"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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domenica 17 maggio 2026

“GRANDE TORINO” (senza preconcetti) (Facebook Down Series – 263)

 

“GRANDE TORINO”
(senza preconcetti)
(Facebook Down Series – 263)

 

Non ho idee preconcette.

 

Tanto che il 16 maggio 2026 ho comprato copia del quotidiano La Stampa per leggere l’intervista di Alessandro Baricco a Paolo Pulici ([1]).
Qui sotto trovate il ritaglio in cui Pulici parla di Urbano Cairo (con una piccola coda a chiudere l’intervista).

 

Ma sulla qualità degli Statuto, mantengo le mie perplessità.
Mentre il mio giudizio su Urbano Cairo è corroborato.

 


 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 3 luglio 2015

L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY (Sketches series – 21)


L’ANGOLO ACCADEMICO DI NEW YORK CITY
(Sketches series – 21)

 

Per ragioni che non rilevano in questa sede, mentre lavoravo alla mia tesi di laurea saltò fuori l’ipotesi di tentare di frequentare un master negli USA. Oltre 30 anni fa, esistevano solo master degni di tale nome, erano tutti o quasi all’estero, il prestigio di quelli nordamericani era assolutamente massimo, anche se, per prudenza, misi in elenco altresì la London School of Economics.
La rosa delle università con cui tentare la lunga procedura dell’iscrizione era abbastanza semplice: Ivy League, cioè la lega dell’edera ([1]), e qualcosa d’altro (leggasi California), il tutto focalizzato sulle law schools (le nostre facoltà di giurisprudenza).

A memoria, il primo anno (fresco di laurea) tentai con: Harvard, Yale, Columbia, Michigan, UCLA e LSE; rimasi in equilibrio con la sola Columbia fino a luglio 1985, senza successo. L’anno successivo, intanto ormai un poco più esperto anche delle folli procedure di autenticazione documenti, dei corrieri transatlantici, delle lettere di presentazione obbligatorie, ridussi il tutto a Harvard, Yale e Columbia in cuor mio sperando di farcela e, magari, di poter scegliere e che nelle alternative ci fosse la Columbia School Of Law, cioè New York con un campus molto bello, a poche street da Harlem.

 

Conoscevo la Columbia University e anche la New York University ([2]) in quanto avevo frequentato le rispettive biblioteche di facoltà per ricerche riguardanti la mia tesi nella primavera 1983.
Andò bene: la Columbia mi accettò ad aprile, mentre Yale mi metteva in una sorta di pre-lista di “ammissibili”: non c’era ragione per aspettare e, poi, in fondo, lì volevo andare, quindi cominciarono le altre trafile: visto studentesco, garanzie bancarie, eccetera.

 

Anche su questo argomento, New York City non si scompone e i ragionamenti alla fine sono uguali per tutti i newyorkesi di nascita o di adozione, prendo a prestito quelli di Jerome Charyn, ebreo newyorkese, laureato alla Columbia: “Aveva frequentato per un anno la Harvard University, ma Cambridge nel Massachusetts, doveva essergli sembrata una specie di Sahara. Lui aveva bisogno di New York” ([3]) “Phipps volle fermarsi a New Haven a fare colazione. Holden rabbrividì, quando vide le torri di Yale. Era come entrare in un paese straniero, un paese dell’Inghilterra […]” ([4]).
Leggenda vuole che il cognome del protagonista del romanzo sia stato scelto ispirandosi a Holden Caulfield.

 

Se vi è venuta voglia di New York, provate con Metropolis: New York as Myth, Marketplace and Magical Land, pubblicato da Charyn nel 1986 e almeno edito due volte anche in Italiano.

 

 

                                                                                                                      Steg

  

 

POST SCRIPTUM TARDIVO E DEDICATO

Estate 2022, caldo.

Ho “ripreso” Suzanne Vega, che fu studentessa al Barnard College.

Magari prima o poi un post solo per lei.

Per ora, posso consigliarvi un album dal vivo: An Evening Of New York Songs And Stories.

 

 

                                                                                                                      Steg

 




 

 

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Cioè atenei ababstanza antichi, per I parametri nordamericani, da avere edera che cresce sui loro muri.
[2] Più giovane, più rampante e più caratterizzata da una forte matrice ebraica fra studenti e “strutture”.
[3] J. CHARYN, Elsinore, traduzione italiana (trad. L. Grimaldi): Milano, Interno Giallo Editore, I edizione, 1992, p. 37.
[4] Idem, pp. 41-42.

mercoledì 25 giugno 2014

SON OF CAULFIELD


SON OF CAULFIELD

 

Molto raramente mi concedo di cambiare idea.
Ancor più sporadicamente tale revirement ([1]) si basa su certezze istintive.
 
Avevo già bollato la biografia (so to say) scritta da David Shields e Shane Salerno su Jerome D. Salinger – intitolata poco originalmente Salinger – come inacquistabile, ma la lunga recensione di Alessandro Piperno su La Lettura ([2]) del 22 giugno 2014, del quale non ho letto nessuna opera letteraria ma di cui mi fido come critico letterario (eh sì di qualcuno mi fido), mi induce a cambiare idea ([3]).
 
Interessa tutto ciò ai miei lettori? Non so, ma almeno segnalo un buon articolo da leggere.
 
A Piperno posso solo obiettare che egli avrebbe potuto citare Tommaso Landolfi quanto al profilo inesistente (cfr. Italo Calvino) o blank (cfr. Richard Hell) dell’autore “sulla” copertina.
Inoltre, egli potrebbe, anche, dichiarare di essere proprietario, come molti, di copia del “non più pubblicato” di Salinger.
Piperno Landolfi lo conosce sicuramente, mentre per i bootleg salingeriani concediamogli un qualche pudore, anche interessato, alle prede della sua biblioteca.
 
Inoltre, mi permetto, uso questo verbo con attenzione, una piccola analisi critica.
Holden Caulfield è realmente un outcast ([4]) o un self-outcast.
La sua non appartenenza alla società lo rende(va) certamente facile (o prevedibile) idolo giovanile.
Salinger avrebbe - dopo il certificato successo - potuto serializzarlo e, magari, uscire indenne dall’operazione.
Ci si può chiedere cosa spinse Susan E. Hinton a serializzare la sua narrativa. Ma la Hinton è un traguardo difficile, come i Ramones. La serializzazione ti rende di solito Federico Moccia, Moccia con meno successo (per l’artista musicale “mocciaesco” scegliete voi).
 
I libri di Salinger oggi non dicono più niente, o molto poco, a un giovane.
Ritengo che chi legge il capolavoro The Catcher in the Rye e non il resto del suo autore non abbia capito molto. Come ascoltare i Sex Pistols senza, almeno, un b-side ([5]).
 
Penso anche che attualmente Salinger vada letto di nascosto dai propri genitori: cioè asportando copia dalla libreria di famiglia senza farsi vedere.
Molti, sfortunatamente, avranno fra le mani solamente copia de Il giovane Holden (per di più recente e peggio ancora in Italiano, appunto) e dovranno arrangiarsi per il resto, anche con operazioni dubbie su siti Internet compiacenti.
 
Non posso, mi dispiace, raccontarvi il suono di una mano sola che applaude. Non è spiegabile.
Ma se siete arrivati fin lì siete sulla vostra, e quindi buona, strada.

 

 
                                                                                                                      Steg

 
 

 

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[1] Eh sì perché non sono curve a 45° ma a 180° quelle che percorro.
[2] Supplemento letterario al Corriere della sera. Non infrequentemente citato nel blog.
[3] Non al prezzo dell’edizione italiana, evidentemente.
[4] C’è un romanzo di Joseph Conrad intitolato An Outcast of the Islands, in Italiano la traduzione “reietto” può sembrare obsoleta, ma è corretta. Non è sinonimo di ribelle, ma può essere conseguenza di ribellione.
[5] Io scelgo “Satellite”.

domenica 16 giugno 2013

SCUOLE DI SCRITTURA? NO GRAZIE


SCUOLE DI SCRITTURA? NO GRAZIE
 

Quando ero ragazzino, la mia amica S. era amica di Stefania Craxi, figlia di Bettino (noto ma ancora lontano dal diventare Presidente del Consiglio).
Qualcuno a una festa raccontò che il fratello minore di Stefania, Bobo, prendesse lezioni di ping-pong. Non ho mai potuto verificare la veridicità di questa voce.

 

Le strade delle città del mondo sono lastricate di scuole di scrittura.
Avendo una credo buona conoscenza della materia giuridica di riferimento, io comprendo ancor meno come si possa insegnare l’originalità, anche se essa caratterizza le opere dell’ingegno con un potenziale creativo minore di quello di un’invenzione ([1]).
In fondo il ping-pong è uno sport, la scrittura non credo.

 

A Jerome David Salinger non ho perdonato che egli non si fosse opposto al nome assunto dalla scuola di scrittura “Holden” (appunto), italiana e facente capo a Alessandro Baricco: nome che suona come appropriazione palese dei meriti del protagonista di The Catcher in the Rye ([2]) e dunque dello stile di Salinger.

 

A pagina 39 del numero del 15 giugno 2013 di la Repubblica c’è un’intera pagina lasciata allo sfogo di Aldo Busi nei confronti dei giornalisti che hanno strillato le sue pretese doglianze per essere stato escludo dalla cinquina dei finalisti del 2013 del premio letterario Strega.
Periodi lunghi, punteggiatura scarsa, Busi sarebbe un pessimo allievo di una scuola di scrittura.

 

Per contro, sempre il 15 giugno 2013 sul canale televisivo RAI5 nel corso di un documentario francese di quest’anno dedicato ad autori (letterari) newyorkesi (almeno per residenza) non ho sentito una frase non banale a parte qualche considerazione di Paul Auster. Su New York City alla fine degli anni settanta ne so più io.
E fra loro, intervistati nel documentario, qualche frequentazione di scuole di scrittura c’è stata.

 

Raul Montanari mi piaceva molto, da qualche tempo un po’ meno. Nulla di personale, con me è stato sempre molto gentile.
Lui che cerca di scrollarsi l’etichetta di scrittore di genere e insegna (anch’egli) scrittura, forse non si rende del tutto conto che gli scrittori di genere possono scrivere situazioni ripetitive, ma non sempre lo stesso romanzo, perché i loro lettori se ne accorgerebbero.

 

Insomma: i bravi scrittori lo sono indipendentemente scuole di scrittura che frequentano o nelle quali insegnano (e anche indipendentemente dal fatto che piacciano o non piacciano a me).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per i più curiosi: legge n. 633 del 22 aprile 1941 (“Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”) e decreto legislativo n. 30 del 10 febbraio 2005, n. 30 (“Codice della proprietà industriale”).
[2] Siccome non è obbligatorio saperlo: il titolo originale di Il giovane Holden è The Catcher in the Rye.
Provate a fondare una scuola di scrittura dal nome “L’afferratore nell’avena” o, anche, “Vita di uomo” (primo titolo italiano in un’edizione precedente quella (oggi quelle; quanto a traduzione) di Einaudi) oppure Caulfield (cognome di Holden).