"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 7 marzo 2025

MILANO DI SERA: CORSARI E CAZZARI (Facebook Down Series - 108)

 

MILANO DI SERA: CORSARI E CAZZARI
(Facebook Down Series - 108)

 

 

Negli anni ottanta del ventesimo secolo al Savini si incontravano illustri corsari della finanza: Raul Gardini e Giovanni Svetlich (onore a loro, pugnali sguainati come sul ponte della Folgore del Corsaro Nero).

 

Negli anni venti del ventunesimo secolo cazzari alla Gintoneria (magari incluso un l’avvocaticchio cocainomane a cui “non tira” …).

Nota metodologica: ci passo davanti quando vado a comprare - di martedì - i surgelati con lo sconto. Non varcherei quella soglia nemmeno se mi pagassero (anche perché la mia marca preferita di champagne non è tale “siccome” costosa).

 

Già: ricordate il disprezzo (senza scomodare Godard)?

 

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/09/la-pizza-al-savini-e-il-salmone-in.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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domenica 5 luglio 2020

IL PORTIERE DI NOTTE (Liliana Cavani, e ritorno)


IL PORTIERE DI NOTTE (Liliana Cavani, e ritorno)

Seconda edizione, 1974 -
collezione privata



Quando la mia famiglia era cliente del Ristorante Savini ([1]), il mio cameriere di riferimento era il Signor F. R.: se era lui ad assisterci nulla poteva andare fuori dalle regole ed era un piacere anche vederlo cambiare le tovaglie del tavolo vicino: la stessa modalità ritrovata anni dopo a New Orleans (anche) al bistrot di Brennan’s: Mr. B’s.
Il Signor F. R. era sempre perfettamente pettinato con i capelli corvini all’indietro, con la brillantina, impeccabile nella tenuta di lavoro, scarpe lucide come uno specchio. Rammento di averlo incrociato fuori orario, lui non mi vide, lì in Galleria, all’Ottagono: il suo cappotto aveva un taglio perfetto.  
Mi ha sempre ricordato il miglior Dirk Bogarde.
Ecco, quello che ho appena scritto – come avrebbe detto il Signor F. R. – “una piccola pausa” fra il titolo e la sostanza di questo scritto.

*      *     *

Leggendo le righe introduttive ([2]) e poi il testo pubblicati ([3]) della sceneggiatura de Il portiere di notte di Liliana Cavani ([4]) mi sono reso conto, anno 2020, che quel film ha subìto due travisanti ispirazioni, travisanti per chi, travisato, appunto, ha ascoltato quelle opere musicali apparentemente “ispirate”.
La ragione è semplice e da anteporre al resto. Chi conoscere Il conformista di Bernardo Bertolucci ([5]) ([6]), potrebbe ricordare l’inganno del kimono di seta con cui l’autista (interpretato da Pierre Clementi) attira il giovinetto.
Ebbene: (io,) l’ignaro ex studente di liceo scientifico (di un paio di anni più giovane di Enrico Ruggeri) nonché-e/o privo della sensibilità artistica di The Gags (o devo ritenerlo lo pseudonimo artistico di G.?) per anni (o decenni) non è stato indotto ad andare oltre il film di Liliana Cavani, si fidava, mentre un libro gli avrebbe aperto gli occhi.
Ipotizziamo che nemmeno Ruggeri e The Gags conoscessero quel libro.

La canzone omonima di Enrico Ruggeri ([7]) si risolve, infatti, in una pretesamente dotta lettura del film tramite la sola figura del co-protagonista (ma facendo il verso a “Les Amants d’un jour” ([8])), la cui chiave più leale è forse un ennesimo sforzo ruggeriano, pel vero ammirevole, di contrastare l’ancòra dominante cultura musicale sinistrese dell’Italia di Allora.

Per The Gags – cum The Huns –, il tema è più pregnante.
A parte una generale ispirazione “a Max e Lucia” (nessun ammiccamento manzoniano ([9])) nel campo di concentramento, la strizzata d’occhio del gruppo musicale milanese ad Adam And The Antz si risolve in vari indicatori specifici: la canzone “Maximilian Aldorfer” ([10]), mezza grafica prelevata dalle immagini cinematografiche a partire dalla copertina per l’antologia Criss-Cross (1979-1981) ([11]).
Gli è, però, che manca Vienna, manca il dopoguerra, è tutto decontestualizzato e ridotto a una matrice buona soprattutto per banalizzare – involontariamente – proprio The Gags.  

*      *     *
Oggi quindi rimane intatta l’opera cinematografica, così come quanto scrisse la regista a introduzione della sceneggiatura ([12]) pubblicata in volume.
La vittima, anziché il carnefice, che torna sul luogo del delitto”.
Ebbi l’impressione che [Primo] Levi potesse, o meglio, riuscisse, a parlare solo di un periodo della sua vita, come se fosse rimasto là, nonostante tutto”.
La vittima non vuole dimenticare, torna persino sul luogo del delitto; è come se non volesse più riemergere da un sottosuolo in cui è caduta e che la tiene ancora a sé. Il carnefice invece vuole uscire alla luce, darsi un contegno e cerca nella logica della guerra le sue ragioni e vuole chiudere per sempre la botola del sottosuolo dal quale è riemerso”.
I miei protagonisti svolsero i loro ruoli secondo legge fino al 1945; nel 1957, quando si ritrovano, i loro ruoli sono fuori legge. A questo punto la gente pensa che sono degli psicopatici; invece sono sempre gli stessi, non psicopatici ma tragici”. È tragedia vivere dei ruoli fuori dal momento storico che li ha generati e permessi”.
È orrendamente bella la divisa delle SS”. […] “Consci o inconsci erano legati e devoti ad Hitler da un culto omosessuale”. […] “Nel film la divisa delle SS è un feticcio sessuale”.
Se Mussolini faceva leva sul maschismo mediterraneo, sul gallismo italiano, Hitler fece leva sull’aspetto opposto, più congeniale alla cultura germanica; un aspetto oltretutto molto militare, uno spirito di corpo. È una devozione quella che ebbe Hitler più profonda, più estetizzante, meno campestre di quella toccata al duce” ([13]).
[Eccetera.]
Ho scelto Vienna, perché adoro Vienna” ([14]).

Carta dei cocktail, Loos, Vienna (seit 1908)
collezione privata


E rimane quel barattolo di vetro, infranto, svuotato da dita avide del suo contenuto (confettura?), intorno al minuto 101.


                                                                                                                      Steg


NOTA TECNICA: ho scritto in precedenza su taluni temi nelle seguenti sedi:
Tutti questi post sono confermati.





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[1] Usualmente nel terzo di quattro del primo box,  in senso orario.
[2] Di cui infra, qualche frammento.
[3] L. CAVANI, Il portiere di notte, Torino, Einaudi, 1974, almeno due edizioni. 
[5] Fra l’altro citato da Liliana Cavani nel documentario che accompagna almeno una versione DVD (Istituto Luce) del suo film de quo.
[7] Pubblicato ne Enrico VIII, del 1986.
[8] Portata la successo da Edith Piaf (testo Claude Delécluse e Michel Senli, musica Marguerite Monnot); ma cercate la versione dei Sex Gang Children.
[9] N.d.A.
[10] Nel film, Maximilian Theo Aldorfer, abbreviato in Max, è interpretato da Dirk Bogarde.
La canzone è datata 1982.
[11] Mi riferisco, innanzitutto, all’edizione in CD, solo promozionale con 24 registrazioni.
[12] Coautore ItaloMoscati.
[13] L. CAVANI, op. cit., pp. da VII a XIII.
[14] Idem, p. XIII.

lunedì 18 maggio 2020

LA MORTE DEI LUOGHI PER SOTTRAZIONE


LA MORTE DEI LUOGHI PER SOTTRAZIONE

La morte per sottrazione di un luogo è quella del togliere senza sostituire.
Qualche volta l’eliminazione è non evidente, anche solo per ragioni generazionali.

A Milano, cominciamo prendendo il Ristorante Savini: esiste ancora, ma non c’è più.
Sparita ogni vestigia del bar di prua, quello dei Futuristi ([1]); sparita ogni traccia dei box di sinistra (oltrepassato il guardaroba) e soprattutto del primo di essi ove il più saltuario dei clienti era il più potente: Enrico Cuccia ([2]).

Ma non esistono più neanche le trattorie toscane, soprattutto di Via Fiori Chiari (sempre Milano) ([3]), e quindi di riflesso sono estinti anche il venditore – zoppo – di rose; quello di cravatte portate su un braccio sinistro rigido che a uno scolaro poteva ricordare un pirata; l’anziano strillone delle “ultimissime” dei quotidiani del pomeriggio (due e poi uno solo); il contrabbandiere di sigarette nella borsa di cuoio ([4]).

Eccetera.
Ricordo ancora bene, io, ma fino a quando?


                                                                                                                      Steg



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[1] Che si bevevano bicchieri di acqua da caraffe colme di ghiaccio.
[2] Cfr. Giancarlo Galli, Il padrone dei padroni.
[3] Cfr. Luciano Bianciardi, La vita agra.
[4] Cfr. Renato Olivieri, 99 casi di ordinaria criminalità.

giovedì 4 dicembre 2014

I MILANESI (“Salviamo Milano” reprise)


I MILANESI
(“Salviamo Milano” reprise)

 

Ho impressionato (pittoricamente, non fotograficamente) di milanesità, in modo più o meno diretto, alcuni precedenti post.

 

Loredana Bertè, Luciano Bianciardi, Gianni Brera, Dino Buzzati, Franco Cavallone, Oreste Del Buono, Gian Carlo Fusco, Giovanni Gandini, Angela e Luciana Giussani, Piero Manzoni, Gigi-Yole-Susanna-Silvia e tutti gli amici dell’eliporto di Via Galvani (whatthefuck!), Renato Olivieri, Pietro, Enrico Ruggeri, Giorgio Scerbanenco, Umberto Simonetta, Antonio “Tonito” Talatin, Beppe Viola.
Emilio Salgari sarebbe stato un grande milanese; infatti, ben pochi di quelli qui sopra elencati sono nati a Milano.

 

Un vero milanese rimpiange i panini di “Cesare degli special” in Via Turati, non quelli di Gattullo.
E sa indicare la sede primigenia del Donini.
Premio speciale per chi mi dice che negozio c’era di fianco al lato bar del Savini (non serve essere “futuristi a caraffa” o sapere chi occupava i primi 4 box del ristorante simbolo di Milano, allora, per saperlo).
Perché Milano è morta, non per colpa (o a causa) di Bettino Craxi, e non risorge.

 

Ricordo una tarda sera, dopo cena, “al Giamaica” ([1]) con mamma e papà, dicembre: io dovevo essere sugli 8-9 anni: mi ordinano un “canarino”: la Signora Lina chiede ai miei genitori se sono adottato: il mio giaccone blu da marinaio ([2]) evidentemente fa molto Martinitt ([3]), smentita e mezze risate dei miei genitori di cui sono subito reso partecipe (grazie).

 

Io ho ricevuto la Pour Le Merite jugend-gavrochista per il mio frequentare Brera quando ancora Crippa o Kodra pagavano i conti al Soldato d’Italia con i quadri, le Merde non si vendevano, i travestiti erano delle anomalie (e a un alunno delle scuole elementari talune perplessità suscitavano) e, qualche anno dopo, con Pietro si tirava, lui alla guida io sui 14-15 passeggero, con/il (dune) buggy con motore Porsche (freni fuckallisti, evidentemente, e cinture di sicurezza whatfor?) sui listoni di Via Pontaccio come fosse un dragster su un quarto di miglio e frenata a paracadute.

 

Gli schizzi della mia tavolozza sono finiti, perché non voglio ripetere gli acquerelli che trovate cercando fra le etichette di queste righe e con qualche sponda ulteriore nel blog.

 

E ricordate, se volete, che fra gli amici ci sono Mauro “Maurino” Di Francesco e Cochi Ponzoni (fra i morti Giorgio Porcaro, not forgotten) piuttosto che i famosi, un film come Kamikazen di cui non esiste DVD, etc.

 

Dedicato ([4]) a: Valerio A. (prima o poi ...); Pino M.; Gigi, Yole, Susanna e Silvia M.; Cesare M. (RIP 2014); Pietro Q.; tutti quelli che - vivi o morti - non abbisognano di istruzioni, compreso mio zio Mario S. (RIP 2014) un napoletano “di Milano” che ha spiegato due o tre cose a Umberto Eco (uno di Alessandria, ancora oggi, mai stato milanese).

 

Un milanese non parla mai di panettone.
Buon Natale, comunque.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Allora si chiamava ancora Giamaica. Adesso invece (anche il Giamaica non è più il Giamaica) http://www.jamaicabar.it/.
[2] Tagliatomi su misura da mio nonno, übertailor: si chieda a chi era allo Hurrah manhattanita nel 1980 a vedere i Dexy’s Midnight Runners a gomito con me che indossavo un suo blazer sfoderato.
[3] Se devo tifare, tifo Angelo Rizzoli senior, vs. Arnoldo Mondadori: cfr, Oreste Del Buono, Amici, amici degli amici, maestri ….
[4] Pantera Loredana dal ferino avorio luccicante in Via Verri al chiaro di luce artificiale fuori dal No Ties, 1980 a settembre di sera. Già scritto forse, ma fa niente.

sabato 22 settembre 2012

LA PIZZA AL SAVINI E IL SALMONE IN PIZZERIA (ovvero: con i cattocomunisti del PD non si può più sognare, mentre è meglio continuare a farlo)


LA PIZZA AL SAVINI E IL SALMONE IN PIZZERIA
(ovvero: con i cattocomunisti del PD non si può più sognare,
mentre è meglio continuare a farlo)

 

Non mi riconosco da anni in nessun partito attualmente rappresentato in Parlamento, ma il Partito Democratico mi è particolarmente indigesto ([1]).
 
Un noto cliente del ristorante Savini di Milano ([2]) ordinava pizza per i suoi due giovani figli maschi, accadeva negli scorsi anni novanta.
Alla fine dei precedenti anni settanta nei menu di certe pizzerie milanesi c’erano le penne al salmone: si tentava di uscire dal grigio-piombo della guerriglia urbana, anche se la qualità ittica era molto modesta ([3]).
 
In entrambi i casi, però, si sceglieva (anche se con cattivo gusto, aggiungo io) da soli; si sceglieva anche se e come spendere il proprio danaro.
Mentre l’Occhetto o il Prodi o la Bindi di turno (eventualmente mediante il “braccio” di un Ministro della Salute) ti impongono la mortadella (magra, mi raccomando) o la pasta scotta e ti devi accontentare; così come devi accontentarti e legarti affettivamente con una ragazza senza trucco e non depilata o con un ragazzo che puzza un po’: scout e/o Azione Cattolica e/o sezione di partito, non cambia il risultato, alla fine è il gruppo che sceglie per te.
 
No, non sta scrivendo Daniela Santanchè; sto solamente rivendicando sotto un diverso profilo quella libertà di scelta che mi offrì il punk e non  mi offriva la politica trentacinque anni fa.

 

Se non ve ne siete accorti, da mesi in Italia è vivamente sconsigliato sognare, e anche bere bevande gasate non è una pratica ben accetta. È anche più difficile scegliere fra pizza e salmone.
Colpa della crisi economica, certo, ma tira un’aria di “meglio la mortadella del salmone affumicato perché te lo diciamo noi; così non devi neanche pensare” che non mi piace per niente; se non mi andavano bene, prima del 1977, quelli che mi dicevano “non far politica e pensa alla pastasciutta” non vedo perché dovrebbero andarmi bene i consigli dell’oratorio o della sezione di partito oggi.

 

Siccome la libertà individuale va difesa da ogni attacco, fatevi un esame di coscienza su chi sta decidendo la vostra vita ultimamente.
Fatevelo davanti a del buon salmone affumicato e pasteggiando a champagne o, se non amate il pesce e siete astemi, sostituite con del paté de foie gras (pessimo per il colesterolo, ma decidete voi) e una Coca-Cola.
Perché? Molto semplice: “Bisogna abbandonarsi al lusso. La povertà ha la tendenza a colpire improvvisamente, come l’influenza, per cui è bene avere alcuni bei ricordi da parte per i tempi bui” (Graham Greene, In viaggio con la zia).

 

Liberi di scegliere come vivere e come sognare: and so you’re punk!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Non mi riferisco a dei singoli: apprezzo i tentativi di Renzi di svecchiare l’apparato, ma fatico a sperare che ci riesca.
[2] Al cui bar che guardava sull’ottagono della Galleria Filippo Tommaso Marinetti e gli altri futuristi bevevano versando nei bicchieri da caraffe d’acqua ghiacciata.
[3] Variante: il travesti delle penne al caviale e vodka: il caviale era lompo, la vodka di infima qualità. 

mercoledì 24 agosto 2011

L’INCAPACITÀ DI SUPERARE SCERBANENCO

L’INCAPACITÀ DI SUPERARE SCERBANENCO


Nato a Milano, mi piace leggere romanzi gialli ambientati a Milano.

Però qui trovo un limite qualitativo invalicabile: Giorgio Scerbanenco.
Scrittore che resta geniale con le sue storie (siano esse racconti o romanzi), ma che pesa come un albatross al collo di ogni altro autore.
Basti notare la “schiavitù del calibro .9”: dall’illustre Piero Colaprico, con il suo libro-inchiesta che appunto mutua dal titolo della raccolta di racconti datata 1969, a Paolo Roversi che ne fa titolo di capitolo nel suo romanzo del 2009 (entrambi senza il “.” a precedere il 9, avrebbe osservato criticamente Jean-Patrick Manchette).

Il protagonista lo si ricerca sempre poliziotto, ma non troppo, con il risultato che Hans Tuzzi alla fine per distinguersi dagli scerbanenchiani diventa epigono di Renato Olivieri (con il suo Commissario Ambrosio a suo modo versione maigretiana di Lamberti?).
Altrimenti, il riferimento diventa Alan Altieri con il romanzo L’uomo esterno e con le storie del poliziotto Andrea Calarno, ma allora si ripiega su Milano co-protagonista: sempre nella visuale di chi preferisce ammazzare di prefestivo, sebbene il sangue sia più da periferia di gusto manchettiano e con Zamberletti quasi emulo di Altieri nell’amore per il calibro parabellico e ad alta penetrazione (e qui ovviamente anche le “storie di gangland” de Il Professionista di Stephen Gunn sono da rammentare), e pur se con locali notturni dove si sente la mancanza almeno delle braccia da fuoco delle “batterie” del Bel Renè o di Faccia d’Angelo.

La spiegazione, però, può essere ritrovata non in chi scrive, ma in ciò che di cui si scrive: Milano non è cambiata molto in otto lustri.
Le tre linee di metropolitana non la rendono più europea della sola linea rossa presente negli scorsi anni sessanta; al contrario sono le due attualmente mancanti che la inchiodano, insieme al resto che non c’è, in una dimensione marginale mentre altre città sono cresciute.
Qualche grattacielo in più, finalmente, non la avvicina a una City davvero bifronte come quella londinese.
Assente un fiume che attraversi il capoluogo lombardo.
Ecco quindi che è la città a contribuire a forgiare sempre a sua immagine e somiglianza i personaggi, sebbene in modo quasi perverso essa sia oggi provinciale: senza una sala da tè Alemagna in Via Manzoni, con gli edifici che sono diventati più bassi come le persone quando invecchiano, e il gusto necrofilo per il restauro a tutti i costi anziché la costruzione del nuovo quando ne valga la pena.
Al contempo il mancato rispetto per le tradizioni è concausa: così lo scempio di un Savini dove le sorelle Angela e Luciana Giussani oggi non andrebbero più a pranzare a Ferragosto (e poi due film nel pomeriggio nel solo giorno di riposo delle mamme di Diabolik).

Quindi, a parte l’eccezionalità dell’Autore di Kiev nel costruire trame e storie, è la difficoltà di trovare una Milano come quella in cui si muovevano i personaggi di Scerbanenco a rendere nostalgici i suoi, più o meno volontari e desiderosi, eredi. Autori i quali spesso, significativamente, trovano materiale nei già ricordati anni di piombo e da bere: negativi sì, ma certamente anche più stimolanti. Diversamente si deve andare nell’apocalittico e qui ancora Altieri docet.

 
                                                                                                                      Steg


 
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