"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 7 marzo 2024

PICCOLA NOTA TECNICO-CRONOLOGICA (Facebook Down Series - 20)

PICCOLA NOTA TECNICO-CRONOLOGICA
(Facebook Down Series - 20)

 

 

Come già scritto, non sono uso, in stato di Facebook Down, a ripubblicare come nuovi dei post passati.
Nemmeno se modificati (sempre in minima parte).
D’altro canto, qualche addendum o modifica più incisiva può accadere.

 

Ieri, in ragione di un tentativo di riordino di collocazione di libri, sono ripassato sul mio post dedicato a Françoise Sagan ([1]) che giocoforza ho preferito modificare nel finale (pena l’inutilità di una citazione).
L’avevo in effetti modificato pochi mesi dopo la sua pubblicazione, comunque.

 

Quest’anno cadrà il ventennale della sua morte, ma al momento non mi risulta nulla.
Prima dell’Euro, a Antoine de Saint-Exupéry ([2]) fu dedicata una banconota dal taglio di 50 Franchi. Chissà magari una moneta da un Euro?

 

Comunque: “La jeunesse est la seule génération raisonnable” (Françoise Sagan: Entretien avec Marianne Payot - Septembre 1994).

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

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mercoledì 2 novembre 2022

ALDO BUSI

 

ALDO BUSI

 

Le mie prime due dediche di Aldo Busi. Al termine della sua presentazione milanese del 31 marzo 2015.

 

Persona interessante ([1]).

Come sarebbe a dire interessante? Beh Aldo Busi richiede un certo impegno.

 

Innanzitutto lo, “LO?”, scrittore, nato e residente a Montichiari ([2]), parla e dichiara molto e dunque occorre leggere quello che non scrive.

Occorre o occorre anche?


Aldo Busi e le sue opere: separabili? Certamente, ma senza i suoi scritti non rileverebbe ciò che egli dichiara in quanto in Italia essere un pensatore serio (tutto il resto è panem et circense) è una conseguenza ([3]). Il che non contrasta con questa sua affermazione: “Io sono uno scrittore che va in televisione, non un personaggio televisivo che scrive” ([4]) perché il mestiere del personaggio televisivo non è un mestiere al di fuori dei normali canoni artistici.

 

È quasi una frase fatta quella per cui da molte persone i libri di Umberto Eco sono comprati e semplicemente riposti sullo scaffale (con il passare degli anni semplicemente si riducono i compratori travestiti da lettori, ma il fenomeno pare persistere).

Cosa accade con Busi? Beh risultano taluni lettori seriali per cui preoccupa un poco la loro monotonia nel rileggere più di una sua opera, incluse quelle non (ancora?) riscritte.

Secondo un “venditore di libri usati” ([5]), invece, non li legge nessuno quelli dell’illustre bresciano; il che se fosse vero significherebbe un’autorevolezza maggiore di quella dell’autore alessandrino.

  

Credo che sia nel mio carattere a questa mia età: una persona intelligente non può deludermi e non può ferirmi, se non mi aspetto molto.

In termini più banali: con Busi uscirei a mangiare anche se egli non è in cima alla mia lista.

 

Sconto il suo essere persona pubblica.

Apprezzo i suoi disprezzi, del resto io su Fb non distribuisco nastrini di benemerenza.

Mi aspetto le sue contraddizioni: ricucirà con Travaglio?

 

Le date sono inesorabili.

 

A mio avviso non ha senso paragonare Pier Vittorio Tondelli e Aldo Busi.

Ma quando Busi - preferibilmente Tondelli vivo - critica lo scrittore di Correggio siccome autore di letteratura omosessuale, beh forse esiste un fattore cronologico autoriale che con la frattura generazionale fra loro fa suonar male certi asti verbali dell’illustre, altrettanto, provinciale bresciano.

 

Se dovessi riassumere la differenza che rilevo da lettore fra loro, ne troverei due.

Busi non ha mai scritto di una condizione giovanile (sua e altrui) perché, a differenza di Tondelli, egli non poteva essere giovane prima di diventare adulto.

L’urgenza tondelliana manca allora nel popolare busiano.

Ben mi è noto che uno dei libri più riscritti (e quindi oggetto di edizione) da Busi è Seminario sulla gioventù, ma la mia opinione non cambia. 

 

 

 

POST SCRIPTUM  A UN INCOMPIUTO

Mi è già capitato di pubblicare un post non completato, e poi appunto di ultimarlo.

Di questo, vecchio di sette anni, avevo perso traccia.

Nel frattempo, Aldo Busi è diventato quasi invisibile (pur se con altri due libri pubblicati ([6])) e la sua ultima fatica, con un titolo (provvisorio?) ormai sarebbe ultimata da un paio di anni ([7]).

Per ora questo è quanto, anche da parte mia.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Che veste malissimo, ma sembra quasi voluto. Glielo si perdona per le stesse ragioni per le quali andrebbero arsi vivi certe sciacquette marchiate e i cosiddetti – ma da chi? – hipster cortocalzonati e tutte le loro varianti generazionali.
[2] In argomento ho concluso il ragionamento. Con sorta di landolfiana schizofrenia, egli ha optato per due righe nel risguardo di copertina, ma esigendo una bibliografia precisa - anche perché egli è solito rivedere, integrare, riscrivere le proprie opere - nelle pagine dei suoi libri.
[3] Penso a Carlo Freccero.
[4] Dichiarazione tratta da una intervista del 2010 (vista l’età declinata dallo scrittore e un suo riferimento cronologico) realizzata da Renato Catania per il periodico Lo Strillo: http://www.giornalando.net/intervista-ad-aldo-busi.html.
[5] Il quale nega sempre di frequentare i mercati e le bancarelle, onde quando lo incrocio in quegli àmbiti fa finta di non vedermi.
[6] Curiosamente Wikipedia li cataloga come “altri scritti”, entrambi. Si tratta di Vacche amiche, Venezia, Marsilio Editore, 2015 e di Le consapevolezze ultime, Torino, Einaudi, 2018.

lunedì 15 aprile 2013

CUOIO E BORCHIE (allora eravamo belli, puliti e stilisticamente pericolosi. Noi)


CUOIO E BORCHIE
(allora eravamo belli, puliti e stilisticamente pericolosi. Noi) ([1])

 

Da qualche anno provo notevole fastidio per l’annacquamento di alcuni simboli della gioventù. Quella vera.
Probabilmente è solo il culmine di quanto cominciò oltre 30 anni fa.
 
Non è mai esistita la necessità di indossare capi d’abbigliamento con il marchio di un prodotto merceologicamente differente, quindi il giubbotto di cuoio, se proprio doveva avere una marca, o era Schott o era Lewis Leather ([2]).
1 Ramone su 4 indossa lo Schott Perfecto nella foto di copertina dell’eponimo debutto. Qualche imbecille vi dirà che James Byron Dean ne indossa uno in Rebel Without A Cause.
Facile, da sei lustri abbondanti, riconoscere gli impostori, siano essi scapoli o ac-coniugati (copro anche gli omosessuali), incapaci di cambiare una candela alla moto e svenuti per la paura dalle parti degli uffici degli Angeli (quelli che “restano sempre zozzi”) a NYC (o altrove).
 
Nel 1981 vidi i Soft Cell al Maximus di Leicester Square, London.
Si pose quindi la necessità di indossare 2 (due) cinture ornate a fila singola di borchie piramidali: meno scorza e più pensiero, rispetto a una sola cintura con una fila a tre. Occorreva, prima, trovare due cinture (e non vi dico come sono da portare).
Gli speroni sono ancora da qualche parte, con le stud piramidali (inaccettabili tutte le altre forme) a ornarli, ovviamente, portati con gli anfibi o gli stivali di Johnson’s, dopo poco uno solo spur va indossato (io lo tenevo a destra, non sono mancino).
 
Al controllo sicurezza del bagaglio a mano, fine agosto (sempre 1981), all’aeroporto ([3]) lascio tutte le mie metalliche piramidi montate su cuoio, che in un sacchetto di plastica trasparente mi saranno restituite dal tapis roulant all’arrivo a Milano.
Ancora cuoio e borchie non sono cosa da impiegati in vena di trasgressione a breve scadenza.

 

Altri tre anni, sempre Londra: 1984, una laurea con lode ([4]).
Estate, una futura (1989-1990) ferita emotiva ancora oggi non rimarginata (dunque non porto – nemmeno – una cicatrice interiore) ([5]), e Boy di King’s Road vende quegli stivali bassi (già di Seditionaries) con borchie piatte e chiodi sulla punta ([6]), chiamiamoli rebel brogue, volendo: facce scure mi scrutano ogni volta sugli autobus rossi a due piani (ancora “aperti dietro”) che uso per andare la sera nei club o anche solo al pub ([7]): siamo ancora, per fortuna, belli, puliti e pericolosi anche quando balliamo al ritmo di una canzone di Sylvester.
 
E oggi?
Beh, a parte i dopolavoristici cuoi su cui lo czarniano Lobo urinerebbe con effetti corrosivi definitivi, vedo inutili borchie così asettiche che certo nessuna dominatrice comprerebbe un paio di scarpe con tali ornamenti metallici (indipendentemente dal colore della loro suola e il prezzo che ne consegue).
 
Risultato?
Tutto è diluito, anche se per una camicia come quella che funge da copertina di questo blog una qualunque, attempata ([8]), direttrice di pubblicazione periodica pagherebbe qualche migliaio di Euro.
 
Dedicato a tutti i lazy sod che arrivano da un “Satellite” ([9]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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[1] Di questo post esiste una versione con le note complete, anche quanto a nomi propri, qui invece contraddistinte da “[…]” per le parti omesse e “x” per i nomi (nessun errore di battitura alla prossima nota 5, preciso).
Talvolta la prosa si fa privata.
[2] Poco importa che la britannica Lewis Leather oltre ai suoi modelli copiasse il feticcio supremo della newyorkese Schott: il Perfecto. Il mio lo comprai nell’estate 1985, prima che il cuoio diventasse più leggero e si sentisse la necessità di marchiare le chiusure, in Laguardia Square, Manhattan.
[3] London, ma non ricordo dove, se non che avevo visto Eraserhead a mezzanotte in un cinema di King’s Road, avevo dormito - forse - due ore con sveglia accesa sul pavimento della mia stanza, avevo usato un autobus notturno, poi un pullman da Tottenham Court Road, una Guinness alle sei di mattina al bar dell’aeroporto dopo il check in.
[4] […].
[5] Pxxxxxxa – oggi Mxxxxo […].
La Cicatrice interieure è un film di Paul Garrel in cui recita Nico. 
[6] Allo studio legale dove lavoro mi chiede il collega biondo cosa ne faccio: gli rispondo che, certo, li indosso.
[7] Ciao Dxxa.
[8] Von hinten Lyceum, von vorne ... Museum, vero Gxxxxxo?
[9] Canzone dei Sex Pistols che, necessariamente, trovate ab origine solo sul retro di un sette pollici, o in un bootleg butterato come un appestato dal vaiolo comprato dove Portobello diventa terra di teppisti, guttersnipe?, quando li acquistavamo solo noi, 36 anni fa. Altro che giornata annuale del vinile!

martedì 2 ottobre 2012

“SEX PISTOLS FUCK FOREVER” (35 anni di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols)


SEX PISTOLS FUCK FOREVER
(35 anni di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols)

 

 

Sex Pistols Fuck Forever” è il titolo di un manifesto di formato extra-large, colori fluorescenti, che funse da catalogo - avendo l’altro lato riempito con materiale vario - di una mostra dedicata a Jamie Reid a Londra, tenutasi oltre 25 anni fa.
Si trattava di un prop utilizzato in una scena del film The Great R’nR Swindle.

 

I Sex Pistols furono una boy band ([1]).

 

Have you ever got the feeling ...([2]).

 

Chi vi dice che ha “tutto” dei Sex Pistols probabilmente mente, anche se si limitasse ai soli fonogrammi e videogrammi.

 

Se vedo delle immagini dei Sex Pistols non mi sento spettatore.
Inciso: quando sta(v)i pogando il sudore tuo e di chi ti circonda(va) non puzza(va), “sa(peva) di gioventù”, per parafrasare il Colonnello Kilgore in Apocalypse Now.
Spero che qualche lettore possa eliminare le lettere poste fra parentesi.

 

Mi è più facile scrivere dei Sex Pistols piuttosto che di altri artisti ([3]) perché: innanzitutto c’è una dimensione temporale contenuta che consente di evitare nozionismi pur nella precisione che loro richiedono.
Poi in quanto è difficile prendere le parti di qualcuno, perché non ci sono buoni e cattivi fra i personaggi della saga pistoliana (la morte inaspettata di Malcolm McLaren ha ammorbidito anche Johnny Lydon e Adam Ant, purtroppo).

 

Dopo 35 anni, comunque, i “Sex Pistols fottono ancora”.

 

Ecco perché sono contento di non sentirmi imbrogliato, cheated dunque, dal cofanetto di 3 CD e 1 DVD di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols realizzato per l’occasione di questo anniversario.
Eppure pensavo che ne sarei stato un poco deluso.
In fondo, senza tediare il lettore, la mia discografia copre in vinile e in compact disc tutta la produzione ufficiale e oltre ([4]). Il mio materiale video non è da meno: Sex Pistols N. 1 lo conosco in videocassetta.

 

Certo dopo tanto anni, da un lato ci si preoccupa per la magrezza di Johnny Rotten nell’estate del 1977, dall’altro si sorride divertiti per un fazzoletto Seditionaries portato stile magütt da Steve Jones, infine si è soddisfatti per un Sid Vicious ancora immune dall’eroina.

 

Per me i Sex Pistols si sostanziano in quella risposta quasi anaforica di Johnny Rotten a Janet Street Porter: “I don’t need a Rolls Royce, I don’t need a house in the country, ...” e, per la precisione, “I don’t live in Finsbury Park” ([5]).

 

E la mia – prima – copia di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols? Comprata al HMV di Oxford Street/Marble Arch nel novembre del 1977: versione dodici tracce e retro di copertina tutto rosa senza titoli delle canzoni. È leggermente sbiadita nel giallo e nel rosa vicino alla “costola” perché il sole ci batteva.
Ho un solo dubbio: la mia edizione in CD dell’album, in occasione del ventunesimo anniversario, realizzata partendo dai master analogici come si colloca nella lunga sequenza delle edizioni ([6])?

 

Le mie canzoni preferite restano: “Bodies”, “Satellite” e “Did You No Wrong”.

 

Ah, dimenticavo: allora non pensavamo al futuro: i dischi li ascoltavamo e vivevamo bene anche senza quei manifesti splendidi, che ci parevano enormi, con la grafica di Jamie Reid che non compravamo nei negozietti (ne ricordo anche uno in Carnaby Street) “perché tanto...” ([7]).

 

E, se ti gira, indossa “la Destroy”, o “la Tits” o “la Cow-boys”: è sempre più coraggioso che circolare contromano in bicicletta sul marciapiede.

 

Questo post è dedicato alla “fatina” ([8]) punk Tracie O’Keefe, morta di tumore al midollo osseo quando eravamo ancora tutti invincibili.

 

 

                                                                                                                     Steg

 

 

 

© 2012 Steg, Milano, Italia.
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[1] Lo ha scritto qualcuno, non ricordo chi. Condivido, seppur tardivamente, l’affermazione.
[2] E’ l’incipit di due - non una - affermazioni di Johnny Rotten, distanti poco più di 6 mesi l’una dall’altra.
[3] Siouxsie and the Banshees e Manic Street Preachers, in particolare.
[4] Dove oltre significa Spunk anche nella configurazione No Future UK nelle edizioni originali in vinile e, preciso per distanziare i falsi - falsi - ribelli ‘77 che ammorbano l’aria in quanto parassiti, anche il 7” con la Spedding Session.
[5] Siamo a novembre del 1976, allora in due settimane si montavano programmi televisivi.
Volete le date esatte? Le trovate in Sex Pistols Day By Day di Lee Wood.
[6] Rammento che esiste un’edizione giapponese in CD con la riproduzione in formato “mini” del manifesto che era abbinato all’edizione con undici tracce più 7” stampato da un solo lato contenente “Submission”.
[7] Sembrava già incredibile celebrare cinque anni di punk (o meglio dal 1977) nel 1982, come fece The Face.
[8] Nel senso barrie-ano (J. M. Barrie) del termine.