"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 21 febbraio 2026

GIOVANNI GANDINI (e ricordare male “gli altri”) (Facebook Down Series - 222)

 

GIOVANNI GANDINI (e ricordare male “gli altri”)

(Facebook Down Series - 222)

 

Una pagina intera su la Repubblica del 20 febbraio 2026, a firma Alberto Saibene.
Una celebrazione del ventennale della morte di Giovanni Gandini: fra i fondatori di Linus, il mensile.

 

Qualche problema: tutte le persone ricordate nell’articolo sono evocate approssimativamente: in particolare la ex moglie di Gandini: Anna Maria.
Forse l’autore li considera tutti morti, me non lo dice …
Data di morte di Giovanni Gandini? Non indicata.

 

Viene citato un volume (ne ho copia) del 2011 curato anche da Saibene: reperibilità?
Scartabellando per queste righe ho trovato almeno altri due titoli librari a firma di G.G.

 

Last but not least, l’articolista scrive “alla graphic novel”: come scrivere “la romanza grafica”.

 

In memoria, fra l’altro, del fratello di Franco Cavallone, Bruno (avvocato e docente processual-civilista), torno alle mie righe di 11 anni fa:

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 21 settembre 2021

ZONA BRERA (Steg about Steg Series - 7)

 

ZONA BRERA

(Steg about Steg Series - 7)

 

 

L’idea per queste righe nasce da un romanzo italiano, piuttosto noto ed apprezzato dalla critica: La vita agra di Luciano Bianciardi ([1]).

Quando lo lessi ricordo che incontrai alcuni riferimenti che erano stati sì mascherati, ma in modo tale che chi frequentava Milano (e Brera in particolare) in effetti potesse quasi sempre indicare “il nome giusto”.

Qualche anno fa del capolavoro personale bianciardiano è stata pubblicata un’edizione “annotata a cura di Alvaro Bertani” e con prefazione di Arnaldo Bruni ([2]) la quale consente anche ai non milanesi curiosi di conoscere i riferimenti reali dello scrittore grossetano.

 

Precisazione: la mia “zona Brera” ha confini personali, è molto lunga e poco sfrangiata, forse.

Pare che Brera derivi dal longobardo “braida” a sua volta forse derivato dal tedesco “breite” ([3]).

 

Quindi stando in Piazza della Scala, spalle al Municipio, guardando sulla sinistra la facciata dell’omonimo teatro operistico più famoso del mondo si entra in Via Verdi (mai sentito un milanese premettere “Giuseppe”) e sull’angolo di destra con Via Manzoni si trovava un bel bar-sala da te di Alemagna. Scendendo di qualche metro sullo stesso marciapiede dagli anni sessanta si incontrava la Milano Libri, libreria ed editore del mensile Linus ([4]).

L’isolato finiva con forse il primo ristorante giapponese della città ([5]).

 

Proseguendo per Via Brera, ricordo sempre sul lato destro una galleria d’arte al civico 6 (mantenendo però nella denominazione il numero “32” della sua primigenia sede) di proprietà del cognato di Aligi Sassu, Alfredo Paglione ([6]): mio padre ci comprò qualche quadro, nessun capolavoro peraltro. In qualche modo era “sulla strada”.

 

Quella di Via Fiori Chiari, infatti, è sicuramente la parte di questa zona che più mi riguarda: essa è a sinistra di Via Brera, mentre sulla destra si trova Via Fiori Oscuri (dettaglio che mi faceva sorridere quando ero scolaro).

Innanzitutto per un locale “Al soldato d’Italia” ([7]): trattoria toscana (ancora lato destro arrivando da Via Brera) dove forse ho consumato il più alto numero di pasti della mia vita, partendo dai miei tre anni di età. Gestito negli anni quasi sempre dal Signor Gino Quiriconi e dalla Signora Bianca, salvo qualche alternanza con l’altro ramo famigliare capeggiato dal Signor Attilio ([8]). Ero un po’ una mascotte per i camerieri, che ogni tanto mi proponevano “bistecca di leone” o altro per tenermi buono.

E gli stuzzicadenti a sezione “quadrata” con cui (ne servono cinque) facevo i “ponti” e poi mi venivano incendiati su una estremità per farli saltare (dagli otto in poi mi occupavo io anche dell’innesco).

I cannelloni al forno, gli spaghetti “alla pt.esca” (indicati nel menu in ciclostile), una lista dove mezzo secolo fa si trovavano anche le uova.

Il minore dei due figli divenne per me (verso i miei dieci anni) una sorta di zio scapestrato: Pietro mi fece provare da passeggero auto le più disparate, mi portò al Gran Premio di Montecarlo, mi spiegò i bottoni da slacciare dei polsi (o polsini) delle giacche, …

Con il passare degli anni era diventato un locale da 3-4 cena la settimana, in ragione del lavoro e degli orari paterni, oltre che da domenica a mezzogiorno come agli inizi.

 

Ogni tanto si cambiava locale, uno che resistette durante i miei studi accademici fu “Franco il contadino”: cena pre esame (salvo quando era di chiusura ([9])), stesso lato.

 

La via prosegue, per me, almeno sino a che non si gira a sinistra, si percorre brevemente Via Marco Formentini e si arriva alla “chiesa sconsacrata” di San Carpoforo: la ragione è semplice: lì fuori conobbi alla fine della estate 1977 Antonio “Tonito” Talatin ([10]).

 

Poi, di nuovo scendendo lungo Via Brera, c’è il bar Giamaica ([11]), citato da Bianciardi nel suo romanzo ma con altro nome ([12]), che è probabilmente il locale di Milano più noto quanto a scena artistica (il vicoletto che congiunge Via Brera a Via Fatebenefratelli è ora intitolato a Piero Manzoni che abitava al civico 16 di Via Fiori Chiari ([13])): rimando a Pino Corrias ([14]).

 

Taglia la strada Via Pontaccio, per me essenzialmente nota siccome sul suo pavé provai con Pietro la sua dune buggy color nero con motore Porsche … (e all’angolo con Brera “batteva” la Paola, che era Paolo, qualche anno prima, verso il 1968. Avete già un lato selvaggio).

Se invece prendete a destra e poi subito a sinistra attraversate il sagrato della Basilica di San Marco e sulla destra nella omonima via trovavate il vero “Tumbun de San Marc”, dove avevano la birra Guinness ([15]) e quindi era quasi un pub.

Evitando la deviazione a sinistra arrivate in Via Fatebenefratelli e quindi alla sede della Questura (la mia memoria è dell’ufficio passaporti. Giorgio Scerbanenco e Renato Olivieri sarebbero arrivati anni dopo, molti).

 

Se invece non girate, andando subito dopo via Pontaccio la via diventa Solferino e subito sul lato sinistro c’era la boutique – non si chiamavano più negozi – di proprietà de L’Equipe 84.

“Dovete” superare Largo Treves, attraversare e a destra trovate il palazzo dove aveva sede tutto quanto era “Corriere”: della sera, d’informazione, La Domenica del, Corrierino dei piccoli, … tutto il giornalismo italiano che contava, Mino Milani, Hugo Pratt, …

Per un annetto scarso (nel 1972 direi) mio padre fu capo redattore del Corriere d’informazione.

 

La mia “zona Brera” finisce territorialmente con un ricordo sgradevole, ma non traumatico: in fondo a Via Solferino abitava il mio maestro di III, IV e V elementare: un toscano molto pignolo (classe 1922), scapolo, che piaceva tanto alle mamme dei suoi scolari.

Gli è che chiacchierando a casa nostra con un mio di nuovo compagno di classe (di cui ben ricordo il cognome), sono ora alle medie inferiori, mio padre menziona il maestro F. P. e il mio compagno dice senza giri di parole che il maestro era un pederasta.

In effetti, … ma eravamo svegli e quindi non sarebbe accaduto nulla di che; o almeno a noi che lo frequentavamo solo in pubblico – a scuola – non è accaduto nulla.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

 

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[1] Prima edizione: Milano, Rizzoli, 1962.
[2] Milano, ExCogita Editore, 2013.
[3] Idem, p. 33 nelle note.
[5] Si contendeva il primato con uno sito fra Via Fabio Filzi – ove il primo ristorante cinese di Milano (ora chiuso) –   e Via Vittor Pisani.
[8] I due erano fratelli, totalmente diversi.
[9] Si optò per Il Penny di Viale Bligny 42: funzionava anche quello.
[11] Questa la grafia corretta e storica. Jamaica è una piuttosto recente storpiatura che sa di provinciale.
[12] Ancora l’edizione ExCogita, p. 43, nota 41.
[14] Vita agra di un anarchico: Bianciardi a Milano, pp. 95-96 nella edizione Feltrinelli, ma pubblicato nel 1993 a Milano da Baldini e Castoldi.
[15] È diventato “Tombon” (sinonimo), chissà perché, non ha più la Guinness e mentre scrivo è chiuso.
D’altronde sono anche morti Umberto Eco, Giovanni Gandini, Oreste Del Buono, etc.
Comunque, grafie a parte la parola significa bastione.

venerdì 19 luglio 2019

VENEZIA NON È STATA LA MIA FINE (Dal Danieli a …) (Steg about Steg Series - 3)


VENEZIA NON È STATA LA MIA FINE (Dal Danieli a …)
(Steg about Steg Series - 3)


Premessa 1: non sono un hemingwayano (Ernest), e quanto di lui ho letto tratta di argomenti a me cari: Venezia e tauromachia (sebbene su questo punto Jean Cau abbia scritto che il Premio Nobel non ne capisse poi molto).

Premessa 2: per una incollatura temporale, Venezia, la mia, non è nata da Hugo Pratt, eppure ...


STEG QUESTION: credo che in questo caso l’ordine cronologico sia fondamentale.
STEG ANSWER: certo. Autunno 1973, venerdì pomeriggio piovoso, classe di prima liceo scientifico dell’Alessandro Volta di Milano, sezione P. Giustificazione per uscire un po’ prima, devo andare a Venezia, in treno a raggiungere i miei genitori per una serata di gala aziendale. Parto direttamente da scuola con la bisaccia ([1]) e indosso a protezione dalla pioggia una cerata giallo limone.
A un certo punto del viaggio, diciamo dopo Padova, uno degli occupanti il mio scompartimento mi chiede qualcosa, gli rispondo Venezia, e parlando dell’albergo (come arrivarci) scopro che “il Danieli” non è proprio una bettola.
Pioggia anche durante il viaggio in vaporetto, vedo la caserma dei vigili del fuoco e poi il Canal Grande. Pochi passi fra l’imbarcadero e la porta, mi pare girevole, dell’albergo su Riva degli Schiavoni. Arriva qualcuno, direi mia madre e anche mio padre, e mi dicono che mi hanno “dovuto dare” la suite più importante ad uso singola perché non c’era altro: stanza di marmi, bagno di marmi, soffitti affrescati, un freddo notevole. 
Ho pochi ricordi della città il giorno dopo, ancora tempo grigio e mi pare già di ritorno a casa nel pomeriggio. 

SQ: e Pratt battuto sul tempo?
SA: ricordo che avevano cercato di propormelo tempo “prima” (mi riferisco al 1974), diciamo un paio di anni, attraverso un volume Mondadori alla Milano Libri, ma il tratto mi pareva ostico per i miei gusti (leggevo L’Uomo Ragno e quanto altro della Marvel pubblicava la Editoriale Corno), sicuramente intravidi un Corto Maltese sulle pagine di Linus di quei mesi.
Comunque: estate 1974, vacanze dal mio amico FB a Nervi (Genova), in una delle nostre discese in città ([2]) per caso, dietro Piazza De Ferraris, scoprii la Libreria Il Sileno (Galleria Mazzini) dove si stagliavano splendide le copertine de Il Sgt. Kirk edito da Ivaldi: colpo di fulmine per la rivista e per Pratt.

SQ: quando tornasti a Venezia?
SA: tornai da solo, avendo letto Un romanzo d’avventura di Alberto Ongaro ([3]) e Le pulci penetranti che molti considerano la risposta stizzita di Pratt all’amico ([4]). Tornai credo in ragione di un articolo di giornale e poi, forse, l’acquisto del volume di Ugo Fugagnollo: Venezia così. Ma mi aveva anche incuriosito la copertina de Le pulci penetranti: costruita su una vignetta riprodotta 4 volte tratta da una storia di Corto Maltese ([5]) nell’ultima, completa, egli dichiara “Venezia sarebbe la mia fine!” con alle spalle le cupole di San Marco.
Fu fra il 1976 e il 1977, direi.
Ricordo la visita alla Basilica di San Marco, gratuita, ricordo anche di esser salito sulla Torre dell’orologio (una citazione prattiana da L’Asso di picche); bevvi per sfida al prezzo una Coca-cola al Caffè Florian, mentre pranzai (grazie a quell’articolo) in Cannaregio, alla Trattoria La Maddalena sulla Strada Nuova.

SQ: e poi?
SA: direi visite quasi “disintossicanti” negli anni successivi, di solito in giornata; spesso buttavo una moneta nel Canal Grande quando andavo verso la stazione di Santa Lucia per rientrare a Milano.

SQ: “pellegrinaggi prattiani”?
SA: non proprio.
Certo quella frase: “Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti …” ([6]), ma allora non c’era internet e se erano magici e nascosti almeno una ragione per faticare a trovarli c’era, così mi accontentai di incappare abbastanza facilmente nel Ponte delle Maravegie (o meraviglie).
Piuttosto, in ragione della sua citazione da parte di Alberto Ongaro nel suo romanzo, decisi di andare una volta a cena al Poste Vecie: una trattoria di fronte al mercato del pesce di Rialto, con un ponticello da attraversare per arrivare alla sua porta. Entrai e mi misero a un tavolo da due, non c’era molta gente, su un muro vicino a me stava un blow-up di una foto in bianco e nero di Hugo Pratt, già ne ho scritto, posso aggiungere solo che ritraeva il Pratt classico: pantaloni un po’ larghi, camicia e cardigan, un impermeabile chiaro proprio come quello nelle foto della famosa intervista dedicatagli da Alberto Ongaro e intitolata: “Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti” ([7]). Oggi quella foto non c’è più, chissà chi la scattò.
Meglio lasciarsi portare dal fato quindi.

SQ: fato?
SA: nel 1982, mi sembra, andai per il carnevale, di cui vidi poco e serate senza uscite in città, ma il portiere del piccolo albergo dove ero sceso alla mia domanda se poteva indicarmi un ristorante, mi disse che ce ne era uno nuovo, ma un poco strano perché aveva la carta del macellaio per tovaglie e un nome curioso: Corte Sconta. Tradussi in Corto Maltese: Corte Sconta detta Arcana era il titolo della già citata avventura del marinaio de La Valletta ambientata in parte proprio a Venezia ([8]).

SQ: “enters Cipriani”?
SA: eh sì, siamo finalmente arrivati anche in Calle Vallaresso.
Così come avevo chiesto per i miei 18 anni di andare a cena al Savini di Milano ([9]), per i 50 anni di mio padre nel novembre 1983 dissi: “perché non festeggiamo a Venezia al ([10]) Harry’s Bar?” E la proposta fu accettata.
Se ben ricordo, finì che ci cenammo due sere di fila, comunque nelle gite in laguna con i miei genitori, si cenava lì.

SQ: e poi?
SA: beh io presi ad andare al Corte Sconta come “mio” ristorante con amici o da solo, finché un giorno non scoprii che era diventato più conveniente Cipriani: sic transit, eccetera.

SQ: aneddoti o curiosità del bar più famoso del mondo?
SA: senza andare troppo sul personale, diciamo che ce ne è uno uguale e contrario: apparve su Panorama (il settimanale) la piantina della sala che io chiamo “dabbasso” e che è quella storica ([11]) di “stanza”; da allora mi sono sempre divertito nella “raccolta” dei tavoli da me occupati: ricordo addirittura il “senatoriale” n. 1 occupato da solo, un mezzogiorno; ma quello cui sono più affezionato (dal 12 aprile 1997) è il n. 4, che però non sapevo ancora se fosse – come fu – “il tavolo di” Orson Welles ([12]) oppure “di” Ernest Hemingway ed io continuo sempre ad inchinarmi al primo ([13]).

SQ: i Cipriani?
SA: beh a parte quando Giovanna ci assistette (al primo piano) nella seconda cena del novembre 1983, sua sorella Carmela fu mia collega in un noto studio legale milanese, suo fratello Giuseppe potrei averlo incrociato anche al Harry’s Cipriani di New York ([14]).
Nel giugno 2018, in occasione di un premio giornalistico sono finalmente riuscito ad avere due dediche da Arrigo Cipriani, che ovviamente ho incrociato molte volte ([15]): una sul precitato Prigioniero e l’altra sulla mia copia di Eloisa e il Bellini ([16]), sua prima fatica letteraria che uscì mentre ero a studiare alla Columbia University, il che scusa il fatto che la mia copia sia della seconda edizione.

SQ: curiosità e casualità lagunari tue?
SA: sicuramente la più buffa fu quando andai a Venezia per vedere una mostra su Hugo Pratt e la sera al concerto dei Prozac + a Marghera in un centro sociale: era il 18 maggio 1996 e nell’attesa del concerto pensavo al fatto che avevo pranzato al Harry’s Bar, un bel contrasto.

SQ: ma Venezia non finisce mai?
SA: no, finisce, per più ragioni.
Però occorre evocare ancora due personaggi senza i quali la mia Venezia sarebbe meno personale.
Uno è Claudio (Ponzio), fra parentesi il cognome perché un barman si apostrofa per nome: sorta di timoniere del Harry’s Bar finché non ha deciso che la missione era compiuta. Inimitabile, ti faceva sentire il cliente più importante, l’attenzione di una vista a 360 gradi (non è un cliché), la battuta tagliente (il mio zaino lo chiamava “il paracadute”) ([17]). Senza di lui il locale (ecco perché ha senso stare di sotto, di sopra non c’è bancone del bar) non è lo stesso, comunque.
L’altro personaggio è anche un fumetto …

SQ: in che senso?
SA: perché si tratta della belga Anne Frognier, la moglie veneziana di Hugo Pratt, la mamma di Silvina e Giona, il viso di Anna della/nella Giungla ovvero Anna (ma Ann nell’edizione sudamericana) Livingstone.
Questa signora, con cui il “fumettaro” visse a Malamocco (cucendogli anche pantaloni: i tempi erano duri), cercai di rintracciarla all’epoca in cui avevo deciso di scrivere la mia biografia del suo ex-marito. Ci riuscii e andammo (andammo, io e …) a trovarla un pomeriggio d’estate a Malamocco, sempre in quella casa che risultava sull’elenco telefonico di Venezia consultato un quarto di secolo prima alla stazione ferroviaria di Venezia, aspettando il treno per Milano, arrivavamo da San Marco, dopo un pranzo in Calle Vallaresso.
Le facemmo evidentemente una buona impressione, perché fissammo un altro incontro a breve con pranzo, e ci preparò degli ottimi gamberi alla griglia, accompagnati da insalata e vino bianco fresco (ricordo un piccolo aereo sopra le nostre teste sul terrazzo). Poi si andò a trovare Ivo Pavone, ormai oggi [scrivevo nel 2019] l’ultimo sopravvissuto del “gruppo dell’Asso” ([18]), e lì conobbi anche Roberto Reali, forse il più grande filologo ([19]) dell’opera prattiana, con cui intrapresi una fruttuosa corrispondenza e amicizia epistolare, purtroppo anche Reali è morto anni fa.
Decisi di non scrivere la biografia e di tenermi le sue “storie” del famoso ex marito.

SQ: e adesso?
SA: Corto Maltese disse: “Fermarsi nel passato come fa lei... è come custodire un cimitero” ([20]).
Oltre a Venezia c’è Berlino, c’è stata Londra, come New York City, … ne ho già scritto.  


                                                                                                                      Steg





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[1] Fin dalla terza o quarta elementare la cartella era stata sostituita da giberne o bisacce/tascapane army surplus comprate alla Fiera di Senigallia.  
[2] Per soldatini scala 32 Airfix e modelli in metallo di mezzi militari Solido. Per conto mio scoprii i soldatini della francese Starlux, ma questa è altra storia.
[5] L’angelo della finestra d’oriente. Titolo ispirato da Gustav Meyerink, L’angelo della finestra d’occidente.
[6] Così si apre Corte Sconta detta Arcana.
[7] L’Europeo, n. 43, 25 ottobre 1973. Si trova riprodotta nella prima edizione di Gianni BRUNORO, Corto come un romanzo: Bari, Edizioni Dedalo, gennaio 1984.
[8] Tutta veneziana invece è Sirat Al Bunduqiyyah, meglio nota come Favola di Venezia.
[9] Negli anni a seguire questo storico ritrovo ebbe un rilancio non da poco e la nostra famiglia un trattamento … beh come Cipriani tratta i Veneziani, diciamo.
[10] Rimane un mio vezzo di grafia e pronuncia, essendo la h aspirata.
[11] Si veda Arrigo Cipriani, Prigioniero di una stanza a Venezia, Milano, Feltrinelli, 2009.
[13] Il che mi ha anche condotto al Chicote di Madrid, perché altrimenti i compiti non sarebbero fatti.
[14] Dove ai primi di maggio del 1987 festeggiai con la mia amica VM il conseguimento del mio e del suo LL.M.
[16] Milano, Longanesi, 1986.
[18] Rammento che Alberto Ongaro è morto il 23 marzo 2018.
[19] Essendo il biografo più accreditato Dominique Petitfaux.
[20] Da Una ballata del Mare Salato.

domenica 21 febbraio 2016

“OCCUPY RAI” (Sniper series – 31)


OCCUPY RAI
(Sniper series – 31)

 

L’operazione “Occupy RAI” è già cominciata: Daria Bignardi firma per RAI3 la necrologia a pagamento pubblicata sul Corriere della Sera del 21 febbraio 2016 per Umberto Eco.

Alla stessa data ed al successivo 22 febbraio non risulta ivi una sua (con il marito, magari) necrologia personale.

Per contro, Anna Maria  Gandini la necrologia se la è pagata con il proprio danaro.

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

 

 

 

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martedì 6 gennaio 2015

“MILANO? LIBRI!” (e il Notaio Franco Cavallone, con Giovanni Gandini fintamente defilato)


“MILANO? LIBRI!”
(e il Notaio Franco Cavallone, con Giovanni Gandini fintamente defilato)

 

Titolo e sottotitolo dicono tutto di quanto andrò a scrivere, in quanto – ognuno a proprio modo (anche per ragioni generazionali) – io e il Notaio Franco Cavallone avevamo in comune ([1]) una libreria: la Milano Libri, appunto.
In realtà non solamente “una libreria” perché essa è stata anche editore cruciale.
 
Non credo di esagerare se affermo che senza la Milano Libri la storia del fumetto italiano avrebbe potuto essere per lo meno ritardata, ma io credo sarebbe stata anche un poco diversa.
Ecco perché la bibliografia di queste righe potrebbe essere totale: tutto il catalogo editoriale, anche periodico, della Milano Libri almeno sino a che Oreste del Buono diresse Linus, più le due eccezioni che seguono. Ma non ne varrebbe la pena.
A contrario, le fonti selezionate si possono ridurre a tre volumi: Caffè Milano di Giovanni Gandini (del 1987), Il Notaio Cavallone (collettaneo del 2005; fuori commercio) e Milano Libri 1962/2012 (collettaneo del 2012); quello di Gandini ([2]) è l’unico edito da altri: Scheiwiller. Si tratta di testi non facili da reperire ([3]).
 
In un incisivo testacoda ([4]): Cavallone è il prefatore dell’antologia di Gandini; il quale ivi scrive di Cavallone, ma senza nominarlo espressamente per cognome.
 
Copie di quei tre libricini evidentemente fanno parte della mia biblioteca.
Ricordo, molti anni fa, di aver assistito alla conferenza di Gianfranco Dioguardi, presentato da Umberto Eco, presso l’Accademia di Brera, un sabato pomeriggio a proposito del suo volume Il furore di essere libro. Ma io ricordo un titolo diverso: “Il furore di avere libri”. Quel volume, lo pubblicò mio zio, libraio antiquario.
 
Si torna comunque al punto di partenza: Milano e i libri.
 
Un certo giorno ti accorgi dei libri.
Ne sei proprietario, ma anche custode. Cosi ti domandi cosa sarà di loro alla tua morte ([5]).
 
I libri e i fumetti.
Come sancisce, letteralmente ma con una mera strizzata d’occhio, Umberto Eco a tutti quelli che sanno, capiscono e sorridono senza bisogno di note esplicative, quando egli pubblica quel libro incongruente e ameno che è La misteriosa fiamma della Regina Loana.
 

Ho parlato di fumetti: li trovate nelle due pagine che GG dedica a quelli “in città”: come visitatori, evidentemente, tranne la Rosselli (e le sorelle Giussani, aggiungo io alla lista sua, con evidente incongruenza ma forse neanche tanto) ([6]).
 

Fin troppo facile trovare delle esili oppure robuste fila del discorso: il Piemonte di Eco e Cavallone, la rivista Linus che coinvolge Eco e Cavallone (oltre a del Buono, cui aggiungo lo stealth Ranieri Carano) ed è edita da – ormai evidentemente – “la” Milano Libri.
 

Si fa a questo punto il momento per buttare dei bei pezzi di carne in pasto ai lettori-fiera di queste mie righe, con una qualche benedizione di Anna Maria (o Annamaria o AnnaMaria), moglie di Giovanni nata Gregorietti, Gandini la quale – lei oggi finge di non ricordarlo, forse per giusta vanità femminile? – mi vedeva rovistare nel basement della Milano Libri di Via Verdi ([7]) a recuperare i numeri di Linus e dei relativi supplementi mancanti nella collezione di famiglia quando io nemmeno ero decenne, poi ancora io a comprare il Metallo Urlante francese e tutto quanto fosse edito dal genovese Ivaldi che ancora mi mancava ([8]).

 
Posso innanzitutto dirvi che non c’ero il 1° aprile 1965 alle ore 18.30 alla presentazione del primo numero di Linus ([9]) presso la già esistente da quasi esattamente tre anni libreria.
 

Per l’aria che tirava nel fumetto italiano, mi affido a una grande firma come Ferruccio Alessandri nel suo sintetico obituary per l’amico morto, questa volta realmente, il 17 febbraio 2006, di venerdì ([10]) (humor nero?): “Giovanni Gandini, un amico - In via Spiga si entrava in un giardino interno, poi su per una scaletta buia fino all’ingresso di un piccolo appartamento. Era la redazione di Linus. In cima alla scala c’era la prima stanza, dove lavoravano Fulvia e Cettina, al lavoro ‘serio’ (la posta, l’amministrazione, ecc.). Nella stanza che aveva le finestre sul giardino c’era l’ufficio dove Linus (anzi, ‘il Linus’, come si diceva alla milanese) veniva preparato. Una stanza con un camino, sempre spento, quasi tutta occupata da un grande tavolone quadrato. Da una finestra era man mano entrata una vite americana che cominciava a propagarsi su una parete. A questo tavolo lavoravano Giovanni Gandini e Ranieri Carano e ogni tanto Oreste Del Buono. Quando era uscito Linus, devo essere stato il primo lettore a leggerlo. Erano le sei del mattino e io stavo andando alla redazione di Gamma fantascienza. All’edicola della stazione, mentre compravo un quotidiano, buttarono giù un pacco. Un fascicolo verde, con su Linus e la sua copertina. Mi ricordo che lo lessi tra l’ammirato e il furioso (a Gamma stavamo baloccandoci con l’idea di fare una rivista a fumetti con i Peanuts) e conclusi da esperto: ‘Una bella rivista, ma commercialmente non durerà sei mesi...’ Sei mesi dopo lavoravo al Linus come redattore e grafico. Con Gandini l’atmosfera era rilassata. Non sembrava nemmeno di lavorare. Si parlava, si discuteva pacatamente (mi sembra ancora di sentire la sua voce baritonale) e ci si divertiva. Il suo atteggiamento verso il giornale era particolarissimo: lo faceva per sé, per qualche amico e per un pubblico ristretto che stimava. Il fatto che dopo un anno cominciasse ad avere un successo clamoroso lo contrariava. Diceva che il successo ti condiziona, e poi va a finire che si fa una pubblicazione commerciale. Infatti, al culmine del successo vendette la rivista a Rizzoli, credo un fatto unico nella storia dell’editoria. Quando sotto un Natale vennero a fare un servizio con Cochi & Renato, non si era fatto nemmeno vedere, e avevo dovuto rispondere io alle domande di un regista spocchioso. In seguito mi invitò a lavorare a una nuova rivista, grande come un lenzuolo, Il Giornalone, che non ebbe successo e dovette chiudere presto (‘Però ci siamo divertiti, Alessandri, no?’ mi disse). Io lavoravo dietro il deposito dei libri dall’altra parte del giardino. Non mi convocava, veniva lui. Mi ricordo la sua voce baritonale, che proveniva da dietro un enorme scaffale di libri che stava aggirando per entrare nel mio ‘ufficio’. Invece di provare quel minimo di allarme che sul lavoro si prova quando si è interpellati dal capo, con lui si provava un senso di rilassamento. Era un amico. Ed era sensibile. Quando si era deciso di mantenere solo quei pochi autori italiani, amici come Crepax e Lunari, non se la sentiva di rifiutare personalmente autori nuovi (cosa necessaria editorialmente per una serie di motivi di cui vi faccio grazia), e così aveva rifilato a me l’orribile bisogna. Fra quelli a cui dovetti dire no c’era anche un timido Bonvi alle prime armi... Anche se non pensavo che a questa notizia della sua morte avrei ricevuto una tale mazzata, in un certo senso sono contento che ci siamo persi di vista in questi ultimi anni, con lui che aveva perso la voce, con noi che siamo invecchiati. Almeno me lo ricordo così: ‘Alessandri, che ne dice di fare per Natale qualche bel poster con Snoopy?’ Perché non ordinava mai, chiedeva. E ti dava del lei” ([11]).

 

Ma era proprio quella l’aria? Secondo il Notaio Cavallone – con Oreste del Buono – andò così: “Nel frattempo, avevo continuato a coltivare, sotto forma di hobbies non compromettenti, i miei interessi ‘intellettuali’: libri, spettacoli, mostre, viaggi lampo e brevi soggiorni nelle capitali della cultura. Nel 1962, con alcuni miei amici, avevo investito i miei modesti risparmi nell’acquisto di una libreria intesa come negozio dove si vendono libri. Un divertimento come un altro, dal quale doveva nascere però un’esperienza straordinaria di immenso ulteriore divertimento, ma anche di lavoro serio e proficuo. Le singolari circostanze della nascita della rivista ‘Linus’, nell’aprile del 1965, sono state narrate a veglia, rievocate innumerevoli volte. […] Oreste del Buono la storia di solito la racconta così: ‘Era un’iniziativa di Giovanni Gandini e di un gruppo di amici che si ritrovavano la sera in una libreria di via Verdi a Milano, diretta dalla moglie di Gandini, Anna Maria. C’era un notaio, Franco Cavallone. Un avvocato, Bruno Cavallone. Un procuratore legale, Ranieri Carano. E di sicuro altra gente di legge. Tra cui l’avvocato Ciccio Mottola che apprezzava molto i Peanuts di Charles M. Schultz. Ne aveva parlato sinché non aveva convinto una parte degli amici a mettersi in società per pubblicare il primo libro di Peanuts: Arriva Charlie Brown. La grafica era stata di Salvatore Gregorietti, cognato di Gandini, la prefazione di Umberto Eco, che allora si interessava molto di fumetti, che trovava ancora materia di sorpresa e di scandalo per i benpensanti. Il primo libro era uscito nel 1963. Aveva avuto successo. Poi era uscito un altro libro di Peanuts. Aveva avuto successo. Cosi Gandini aveva avuto l’idea geniale di creare una rivista di fumetti diversa da tutte quelle che l’avevano preceduta. Ovverossia una rivista che raccogliesse i fumetti comici a preferenza di quelli avventurosi, le strisce quotidiane con le loro iterazioni e le loro sovrapposizioni oltre alle tavole settimanali, e non lasciasse i fumetti soli, ma li accompagnasse con note, commenti, con testi di un nuovo modo di guardare al sottogenere, alla figurazione narrativa” ([12]).

 

Io aggiungo che non solo in Italia tempo dopo apparvero Eureka! e altri epigoni (come Sorry o Il mago) con diversi dosaggi di generi a fumetti, ma Linus in breve divenne un format esportabile (sebbene non credo esportato, bensì solo copiato) in Francia dove apparve nel 1969 Charlie.

 

E Franco Cavallone chi era, anche e allora?
Questo: “Lui lavora da notaio e i rogiti li traduce dopo averli redatti in inglese. Ha una finestra sul cortile e una stanza con vista sui quotidiani”, “è lui che ha scritto sul primo numero ‘Linus è un nome facile anche da dire’”, “memoria della cultura, […] taglio d’abito impeccabile, […] sigaretta MS”, “Lo potete anche incontrare a Leopoli (raramente), al Connaught (spesso), a New York, a Venice (California), a Helsinki, Göteborg, Uppsala, Leningrado, Dublino”, “È gentile, ride, sorride, ogni tanto si arrabbia. Il mio amico Franco è sovrumano. Alt. Non correggete queste bozze, voglio che sia lui a segnare gli errori” ([13]).
Questo: “Per il notaio Cavallone valeva quel che Benedetto Croce disse una volta di Raffaele Mattioli: ‘Questo Mattioli parla di molti libri e ne parla con senno. Non sarebbe una cosa straordinaria. Lo straordinario è che li ha letti’” ([14]).
Questo: che leggeva i libri ma li lasciava “[…] proprio nuovi, appena arrivati dalla tipografia, o dalla legatoria. Eppure, per quanto riguarda almeno i libri di narrativa, le biografia e i saggi critici, Franco li ha letti quasi tutti dalla prima all’ultima pagina. Il miracolo ha origini lontane: si narra di un Natale o di un compleanno remoto, allorché Franco, bambino, avendo trovato in un armadio certi libri di Sàlgari o Salgàri che la mamma si accingeva a regalargli, li aveva letti tutti velocemente di nascosto, nonostante che avessero, come allora usava,’le pagine da tagliare’. Dopo di che, li aveva ricollocati nell’armadio, fingendo poi doverosa sorpresa al momento del regalo” ([15]).
Ma forse soprattutto questo: “Ho provato a figurarmi la sceneggiatura di una giornata di lavoro nel mio studio di Milano, da affidare magari a Michel Moore per la realizzazione. […] Le gentili pendolari collaboratrici se ne vanno e il notaio resta solo a vagheggiare i contorni familiari delle figure di Asterix e Obelix mentre scorrono controluce nel tramonto sul paesaggio dell’Auvergne” ([16]), e questo: “[…] così l’incarico di tradurre Peanuts passò a me e continuai a svolgerlo per oltre dieci anni, per migliaia di strisce […]. Tutte diligentemente tradotte in ufficio e, finché l’ufficio non fu il mio, con gli originali appoggiati su un cassetto aperto, in basso, e il testo italiano sul piano della scrivania, steso su insospettabili fogli uso bollo” ([17]).

 
Questo post lo dedico a Mario Scognamiglio, mio zio, che per un caso (cinico, ma non colpevole e nemmeno inaspettato), non ho potuto avere come interlocutore oggi (leggasi mesi fa) quando ci saremmo incontrati e intellettualmente scontrati alla pari nella assoluta diversità di cultori della pagina stampata e a cui, tutt’altro che inter alia, avrei voluto parlare di Eduard Limonov.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Oltre alla facoltà universitaria.
[2] Un personaggio a sé stante, anche se non lo ho mai conosciuto de visu.
Meriterebbe di più di questo: http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Gandini.
Nemmeno è bastevole la notizia di pagina 179 del suo libro, non fosse altro che per il fatto di essere necessariamente priva degli ultimi 16 anni della sua vita.
Egli aveva aperto dopo aver abbandonato Milano Libri (e moglie) un negozietto proprio dietro il comando provinciale milanese dei carabinieri (e quindi vicinissimo alla sede del Corriere della Sera): splendida bottega, se non fosse che non sono mai riuscito a trovarla aperta, ove credo si nascondessero almeno: un gatto del Cheshire, un sarchiapone metropolitano, una copia del  Necronomicon manoscritta e l’elenco dei residenti in via Saterna.
Giovanni Gandini è come un testo letterario “perennemente in nota”, cioè un principale che gioca a marginale, questo è assolutamente evidente, uno al cui confronto Salinger (J.D.) risulta essere tacciabile di presenzialismo. A riprova di ciò, cito – in nota – quanto scrive dottamente Luca Boschi in un articolo un poco caotico (questo post lo è di più) pubblicato pare su un supplemento (on-line?) de Il Sole 24 Ore , tale Nova100, del 25 novembre 2012 (http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2012/11/25/arriva-giovanni-gandini/): “Una volta gli amici di Exploit Comics, bella rivista di critica e informazione sul Fumetto alla quale di pregio di aver collaborato negli anni Ottanta, scrissero una lettera a Giovanni Gandini chiedendo di collaborare con la scrittura di un articolo sulla sua esperienza relativa alla creazione di Linus. Leonardo Gori e Sergio Lama mi mostrarono con mestizia la lettera inviata all’indirizzo della rivista da Milano. Purtroppo, Gandini era morto poco prima e il figlio, che firmava la comunicazione, si rammaricava di questo, mettendo a parte gli ‘scrittori amatoriali’ della situazione. Non era vero. Gandini era vivo e vegeto, non so nemmeno se avesse questo presunto figlio. Di fatto, la lettera l’aveva scritta lui per far circolare la voce, nel giro delle fanzine e delle prozine, che non voleva essere scocciato. Poco tempo dopo lo trovai al solito bar, orario aperitivo, in Via San Fermo, zona Solferino, dove aveva il suo negozietto di libri e affini attraverso il quale vendeva anche buona parte dell’archivio che era stato dalla sua Linus. Io stesso, con Ferruccio Giromini e Alfredo Castelli, comprai un po’ di quei materiali (libri, riviste americane rare, impianti, patinate), che ancora possiedo” (ho tolto i grassetti presenti in originale).
[3] Più semplice potrebbe essere recuperare
[4] Trovate questa parola in più dei miei post: essa ormai risulta desueta, non lo era sino a 40 anni fa, quando si guidavano automobili, indipendentemente dal genere maschile o femminile della parola.
[5] Per questo mi fa piacere essere il proprietario della copia di Storie non tanto regolari di Umberto Simonetta che fu di proprietà del Professor Alberto Candian (illustre processual-penalista), come dichiara il timbro della sua biblioteca che la accompagna.
[6] Quel testo gandiniano è riapparso sul web, lo riproduco qui: “Fumetti in città. Come vivrebbero i personaggi dei fumetti a Milano? Valentina di Guido Crepax è un’eccezione perché è nata in zona Magenta e la città la conosce almeno quanto Ornella Vanoni. Topolino e Minnie, nati nelle periferie americane degli Anni Trenta, prediligono sicuramente steccati da ‘Linea 3 avanza’ e aree incolte se ce n’è ancora. La loro casa potrebbe essere quel villino-cicala in piazzale Buonarroti dove Eriprando Visconti girò il suo primissimo film. Ma dove scende Gordon Flash? Qualcuno dice all’hotel Manin, secondo me in Prefettura, secondo altri in un attico del centro, ospite di Olcese. Linus, si sa, in ringhiera perché ogni mattina deve stendere la sua copertina. Mandrake con un semplice cenno della mano cambia residenza ogni giorno, dal Gallia al Plaza, dal Gran Hotel et de Milan, alla pensione Speranza di viale Padova. I fumetti sono un po’ tutti, i personaggi e il leggere, i divi odierni della Tv e i grandi attori del cinema. Jean Gabin è un attore che abbiamo amato ed è come averlo ogni sera su un giornalino. Chi non ricorda la canzone della Frehel in ‘Pepé le Moko’ prima che Gabin scenda i lunghi gradini della Casbah? ‘Où est-il mon moulin de la place Blanche, mon tabac, mon bistrot dans le coin…?’ Ma Gabin che gradini scende a Milano? Alla stazione di Porta Genova dove c’è il cavalcavia, ai Bastioni di Porta Venezia o Monte Merlo? Forse la scaletta del Ponte delle Gabelle. Non abbiamo su e giù nella nostra città, né fiumi color terra o azzurri che fanno le curve. Asterix e Obelix ci hanno lasciato dei canali che venivano dai campi verdi e uno l’hanno fatto rotondo per impedire alle macchine di oltrepassarlo. Barbarella si sarebbe fermata alle Sirenette e Tintin dai Carabinieri. Quando arriva Bobo so che va in Melzi d’Eril da Umberto Eco, e zio Paperone o da Cuccia o a Segrate. Copi viene a casa mia. Moebius in via Canonica per restare a due passi dal Monumentale, Biancaneve sulla Madonnina e i Sette Nani sulle guglie. Snoopy viene per parlare di magliette con i merli in via dei Giardini o per interessarsi di una nuova rivista che intende stampare direttamente sulle magliette. Cappuccetto Rosso non attraverserebbe mai i Boschetti verso sera per portare una bottiglia di Oltrepò Pavese alla nonnina che abita al 23 dell’Annunciata, mentre Arcibaldo lo vedo ogni mattina sulla gru della Questura. Gioca a Scala Cinquanta e va a mangiare alla Vecchia Pesa. Se Bonaventura ha perso il posto alla Commerciale per aver cambiato in contanti un foglio con su scritto “un milione”, in compenso ha avuto grande successo come stilista di pantaloni bianchi. Non c’è raduno degli Alpini che non veda tra i trentamila Cino e Franco, ma sono riunioni sporadiche che si tengono all’Arena e se uno li vede li riconosce subito non per la penna d’aquila ma per i calzoni corti”.
[7] Mi soffermo solo ora sul fatto che per i Milanesi - quelli che ammazzano al sabato, oppure solcavano nello stesso giorno della settimana le strade come filibustieri per librerie quando queste esistevano - la via non si è mai nominata anche con “Giuseppe”.
[8] Dopo le mie ripetute e metodiche incursioni, niente di meno, alla caverna di Alì Babà che fu la Libreria Il Sileno di Genova, presso cui ho avuto forse i più bei brividi da cacciatore di fumetti della mia vita e scoprii, da grande come non ero, Hugo Pratt nel suo massimo splendore di solista del fumetto.
[9] Trovate la riproduzione dell’invito a pagina 10 di Milano Libri 1962/2012.
[10] Reputo più attendibile Alessandri che di Wikipedia in punto.
[11] http://www.lfb.it/fff/fumetto/art/gandini_alessandri.htm. Incredibile quanto si trovi in rete, sapendo cercare. Di nuovo, ho eliminato i grassetti partendo dal testo originale e non da quello modificato reperibile altrove. Preciso che “Fulvia” è Fulvia Serra e “Cettina” è Cettina Novelli.
Io sono milanese, ma non ho mai detto “il Linus”
[12] Franco Cavallone, “Il notaio”, da Aa. Vv. (a cura di R. Stajano), La mia professione, Laterza, Roma-Bari, 1986; riprodotto anche in Il notaio Cavallone, cit. (da cui, pagine non numerate, lo ho tratto).
Ad uso dei giovani: sino alla legge 24 febbraio 1997, n. 27, prima di diventare avvocato occorreva praticare sei anni come “procuratore legale” (il che imponeva una serie di limitazioni e comportava anche un diverso tariffario), dopo – ovviamente – aver superato l’esame di stato relativo. Da detta riforma, chi supera l’esame è subito “avvocato”, 
[13] Giovanni Gandini, “Notaio Grand Cru”, in Caffè Milano, cit., pp. 97 e 98.
Ho corretto la grafia, erronea, di “Connought” (celeberrimo hotel di lusso londinese).
Incidentalmente, anche Gandini era laureato in Giurisprudenza alla Università degli Studi di Milano (meglio nota poi come “Statale” quando fu fondata l’Università Cattolica), facoltà dove aveva conosciuto l’amico.
[14] .Corrado Stajano, “Introduzione”, Il notaio Cavallone, cit., pagine non numerate.
Raffaele Mattioli fondò la Banca Commerciale Italiana e fu anche legionario a Fiume con Gabriele d’Annunzio.
[15] Bruno Cavallone, “Testimonianza” del 13 luglio 2005, idem.
[16] Franco Cavallone. Il testo è stato tratto da Il notaio Cavallone, cit., ma è del gennaio 2005: “Teneva una rubrica, Finestra sul cortile, sulla rivista del sindacato notai: FN FederNotizie” (Corrado Stajano, idem).
[17] “Il notaio”, cit.
Cioè redatto su quei particolari (per rigatura e margini) “fogli protocollo”, gli “uso bollo”, che sino a pochi anni fa ancora stavano, almeno, nelle borse di avvocati e notai.