"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 2 marzo 2022

LE PEZZE AL CULO ARTISTICHE

LE PEZZE AL CULO ARTISTICHE

 

Le pezze al culo artistiche sono il citazionismo senza altro.

Le meno apprezzabili sono quelle travestite, con sotto i panni di scena il banale.

 

Achille Lauro chi copia?

I Måneskin chi copiano?

Potete rispondervi da soli.

 

Quasi trenta anni fa una mia cara amica disse, parlando del più e del meno: “Renato Zero copia Marc Bolan”.

Qualche settimana fa ho pensato: può darsi, ma ha copiato anche l’estetica di Brian Eno all’epoca dei Roxy Music.

 

I tre (due solisti e una compagine collettiva) artisti italiani sopra citati non credo passeranno alla storia.

 

Non so se – al di là di cronici revival – passerà alla storia del costume italiano la Marchesa Luisa Casati ([1]), nel mondo sì.

 

Per i viaggi in taxi di lungo percorso cito: la Marchesa Casati, Johnson Righeira e Billy MacKenzie (in ordine di data).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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giovedì 9 ottobre 2014

LA MARCHESA LUISA CASATI (o del tentativo di rendere consumabile l’inconsumabile, a tacere del “camp”)


LA MARCHESA LUISA CASATI
(o del tentativo di rendere consumabile l’inconsumabile, a tacere del “camp”)

 

Incappai nella figura e nella vita della Marchesa Luisa Casati ([1]) nel 2003, in ragione di una recensione nemmeno tempestiva ([2]) dell’edizione italiana di Infinite Variety – The Life and Legend of the Marchesa Casati  ([3]).
Ebbi fortuna: esistevano ancora le librerie, e trovai una copia nella prima in cui entrai all’uopo.
Ebbi una seconda fortuna: contattai nei giorni successivi l’editore della precedente (e credo prima) biografia della Marchesa Casati e esso ancora disponeva di copia del volume di Dario Cecchi, intitolato Coré – Vita e dannazione della Marchesa Casati ([4]) che mi inviò prontamente.
In seguito acquistai anche l’edizione originale e quella francese di Infinita varietà, posto che esse hanno illustrazioni in parte diverse.
Terza fortuna: anni dopo rinvenni casualmente (ma non senza metodo ([5])) copia di La divin marchesa, volume di “contributi” di vari autori edito ([6]) pressoché in contemporanea con l’opera di Cecchi.

 

Dopo il 2003 in Italia direi il nulla e ciò mi sembra adeguato all’indole della nazione: in fondo Luisa Casati è semplicemente una voce senza fotografia a pagina 50 di Camp – The Lie That Tells The Truth ([7]), volume di struttura enciclopedica che ancora oggi credo sia il miglior punto di partenza per la non definibile posa/attitudine/(altro?) che è il “camp” ([8]).
Probabilmente è più conosciuta di lei la sua lontana “familiare acquisita” (ma anche lei non era nata “Casati” e dal marito si separò): quella Casati, nata Anna Fallarino ([9]) e marchesa anch’ella per matrimonio, uccisa dal marito ([10]) Camillo Casati Stampa di Soncino ([11]) il 30 agosto 1970 ([12]).

 

Ora ecco che, c’è da chiedersi con che previsioni di esito, Luisa Casati riappare alla fine del 2014 come soggetto di una mostra che sin dal titolo sembra un rifacimento: “La divina marchesa”. Sede dell’esibizione l’indubbiamente délabré, come tale perfetto, e certo non luminosissimo Palazzo Fortuny di Venezia; evidentemente non era possibile chiedere quel Palazzo Venier dei Leoni che per quasi tre lustri fu di proprietà della Marchesa ([13]).

 
Indipendentemente dal numero dei visitatori dell’esposizione, mi domando che cosa capiranno essi dell’esprit de “la Casati”, credo nulla.
In una città dove il turismo peggiora per grado di volgarità ([14]), nazionale ed estero, in un mondo dove, forse, è meglio andare in gondola a Las Vegas (o in Cina?), che senso ha rievocare i fasti scellerati ed unici, dunque non massificabili siccome non ripetibili e consumabili una sola volta, di questa pirotecnica “femmina folle” ([15]) e “di lusso” ([16]), forse non bella ma evidentemente in grado di ammaliare uomini non certo da poco?
E fra quanti anni (o mesi?) vedremo le copie invendute del catalogo diventare prima carta da macero e poi rarissime?
 

Vi sembrano evanescenti queste righe? Può darsi: sono un poco camp anche loro.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Nata Luisa Ammann, ricca famiglia di imprenditori, a Milano, nel 1881.
[2] Segnalatami essa sì tempestivamente, da EKS.
[3] Gli autori sono Scot D. Ryersson e Michael O. Yaccarino, il volume ebbe una prima edizione negli USA nel 1999.
Infinita varietà – Vita e leggenda della Marchesa Casati il titolo italiano, edita da Corbaccio (Milano).
[4] L’editore era, nel 1986, L’inchiostro blu di Bologna.
Coré era l’appellativo con cui usualmente Gabriele d’Annunzio, suo amante e amico, apostrofava la Marchesa.
[5] Passare a spazzola (se non a pettine)  i banchi di libri usati richiede discreti esperienza, allenamento e tecnica.
[6] Formalmente da Edizioni Ritz Sadler, sempre Bologna, sempre 1986. Notate la troncatura dell’aggettivo nel titolo, a ricordare il Marchese De Sade.
[7] Scritto da Philip Core e pubblicato nel 1984 a Londra da Plexus.
[8] Chi fosse interessato può anche (ma non solo) leggere i due volumi curati da Fabio Cleto, PopCamp, Milano, Marco Y Marcos, 2008 come numero 27 della rivista Riga.
[9] Nel 1929.
[10] Omonimo del marito di Luisa siccome ne è il figlio (non della Marchesa).
[11] Località che diede i natali a Piero Manzoni.
Marito che ne uccide anche l’amante e poi si suicida, sempre con il fucile da caccia.
[13] Oggi è sede, dopo essere stato dimora della “Siora Peggy”, del museo Collezione Peggy Guggenheim.
[14] Ma quelli con le buste sottovuoto di salumi al Vittoriale di d’Annunzio non sono da meno.
[15] Cito Erich von Stroheim ma solo perché mi piace la definizione, senza seguire il contenuto del suo film Foolish Wives.
[16] Un mammifero pitigrilliano? Più una “playlady”.

venerdì 24 maggio 2013

OPERA DELL’INGEGNO E MEZZO ESPRESSIVO: CONVIVENZA


OPERA DELL’INGEGNO E MEZZO ESPRESSIVO: CONVIVENZA 

 
Per attirare un lettore in più, avrei dovuto intitolare, meno esattamente, il post “Arte e medium: coincidenza necessaria?”.
 
Il fumetto è un’arte? Forse, o meglio: talvolta.
Il fumetto è sempre opera dell’ingegno degna di tutela come opera autoriale? Credo di no, ma questo vale anche per un’opera narrativa; nemmeno un documentario su delle macchine affettatrici con una grande regia diventa un’opera cinematografica in senso giuridico ([1]).
 

Non vedo quindi per quale motivo – in difetto di ingenuità di tutti i soggetti coinvolti (salvo la presunzione di certi fumettisti e le ragioni imprenditoriali di certi editori) – sostenere certe pubblicazioni che sono a fumetti, ma potrebbero non esserlo e sarebbero dei dignitosi sunti in prosa.


Per tutti: una riduzione a fumetti della vita di Gabriele d’Annunzio a cura de Il Giornale e una, ancor più recente bio-comic ([2]) sulla Marchesa Luisa Casati Stampa (nata Luisa Amman).
Fra l’altro, la prima soffre di eccesso di concorrenti.
Ma la seconda patisce addirittura di un ambito non concorrenziale: il bel libro scritto da Scott D. Ryersson e Michael Orlando Yaccarino in Italia non ha certo scalato le classifiche ([3]) e, sotto diverso profilo, come può un disegno sostituire un’immagine fotografica (magari di Man Ray) o anche “solo” un quadro di Giovanni Boldini?

 

Volete fumetti degni di essere classificati opere dell’ingegno anche se elaborazioni di opere precedenti e di genere diverso? Valga per tutti il Moby Dick di Dino Battaglia.

 
Del resto, nemmeno il cinema “migliora” sempre ciò che nasce fumetto ([4]).
E certe vite faticano a essere catturate: quante biografie letterarie su Howard Hughes e nessuna definitiva, come non lo è nemmeno il film The Aviator.

 

Caveat!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Si veda in Italia la legge n. 633 del 22 aprile 1941.
[2] A me suona meglio bio-comic, ma visto che si parla di bio-pic per film biografie …
[3] Del resto quasi nessuno si ricorda del precedente, ancor più ricco di immagini di complemento, Corè – Vita e dannazione della Marchesa Casati scritto da Dario Cecchi e pubblicato nel 1986 da L’inchiostroblu di Bologna.
I due autori hanno dedicato anche successive altre opere alla Marchesa:
[4] Lascio quindi a voi giudicare i romanzi di Diabolik editi da Sansoni una quarantina d’anni fa.