"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 7 ottobre 2022

HOUELLEBECQ TURISTA A NEW YORK CITY (“Know your enemy”) (Sniper series – 45)

 

HOUELLEBECQ TURISTA A NEW YORK CITY (“Know your enemy”)

(Sniper series – 45)

 

[Premesso che continuo a non capire come mai La nave di Teseo (leggasi Elisabetta Sgarbi) non offra a Aldo Busi di pubblicare il suo - appunto inedito - ultimo romanzo,] Rilevo (courtesy of L'Avvenire) che per quei tipi è in uscita una raccolta di scritti di Michel Houellebecq, Interventi: il quotidiano cattolico (in data 5 ottobre 2022) ci offre uno suo scritto su NYC.

 

Lo scritto di Houellebecq peraltro è banalotto: verosimilmente egli non ha frequentato NYC in decadi diverse, non ha letto Jerome Charyn, non ha letto Nik Cohn, ... (Vogliamo anche citare i romanzi The Wanderers e quelli che hanno ispirato Carlito's Way? Perché qui si confonde un Borough con cinque e non va bene), non ha letto Ed McBain, quid due film di Spike Lee (Son Of Sam e The 25th Hour, il secondo tratto dall'omonimo romanzo), Abel Ferrara, e pure Yves Adrien del suo primo libro?

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

 

 

 

© 2022 Top Shooter

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venerdì 3 luglio 2015

L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY (Sketches series – 21)


L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY
(Sketches series – 21)

 

Per ragioni che non rilevano in questa sede, mentre lavoravo alla mia tesi di laurea saltò fuori l’ipotesi di tentare di frequentare un master negli USA. Oltre 30 anni fa, esistevano solo master degni di tale nome, erano tutti o quasi all’estero, il prestigio di quelli nordamericani era assolutamente massimo, anche se, per prudenza, misi in elenco altresì la London School of Economics.
La rosa delle università con cui tentare la lunga procedura dell’iscrizione era abbastanza semplice: Ivy League, cioè la lega dell’edera ([1]), e qualcosa d’altro (leggasi California), il tutto focalizzato sulle law schools (le nostre facoltà di giurisprudenza).

A memoria, il primo anno (fresco di laurea) tentai con: Harvard, Yale, Columbia, Michigan, UCLA e LSE; rimasi in equilibrio con la sola Columbia fino a luglio 1985, senza successo. L’anno successivo, intanto ormai un poco più esperto anche delle folli procedure di autenticazione documenti, dei corrieri transatlantici, delle lettere di presentazione obbligatorie, ridussi il tutto a Harvard, Yale e Columbia in cuor mio sperando di farcela e, magari, di poter scegliere e che nelle alternative ci fosse la Columbia School Of Law, cioè New York con un campus molto bello, a poche street da Harlem.

 

Conoscevo la Columbia University e anche la New York University ([2]) in quanto avevo frequentato le rispettive biblioteche di facoltà per ricerche riguardanti la mia tesi nella primavera 1983.
Andò bene: la Columbia mi accettò ad aprile, mentre Yale mi metteva in una sorta di pre-lista di “ammissibili”: non c’era ragione per aspettare e, poi, in fondo, lì volevo andare, quindi cominciarono le altre trafile: visto studentesco, garanzie bancarie, eccetera.

 

Anche su questo argomento, New York City non si scompone e i ragionamenti alla fine sono uguali per tutti i newyorkesi di nascita o di adozione, prendo a prestito quelli di Jerome Charyn, ebreo newyorkese, laureato alla Columbia: “Aveva frequentato per un anno la Harvard University, ma Cambridge nel Massachusetts, doveva essergli sembrata una specie di Sahara. Lui aveva bisogno di New York” ([3]) “Phipps volle fermarsi a New Haven a fare colazione. Holden rabbrividì, quando vide le torri di Yale. Era come entrare in un paese straniero, un paese dell’Inghilterra […]” ([4]).
Leggenda vuole che il cognome del protagonista del romanzo sia stato scelto ispirandosi a Holden Caulfield.

 

Se vi è venuta voglia di New York, provate con Metropolis: New York as Myth, Marketplace and Magical Land, pubblicato da Charyn nel 1986 e almeno edito due volte anche in Italiano.

 

 

                                                                                                                      Steg

  

 

POST SCRIPTUM TARDIVO E DEDICATO

Estate 2022, caldo.

Ho “ripreso” Suzanne Vega, che fu studentessa al Barnard College.

Magari prima o poi un post solo per lei.

Per ora, posso consigliarvi un album dal vivo: An Evening Of New York Songs And Stories.

 

 

                                                                                                                      Steg

 




 

 

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Cioè atenei ababstanza antichi, per I parametri nordamericani, da avere edera che cresce sui loro muri.
[2] Più giovane, più rampante e più caratterizzata da una forte matrice ebraica fra studenti e “strutture”.
[3] J. CHARYN, Elsinore, traduzione italiana (trad. L. Grimaldi): Milano, Interno Giallo Editore, I edizione, 1992, p. 37.
[4] Idem, pp. 41-42.

mercoledì 3 luglio 2013

PERLE MEDIATICHE 24 – IN DIFESA, LEGITTIMA, DEL MARTINI


PERLE MEDIATICHE 24 – IN DIFESA, LEGITTIMA, DEL MARTINI

 

Da settimane quel ritaglio è sulla scrivania, quasi dimenticato, ma leggendo una stroncante recensione scritta da Antonio D’Orrico su La lettura ([1]) del 30 giugno 2013 a proposito di un romanzo di Carlo Lucarelli, ho dovuto riprenderlo.

 

Tre premesse, in diritto.
La causa di non punibilità penale della “legittima difesa” è contenuta nell’articolo 52 del Codice Penale (appunto).
Fra le forme di colpa che si possono riferire ad una persona rispetto ad un illecito (mi limito al diritto civile, anche in quanto si tratta, appunto, di colpa) commesso da altra si annovera la culpa in eligendo e la culpa in vigilando.
Ben so che, nello specifico, Antonio D’Orrico non è direttore responsabile, e quindi a lui non si applica la legge 8 febbraio 1948, n. 47 (cosiddetta legge sulla stampa).
Quindi qui di seguito certe espressioni siano intese in senso non strettamente tecnico.

 

Tornando al ritaglio, esso consiste nella rubrica “Cammeo”, del Signor D’Orrico, pubblicata a pagina 115 di Sette ([2]) del 15 marzo 2013.
Il titolare della colonna giornalistica, intitolando “Il Martini secondo Bond”, lascia voce a un suo lettore affezionato, tale Giorgio Persichelli che fra l’altro scrive: “Come lei aveva correttamente rilevato, sembrava molto strano che il famoso Martini cocktail semisecco preferito da Bond si preparasse con il Martini rosso! Tutti gli adepti della fede (in Fleming) sanno che insieme al gin ci dev’essere il Martini dry. […] si evince chiaramente che la mistura è composta da gin e Martini & Rossi e non quindi da Martini Rosso!”.

 

Per chi volesse la storia del cocktail Martini, rinvio anche in questo caso a Ed è subito Martini (titolo originale Martini Straight Up) di Lowell Edmunds nella edizione del 1998, tradotta nel 2000 e pubblicata per i tipi di Archinto.
Ivi è ben documentato come il Martini non si chiami così a motivo di una marca di vermouth.
Infatti, non mi risulta che una tesi del genere sia mai stata sostenuta seriamente negli ultimi anni.

 

Il Signor Persichelli critica ulteriormente il traduttore (Flavio Santi) per aver tradotto “Fifth Avenue” con “Quinta Strada”, anziché con “Quinta Avenue”.
Ora credo che in Italia per anni e anni si sia tradotto, invece, proprio come ha tradotto Santi.
Né si comprende perché sino alla “decima” Avenue sarebbe possibile elidere “Street” (o via), come fa Giorgio Persichelli (pur se riferendosi alla 55th), appunto per identificare le vie che solcano orizzontalmente Manhattan ([3]).
Ma questo diventa un minor detail.

 

Culpa in eligendo o in vigilando di Antonio D’Orrico?

 
In legittima difesa del Martini, per il quale, quanto a vermouth, il Noilly Prat non è trascurabile.
Sui beveraggi bondiani, stante anche una recente sponsorizzazione cinematografica da parte di un marchio di birra, mi astengo. Fra l’altro io mescolo, non scuoto.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 Steg, Milano, Italia.
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[1] Supplemento letterario del Corriere della Sera.
[2] Periodico settimanale abbinato al Corriere della Sera.
[3] Per la “grid” manhattanita rinvio a Jerome Charyn, Metropolis; per l’arteria meno disciplinata dell’isola si veda Nik Cohn, The Heart of the World, libro dedicato alla Broadway.
Per completezza: potrebbe essere, in astratto, angolo con la 55th  est oppure ovest, dato che la Fifth Avenue funge da spartiacque fra oriente e occidente.