"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 11 gennaio 2017

“VIVO DA RE” (Song series - 5)


“VIVO DA RE”
(Song series - 5)

 

“Vivo da re” è la sola canzone dell’epoca Decibel che è passata indenne nel repertorio di Enrico Ruggeri solista.

 

Purtroppo, chi non dispone dell’originale versione di studio (quella tratta dal secondo, del 1980, e ultimo per 37 anni, omonimo, album della formazione) è destinato a doversi accontentare - non essendo mai stata nemmeno reincisa ([1]) - di versioni soltanto ammiccanti e, diciamola tutta, un po’ slabbrate come possono essere e sono le versioni dal vivo ([2]) rinvenibili nella discografia ruggeriana.

Basti pensare alla perdita dell’apertura, dove la voce è isolata e senza musica: un vero vuoto spaziale solitario: a chi parla il protagonista? Dove si trova?

 

Si tratta di una canzone che ha più piani di lettura.

 

Quello di immediata evidenza è  il “compiacimento pentito” della voce protagonista.
Egli apre la porta alla ragazza ideale, conosciuta ma perduta. La tratta da pari.
Ecco l’idea femminile: amante e compagna, migliore amica più degli amici.
Pensate alla Lula fidanzata di Sailor di Wild At Heart. La donna e l’uomo reciprocamente ideali devono essere partners in soul crime 24/7/12.

 

Probabilmente - dato che la canzone per nascita precede di anni gli stessi Decibel - Enrico Ruggeri parla a una ideale ragazza che non ha ancora perso perché nemmeno la ha conosciuta.
Ecco allora un livello pubblico, puramente maschile: l’io cantante dà voce all’ascoltatore.

 

Ma passano gli anni.
Perciò si forma un terzo livello di fruizione della canzone.
Meno evidente, certo, ma incombente per chiunque non si rassegna o cerca di non farlo.
È quello di chi si rende conto che era meglio vivere da solitario re che non da adulto (quasi vecchio?).
Perché i sogni sono finiti e volare da ragazzo perduto si fa sempre più faticoso, anche per chi ha la fortuna di non avere figli ([3]).

La gioventù ti lascia, la mamma muore/Te restet come un pirla col primo amore” ([4]). In realtà si resta spesso soli, per lo meno sostanzialmente (il primo amore è di regola inadeguato e, eventualmente, anche limitante se ne ha impediti altri), e si è persa anche la corona.

 

In fondo sto commentando una variante al tema di descrizione di fine delle idee, dei progetti, della invulnerabilità giovanile ... “Oh God I’m still alive” ([5])! Al compimento dei 25 anni tutto è perduto ([6])?

 

Faticoso per faticoso (il suo reperimento ([7])), isolate anche talune strofe dall’eponima “Decibel” che chiude lo stesso secondo album: l’io cantante rimane ancora e inevitabilmente solo come in effetti poi sarà, magari con qualche rimpianto dato quanto Ruggeri canta in “Una fine isterica” ([8]) dove forse non a caso si cita quasi testualmente “Vivo da re”.

 

NOTA TECNICA: questo post è stato scritto ascoltando canzoni degli artisti ivi citati.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Quanti siano gli zampini che precludono la ristampa, e addirittura l’inclusione di qualche registrazione in antologie fonografiche davvero degne di questo nome della produzione iniziale del cantautore milanese si fa fatica a comprendere.
[2] Qualche lettore di questo blog già lo sa che non le amo molto, anche quando sono esecuzioni di capolavori. Considerate che il pubblico non ha mai, siccome massa, la dignità dell’individuo.
[3] Opinione assolutamente personale, naturalmente. Fra i miei maîtres a penser ho Peter Pan, ma di mio, in età adolescenziale, notai che “nessuno ha mai chiesto di nascere” (molti anni dopo scoprii che anche il filosofo Emil Mihai Cioran – allora ancora vivo – la pensava come me (o io come lui, ma indipendentemente l’uno dall’altro).
I figli degli idoli, non dei, non contano, loro non esistono, divorati dai padri (e dalle madri) alla cui ombra trascorreranno l’intera vita.
[4] “Porta Romana” di Umberto Simonetta per il testo.
[5] “Time” di David Bowie. In alternativa: “Don’t want to stay alive/When I’m twenty-five” da “All The Young Dudes”, ancora di David Bowie.
Diversamente, rinvio a Cioran: “Chiunque non sia morto giovane merita di morire” (da Il funesto Demiurgo).
[6] Che erano già trascorsi da alcuni mesi quando Bowie scrisse quella canzone.
[7] Più rara l’edizione in vinile (volendo esiste un singolo) o quella in CD dell’album, ormai? E la riedizione in cofanetto della primavera 2017 cambierà le cose, poi?
[8] Tratta da Champagne Molotov, suo primo album solista che da questa canzone è “aperto”.

lunedì 5 marzo 2012

IL CIMITERO DEI GIGANTI E IL QUASI-OSPIZIO DEI PIGMEI (qualche nota generazionale)



IL CIMITERO DEI GIGANTI E IL QUASI-OSPIZIO DEI PIGMEI
(qualche nota generazionale)


 

Una dozzina d’anni fa, un sabato pomeriggio su RAI2, vidi un lungo documentario dedicato ad Ugo Tognazzi, sorta di upstart nell’ambito di quelli che erano chiamati i “colonnelli” del cinema italiano: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi e, appunto, Ugo Tognazzi.

 

Nutro per Mastroianni un disprezzo che reputo obiettivo, dopo aver letto un giudizio su di lui di Catherine Deneuve.

A Sordi riconosco qualche merito artistico.

Trovo piuttosto modesto Manfredi.

 

Gassman lo ho capito quando Ricky Tognazzi raccontò di suo padre e del Mattatore chiusi in una stanza a piangere insieme, da grandi amici, delle proprie depressioni – in senso clinico – entrambi a pochi anni dalla morte.

Ecco, in qualche modo scoccò in me la scintilla per Tognazzi, che si prestò anche al leggendario falso de Il Male (con questo grande cremonese dichiarato il capo delle Brigate Rosse e tanto di foto che lo ritrae arrestato).

 

Ma queste righe sono occasionate dalle circa 4 ore dedicate da RAI1, e in prima serata il 26 e 27 febbraio 2012, a chi non entrò a far parte dei colonnelli in quanto attore principalmente comico e da palcoscenico per tutta la carriera, pur con qualche trofeo cinematografico alla cintura: Walter Chiari. Titolo: “Fino all’ultima risata”.

 

Uno inaffidabile Walter Chiari; un tossicodipendente (cocaina) almeno in alcuni periodi: una vittima giudiziaria del proprio vizio; un prodigo; ...; un bravo artista; un playboy (nel senso positivo del termine); un padre poco presente, ma pirotecnico; una persona più colta di quanto apparisse.

Tutto questo (rispetto allo spessore culturale mi soccorre anche un recente documentario in bianco e nero) dichiara frequentemente con poca delicatezza questo sceneggiato televisivo quasi del tutto privo del placet di suo figlio Simone.

 

Ecco, non mi pare di vedere oggi personaggi del genere di Tognazzi, Gassman e Chiari, almeno in Italia, siano essi famosi oppure no.

Vedo invece molta paura negli uomini, di mezza età, di oggi a dichiararsi nolenti alla maturità.

Essi fanno finta di essere adulti, ma io mi vergognerei di averli come padri.

Non sanno raccontare niente, perché hanno vite fatte solo di oggetti e mai di persone.

Molti di loro sono padri, però ed appunto.

 

Dunque, senza intenti di omogeneizzazione, trovo in Tognazzi, Gassman e Chiari – tutti con molte avventure amorose – dei nobilissimi uomini morti soli, padri veri anche senza severità, capaci di riconoscersi come vulnerabili “ragazzi perduti” che chiedono aiuto alla loro Wendy (colpevolmente certo, solo quando ne hanno bisogno. Senza il carisma del vero capo: Peter Pan, il più solo di tutti).

 

Mancano insomma i maestri, buoni o cattivi che siano.

 

 

ADDENDUM

Apriti cielo dopo la seconda puntata di “Fino all’ultima risata”: Aldo Grasso pugnace spara a zero dalle colonne del Corriere della Sera, Simone Anni-Chiari-co quasi, altri che si schierano più o meno, rettifiche mascherate (uno speciale condotto da Minoli poco significativo trasmesso qualche giorno dopo RAI2 in tarda serata), l’amico Tatti Sanguineti che comunque rammenta la sua biografia sull’attore (per favore la termini e la pubblichi), perfino colonne di intervista al portiere del residence dove abitò e morì Chiari.

 

Risultato? Nemmeno un DVD per vedermi lo sketch de Il Sarchiapone!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 




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