il potenziale commerciale e, aggiungo, nemmeno le nuove tecnologie, perché poi un fonogramma o un libro smaterializzato non hanno grande fascino per artista e autore.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[4] Verbi usati in accezione tecnica: si considerino gli articoli 12 e 72 della legge n. 633 del 22 aprile 1941, nonché l’interpretazione prevalente data alle modalità di pubblicazione delle “opere musicali”.

[5] Fra l’altro, per merito di Defries David Bowie sarà proprietario dei propri “master recording”, cioè delle proprie registrazioni

[7] https://www.nme.com/news/music/morrissey-announces-new-album-bonfire-of-teenagers-the-best-album-of-my-life-2952106

lunedì 19 maggio 2014

STUFO DEL “TU”


STUFO DEL “TU”

 

Ho già scritto ([1]) della mia insofferenza per le formule di fraseologia che – per paura e/o inadeguatezza di coloro, moltissimi, che le utilizzano – sono impiegate per escludere tutto quello che è, invece, normalità: esemplifico con “tutto bene?” senza ascoltare risposta per paura di riceverne una vera e, giocoforza, sotto la soglia del “bene”, figuriamoci se uno osa rispondere “no, va piuttosto male”.

 

Ma fastidio mi causa, da molti anni, anche il “tu” ad ogni costo: una forma di apostrofazione impiegata come scialuppa di salvataggio da (e di) tutti quelli che cercano di “tocchicciare” la personalità di chi gli sta davanti per scavalcare l’invalicabile. Perché quando si arriva al tu è più difficile essere vaghi e, occorrendo, giustamente scostanti.
Ovviamente non sto descrivendo il “ciao capo” di chi vuole venderci qualcosa per strada: lì è riconosciuta la non confidenzialità insieme alla necessità di un approccio immediato. Nemmeno critico il “tu” sportivo con il compagno di doppio di tennis (o di tatami). Sono meno sicuro se un allievo e un istruttore possano sempre scavalcare il “lei”.

 

No, sono il “tuteare” a ogni costo il vicino di casa; la presentazione obbligatoria con il solo nome proprio che presuppone il “tu”, ma il “piacere” (inesistente eppure sempre detto all’atto del primo incontro) a corollario di quel tu infausto, durante una qualsiasi situazione pubblica irrilevante ([2]).
Tutti a darsi del tu, quando le stesse persone su un mezzo di trasporto pubblico nemmeno sopporterebbero il reciproco contatto, magari.

 

Io do del lei, perché non permetto e non concedo familiarità”: Aldo Busi ([3]).

 

Quindi se avete la possibilità di parlare per primi, date del lei, altrimenti cercate di capire al più presto se chi vi ha dato del tu è nella patologica norma e, dunque, degno di oblio entro i successivi 5 minuti ([4]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] A partire dal post, dal titolo e sottotitolo chilometrici: “Il ‘pantalone’ e il ‘Caipiroska alla fragola’:” il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose”.
[2] A parte la maleducazione del dire “piacere”.
[3] Dalla intervista rilasciata a Bonsai TV: https://www.youtube.com/watch?v=QrMyvgLQQH8.
[4] Se lo/la reincontrerete userete il “lei” ovviamente.

domenica 16 giugno 2013

SCUOLE DI SCRITTURA? NO GRAZIE


SCUOLE DI SCRITTURA? NO GRAZIE
 

Quando ero ragazzino, la mia amica S. era amica di Stefania Craxi, figlia di Bettino (noto ma ancora lontano dal diventare Presidente del Consiglio).
Qualcuno a una festa raccontò che il fratello minore di Stefania, Bobo, prendesse lezioni di ping-pong. Non ho mai potuto verificare la veridicità di questa voce.

 

Le strade delle città del mondo sono lastricate di scuole di scrittura.
Avendo una credo buona conoscenza della materia giuridica di riferimento, io comprendo ancor meno come si possa insegnare l’originalità, anche se essa caratterizza le opere dell’ingegno con un potenziale creativo minore di quello di un’invenzione ([1]).
In fondo il ping-pong è uno sport, la scrittura non credo.

 

A Jerome David Salinger non ho perdonato che egli non si fosse opposto al nome assunto dalla scuola di scrittura “Holden” (appunto), italiana e facente capo a Alessandro Baricco: nome che suona come appropriazione palese dei meriti del protagonista di The Catcher in the Rye ([2]) e dunque dello stile di Salinger.

 

A pagina 39 del numero del 15 giugno 2013 di la Repubblica c’è un’intera pagina lasciata allo sfogo di Aldo Busi nei confronti dei giornalisti che hanno strillato le sue pretese doglianze per essere stato escludo dalla cinquina dei finalisti del 2013 del premio letterario Strega.
Periodi lunghi, punteggiatura scarsa, Busi sarebbe un pessimo allievo di una scuola di scrittura.

 

Per contro, sempre il 15 giugno 2013 sul canale televisivo RAI5 nel corso di un documentario francese di quest’anno dedicato ad autori (letterari) newyorkesi (almeno per residenza) non ho sentito una frase non banale a parte qualche considerazione di Paul Auster. Su New York City alla fine degli anni settanta ne so più io.
E fra loro, intervistati nel documentario, qualche frequentazione di scuole di scrittura c’è stata.

 

Raul Montanari mi piaceva molto, da qualche tempo un po’ meno. Nulla di personale, con me è stato sempre molto gentile.
Lui che cerca di scrollarsi l’etichetta di scrittore di genere e insegna (anch’egli) scrittura, forse non si rende del tutto conto che gli scrittori di genere possono scrivere situazioni ripetitive, ma non sempre lo stesso romanzo, perché i loro lettori se ne accorgerebbero.

 

Insomma: i bravi scrittori lo sono indipendentemente scuole di scrittura che frequentano o nelle quali insegnano (e anche indipendentemente dal fatto che piacciano o non piacciano a me).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per i più curiosi: legge n. 633 del 22 aprile 1941 (“Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”) e decreto legislativo n. 30 del 10 febbraio 2005, n. 30 (“Codice della proprietà industriale”).
[2] Siccome non è obbligatorio saperlo: il titolo originale di Il giovane Holden è The Catcher in the Rye.
Provate a fondare una scuola di scrittura dal nome “L’afferratore nell’avena” o, anche, “Vita di uomo” (primo titolo italiano in un’edizione precedente quella (oggi quelle; quanto a traduzione) di Einaudi) oppure Caulfield (cognome di Holden).