"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 21 febbraio 2026

GIOVANNI GANDINI (e ricordare male “gli altri”) (Facebook Down Series - 222)

 

GIOVANNI GANDINI (e ricordare male “gli altri”)

(Facebook Down Series - 222)

 

Una pagina intera su la Repubblica del 20 febbraio 2026, a firma Alberto Saibene.
Una celebrazione del ventennale della morte di Giovanni Gandini: fra i fondatori di Linus, il mensile.

 

Qualche problema: tutte le persone ricordate nell’articolo sono evocate approssimativamente: in particolare la ex moglie di Gandini: Anna Maria.
Forse l’autore li considera tutti morti, me non lo dice …
Data di morte di Giovanni Gandini? Non indicata.

 

Viene citato un volume (ne ho copia) del 2011 curato anche da Saibene: reperibilità?
Scartabellando per queste righe ho trovato almeno altri due titoli librari a firma di G.G.

 

Last but not least, l’articolista scrive “alla graphic novel”: come scrivere “la romanza grafica”.

 

In memoria, fra l’altro, del fratello di Franco Cavallone, Bruno (avvocato e docente processual-civilista), torno alle mie righe di 11 anni fa:

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 16 aprile 2025

LINUS 60 (ma come?)

 

LINUS 60
(ma come?)

 

Nell’ambito della rassegna sgarbiana (Elisabetta, non Vittorio) “La Milanesiana” 2025 una mostra sui sessanta anni della rivista mensile Linus.

Non mi esprimo sulla “convenienza” (in ragione dei ruoli di Elisabetta Sgarbi).

 

 

Osservo solo come questo fosse il Linus glorioso:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2015/01/milano-libri-e-il-notaio-franco.html

 

 

E questo è l’attuale direttore editoriale:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2016/12/perle-mediatiche-38-abbagli-bowiani.html

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2016/12/perle-mediatiche-39-abbagli-punk-post.html

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 6 gennaio 2015

“MILANO? LIBRI!” (e il Notaio Franco Cavallone, con Giovanni Gandini fintamente defilato)


“MILANO? LIBRI!”
(e il Notaio Franco Cavallone, con Giovanni Gandini fintamente defilato)

 

Titolo e sottotitolo dicono tutto di quanto andrò a scrivere, in quanto – ognuno a proprio modo (anche per ragioni generazionali) – io e il Notaio Franco Cavallone avevamo in comune ([1]) una libreria: la Milano Libri, appunto.
In realtà non solamente “una libreria” perché essa è stata anche editore cruciale.
 
Non credo di esagerare se affermo che senza la Milano Libri la storia del fumetto italiano avrebbe potuto essere per lo meno ritardata, ma io credo sarebbe stata anche un poco diversa.
Ecco perché la bibliografia di queste righe potrebbe essere totale: tutto il catalogo editoriale, anche periodico, della Milano Libri almeno sino a che Oreste del Buono diresse Linus, più le due eccezioni che seguono. Ma non ne varrebbe la pena.
A contrario, le fonti selezionate si possono ridurre a tre volumi: Caffè Milano di Giovanni Gandini (del 1987), Il Notaio Cavallone (collettaneo del 2005; fuori commercio) e Milano Libri 1962/2012 (collettaneo del 2012); quello di Gandini ([2]) è l’unico edito da altri: Scheiwiller. Si tratta di testi non facili da reperire ([3]).
 
In un incisivo testacoda ([4]): Cavallone è il prefatore dell’antologia di Gandini; il quale ivi scrive di Cavallone, ma senza nominarlo espressamente per cognome.
 
Copie di quei tre libricini evidentemente fanno parte della mia biblioteca.
Ricordo, molti anni fa, di aver assistito alla conferenza di Gianfranco Dioguardi, presentato da Umberto Eco, presso l’Accademia di Brera, un sabato pomeriggio a proposito del suo volume Il furore di essere libro. Ma io ricordo un titolo diverso: “Il furore di avere libri”. Quel volume, lo pubblicò mio zio, libraio antiquario.
 
Si torna comunque al punto di partenza: Milano e i libri.
 
Un certo giorno ti accorgi dei libri.
Ne sei proprietario, ma anche custode. Cosi ti domandi cosa sarà di loro alla tua morte ([5]).
 
I libri e i fumetti.
Come sancisce, letteralmente ma con una mera strizzata d’occhio, Umberto Eco a tutti quelli che sanno, capiscono e sorridono senza bisogno di note esplicative, quando egli pubblica quel libro incongruente e ameno che è La misteriosa fiamma della Regina Loana.
 

Ho parlato di fumetti: li trovate nelle due pagine che GG dedica a quelli “in città”: come visitatori, evidentemente, tranne la Rosselli (e le sorelle Giussani, aggiungo io alla lista sua, con evidente incongruenza ma forse neanche tanto) ([6]).
 

Fin troppo facile trovare delle esili oppure robuste fila del discorso: il Piemonte di Eco e Cavallone, la rivista Linus che coinvolge Eco e Cavallone (oltre a del Buono, cui aggiungo lo stealth Ranieri Carano) ed è edita da – ormai evidentemente – “la” Milano Libri.
 

Si fa a questo punto il momento per buttare dei bei pezzi di carne in pasto ai lettori-fiera di queste mie righe, con una qualche benedizione di Anna Maria (o Annamaria o AnnaMaria), moglie di Giovanni nata Gregorietti, Gandini la quale – lei oggi finge di non ricordarlo, forse per giusta vanità femminile? – mi vedeva rovistare nel basement della Milano Libri di Via Verdi ([7]) a recuperare i numeri di Linus e dei relativi supplementi mancanti nella collezione di famiglia quando io nemmeno ero decenne, poi ancora io a comprare il Metallo Urlante francese e tutto quanto fosse edito dal genovese Ivaldi che ancora mi mancava ([8]).

 
Posso innanzitutto dirvi che non c’ero il 1° aprile 1965 alle ore 18.30 alla presentazione del primo numero di Linus ([9]) presso la già esistente da quasi esattamente tre anni libreria.
 

Per l’aria che tirava nel fumetto italiano, mi affido a una grande firma come Ferruccio Alessandri nel suo sintetico obituary per l’amico morto, questa volta realmente, il 17 febbraio 2006, di venerdì ([10]) (humor nero?): “Giovanni Gandini, un amico - In via Spiga si entrava in un giardino interno, poi su per una scaletta buia fino all’ingresso di un piccolo appartamento. Era la redazione di Linus. In cima alla scala c’era la prima stanza, dove lavoravano Fulvia e Cettina, al lavoro ‘serio’ (la posta, l’amministrazione, ecc.). Nella stanza che aveva le finestre sul giardino c’era l’ufficio dove Linus (anzi, ‘il Linus’, come si diceva alla milanese) veniva preparato. Una stanza con un camino, sempre spento, quasi tutta occupata da un grande tavolone quadrato. Da una finestra era man mano entrata una vite americana che cominciava a propagarsi su una parete. A questo tavolo lavoravano Giovanni Gandini e Ranieri Carano e ogni tanto Oreste Del Buono. Quando era uscito Linus, devo essere stato il primo lettore a leggerlo. Erano le sei del mattino e io stavo andando alla redazione di Gamma fantascienza. All’edicola della stazione, mentre compravo un quotidiano, buttarono giù un pacco. Un fascicolo verde, con su Linus e la sua copertina. Mi ricordo che lo lessi tra l’ammirato e il furioso (a Gamma stavamo baloccandoci con l’idea di fare una rivista a fumetti con i Peanuts) e conclusi da esperto: ‘Una bella rivista, ma commercialmente non durerà sei mesi...’ Sei mesi dopo lavoravo al Linus come redattore e grafico. Con Gandini l’atmosfera era rilassata. Non sembrava nemmeno di lavorare. Si parlava, si discuteva pacatamente (mi sembra ancora di sentire la sua voce baritonale) e ci si divertiva. Il suo atteggiamento verso il giornale era particolarissimo: lo faceva per sé, per qualche amico e per un pubblico ristretto che stimava. Il fatto che dopo un anno cominciasse ad avere un successo clamoroso lo contrariava. Diceva che il successo ti condiziona, e poi va a finire che si fa una pubblicazione commerciale. Infatti, al culmine del successo vendette la rivista a Rizzoli, credo un fatto unico nella storia dell’editoria. Quando sotto un Natale vennero a fare un servizio con Cochi & Renato, non si era fatto nemmeno vedere, e avevo dovuto rispondere io alle domande di un regista spocchioso. In seguito mi invitò a lavorare a una nuova rivista, grande come un lenzuolo, Il Giornalone, che non ebbe successo e dovette chiudere presto (‘Però ci siamo divertiti, Alessandri, no?’ mi disse). Io lavoravo dietro il deposito dei libri dall’altra parte del giardino. Non mi convocava, veniva lui. Mi ricordo la sua voce baritonale, che proveniva da dietro un enorme scaffale di libri che stava aggirando per entrare nel mio ‘ufficio’. Invece di provare quel minimo di allarme che sul lavoro si prova quando si è interpellati dal capo, con lui si provava un senso di rilassamento. Era un amico. Ed era sensibile. Quando si era deciso di mantenere solo quei pochi autori italiani, amici come Crepax e Lunari, non se la sentiva di rifiutare personalmente autori nuovi (cosa necessaria editorialmente per una serie di motivi di cui vi faccio grazia), e così aveva rifilato a me l’orribile bisogna. Fra quelli a cui dovetti dire no c’era anche un timido Bonvi alle prime armi... Anche se non pensavo che a questa notizia della sua morte avrei ricevuto una tale mazzata, in un certo senso sono contento che ci siamo persi di vista in questi ultimi anni, con lui che aveva perso la voce, con noi che siamo invecchiati. Almeno me lo ricordo così: ‘Alessandri, che ne dice di fare per Natale qualche bel poster con Snoopy?’ Perché non ordinava mai, chiedeva. E ti dava del lei” ([11]).

 

Ma era proprio quella l’aria? Secondo il Notaio Cavallone – con Oreste del Buono – andò così: “Nel frattempo, avevo continuato a coltivare, sotto forma di hobbies non compromettenti, i miei interessi ‘intellettuali’: libri, spettacoli, mostre, viaggi lampo e brevi soggiorni nelle capitali della cultura. Nel 1962, con alcuni miei amici, avevo investito i miei modesti risparmi nell’acquisto di una libreria intesa come negozio dove si vendono libri. Un divertimento come un altro, dal quale doveva nascere però un’esperienza straordinaria di immenso ulteriore divertimento, ma anche di lavoro serio e proficuo. Le singolari circostanze della nascita della rivista ‘Linus’, nell’aprile del 1965, sono state narrate a veglia, rievocate innumerevoli volte. […] Oreste del Buono la storia di solito la racconta così: ‘Era un’iniziativa di Giovanni Gandini e di un gruppo di amici che si ritrovavano la sera in una libreria di via Verdi a Milano, diretta dalla moglie di Gandini, Anna Maria. C’era un notaio, Franco Cavallone. Un avvocato, Bruno Cavallone. Un procuratore legale, Ranieri Carano. E di sicuro altra gente di legge. Tra cui l’avvocato Ciccio Mottola che apprezzava molto i Peanuts di Charles M. Schultz. Ne aveva parlato sinché non aveva convinto una parte degli amici a mettersi in società per pubblicare il primo libro di Peanuts: Arriva Charlie Brown. La grafica era stata di Salvatore Gregorietti, cognato di Gandini, la prefazione di Umberto Eco, che allora si interessava molto di fumetti, che trovava ancora materia di sorpresa e di scandalo per i benpensanti. Il primo libro era uscito nel 1963. Aveva avuto successo. Poi era uscito un altro libro di Peanuts. Aveva avuto successo. Cosi Gandini aveva avuto l’idea geniale di creare una rivista di fumetti diversa da tutte quelle che l’avevano preceduta. Ovverossia una rivista che raccogliesse i fumetti comici a preferenza di quelli avventurosi, le strisce quotidiane con le loro iterazioni e le loro sovrapposizioni oltre alle tavole settimanali, e non lasciasse i fumetti soli, ma li accompagnasse con note, commenti, con testi di un nuovo modo di guardare al sottogenere, alla figurazione narrativa” ([12]).

 

Io aggiungo che non solo in Italia tempo dopo apparvero Eureka! e altri epigoni (come Sorry o Il mago) con diversi dosaggi di generi a fumetti, ma Linus in breve divenne un format esportabile (sebbene non credo esportato, bensì solo copiato) in Francia dove apparve nel 1969 Charlie.

 

E Franco Cavallone chi era, anche e allora?
Questo: “Lui lavora da notaio e i rogiti li traduce dopo averli redatti in inglese. Ha una finestra sul cortile e una stanza con vista sui quotidiani”, “è lui che ha scritto sul primo numero ‘Linus è un nome facile anche da dire’”, “memoria della cultura, […] taglio d’abito impeccabile, […] sigaretta MS”, “Lo potete anche incontrare a Leopoli (raramente), al Connaught (spesso), a New York, a Venice (California), a Helsinki, Göteborg, Uppsala, Leningrado, Dublino”, “È gentile, ride, sorride, ogni tanto si arrabbia. Il mio amico Franco è sovrumano. Alt. Non correggete queste bozze, voglio che sia lui a segnare gli errori” ([13]).
Questo: “Per il notaio Cavallone valeva quel che Benedetto Croce disse una volta di Raffaele Mattioli: ‘Questo Mattioli parla di molti libri e ne parla con senno. Non sarebbe una cosa straordinaria. Lo straordinario è che li ha letti’” ([14]).
Questo: che leggeva i libri ma li lasciava “[…] proprio nuovi, appena arrivati dalla tipografia, o dalla legatoria. Eppure, per quanto riguarda almeno i libri di narrativa, le biografia e i saggi critici, Franco li ha letti quasi tutti dalla prima all’ultima pagina. Il miracolo ha origini lontane: si narra di un Natale o di un compleanno remoto, allorché Franco, bambino, avendo trovato in un armadio certi libri di Sàlgari o Salgàri che la mamma si accingeva a regalargli, li aveva letti tutti velocemente di nascosto, nonostante che avessero, come allora usava,’le pagine da tagliare’. Dopo di che, li aveva ricollocati nell’armadio, fingendo poi doverosa sorpresa al momento del regalo” ([15]).
Ma forse soprattutto questo: “Ho provato a figurarmi la sceneggiatura di una giornata di lavoro nel mio studio di Milano, da affidare magari a Michel Moore per la realizzazione. […] Le gentili pendolari collaboratrici se ne vanno e il notaio resta solo a vagheggiare i contorni familiari delle figure di Asterix e Obelix mentre scorrono controluce nel tramonto sul paesaggio dell’Auvergne” ([16]), e questo: “[…] così l’incarico di tradurre Peanuts passò a me e continuai a svolgerlo per oltre dieci anni, per migliaia di strisce […]. Tutte diligentemente tradotte in ufficio e, finché l’ufficio non fu il mio, con gli originali appoggiati su un cassetto aperto, in basso, e il testo italiano sul piano della scrivania, steso su insospettabili fogli uso bollo” ([17]).

 
Questo post lo dedico a Mario Scognamiglio, mio zio, che per un caso (cinico, ma non colpevole e nemmeno inaspettato), non ho potuto avere come interlocutore oggi (leggasi mesi fa) quando ci saremmo incontrati e intellettualmente scontrati alla pari nella assoluta diversità di cultori della pagina stampata e a cui, tutt’altro che inter alia, avrei voluto parlare di Eduard Limonov.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Oltre alla facoltà universitaria.
[2] Un personaggio a sé stante, anche se non lo ho mai conosciuto de visu.
Meriterebbe di più di questo: http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Gandini.
Nemmeno è bastevole la notizia di pagina 179 del suo libro, non fosse altro che per il fatto di essere necessariamente priva degli ultimi 16 anni della sua vita.
Egli aveva aperto dopo aver abbandonato Milano Libri (e moglie) un negozietto proprio dietro il comando provinciale milanese dei carabinieri (e quindi vicinissimo alla sede del Corriere della Sera): splendida bottega, se non fosse che non sono mai riuscito a trovarla aperta, ove credo si nascondessero almeno: un gatto del Cheshire, un sarchiapone metropolitano, una copia del  Necronomicon manoscritta e l’elenco dei residenti in via Saterna.
Giovanni Gandini è come un testo letterario “perennemente in nota”, cioè un principale che gioca a marginale, questo è assolutamente evidente, uno al cui confronto Salinger (J.D.) risulta essere tacciabile di presenzialismo. A riprova di ciò, cito – in nota – quanto scrive dottamente Luca Boschi in un articolo un poco caotico (questo post lo è di più) pubblicato pare su un supplemento (on-line?) de Il Sole 24 Ore , tale Nova100, del 25 novembre 2012 (http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2012/11/25/arriva-giovanni-gandini/): “Una volta gli amici di Exploit Comics, bella rivista di critica e informazione sul Fumetto alla quale di pregio di aver collaborato negli anni Ottanta, scrissero una lettera a Giovanni Gandini chiedendo di collaborare con la scrittura di un articolo sulla sua esperienza relativa alla creazione di Linus. Leonardo Gori e Sergio Lama mi mostrarono con mestizia la lettera inviata all’indirizzo della rivista da Milano. Purtroppo, Gandini era morto poco prima e il figlio, che firmava la comunicazione, si rammaricava di questo, mettendo a parte gli ‘scrittori amatoriali’ della situazione. Non era vero. Gandini era vivo e vegeto, non so nemmeno se avesse questo presunto figlio. Di fatto, la lettera l’aveva scritta lui per far circolare la voce, nel giro delle fanzine e delle prozine, che non voleva essere scocciato. Poco tempo dopo lo trovai al solito bar, orario aperitivo, in Via San Fermo, zona Solferino, dove aveva il suo negozietto di libri e affini attraverso il quale vendeva anche buona parte dell’archivio che era stato dalla sua Linus. Io stesso, con Ferruccio Giromini e Alfredo Castelli, comprai un po’ di quei materiali (libri, riviste americane rare, impianti, patinate), che ancora possiedo” (ho tolto i grassetti presenti in originale).
[3] Più semplice potrebbe essere recuperare
[4] Trovate questa parola in più dei miei post: essa ormai risulta desueta, non lo era sino a 40 anni fa, quando si guidavano automobili, indipendentemente dal genere maschile o femminile della parola.
[5] Per questo mi fa piacere essere il proprietario della copia di Storie non tanto regolari di Umberto Simonetta che fu di proprietà del Professor Alberto Candian (illustre processual-penalista), come dichiara il timbro della sua biblioteca che la accompagna.
[6] Quel testo gandiniano è riapparso sul web, lo riproduco qui: “Fumetti in città. Come vivrebbero i personaggi dei fumetti a Milano? Valentina di Guido Crepax è un’eccezione perché è nata in zona Magenta e la città la conosce almeno quanto Ornella Vanoni. Topolino e Minnie, nati nelle periferie americane degli Anni Trenta, prediligono sicuramente steccati da ‘Linea 3 avanza’ e aree incolte se ce n’è ancora. La loro casa potrebbe essere quel villino-cicala in piazzale Buonarroti dove Eriprando Visconti girò il suo primissimo film. Ma dove scende Gordon Flash? Qualcuno dice all’hotel Manin, secondo me in Prefettura, secondo altri in un attico del centro, ospite di Olcese. Linus, si sa, in ringhiera perché ogni mattina deve stendere la sua copertina. Mandrake con un semplice cenno della mano cambia residenza ogni giorno, dal Gallia al Plaza, dal Gran Hotel et de Milan, alla pensione Speranza di viale Padova. I fumetti sono un po’ tutti, i personaggi e il leggere, i divi odierni della Tv e i grandi attori del cinema. Jean Gabin è un attore che abbiamo amato ed è come averlo ogni sera su un giornalino. Chi non ricorda la canzone della Frehel in ‘Pepé le Moko’ prima che Gabin scenda i lunghi gradini della Casbah? ‘Où est-il mon moulin de la place Blanche, mon tabac, mon bistrot dans le coin…?’ Ma Gabin che gradini scende a Milano? Alla stazione di Porta Genova dove c’è il cavalcavia, ai Bastioni di Porta Venezia o Monte Merlo? Forse la scaletta del Ponte delle Gabelle. Non abbiamo su e giù nella nostra città, né fiumi color terra o azzurri che fanno le curve. Asterix e Obelix ci hanno lasciato dei canali che venivano dai campi verdi e uno l’hanno fatto rotondo per impedire alle macchine di oltrepassarlo. Barbarella si sarebbe fermata alle Sirenette e Tintin dai Carabinieri. Quando arriva Bobo so che va in Melzi d’Eril da Umberto Eco, e zio Paperone o da Cuccia o a Segrate. Copi viene a casa mia. Moebius in via Canonica per restare a due passi dal Monumentale, Biancaneve sulla Madonnina e i Sette Nani sulle guglie. Snoopy viene per parlare di magliette con i merli in via dei Giardini o per interessarsi di una nuova rivista che intende stampare direttamente sulle magliette. Cappuccetto Rosso non attraverserebbe mai i Boschetti verso sera per portare una bottiglia di Oltrepò Pavese alla nonnina che abita al 23 dell’Annunciata, mentre Arcibaldo lo vedo ogni mattina sulla gru della Questura. Gioca a Scala Cinquanta e va a mangiare alla Vecchia Pesa. Se Bonaventura ha perso il posto alla Commerciale per aver cambiato in contanti un foglio con su scritto “un milione”, in compenso ha avuto grande successo come stilista di pantaloni bianchi. Non c’è raduno degli Alpini che non veda tra i trentamila Cino e Franco, ma sono riunioni sporadiche che si tengono all’Arena e se uno li vede li riconosce subito non per la penna d’aquila ma per i calzoni corti”.
[7] Mi soffermo solo ora sul fatto che per i Milanesi - quelli che ammazzano al sabato, oppure solcavano nello stesso giorno della settimana le strade come filibustieri per librerie quando queste esistevano - la via non si è mai nominata anche con “Giuseppe”.
[8] Dopo le mie ripetute e metodiche incursioni, niente di meno, alla caverna di Alì Babà che fu la Libreria Il Sileno di Genova, presso cui ho avuto forse i più bei brividi da cacciatore di fumetti della mia vita e scoprii, da grande come non ero, Hugo Pratt nel suo massimo splendore di solista del fumetto.
[9] Trovate la riproduzione dell’invito a pagina 10 di Milano Libri 1962/2012.
[10] Reputo più attendibile Alessandri che di Wikipedia in punto.
[11] http://www.lfb.it/fff/fumetto/art/gandini_alessandri.htm. Incredibile quanto si trovi in rete, sapendo cercare. Di nuovo, ho eliminato i grassetti partendo dal testo originale e non da quello modificato reperibile altrove. Preciso che “Fulvia” è Fulvia Serra e “Cettina” è Cettina Novelli.
Io sono milanese, ma non ho mai detto “il Linus”
[12] Franco Cavallone, “Il notaio”, da Aa. Vv. (a cura di R. Stajano), La mia professione, Laterza, Roma-Bari, 1986; riprodotto anche in Il notaio Cavallone, cit. (da cui, pagine non numerate, lo ho tratto).
Ad uso dei giovani: sino alla legge 24 febbraio 1997, n. 27, prima di diventare avvocato occorreva praticare sei anni come “procuratore legale” (il che imponeva una serie di limitazioni e comportava anche un diverso tariffario), dopo – ovviamente – aver superato l’esame di stato relativo. Da detta riforma, chi supera l’esame è subito “avvocato”, 
[13] Giovanni Gandini, “Notaio Grand Cru”, in Caffè Milano, cit., pp. 97 e 98.
Ho corretto la grafia, erronea, di “Connought” (celeberrimo hotel di lusso londinese).
Incidentalmente, anche Gandini era laureato in Giurisprudenza alla Università degli Studi di Milano (meglio nota poi come “Statale” quando fu fondata l’Università Cattolica), facoltà dove aveva conosciuto l’amico.
[14] .Corrado Stajano, “Introduzione”, Il notaio Cavallone, cit., pagine non numerate.
Raffaele Mattioli fondò la Banca Commerciale Italiana e fu anche legionario a Fiume con Gabriele d’Annunzio.
[15] Bruno Cavallone, “Testimonianza” del 13 luglio 2005, idem.
[16] Franco Cavallone. Il testo è stato tratto da Il notaio Cavallone, cit., ma è del gennaio 2005: “Teneva una rubrica, Finestra sul cortile, sulla rivista del sindacato notai: FN FederNotizie” (Corrado Stajano, idem).
[17] “Il notaio”, cit.
Cioè redatto su quei particolari (per rigatura e margini) “fogli protocollo”, gli “uso bollo”, che sino a pochi anni fa ancora stavano, almeno, nelle borse di avvocati e notai.

venerdì 4 ottobre 2013

ORESTE DEL BUONO (SENZA DIMENTICARE PILADE)

ORESTE DEL BUONO (SENZA DIMENTICARE PILADE)

 

Destino carogna quello dei fratelli, uno dei due spesso subisce l’ombra proiettata dalla statura del germano.

 

Chi ricorda Ron Asheton rammenta anche Scott solo perché entrambi erano nella formazione “storica” de The Stooges, gruppo musicale seminale (qualcuno li reputa anche proto punk, poco importa) formatosi ad Ann Arbour (Michigan, USA) nel 1967: il primo alla chitarra, il secondo alla batteria.

I Pilade ed Oreste della mitologia greca sono cugini.

Un cantante italiano parte del Clan di Celentano chiamato Pilade (all’anagrafe Lorenzo Pilat) interpretò nel 1965 la versione italiana di “Charlie Brown” ([1]): un testacoda pop che lega in modo curioso Oreste e Pilade Del Buono.

 

Qualcuno, addirittura, si inventò “OdiBò”, contrapposto a “OdiBì”, e allora si pensò a chissà cosa.

No: Oreste Del (oppure “del”) Buono e Pilade Del Buono, fratelli, entrambi giornalisti, sono due persone distinte, appunto.

Pilade era anche il nome del nonno paterno (dilapidatore di patrimoni) e Oreste quello dello zio paterno mai conosciuto (siccome premorto ai nipoti) ([2]).

Pilade Del Buono (il minore dei due: classe 1930, suo fratello era nato nel 1923) è stato un eminente giornalista sportivo e amico di Beppe Viola, negli anni più recenti è [stato] fra i tedofori della fiamma di Gianni Brera.

 

Oreste Del Buono rimane, per molti di quelli che lo ricordano (morì il 30 settembre 2003), solamente il direttore del mensile ([3]) Linus.

Nulla di più sbagliato.

Lo avete già trovato citato qualche volta in miei post precedenti.

Secondo una recente sintesi di Pierluigi Battista egli era: “uno dei grandi cultori dei filoni letterari tenuti ai margini dagli intellettuali sussiegosi” ([4]).

Ma questo è un giudizio ex post, allora quasi un quarto di secolo fa il diretto interessato sintetizzava: “mi sono sempre occupato di cose futili, il fumetto, il fotoromanzo, il giallo, il rosa, il nero, la fantascienza” ([5]).

 

Il maggiore dei Del Buono era un uomo non tanto alto (del proprio aspetto non particolarmente attraente non ha fatto mai mistero); era uno di quegli uomini che ancora – ancora perché oggi capita davvero raramente – trovavano ovvio essere vestiti con giacca e cravatta quasi sempre; quelle giacche e quelle cravatte che non dicevano nulla ([6]).

Faceva anche parte delle persone con “l’incarnato alla milanese”: quel pallido che sembra anche leggermente grigio, sebbene egli fosse nato in Toscana e per di più al mare (vedi anche il notaio Franco Cavallone, altro personaggio di qualche mio post).

 

Scriveva, scriveva, non come quella “macchina” di Giorgio Scerbanenco a cui forse proprio lui aveva attribuito la capacità di diventare una creatura antropomeccanica, ma OdB scriveva: da giornalista, da autore (che in Italia è sinonimo di scrittore letterario) e da prefatore.

Poi, evidentemente, dirigeva: pubblicazioni oppure collane editoriali.

 

La sua vita rispetto ad altri del mondo delle arti credo si possa suddividere così: quelli che a lui devono (spesso molto) in vita e quelli che a lui devono di non essere dimenticati; poi c’è anche qualche eccezione ([7]).

Fra i primi, campeggiano nei fumetti Hugo Pratt ([8]) e Andrea Pazienza. Fra i secondi rammento Umberto Simonetta, Scerbanenco, un poco anche Gianni Brera.

 

Su un sito dedicato ai “nativi” illustri dell’Isola d’Elba sono riportati due articoli che mi sento di segnalare: un profilo biografico e un’intervista ([9]). Dovrebbero bastare per chi desidera qualche riferimento in più.

 

Saluto ovviamente Pilade, che non mi conosce[va] di persona ([10]), ma conosce[va] bene mio papà anche perché loro due hanno anche lavorato insieme al quotidiano Il Giorno.

Risulterebbe solamente un libro a lui attribuibile, chissà … ([11]).

Per il resto solo interventi in testi altrui, prevalentemente breriani.

 

E per concludere, l’amara ironia è una sola: Oreste del Buono rischia di essere dimenticato per un motivo davvero circolare: non c’è nessun OdB che si premura di ricordarlo ([12]).

 

 

POST SCRIPTUM

Qualche giorno dopo [anno 2013] aver ultimato il post, ho reperito, fortunatamente a un prezzo da libro usato, il volume di Del Buono intitolato Amici, amici degli amici, maestri …

Nell’elenco dei profili che lo compongono rinvengo fra gli altri: Beppe Viola, Giancarlo Fusco, Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco. Does it sounds familiar?

 

 

DIECI ANNI DOPO

Ho ripreso il post: inserendo fra parentesi quadre aggiornamenti puramente cronistici: anche perché Pilade è morto il 21 luglio 2019; poi qualche breve aggiunta..

 

Ci si aspettava nel 2023 qualcosa per il doppio anniversario di OdB: centenario dalla nascita, ventennale dalla morte, è arrivata pochissima cosa, e quindi per chi ha letto anni fa questo post, fui profetico.

Nel frattempo, io … beh ho recuperato qualche titolo che mi mancava, casualmente e non. Desidero ricordare qui, in ragione della curatela di un altro autore italiano negletto: Daniele Brolli, il volume La parte difficile e altri scritti ([13]); poi, magari, La talpa di città ([14]) e La debolezza di scrivere ([15]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 e 2023 Steg, Milano, Italia.

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[1] Canzone del 1959 non collegata al personaggio creato da Charles M. Schultz, scritta da Jerome “Jerry” Leiber e Mike Stoller e interpretata innanzitutto da The Coasters.
[2] Tesei: la famiglia materna che ha dato alla marina militare un eroe come Teseo (nomen omen?). “Il vicegovernatore di Malta, sir Edward Jackson, ricordando l'episodio il 4 ottobre 1941 scrisse: «Nel luglio scorso gli italiani hanno condotto un attacco con grande decisione per penetrare nel porto, impiegando MAS e "siluri umani" armati da "squadre suicide" (…). Questa impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale.»”: da Wikipedia Italia che cita il Daily Mail.
[3] Adesso la periodicità è quel che è, e anche nei contenuti i paragoni non si possono fare.
[4] La Lettura, 29 settembre 2013, p. 4.
Vorrei sapere quali sono, o furono, gli altri, in quanto l’impressione è che sia difficile raggrupparli.
[5] La vita sola, Venezia, Marsilio Editori, 1989, p. 139.
Mi vengono in mente Carlo Fruttero e Franco Lucentini.
[6] Come non hanno mai detto nulla quelle di Umberto Eco, che predilige(va?) il cosiddetto blazer all’italiana ovvero la giacca blu scuro ma senza bottoni di metallo.
[7]Scriveva anche ‘sui muri’, Beppe, per dire che le collaborazioni non mancavano. Teneva molto alla rubrica su Linus che gli aveva imposto Oreste del Buono, per lui soltanto fratello del suo amico Pilade”: così scrive Sergio Meda in “Beppe Viola, giornalista” su Panorama, nel 2012.
[8] Rammento una fumosissima sera al Hotel Napoleon di Lucca in cui, circostanza rara, HP e OdB erano persone fra loro pari.
Quando Del Buono lasciò la direzione di Linus, invece, tutta la redazione del mensile divenne una corte di ammiranti donne che pendevano dalle labbra del Maestro di Malamocco.
[9] Rispettivamente le stringhe sono: http://elbaisoladipoetienarratori.blogspot.it/2013/02/oreste-del-buono-genio-e-carattere-di.html e http://elbaisoladipoetienarratori.blogspot.it/2013/06/oreste-il-guastafeste-del-buono-lenfant.html.
[10] Come “figlio di” pensò, esattamente, di identificarmi per il mio necrologio per Ayrton Senna Da Silva nel 1994.
[11] Carnera campione del mondo, s. l., Editoriale Nuova, 1978.
[12] Ripubblicandolo al di là di quanto fatto, un poco malinconicamente, nel numero del redivivo Linus di settembre 2013. dove c’è qualche suo scritto ma davvero poco e solo tratto da un unico volume (il già citato La vita sola).
Mentre il primo Antimeridiano dedicatogli rischia di essere un monumento letterario poco visitato dai lettori e comunque incompleto a causa del suo rigore cronologico e filologico.
[13] Milano, Scheiwiller, 2003.
[14] Roma-Napoli, Theoria, 1984.
[15] Venezia, Marsilio, 1987. 


 

sabato 6 luglio 2013

“SALVIAMO MILANO”. NO TROPPO TARDI! (più che nostalgia, rabbia)


“SALVIAMO MILANO”. NO TROPPO TARDI!
(più che nostalgia, rabbia)
 
Il virgolettato è talmente banale, che forse non sarebbe necessario riconoscere la fonte, in quanto di per sé la frase non è, appunto, originale.
Siccome oltre a quelle due parole c’è un’intera canzone, di Enrico Ruggeri contenuta nell’album Polvere, è giusto citare.
Non so se “Salviamo Milano” sia ancora a lui gradita, dato un testo non politicamente corretto, ma essa resta.
 
La mia città natale è diventata il covo di idioti (prevalentemente italiani, per le ragioni che troverete tratteggiate nel seguito) che percorrono in bicicletta i marciapiedi ([1]); magari con il casco in testa, come se dal 1970 i crani fossero diventati più molli e le pavimentazioni più dure.
Intanto noi paghiamo le piste ciclabili che loro non usano o usano contromano, è un dato di fatto.
 
Non è un caso se molti, lettori e scrittori, di romanzi e racconti polizieschi/neri (o noir/polar se preferite) rimpiangono Giorgio Scerbanenco.
La Milano che non c’è più è quella degli anni sessanta del secolo scorso ([2]), una quasi-metropoli, internazionale (come lo era stata sin dall’Ottocento e poi diventata ancora di più tale grazie al Futurismo).
Poi tutto comincia a prendere una brutta piega: la crisi energetica con la chiusura dei locali pubblici anzitempo a rendere la sera desolata, una normativa fiscale che obbliga anche i milanesi ad andare all’estero con le banconote nelle mutande o quasi, il terrorismo a desolare ulteriormente ([3]), l’incapacità (anche per questa autarchia culturale indotta) a rendersi conto di ciò che succede fuori dai confini, resero la città italiana più europea un centro urbano coperto di ferite che non si sarebbero mai rimarginate ([4]) e le fecero perdere, anche, la capacità di trainare la nazione.
Ecco dunque che essa non è più la “Milano ‘made in Europe’” che propagandava Umberto Simonetta; o meglio, la città resta “fabbricata in Europa”, ma è rimasta senza “manutenzione continentale”.
 
A parte la letteratura di genere ([5]) e non di genere ([6]), è certo che si sono mancate delle occasioni.
Basti pensare a ciò che non è successo e a quanto invece è successo (anche per agganci politici?) nella scena musicale milanese, dove i primi punk si defilarono ([7]) dalle luci dei riflettori, mentre la sinistra tradizionale e non stravolse e sfigurò una “scena” che altrove era già finita per evoluzione (non per distruzione).
 
A che serviva pattinare alla sera nelle strade del centro (parcheggiando ovviamente dove si poteva) nell’estate del 1980, quando si faticava a trovare un locale aperto per una bibita?
Nei tanto bistrattati ottanta, a Milano ([8]) c’era ancora quel buffo venditore, un po’ ritardato mentalmente ma molto spiritoso, che vendeva i “giochini” in Galleria o nei locali; locali frequentati ma senza alcuna ansia di esserci. Residuava anche qualche venditore di cravatte che passava la sera fra ristoranti e trattorie (con prezzi da trattoria) con la sua mercanzia stesa su un braccio.
Soprattutto, a Milano c’erano i milanesi che stavano in città nel fine settimana: come il Notaio Franco (nato Francesco) Cavallone, ancor più chino del solito perché in ogni mano teneva una borsa di plastica piena di libri appena comprati ([9]).
Alla fine noi ci siamo stancati, noi tutti ancora vivi alla fine di quel decennio (ormai trentenni o giù di lì), perché poi si cominciò a contare qualche “caduto”.
 
Dei circa venti anni successivi si è scritto, filmato, registrato troppo e con i soliti canovacci, così al “due per uno” si riescono anche ad abbinare gli eighties e i noughties, con in mezzo dei novanta indefiniti a parte sotto un profilo giudiziario anch’esso notissimo.
 
Il risultato nel 2013? Qualche istantanea meneghina eccola qui.
Panini imbottiti del mezzogiorno tagliati in 4 per diventare cibo per aperitivisti serali storditi ([10]); lustri e lustri di “vietato costruire” e adesso la scommessa è solo quale delle nuove edificazioni monstre diverrà per prima terra di nessuno; tariffe dei mezzi pubblici immutate da tempo immemorabile ed ora, con il Municipio al centrosinistra, una politica dei servizi che pare di centrodestra, eccetera; la crisi economica che si manifesta nei modi più disparati (ma ci vogliono 3 mesi e più perché l’ISTAT confermi che alle casse dei supermarket aspetta meno gente).
Un’annotazione a parte merita la tendenza (non solo politica, ma anche della Curia cattolica) a guardare sempre con un occhio di riguardo e soccorso gli extracomunitari più “evidenti” ([11]), mentre quasi si demonizzano “i Cinesi” e restano invisibili Polacchi, Russi, Ukraini, Georgiani (chiedo scusa se l’elenco non è completo).
 
Senza dimenticare che intorno alla città ci sono altre giunte comunali, una provincia che fu anche gestita dal PD, quindi le responsabilità sono ben suddivise fra i partiti.
Probabilmente non è così solo a Milano, ma io vedo questo.
 
No, non si salva più niente a meno che non ci salvino gli extracomunitari demonizzati e/o invisibili, ma ci impiegheranno molti anni.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Incrociatone uno e quindi sorpassato da un secondo, questo si stupiva che io mi lamentassi.
[2] E l’Autore muore il 27 ottobre 1969, dunque alla fine della decade.
Scerbanenco rimane indissolubilmente legato a quel decennio in quanto le sue opere più riuscite sono di quegli anni: la serie dedicata a Duca Lamberti e la raccolta di racconti Milano calibro 9, essenzialmente. Poi ognuno ha le sue preferenze alternative, io considero molto bello Al mare con la ragazza (del 1950).
[3] Anche in questa sede rammento come il “veto Berlinguer” fece sì che il colore nei programmi televisivi arrivasse tardissimo (tanto che oggi possiamo vedere programmi che furono realizzati a colori, ma trasmessi originariamente in bianco e nero!).
Se la cromoterapia è una scienza seria, allora anche questo incise sul morale.
[4] Mi astengo da analisi politiche, in quanto salvo eccezioni (il sindaco Gabriele Albertini) non vedo differenze.
[5] Rinvio al mio post “L’incapacità di superare Scerbanenco”.
Essendo un post poco letto, forse è il caso di ricordarne diverse righe.
La spiegazione, però, può essere ritrovata non in chi scrive, ma in ciò che di cui si scrive: Milano non è cambiata molto in otto lustri.
Le tre linee di metropolitana non la rendono più europea della sola linea rossa presente negli scorsi anni sessanta; al contrario sono le due attualmente mancanti che la inchiodano, insieme al resto che non c’è, in una dimensione marginale mentre altre città sono cresciute.
Qualche grattacielo in più, finalmente, non la avvicina a una City davvero bifronte come quella londinese.
Assente un fiume che attraversi il capoluogo lombardo.
Ecco quindi che è la città a contribuire a forgiare sempre a sua immagine e somiglianza i personaggi, sebbene in modo quasi perverso essa sia oggi provinciale: senza una sala da tè Alemagna in Via Manzoni, con gli edifici che sono diventati più bassi come le persone quando invecchiano, e il gusto necrofilo per il restauro a tutti i costi anziché la costruzione del nuovo quando ne valga la pena.
Al contempo il mancato rispetto per le tradizioni è concausa: così lo scempio di un Savini dove le Sorelle Giussani oggi non andrebbero più a pranzare a Ferragosto (e poi due film nel pomeriggio nel solo giorno di riposo delle mamme di Diabolik)”.
[6] Rimando ai post “Umberto Simonetta (Ovvero, un post per milanesi non troppo giovani o ‘non troppo regolari’)” e “Beppe Viola”.
[7] Leggete tutto nei post “Note sul punk in Italia e a Milano” e in“Tonito Memorial (To live and die in Milano – note sul punk e oltre)”.
[8] Non sono il più adatto per descrivere la vita notturna; per i dischi, rimando a quanto ho scritto a proposito di Tape Art.
[9] Morto nel 2005, a 73 anni, ironia della sorte a Verona, a causa di un infarto. Era appassionato di lirica.
Soprattutto, fu uno dei primi traduttori in lingua italiana delle strisce dei Peanuts, si dice che inventò lui le “toffolette”. Io lo ricordo anche condurre impeccabilmente in Inglese un’assemblea societaria di quelle grondanti fiele e non solo.
[10] Ma qualcuno mi segnala dalle colonne di Vivimilano (ovvero: Corriere della Sera) che a 40 Euro bevande escluse, in centro c’è un ristorante che propone un ottimo hamburger … non temete, i giornalisti de La Repubblica non sono diversi.
[11] Anche in questo caso è perché in bicicletta saremmo tutti seduti e comodi, e quindi non si pone il problema degli stremati sudamericani e degli stanchissimi Filippini che affollano i posti a sedere del trasporto pubblico a discapito dei pensionati locali che, chissà come mai?, non svernano in French Riviera?