"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



Visualizzazione post con etichetta Alain Pacadis. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alain Pacadis. Mostra tutti i post

mercoledì 9 aprile 2025

JEAN-MICHEL GRAVIER? (Facebook Down Series - 117)

 

JEAN-MICHEL GRAVIER?
(Facebook Down Series - 117)

 

Jean-Michel Gravier è il nuovo Alain Pacadis, ma è morto da 31 anni. Pacadis da 39.

E allora?

 

Mettiamola così: un volume che comprai, copia molto usata, qualche anno fa in ragione di una recensione sulla rivista Schnock rimase nei “da leggere” sino all’aprile 2025, si intitola Les héros du peuple sont immortels ([1]).

Dopodiché, come spesso accade, è partita la caccia, difficile, difficile e non economica.

 

Il dettaglio più curioso è la sua passione per Jean-Jacques Beineix; quasi artefice, Gravier, del ritorno al in sala e del successo dell’opera prima (lungometraggio) di Beineix ([2]).

 

Dovevo buttare giù queste righe, senza troppi fronzoli.

Volendo, questo post è un seguito a un mio antico scritto presente nel blog ([3]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2025 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

lunedì 4 marzo 2013

IN FRANCIA SI MUORE ARTISTI (e si può anche venir riconosciuti come “grandi postumi”)


IN FRANCIA SI MUORE ARTISTI
(e si può anche venir riconosciuti come “grandi postumi”)

 
In Francia si muore artisti.
 
Suicida Nino Ferrer; devastati dal cancro Serge Gainsbourg e Alain Bashung e ancora Jacno in epoca piuttosto recente; Edith Piaf certo non ha atteso la vecchiaia; un autentico killed in action il cantante dei Dogs Dominique Laboubée.
 
Anche il giornalismo di settore ha avuto ormai molti anni fa un morto giovane (in circostanze violente) come Alain Pacadis.
 
Morto “con” musica il pittore Robert Malaval: suicidatosi con l’album Blank Generation ([1]) sul piatto ([2]).
 
La mia tesi non è nuova oggettivamente, non è nuova nemmeno soggettivamente poiché sottesa anche in altri post ed essa nemmeno intende celebrare morti premature.
Bensì desidero solo sottolineare come l’arte appaia ancora essere rischiosa in una nazione vicina alla nostra ed intesa come tale, senza troppi moralismi e rosee riscritture.
 
Questo scrivevo in bozza una decina di mesi fa, nel 2012, con l’intento di continuare e finire tali riflessioni. Tutto è rimasto lì.
 
Il 28 febbraio 2013 è morto a meno di 54 anni Daniel Darc, male: i più gentili propendono per un miscuglio di farmaci ed alcool.
Forse è il caso di concludere, allora.
 
Delle persone elencate qui sopra credo che mediamente gli Italiani ne conoscano due, qualcuno tre.
 
Continua a farmi specie la “logica del santino” italiana: santino proprio nel senso più tradizionale del termine, per cui è la “beghina” che bacia l’effige sacra nella speranza di chissà quale miracolo (a suo esclusivo uso e consumo), tutti buoni da morti ([3]).
Di conseguenza, tutti buoni anche gli artisti morti, e se famosi oggetto di culto.
Se non famosi, invece, presto dimenticati, come se fosse impossibile scoprire il valore di qualcuno che è morto perché tutto deve arrivare in vita ([4]).
 
Non è così in Francia, dove tutto decanta, dove Louis-Ferdinand Céline da molti anni è pubblicato nella Pléiade.
Quindi, tempo al tempo ([5]), anche per Darc, senza nascondere le sue debolezze e senza, necessariamente, doverlo apprezzare, anche i meno attenti potranno ascoltarlo e leggerlo (sì ha anche scritto qualche libro).
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013-2014 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Di Richard Hell & The Voidoids.
[2] Con un colpo di pistola o di fucile (le versioni non sono univoche); anche Ferrer scelse l’arma da fuoco.
[3] Per contro, ricordo come Jacno si lamentasse a proposito di Darc, di cui aveva prodotto il primo album solista. Lamentele non per una “linea artistica” differente.
[4] Nonostante tutto, non solo Luciano Bianciardi rimane poco considerato, ma anche il suo romanzo più famoso (La vita agra), resta meno popolare di quanto dovrebbe.
Peggio è andata ad Umberto Simonetta.
[5] Rinvio, anche, ai miei post a proposito di Roger Nimier.

domenica 27 novembre 2011

YVES ADRIEN (il giornalismo “musicale” è tale, oppure o è giornalismo o non lo è?)




YVES ADRIEN
(il giornalismo “musicale” è tale, oppure o è giornalismo o non lo è?)


La, più o meno voluta (nel senso che non pare si cercò di evitarla), incapacità italiana di avere una dimensione rock e pop internazionale ([1]) si evidenzia anche – può discutersi se il consumatore dipenda dal recensore, o viceversa – nello stato di isolamento del giornalismo musicale nazionale a cavallo fra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta del secolo scorso.

Infatti, non mi risultano cronache eclatanti, o prese di posizione dirompenti, sulle colonne di Ciao 2001 o Big, o ….
Tanto che Renzo Arbore e Gianni Boncompagni (“I am a DJ I am what I play” oppure “I am a DJ, YOU are what I play” per dirla secondo una canzone di David Bowie, “DJ” evidentemente) o forse la trasmissione “Per voi giovani” di Giaccio e Cascone ([2]) erano i soli che contavano per orientare ed informare. Del resto, per alcuni la inutilità della recensione è un dato acquisito.

Dei giornalisti dell’epoca pre-punk si salva(va) solo Riccardo Bertoncelli, con una prosa talvolta epica nel dipingere la scena della Bay Area, già meno efficace quando andava a scrivere di Genesis. C’è da chiedersi, non si tratta di ironia, come Enrico Ruggeri abbia potuto conoscere il glam rock, ad esempio.

Dunque per il medio ascoltatore italiano l’estero era pochissima cosa ([3]).

In Francia no, come ho già scritto altrove il panorama era ben più esaltante per i ragazzi, ma le quattro facciate che Yves Adrien pubblica su Rock & Folk numero 72 del gennaio 1973 dal titolo “Je chante le rock electrique” sono davvero un avvenimento (non è un articolo usuale, è un corsivo da terza pagina di quotidiano nazionale).
Sorta di manifesto per i non allineati sonici delle terre del giglio bianco o se si preferisce la discografia di studio per l’esame accademico di pre-punkitude ed infatti la parola “punks” compare addirittura nel titolo di un paragrafo.

Poco dopo coloro che hanno superato la prova con almeno un 28/30 andranno a rifornirsi di vinile da Marc Zermati con il suo banchetto nelle malfamate Halles parigine pre-Beaubourg ([4]). Da lui passavano anche Adrien e Alain Pacadis.

Non credo serva più nemmeno la morale.


                                                                                                                                            Steg





© 2011 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 





[1] Del resto, i concerti locali di The Beatles e di Jimi Hendrix continuano ad essere descritti con toni di stupore e incredulità che più si addicono ad apparizioni di alieni che ad esibizioni musicali. 
[2] Tenete presente che le radio cosiddette libere arriveranno solamente nel 1975 e la stampa estera era appannaggio di forse tre edicole a Milano (non che nel 1979 si superassero le cinque).
[3] Sarebbe bastato chiedere che cover fosse “I giardini di Kensington” interpretata da Patty Pravo per uno sguardo smarrito.
[4] Zermati circa un lustro dopo è il responsabile - finanziatore più che “produttore” - della pubblicazione di Metallic KO di Iggy Pop e i suoi Stooges.

venerdì 25 novembre 2011

QUANDO UN LIBRO È BEN DOCUMENTATO, PUÒ PORTARE MOLTO LONTANO (ovvero da Serge Gainsbourg all’infinito francese)

 
QUANDO UN LIBRO È BEN DOCUMENTATO,
PUÒ PORTARE MOLTO LONTANO
(ovvero da Serge Gainsbourg all’infinito francese)
 
Mi auguro che i miei lettori (che cominciano anche a dare giudizi, per di più lusinghieri, quindi li ringrazio doppiamente) ogni tanto possano semplicemente divertirsi, al di là della mia abitudine delle note a piè pagina.
 
Però, dato che spesso mi lamento dell’Italia, pur non essendo incondizionatamente patito della Francia, ne riconosco i pregi.
 
Nel 2002 dopo essermi letto A Fistful of Gitanes, ottima biografia in Inglese su Serge Gainsbourg, cominciai ad esplorare i testi francesi, ben più abbondanti sull’argomento.
Dunque onore al merito di Sylvie Simmons la quale era riuscita a sbloccare la mia diffidenza per il cantante meno cantante, ma più idolatrato (e non esagero), di Francia.
 
Facendo un po’ di ricerche, scopro che al di là del “biografo ufficiale certificato” Gilles Verlant, comunque validissimo autore e conoscitore della materia, compare con frequenza un libro che è in qualche modo sconsigliato se non addirittura disconosciuto dai più devoti sostenitori di Monsieur Gainsbarre: si tratta di Gainsbourg sans filtre scritto da Marie-Dominique Lelièvre.
Per farla breve, decido di tentare; quindi acquisto il libro, ignaro delle sue conseguenze.
Infatti, vi compaiono riferimenti bibliografici riferiti a figure leggendarie come Alain Pacadis e Yves Adrien (con opere letterarie diametralmente opposte per stili, comunque in seguito ristampate e quindi facilmente reperibili) e anche nomi già familiari per quel che concerne le cronache punk d’Oltralpe.
Il volume della Lelièvre è molto buono, pur se non è il primo libro da leggere su Gainsbourg (del resto lei stessa cita estensivamente opere di Gilles Verlant).
 
Da quella bibliografia, brevi ricerche su Internet mi hanno condotto a L’Esprit de seventies (poi riedito nel 2013 con il titolo Alain Pacadis – Itinéraire d’un dandy punk ([1])) di Alexis Bernier e François Buot, testo indispensabile (con Pacadis sorta di protagonista “guida” nel senso dantesco) per chi sia interessato alla scena francese di quel decennio che, per quelli che lo vedono cominciare con il primo album dei Velvet Underground ([2]), ha dei contorni evidentemente non convenzionali.
Il tomo di Bernier e Buot è, quindi, un vero vaso di Pandora.
 
Così nascono gli interessi collegati l’uno all’altro che portano sempre più lontano, ad esplorare argomenti che altrimenti rimarrebbero preclusi per plurime ragioni.
Ecco perché un buon libro ([3]) è sempre una bella sorpresa.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2011-2013, 2023 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.
 



[1] Dichiaratamente un’edizione riveduta. Di nuovo edita nel 2018.
[2] Tesi condivisa da Jon Savage, ad esempio.
[3] Preciso che tutti i titoli qui citati sono ancora disponibili (usati o nuovi) per chi sia uso comperare tramite Internet.