"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 13 febbraio 2026

MORIRE DA “CLOCHARD” NON È MEGLIO (Facebook Down Series - 220)

 

MORIRE DA “CLOCHARD” NON È MEGLIO

(Facebook Down Series - 220)

 

Con molta educazione, in un mio antico post (nato da un ancor più antico articolo per qualcosa di mai pubblicato), ho usato i termini “barbone” e “clochard” in equivalenza: era perché mi rivolgevo a un preteso (per Corto Maltese era “invisibile”) pubblico ([1]).

 

Non uso mai la parola “clochard” perché mi suona falsa.

Quanti giornalisti che la usano (quasi tutti i non vecchi) sanno quale sia l’origine del termine?

In Francia un clochard è un “sans-abri”, o se si preferisce un “SDF”.

 

Come tutti i precisi, mi affido “al Larousse”: Ed allora, ecco “clochard”:

  • Personne sans domicile, vivant misérablement en marge de la société. Synonymes: sans-logis, vagabond
  • Familier. Personne habillée de façon misérable.

 

L’etimologia è più articolata ([2]).

 

Muori meglio da clochard? No.

Tanto vale, allora, renderli più visibili e continuare a chiamarli alla maniera, anche, di Enzo Jannacci (udite udite!) ([3]): barboni, oppure senza tetto.

 

“Gente” del genere – a differenza del simpatico clochard – la trovate magari in Vernon Subutex oppure in “Help The Homeless”.

Roba da Virginie Despentes e da Johnny Thunders: artisti che, vivi o morti, i democratici giornalisti preferiscono non frequentare.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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domenica 16 febbraio 2025

L’APPARENZA INGANNA

 

L’APPARENZA INGANNA

 

Io sono, allo stato attuale: filoisraeliano, pro fine vita (ovvero eutanasia), ateo, trumpiano, senza pregiudizi nei confronti degli omosessuali ma con le balle piene del “LGBT+”, la Signora Salis la vedrei bene a scontare una pena, etc.

 

Mi torna in mente una famosa dichiarazione di Kirk Brandon: “I’m not gay, I’m not a Nazy” ([1]).

 

Se non vi andiamo bene (io e Kirk Brandon), pazienza.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 21 settembre 2015

MULINO NERO (riflessioni sull’ottimismo ad ogni costo)


MULINO NERO
(riflessioni sull’ottimismo ad ogni costo)


Come forse (oggettivamente e soggettivamente) ricorda qualche lettore con più di 40 anni di età, “Mulino Bianco” è un marchio ideato da Francesco Alberoni, sociologo che per lustri aveva ogni lunedì una rubrica ([1]), in taglio basso del Corriere della sera.


Quando decisi di aprire il mio blog, fra i possibili titoli (o sottotitoli) c’erano anche “Cassandra” e “Grillo parlante”. Li esclusi per diverse ragioni, ma la sostanza non cambia come ben sanno i lettori di più di uno dei miei scritti.


Altri – ma nessuno ricorda un nome, quindi essi furono inefficaci nel lungo periodo – hanno criticato la “filosofia del Mulino Bianco” (che è anche quella di altri marchi, evidentemente), fra l’altro il destro per un’esegesi “a contrario” anche letteraria sarebbe agevole se non fosse che pochissimi chez nous hanno letto Don Chisciotte ([2]) che, con banalizzazione estrema, sta alla Spagna come la Divina commedia sta all’Italia.


Non scrivo nulla di nuovo se affermo (e già lo ho rilevato in questa sede), che viviamo in un ottimismo forzoso che rispetto a quello di certe dittature ([3]) e/o periodi difficili (leggi stato di guerra) è ormai permanente ed irreversibile.
La causa di questo ottimismo ineludibile è prevalentemente una società dove si deve consumare sempre, dove è bello comprare oggi ma quello che si comprerà domani per sostituire l’oggetto acquistato oggi sarà ancora meglio.


In sé nulla di male, però gli effetti sono anche: la progressiva incapacità di valutare fra alternative non solo di consumo ma anche di vita. Per esempio: il bello è sempre il gruppo; la famiglia è comunque e sempre bella (ecco il Mulino Bianco); non devono esistere momenti sgradevoli; in particolare si annullano le differenze (gli animali domestici sono trattati da umani, anche emotivamente), diventa bella anche la patologia (ah che bella vita anche per il malato di tumore ([4]), e anche la persona che lo ha superato! Come se non si morisse mai ([5])), tutto deve – deve – essere normale e non si deve notare alcun problema ([6]).


Di conseguenza, chi si schiera contro la filosofia del Mulino Bianco è additato come un rompiscatole (soprattutto nei cosiddetti social network dove non guasterebbe qualche augurio di una giornata normale perché quelle buone scarseggiano e quelle che risulteranno sotto la sufficienza sono la maggioranza).



Soltanto a qualche comico (penso a Natalino Balasso) è concesso cantare stonato, ma devono essere eccezioni e trattate come mero svago.
Del resto non mi sembra che molti siano (siamo) gli estimatori di “November Spawned a Monster” di Morrissey ([7]).


Chiudo con un “buona giornata se credenti”, io ci credo poco ([8]).



                                                                                                                      Steg




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[1] Intitolata “Pubblico e privato”.
[2] Don Quijote de la Mancha.
[3] Non a caso uno dei refrain in 1984 di George Orwell.
[4] Vedi “Braccialetti rossi”, serie televisiva (ormai “formato”: nasce in Spagna) che rischia di vendere un ottimismo eccessivo, evidentemente.
[5] Grotteschi i ringraziamenti ai medici rivolti dagli eredi del defunto nei necrologi.
[6] Trionfano nella pubblicità pannoloni, adesivi per dentiere, varianti motorizzate delle sedie a rotelle, etc.
Ma del medesimo artista potrei anche citare “Everyday Is Like Sunday” oppure, per non fare torti “Happy When It Rains de The Jesus and Mary Chain.
[8] E penso che anche qualche cieco sia stufo di essere chiamato “non vedente”, come se questo gli rendesse la vita più semplice.

venerdì 18 gennaio 2013

INVISIBILITÀ ARTISTICA CONTRO IL SOCIALMENTE CORRETTO


INVISIBILITÀ ARTISTICA
CONTRO IL SOCIALMENTE CORRETTO

 

Quando il blog che ospita i miei scritti era agli inizi, celebrai l’inutilità degli elenchi.
Ne sono ancora convinto.
 
Se prendete fra le mani un libro o un fonogramma ([1]) oggi essi debordano di “grazie” ([2]).
Pare ([3]) che Carlo Fruttero non li amasse questi ringraziamenti, non conosco la ragione ma condivido.
 
Tommaso Landolfi aveva chiesto al “suo” editore (Vallecchi, allora) di non mettere nulla su di lui, ovvero esigeva il risguardo di biografia bianco nelle copie dei propri libri.
Lo ammiro molto.
 
Una variazione sul tema dei ringraziamenti è la “colonna sonora” dello scrittore e/o del romanzo.
Non so a chi si debba questa idea, credo che in Italia responsabile, o meglio causa di fatto senza volontà in tal senso, per un suo successivo uso – erroneo in riferimento al romanzo e un uso sempre censurabile se riferito all’autore – sia Pier Vittorio Tondelli, il quale indicò una colonna sonora, trentotto canzoni, in coda alla conclusione del suo romanzo Rimini (un successo di vendite).
 
Che senso hanno i ringraziamenti ([4])? Nessuno.
Pensate a coloro che ringraziano il loro agente letterario: il loro agente lavora ed è pagato per quello.
Coloro che ringraziano moglie o marito (o analoga persona) perché li ha sostenuti o sopportati ([5]): cosa interessa ai lettori? Roba da rotocalchi rosa. Al più si dedicherà loro l’opera letteraria ([6]). Fra l’altro si rischia anche di minare la propria sfera di vita privata (e quella dei “ringraziati”).
 
Morale? Tutto questo daffare a descriversi e a fare gruppo mi sembra l’ennesimo, sgradevole esempio di come si sia circondati da persone che devono essere per forza sorridenti e in branco, incapaci di distinguere i “real friends” dagli “sham friends” ([7]) e desiderose di descriversi al prossimo per cercare compagnia ad ogni costo.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] I ringraziamenti nelle opere cinematografiche sono meno frequenti, forse perché i titoli di coda li seguono un pugno di spettatori
[2] Nel numero di domenica 13 gennaio 2013, se non vado errato, è comparso un servizio di due pagine su La Lettura (supplemento del Corriere della Sera) relativo a prologhi e ringraziamenti nei romanzi. Pare che Walter Veltroni nell’ultimo sia arrivato alla mezza dozzina di pagine dei secondi.
[3] Lo dichiara sua figlia Maria Carla nel libro La mia vità con papà che evidentemente ammicca con un cognome scritto in corpo triplo rispetto al suo titolo.
[4] Non sto scrivendo di pubblicazioni scientifiche o di ricerca o comunque saggistiche.
[5] Uso comune nei paesi anglosassoni pare in Italia semplicemente importato: lo fanno loro facciamolo anche noi!
[6] Sta bene la dedica a qualche persona, ma non l’elenco.
[7] In fondo un’epigrafe francisbaconiana che è fra le bandiere di questo blog e che copre tutto lo spettro dei dedicabili, inclusi quelli che dovrebbero seguire la dicitura: “non dedico questo libro a”.