"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 9 marzo 2026

FUNKIN’ FOR VIA BRERA (Facebook Down Series - 228)

 

FUNKIN’ FOR VIA BRERA

(Facebook Down Series - 228)

 

Il titolo di questo post è derivato dal più grande successo dell’artista Tom Browne: “Funkin’ for Jamaica (N.Y.)” ([1]) e da un mio post sulla intera zona milanese che prende il nome dalla via ([2]).

 

Intendo mettere una parola definitiva, almeno per me, su un piccolo argomento rispetto al quale ho sempre mantenuto la mia posizione in ragione di miei ricordi e di qualche immagine rinvenuta “in rete”.

Il bar si chiama/va “Giamaica” oppure “Jamaica”? Rinvio al post appena citato in nota.

 

Ho acquistato un volume, credo di essere un blogger serio, che dirime la vicenda: i nomi sono entrambi corretti, ma io lo ho sempre frequentato con la insegna “Giamaica”.

 

Comunque, per i curiosi ecco i riferimenti: Jamaica, arte e vita nel cuore di Brera ([3]).

Per il “mio” leggere e vedere: le fotografie di pagina 98 e 99 che documentano circa un ventennio; io vado indietro almeno alla fine degli anni sessanta.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 5 novembre 2024

MICHELE MARI: DISPIACE NOTARE (Facebook Down Series – 77)

 

MICHELE MARI: DISPIACE NOTARE

(Facebook Down Series – 77)

 

Ho terminato (terminata?) la lettura di Leggenda privata di Michele Mari ([1]).

 

Ivi, ad nauseam, trovo citato il “Bar Giamaica” come “Jamaica”.

Come già ho scritto ([2]), il bar nacque secondo grafia italiana.

Posto che Mari sfianca i lettori con un numero di note a piè pagina che credo nemmeno io inserirei, la leggenda va a farsi benedire.

 

 

                                                                                                                      Steg

  

 

POST SCRIPTUM

Nel 2026 la sostanza non cambia, siccome v’è un difetto di ricerca da parte di Mari: si cfr. https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2026/03/funkin-for-via-brera-facebook-down.html

 

 

 

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martedì 21 settembre 2021

ZONA BRERA (Steg about Steg Series - 7)

 

ZONA BRERA

(Steg about Steg Series - 7)

 

 

L’idea per queste righe nasce da un romanzo italiano, piuttosto noto ed apprezzato dalla critica: La vita agra di Luciano Bianciardi ([1]).

Quando lo lessi ricordo che incontrai alcuni riferimenti che erano stati sì mascherati, ma in modo tale che chi frequentava Milano (e Brera in particolare) in effetti potesse quasi sempre indicare “il nome giusto”.

Qualche anno fa del capolavoro personale bianciardiano è stata pubblicata un’edizione “annotata a cura di Alvaro Bertani” e con prefazione di Arnaldo Bruni ([2]) la quale consente anche ai non milanesi curiosi di conoscere i riferimenti reali dello scrittore grossetano.

 

Precisazione: la mia “zona Brera” ha confini personali, è molto lunga e poco sfrangiata, forse.

Pare che Brera derivi dal longobardo “braida” a sua volta forse derivato dal tedesco “breite” ([3]).

 

Quindi stando in Piazza della Scala, spalle al Municipio, guardando sulla sinistra la facciata dell’omonimo teatro operistico più famoso del mondo si entra in Via Verdi (mai sentito un milanese premettere “Giuseppe”) e sull’angolo di destra con Via Manzoni si trovava un bel bar-sala da te di Alemagna. Scendendo di qualche metro sullo stesso marciapiede dagli anni sessanta si incontrava la Milano Libri, libreria ed editore del mensile Linus ([4]).

L’isolato finiva con forse il primo ristorante giapponese della città ([5]).

 

Proseguendo per Via Brera, ricordo sempre sul lato destro una galleria d’arte al civico 6 (mantenendo però nella denominazione il numero “32” della sua primigenia sede) di proprietà del cognato di Aligi Sassu, Alfredo Paglione ([6]): mio padre ci comprò qualche quadro, nessun capolavoro peraltro. In qualche modo era “sulla strada”.

 

Quella di Via Fiori Chiari, infatti, è sicuramente la parte di questa zona che più mi riguarda: essa è a sinistra di Via Brera, mentre sulla destra si trova Via Fiori Oscuri (dettaglio che mi faceva sorridere quando ero scolaro).

Innanzitutto per un locale “Al soldato d’Italia” ([7]): trattoria toscana (ancora lato destro arrivando da Via Brera) dove forse ho consumato il più alto numero di pasti della mia vita, partendo dai miei tre anni di età. Gestito negli anni quasi sempre dal Signor Gino Quiriconi e dalla Signora Bianca, salvo qualche alternanza con l’altro ramo famigliare capeggiato dal Signor Attilio ([8]). Ero un po’ una mascotte per i camerieri, che ogni tanto mi proponevano “bistecca di leone” o altro per tenermi buono.

E gli stuzzicadenti a sezione “quadrata” con cui (ne servono cinque) facevo i “ponti” e poi mi venivano incendiati su una estremità per farli saltare (dagli otto in poi mi occupavo io anche dell’innesco).

I cannelloni al forno, gli spaghetti “alla pt.esca” (indicati nel menu in ciclostile), una lista dove mezzo secolo fa si trovavano anche le uova.

Il minore dei due figli divenne per me (verso i miei dieci anni) una sorta di zio scapestrato: Pietro mi fece provare da passeggero auto le più disparate, mi portò al Gran Premio di Montecarlo, mi spiegò i bottoni da slacciare dei polsi (o polsini) delle giacche, …

Con il passare degli anni era diventato un locale da 3-4 cene la settimana, in ragione del lavoro e degli orari paterni, oltre che da domenica a mezzogiorno come agli inizi.

 

Ogni tanto si cambiava locale, uno che resistette durante i miei studi accademici fu “Franco il contadino”: cena pre esame (salvo quando era di chiusura ([9])), stesso lato.

 

La via prosegue, per me, almeno sino a che non si gira a sinistra, si percorre brevemente Via Marco Formentini e si arriva alla “chiesa sconsacrata” di San Carpoforo: la ragione è semplice: lì fuori conobbi alla fine della estate 1977 Antonio “Tonito” Talatin ([10]).

 

Poi, di nuovo scendendo lungo Via Brera, c’è il bar Giamaica ([11]), citato da Bianciardi nel suo romanzo ma con altro nome ([12]), che è probabilmente il locale di Milano più noto quanto a scena artistica (il vicoletto che congiunge Via Brera a Via Fatebenefratelli è ora intitolato a Piero Manzoni che abitava al civico 16 di Via Fiori Chiari ([13])): rimando a Pino Corrias ([14]).

 

Taglia la strada Via Pontaccio, per me essenzialmente nota siccome sul suo pavé provai con Pietro la sua dune buggy color nero con motore Porsche … (e all’angolo con Brera “batteva” la Paola, che era Paolo, qualche anno prima, verso il 1968. Avete già un lato selvaggio).

Se invece prendete a destra e poi subito a sinistra attraversate il sagrato della Basilica di San Marco e sulla destra nella omonima via trovavate il vero “Tumbun de San Marc”, dove avevano la birra Guinness ([15]) e quindi era quasi un pub.

Evitando la deviazione a sinistra arrivate in Via Fatebenefratelli e quindi alla sede della Questura (la mia memoria è dell’ufficio passaporti. Giorgio Scerbanenco e Renato Olivieri sarebbero arrivati anni dopo, molti).

 

Se invece non girate, andando subito dopo via Pontaccio la via diventa Solferino e subito sul lato sinistro c’era la boutique – non si chiamavano più negozi – di proprietà de L’Equipe 84.

“Dovete” superare Largo Treves, attraversare e a destra trovate il palazzo dove aveva sede tutto quanto era “Corriere”: della sera, d’informazione, La Domenica del, Corrierino dei piccoli, … tutto il giornalismo italiano che contava, Mino Milani, Hugo Pratt, …

Per un annetto scarso (nel 1972 direi) mio padre fu capo redattore del Corriere d’informazione.

 

La mia “zona Brera” finisce territorialmente con un ricordo sgradevole, ma non traumatico: in fondo a Via Solferino abitava il mio maestro di III, IV e V elementare: un toscano molto pignolo (classe 1922), scapolo, che piaceva tanto alle mamme dei suoi scolari.

Gli è che chiacchierando a casa nostra con un mio di nuovo compagno di classe (di cui ben ricordo il cognome), sono ora alle medie inferiori, mio padre menziona il maestro F. P. e il mio compagno dice senza giri di parole che il maestro era un pederasta.

In effetti, … ma eravamo svegli e quindi non sarebbe accaduto nulla di che; o almeno a noi che lo frequentavamo solo in pubblico – a scuola – non è accaduto nulla.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

 

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[1] Prima edizione: Milano, Rizzoli, 1962.
[2] Milano, ExCogita Editore, 2013.
[3] Idem, p. 33 nelle note.
[5] Si contendeva il primato con uno sito fra Via Fabio Filzi – ove il primo ristorante cinese di Milano (ora chiuso) –   e Via Vittor Pisani.
[8] I due erano fratelli, totalmente diversi.
[9] Si optò per Il Penny di Viale Bligny 42: funzionava anche quello.
[11] Questa la grafia corretta e storica. Jamaica è una piuttosto recente storpiatura che sa di provinciale.
[12] Ancora l’edizione ExCogita, p. 43, nota 41.
[14] Vita agra di un anarchico: Bianciardi a Milano, pp. 95-96 nella edizione Feltrinelli, ma pubblicato nel 1993 a Milano da Baldini e Castoldi.
[15] È diventato “Tombon” (sinonimo), chissà perché, non ha più la Guinness e mentre scrivo è chiuso.
D’altronde sono anche morti Umberto Eco, Giovanni Gandini, Oreste Del Buono, etc.
Comunque, grafie a parte la parola significa bastione.

mercoledì 10 dicembre 2014

PIERO MANZONI DUE


PIERO MANZONI DUE
(ovvero la rimessa a nuovo dell’artista, morto o vivo)



Leggo un libro pubblicato nel 1990: L’ultima linea di Piero Manzoni, scritto da Paolo Barrile.
Un romanzo ma con molte notizie, dunque una finzione cronistica.

 

Piero Manzoni non è un santo, e lui difficilmente avrebbe voluto esserlo.

 

Casualmente, riordinando la mia piccola bibliografia manzoniana, in questo dicembre 2014 incappo in una notizia vecchia di un anno e più; la Fondazione Manzoni intentava causa a Dario Biagi per il suo libro Il ribelle gentile ([1]) in quanto esso sarebbe diffamatorio. Certo non è “ufficiale” come la biografia scritta da Flaminio Gualoni sotto l’egida della Fondazione ([2]) quel volume, ma proprio il suo autore lo dichiara e peraltro di ricerche ne ha fatte.
La Fondazione è soccombente, in quanto il volume di Biagi non risulta ritirato dal mercato.

 

In base a un complesso di norme della legge n. 633 del 22 aprile 1941, “gli autori delle opere d’arte e di manoscritti hanno diritto ad un compenso sul prezzo di ogni vendita successiva alla prima cessione delle opere stesse da parte dell’autore” ([3]) e anche se il massimo ammontare di questo compenso è di Euro 12.500,00 ([4]), considerati i valori d’asta raggiunti da Manzoni non si tratta esattamente della mancia al lustrascarpe.

 

Ecco allora che come con Hugo Pratt (da vivo e da morto) e con David Bowie (da vivo) e con Morrissey (da vivo), un’immagine ben definita e accattivante dell’Artista Manzoni non è irrilevante.

 

Forse per questo, se quasi un quarto di secolo fa affermazioni - da interviste di Barrile - come: “A Piero, soprattutto alla fine, andava bene tutto: bianchini, pernod, vermouth, vino, soprattutto vino” ([5]) e “Piero [...] era in coma etilico. Nanda [Vigo, sua fidanzata] lo sapeva, ma non era preoccupata” ([6]) e “Dicono che Piero si fosse suicidato. Non è vero. Ma in un certo senso può essere. Lui stesso mi confidò negli ultimi tempi, e in diverse circostanze, di averci pensato” ([7]) potevano essere tollerate (o non conosciute o, addirittura, conosciute ma semplicemente scientemente denegate), nel 2013 possono essere pregiudizievoli ([8]).

 

Del resto, l’affermazione della sorella minore di Piero Manzoni, Elena, rinvenibile nel documentario del 2014, ufficiale evidentemente, Piero Manzoni Artista (regia di Andrea Bettinetti), per cui egli avrebbe impiegato per la realizzazione della propria Merda d’artista delle preesistenti confezioni di carne in scatola appare risibile: chi ha mai commercializzato razioni da 30 (trenta!) grammi?
Per quale motivo doveva mentire Dadamaino (nata Edoarda Emilia Maino) a Barrile dichiarando nel 1990 (forse 1989) che Manzoni defecava per finalità multipla, ma nobile (secondo altri ivi si sarebbe “allenato”, per poi produrre a casa propria) nella vasca da bagno di Via Bitonto, in quell’appartamento milanese di proprietà dei genitori di Edoarda, giovane sodale di Piero? ([9])
 
Ma così vanno le cose, e quindi nessuna menzione dell’opera di Barrile da parte della biografia che gode dell’investitura della Fondazione, e nemmeno della tesi di diploma di Mauro Maffezzoni del 1986 ([10]) e neanche della tesi di laurea di Antonella Fabemoli, concittadina di Manzoni, del 2003 ([11]): tutti e tre i volumi sono citati da Biagi ([12]).
Ebbene, questo tipo di revisionismo storico continua a non piacermi, lo ho già scritto ([13]), ma è meglio essere chiari.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Sottotitolato: La vera storia di Piero Manzoni.
[2] Piero Manzoni Vita d’artista, di qualche mese precedente il tomo incriminato.
[3] Articolo 144, comma 1, legge n. 633/1941.
Alla morte il diritto si trasferisce per 70 anni agli eredi (articolo 148).
[4] Articolo 150, legge n. 633/1941.
[5] L’ultima linea …, cit., p. 190.
[6] Idem, p. 191.
[7] Idem, p. 192.
[8] Mi piacerebbe leggere gli atti di causa, anche perché se io fossi stato il legale di Biagi avrei fra l’altro fatto presente come non solo Barrile nel 1990, ma anche l’autorevolissimo Corriere della Sera nel giugno 2007 a pagina 43 (una splash page realizzata in occasione di una mostra retrospettiva napoletana sull’artista milanese, nato a Soncino) così dichiarava “Tutte le biografie riferiscono che Manzoni morì d’infarto; alcune testimonianze scritte affermano che l’ultima persona a rivolgergli la parola fu probabilmente Pino Pomé, l’ oste che gestiva la trattoria all’ Oca d’Oro di via Lentasio, a due passi dal corso di Porta Romana. Ma le cose non andarono così. Piero Manzoni morì a 29 anni, nelle prime ore del mattino del 6 febbraio 1963, a causa di una devastante cirrosi epatica: il collasso cardiaco fu una conseguenza. A raccontarlo è Nanda Vigo, allora compagna dell’ artista.” (l’articolo è a firma di Francesca Bonazzoli, intitolato “Mi innamorai delle sue visioni e lo seguii fino all’ultimo bar”, fu pubblicato il giorno 3 ed è ripreso anche da Biagi).
[9] E chi è adesso proprietario della Merda numero 17 che l’amico aveva regalato all’amica e che io vidi esposta nel 2010 a Bologna?
[10] Intitolata Indagine su Piero Manzoni e discussa all’accademia di Brera.
[11] Intitolata Il caso Piero Manzoni – Quando l’escremento divenne Arte; nel 2009 auto pubblicata come libro, è ancora disponibile.
[12] Cui faccio un solo appunto: aver modificato (salvo dove citava altri) la grafia di Giamaica.

giovedì 4 dicembre 2014

I MILANESI (“Salviamo Milano” reprise)


I MILANESI
(“Salviamo Milano” reprise)

 

Ho impressionato (pittoricamente, non fotograficamente) di milanesità, in modo più o meno diretto, alcuni precedenti post.

 

Loredana Bertè, Luciano Bianciardi, Gianni Brera, Dino Buzzati, Franco Cavallone, Oreste Del Buono, Gian Carlo Fusco, Giovanni Gandini, Angela e Luciana Giussani, Piero Manzoni, Gigi-Yole-Susanna-Silvia e tutti gli amici dell’eliporto di Via Galvani (whatthefuck!), Renato Olivieri, Pietro, Enrico Ruggeri, Giorgio Scerbanenco, Umberto Simonetta, Antonio “Tonito” Talatin, Beppe Viola.
Emilio Salgari sarebbe stato un grande milanese; infatti, ben pochi di quelli qui sopra elencati sono nati a Milano.

 

Un vero milanese rimpiange i panini di “Cesare degli special” in Via Turati, non quelli di Gattullo.
E sa indicare la sede primigenia del Donini.
Premio speciale per chi mi dice che negozio c’era di fianco al lato bar del Savini (non serve essere “futuristi a caraffa” o sapere chi occupava i primi 4 box del ristorante simbolo di Milano, allora, per saperlo).
Perché Milano è morta, non per colpa (o a causa) di Bettino Craxi, e non risorge.

 

Ricordo una tarda sera, dopo cena, “al Giamaica” ([1]) con mamma e papà, dicembre: io dovevo essere sugli 8-9 anni: mi ordinano un “canarino”: la Signora Lina chiede ai miei genitori se sono adottato: il mio giaccone blu da marinaio ([2]) evidentemente fa molto Martinitt ([3]), smentita e mezze risate dei miei genitori di cui sono subito reso partecipe (grazie).

 

Io ho ricevuto la Pour Le Merite jugend-gavrochista per il mio frequentare Brera quando ancora Crippa o Kodra pagavano i conti al Soldato d’Italia con i quadri, le Merde non si vendevano, i travestiti erano delle anomalie (e a un alunno delle scuole elementari talune perplessità suscitavano) e, qualche anno dopo, con Pietro si tirava, lui alla guida io sui 14-15 passeggero, con/il (dune) buggy con motore Porsche (freni fuckallisti, evidentemente, e cinture di sicurezza whatfor?) sui listoni di Via Pontaccio come fosse un dragster su un quarto di miglio e frenata a paracadute.

 

Gli schizzi della mia tavolozza sono finiti, perché non voglio ripetere gli acquerelli che trovate cercando fra le etichette di queste righe e con qualche sponda ulteriore nel blog.

 

E ricordate, se volete, che fra gli amici ci sono Mauro “Maurino” Di Francesco e Cochi Ponzoni (fra i morti Giorgio Porcaro, not forgotten) piuttosto che i famosi, un film come Kamikazen di cui non esiste DVD, etc.

 

Dedicato ([4]) a: Valerio A. (prima o poi ...); Pino M.; Gigi, Yole, Susanna e Silvia M.; Cesare M. (RIP 2014); Pietro Q.; tutti quelli che - vivi o morti - non abbisognano di istruzioni, compreso mio zio Mario S. (RIP 2014) un napoletano “di Milano” che ha spiegato due o tre cose a Umberto Eco (uno di Alessandria, ancora oggi, mai stato milanese).

 

Un milanese non parla mai di panettone.
Buon Natale, comunque.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Allora si chiamava ancora Giamaica. Adesso invece (anche il Giamaica non è più il Giamaica) http://www.jamaicabar.it/.
[2] Tagliatomi su misura da mio nonno, übertailor: si chieda a chi era allo Hurrah manhattanita nel 1980 a vedere i Dexy’s Midnight Runners a gomito con me che indossavo un suo blazer sfoderato.
[3] Se devo tifare, tifo Angelo Rizzoli senior, vs. Arnoldo Mondadori: cfr, Oreste Del Buono, Amici, amici degli amici, maestri ….
[4] Pantera Loredana dal ferino avorio luccicante in Via Verri al chiaro di luce artificiale fuori dal No Ties, 1980 a settembre di sera. Già scritto forse, ma fa niente.