"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 17 marzo 2026

CLUB CULTURE: IN ITALIA NON È MAI SUCCESSO NIENTE [parte seconda (o terza)]

 

CLUB CULTURE: IN ITALIA NON È MAI SUCCESSO NIENTE

[parte seconda (o terza)]

 

Sulla - inesistente - scena punk italiana ho scritto abbondantemente.
Noi eravamo sorta di “risultati individuali di auto-esperimenti giovanili”.

 

Velo ben più pietoso, se possibile, sul new-mod del 1979.
Dovevano “digerire” ancora, gli Italiani, il risultato musicale del modism meadiano: The Kinks, The Who, Small Faces, The Action (e forse, forse, siccome anche tardivi The Creation).
The Jam nel 1978 - leggasi All Mod Cons - erano ancora una anomalia nata dal punk.

 

E vengo, nuovamente, alla clubland nazionale 1980: innanzitutto, in contrapposizione, rimando a https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/04/out-in-clubland-having-fun-proposito-di.html
Quando qualcuno cominciò a parlare “del” Plastic pensai: i “new romantic dei poveri” in Italia.
Anche perché prima di arrivare a un libro che in qualche modo “certificasse” la scena Billy’s-Blitz londinese ce ne sarebbero voluti di anni e quindi in Italia si raccoglievano le briciole dei media anglofoni.

 

E allora?
Beh a Londra nel 2025 è stata allestita una mostra su quella scena, una mostra con una caratteristica in fondo interessante: non esiste catalogo.
Il solito dilemma leninista, dunque.

 

Innanzitutto andare a sfogliare di nuovo “quel” bellissimo libro che ho descritto all’epoca ([1]) e che anche Robert Elms ([2]) reputa inarrivabile.
Elms ha scritto e pubblicato un libro che taglia come un rasoio: giochi di parole a piè sospinto e gioisco a ricordare come nello scaffale che ricordo sta la mia copia del solo libro di Peter York indispensabile: Style Wars ([3]). Titolo non umile, certo, ma avete mai conosciuto nel mondo reale un giovane modesto che abbia marchiato il suo tempo fuori dalle religioni? Comunque, andate a comprare Blitz - The Club that Create The 80s ([4]).

 

Poi, quasi inevitabilmente, sebbene sia una dichiarata autobiografia, occorre il libro di Rusty Egan: The Autobiography ([5]). Perché Egan era il sodale di Steve Strange e dj al Billy’s e al Blitz.

 

Sento già mormorare: mi si chiede un libro meno schierato e più accademico. Beh il suo autore è stato insignito della onorificenza nota come “OBE” e gradito a Elms: Dylan Jones, Già autore di una oral history bowiana di un certo pregio ([6]), ha pubblicato Sweet Dreams – The Story of the New Romantics ([7]). Cercate l’edizione paperback siccome ha un capitolo aggiuntivo.

 

Vi conviene accontentarvi, e sarete contenti, di questi tre libri, perché We Can Be Heroes – 1976-1984 ([8]) pare viaggi a prezzi di centinaia di sterline.
Già.
Una ultima menzione: Steve Strange, morto prematuramente, pubblicò ([9]) la sua autobiografia nel 2002: Blitzed!.

 

 

firma di Robert Elms su copia edizione tascabile di The Way We Wore


                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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[1] Rinvio alla stringa sopra citata e infra nota 8 e testo ivi.
[2] Di questo, anche, autore, ho citato alcune volte il libro The Way We Wore: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2019/11/la-credibilita-di-strada-e-non.html
Il libro risale al 1980 ed è una raccolta di articoli: https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_York
[4] London, Faber & Faber, 2025.
[5] Jedburg, McNiddler & Grace, 2025.
[6] Pur se, magari non è nella mezza dozzina dei titoli fondamentali. E per trovarne uno italiano, non uno semplicemente tradotto, probabilmente andate verso la venticinquesima posizione.
[7] London, Faber & Faber, rispettivamente 2020 (prima edizione) e 2021 (paperback).
[8] Di Graham SMITH (fotografie) e Chris SULLIVAN (testi): London, Unbound, 2011 per la prima (e unica?) edizione, una “limited”.
[9] London, Orion.

giovedì 5 aprile 2012

“OUT IN CLUBLAND HAVING FUN” (a proposito di un libro sugli “eroi” della notte di Graham Smith e Chris Sullivan)



OUT IN CLUBLAND HAVING FUN ([1])
(a proposito di un libro sugli “eroi” della notte
di Graham Smith e Chris Sullivan)

 

Mi è arrivato qualche giorno fa un bellissimo libro: è più che un piacere quando le aspettative sono confermate o addirittura superate.
Certo non è ormai più possibile sorprendersi per tesori da scaffale inattesi ([2]), ma le delusioni fanno male.
 

L’ennesima influenza natalizia mi colpisce nel dicembre 1980, sto preparando Storia del diritto italiano: un misnomer.

Radio Milano International trasmette fra gli altri: da Sandinista! di The Clash almeno “The Call Up” ([3]), “Fade To Grey” debutto (apparente) dei Visage, e “To Cut A Long Story Short” degli Spandau Ballet ([4]).
Non serve internet, serve The Face - ne acquisto tre copie a numero: due da ritagliare e una intera, dieta tipografica scellerata ma necessaria, a partire dall’agosto 1980! - per sapere che a Londra, mentendo sulla salute ai genitori come capitò nella stessa stagione del 1977 se del caso, ci andrò comunque. Lì non comprerò l’album (triplo) degli ex (per me) eroi della Westaway, ma il singolo di debutto degli Spands, l’album dei Visage (dato che non esiste un dodici pollici del singolo con versione/i diversa/e) e l’inutile versione 12” (quella 7” con custom sleeve dorata è già il winter single dell’anno da un paio di settimane) di “Israel” di Siouxsie and the Banshees, ma per loro si deroga al contenuto.
 
Passati: il punk, il post-punk, il 1979-mod, lo ska cum eventuale Trojan skin-suedehead sound, c’è insomma anche altro.
Ecco perché Sandinista! è vecchio alla nascita pur contenendo talune belle canzoni.
 

All’epoca ci fu qualche tentativo di esaminare questo fenomeno che era in sostanza molto night clubbing e molto apparire, disc-jockey stelle e futuri artisti ancora in bilico fra pubblico e personaggio dall’estetica variabile.
Ma esso era cosi poco fissabile, con stili che cambiavano nel giro di qualche settimana (il suicidio della moda. Eppure emersero anche stilisti su cui si sono in parte fondate le maison per svecchiarsi) che divenne “innominato”, dunque cult with no name e un volume a cura di Ian Birch dal titolo The Book with No Name.
 
Trent’anni dopo questo “altro” lo trovate descritto e ben documentato visivamente in We Can Be Heroes, libro scritto nelle immagini da Graham Smith e nei testi da Chris Sullivan più un numero vastissimo di ospiti.
Faccio come avrei fatto anche allora, e vi lascio alla ricerca del volume senza altre indicazioni: la credibilità ce la si costruisce.
 

È un libro come vorrei averlo pubblicato io ([5]): con le playlist dei vari club, per cui spero che Nicola “Plastic” Guiducci lo abbia comprato magari in doppia copia come un disco che si usura per il tanto ascolto oppure che serve da mixare con se stesso ([6]) o come un libro che si squaderna per la troppa consultazione ([7]).

 

È un libro con anche le foto delle tessere dei club (la rivoluzione non è popolare: cfr. Billy MacKenzie e il palazzo d’inverno) come mostrine di corpi d’elite.

 

È un libro da Tape Art, con Sergio che all’occasionale e quindi ignoto (imputet sibi) e potenziale cliente dichiara con ineluttabilità: “ah scusa, ma tutte le copie sono già prenotate” e poi – bevendo l’aperitivo che arriva dal Bar Quadronno – ride con te dell’aneddoto.
Quindi è un libro per Fred Ventura (you like Jimmy Pursey, me like Joe Strummer).

 

Proprio un bel libro per tutti quelli che masticano Animal Nighlife, Pride e concerti dagli inviti monumentali per le primissime esibizioni degli Spandau Ballet, ma apprezzano anche una rara foto del novembre 1977 di S&TB al Music Machine con John McKay che indossa anch’egli una “tits t-shirt” di Seditionaries.

 
Che serve parlare di me? Beh quel tuxedo bianco comprato di seconda mano (King’s Road o Flip?) che inaugurai per Georgie Fame a fine 1980 lo indossai anche per un concerto dei Funkapolitan nell’estate del 1981 da qualche parte dietro la fermata di Tottenham Court Road della tube.
In quella stagione calda passavo da The Cage di Rusty Egan, in King’s Road, per certi singoli.
Ma già ero un vecchio ventenne: i Theatre of Hate stavano come labaro per un positive punk che nessuno ancora scorgeva, però anche loro con stile, un po’ hard times (a buon intenditore …), del resto Kirk Brandon e Boy George erano nello stesso giro.

 

Comunque fosse, è vero: si poteva essere eroi.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 
© 2012 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.



[1] Cfr. Soft Cell: “Bedsitter” (M. Almond e D. Ball).
Si consiglia, ovviamente, la versione extended.
[2] L’ultima sorpresa rimane ormai datata: l’aver trovato casualmente un volumetto sottile, giapponese, che cercavo da molto, nella mensola di un mobile su ruote da Strand, gigantesca libreria fisica a Manhattan, molti anni fa.
Dedicato a Johnny Thunders il libro.
[3] Allora non c’era la schiavitù del singolo nella programmazione radiofonica. Si poteva osare nel fare ascoltare più canzoni dallo stesso album al pubblico.
[4] Uno dei più disastrosi cimenti per la pronuncia dei DJ italiani.
[5] Plurime le edizioni. Giustamente con un ruolo d’onore per i suoi sovvenzionatori.
[6] Cfr. David Bowie: “I am a DJ/I am what I play” (D. Bowie, “DJ”).
[7] Lo spirito moderno trova il compromesso fra lo sprezzo del momento e i materiali delle avanguardie che si trasformano in pezzi da collezione. Non so se sia possibile mixare i libri oltre il cut-up burroughsiano.