"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 15 marzo 2024

“NEVER TRUST A HIPPY” (Facebook Down Series - 22)

 

“NEVER TRUST A HIPPY”

(Facebook Down Series - 22)

 

 

Il Signor A.B. sé dicente esperto di “modism” (cit.: Pete Meaden) chiama la (o il) parka “eskimo”, nel 2024.

 

Ora da un trentennio anche la sciampista “della” giornalista praticante alle edizioni Condé Nast conosce la parola “parka”.

Gli è che - mi par di averlo già scritto - nel 1979 noi con la/col parka (io la seconda di Milano) rischiavamo di esser picchiati siccome cinesi dai fascisti, quest’ultimi non avendo mai visto una/un parka, appunto.

Quindi oggi, 45 anni dopo, le cose vanno meglio. Ma non per il confuso A.B.

 

Senza scomodare non dico Paul Weller, ma anche il suo ex amico, già, Paolo Hewitt.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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domenica 7 gennaio 2024

LA “PROPRIA” BIBLIOGRAFIA

 

LA “PROPRIA” BIBLIOGRAFIA


C’è un signore, di Piacenza, i cui libri finiscono spesso fra i remainders in tempi brevi.

Non avrà mai il privilegio di essere citato in un mio post: gli farei pubblicità.

 

“Altro suo libro, altro remainder”: ed in esso, in bibliografia rinvengo un libro che ben conosco, perché non è fra quelli che avrei nella “mia bibliografia mod”.

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

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domenica 28 giugno 2015

IL MOD CON IL PARKA E LE SCARPE DA BARCA (fra “style wars“ e “perle mediatiche”)


 

IL MOD CON IL PARKA E LE SCARPE DA BARCA
(fra “style wars e “perle mediatiche”)
 
 
Rammento con senso di sgradevole coscienza stilistica un concerto di The Cure al Ritz di NYC, estate 1983.
Nel pubblico c’era un mod locale che indossava un parka (dettaglio curioso dato il clima termico cittadino estivo) e calzava delle scarpe da barca color marrone, naturalmente con usuale stringatura e suola di gomma in quanto modello “da barca”.
Lo archiviai fra uno degli errori più marchiani che avessi mai visto.
 
Prendete il DVD di Summer Of Sam, film diretto da Spike Lee (nato nel 1957, cresciuto a Brooklyn sin dall’infanzia), persona certo di cultura.
Ebbene, il personaggio “del punk” (Richie, interpretato da Adrien Brody), con la storia ambientata nell’estate 1977 a NYC, esibisce un’acconciatura “spike” ([1]) a ciocche lunghe mai vista all’epoca a Londra (lo stile dovrebbe essere britannico e “dell’anno” o del 1976) e indossa in scene diverse, rispettivamente: una maglietta con disegno “target” – quindi mod non punk e - un’altra maglietta (è una scena di concerto al CBGB’s) con una variazione dello “smile” sanguinante simbolo del fumetto Watchmen ([2]) del 1986.
La colpa sarà stata dei costumisti e degli addetti alla continuità, ma …
 
 
 
(Nota tecnica: inizialmente pensavo di scrivere un post sulle apparenti, invero ipocrite, reciproche influenze e riverenze fra “ambienti culturali” europeo e della costa est statunitense, sarà per un’altra volta).
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Nessun gioco di parole.
[2] Di Alan Moore, Dave Gibbons e John Higgins.


 

sabato 3 dicembre 2011

IL LIBRO MODS E L’EDITORE CASTELVECCHI: anche i mod non godono di grande trattamento (“Return to sender series” part 2)

IL LIBRO MODS E L’EDITORE CASTELVECCHI:
anche i mod non godono di grande trattamento
(Return to sender series” part 2)


 

Ho rinvenuto una mia lettera, del 11 novembre 1997, inviata per posta tradizionale all’editore Castelvecchi ed all’autore del volume; missiva che non ha mai avuto risposta. Dopo quattordici anni dubito che ne avrò.
Nel frattempo devo dire che di Castelvecchi leggo molto meno, non perché sia rimasto senza risposta, è solo un dato di fatto.


                                                                                              Steg
MODS - La rivolta dello stile

Spettabile Castelvecchi, Gentile Signor Gazzara,
                                                                                         ho acquistato il libro Mods sia perché sono un discreto lettore dei titoli Castelvecchi (a partire dal primo Labranca fino all’ultimo Scòzzari), sia perché fui una delle prime due parka (fishtail parka) di Milano (no, non ho mai fatto gruppo).

Premetto che ho semplicemente sfogliato il libro, ma sulle appendici mi ci sono già soffermato abbastanza, e ho alcune considerazioni critiche da svolgere.


1. La bibliografia.

È buona regola che le bibliografie servano al lettore per la più facile consultazione dei testi ivi citati, nel caso di opere straniere tradotte, volendo essere molto precisi, occorrerebbe indicare sia il titolo originale (con tutti gli estremi) sia la traduzione italiana.     
Sempre per motivi di praticità di ricerche, talvolta è opportuno indicare le ristampe.

Ho invece rinvenuto non poche inesattezze, e di quelle che rendono il tutto meno utile del previsto.

Non ho trovato la indicazione delle fonti originali ad esempio per tutti i volumi citati ed editi in Italia da Costa & Nolan e da Edt. Lo stesso vale per Kerouac e per lo Stuart Home tradotto da Castelvecchi, così come per Savage e Sillitoe.

Cose più curiose accadono per il Colin MacInnes di Absolute Beginners, notoriamente edito nel 1959 e più volte ristampato nel Regno unito durante gli anni ottanta (e novanta), nonché tradotto in italiano da Mondadori in occasione dell’uscita del film omonimo. Trovare citata un’edizione Penguin del 1964 può scoraggiare più di un lettore.
Presumo sia scelta dell’autore non indicare gli altri due romanzi della trilogia: City Of Spades e Mr Love And Justice.

Che dire di J. D. Salinger, The Catcher in the Rye? Il libro è del 1951, edito originariamente negli USA dalla Little, Brown & Co., best seller anche italiano per i tipi della Einaudi (devo proprio scrivere che si tratta de Il giovane Holden?). Rinvengo invece citata un’edizione inglese del 1967.

Il Revolt Into Style di George Melly è stato ristampato nel 1989 da Oxford University Press con una brevissima postfazione dell’autore. Forse era utile indicarlo, anziché mandare il lettore alla ricerca di quello del 1970.

Mi pare strano l’editore di Hamblett - Deverson, Generation X citato: in tutte le bibliografie (incluse quelle di alcuni volumi che appaiono nella bibliografia di Mods) è indicato Tandem (come è di Tandem la mia copia) e non Routledge. Poiché dall’autore di Mods viene indicato Londra come luogo di pubblicazione, non è molto plausibile che si tratti di edizione statunitense a cui ha attinto. Posso avere lumi?

Due brevi considerazioni quanto a tre biografie sulle band più influenti che non sono state citate: che ne è di Before I Get Old, London, Plexus, 1982 di Dave Marsh e di The Who Maximum R&B, London, Eel Pie, 1982 di Richard Barnes sugli Who, e di Small Faces - The Young Mods’ Forgotten Story, London, Acid Jazz, 1995 di Paulo Hewitt sugli Small Faces?

Una nota di plauso per aver incluso il libro di Kevin Pearce.


2. Discografia.

Qui, tradendo lo spirito mod, che non darebbe mai riferimenti, sarebbe stato necessario tradire fino in fondo.

Nel settore British Rhythm & Blues mancano infatti le indicazioni degli album compilation Edsel degli Action, The Ultimate Action!, e dei Creation, How Does It Feel To Feel (entrambi con extra track nella versione CD).

Gli Who, poi, sono quasi snobbati nel settore album, e così mancano per lo meno le edizioni in CD rimasterizzate e con extra track di A Quick One e Sell Out (fra l’altro a coprire il famoso Ready Steady Who EP con il primo e i jingle usati nel film Quadrophenia con il secondo), la gloriosa antologia in vinile Meaty, Beaty, Big & Bouncy su cui tutti si sono fatti le orecchie, il cofanetto CD quadruplo (almeno per il primo CD che compila gli High Numbers) di 30 Years Of Maximum Rhythm & Blues.           
La casa discografica di My Generation (l’album) non era la Decca (per cui uscì negli USA The Who Sing My Generation), ma la Brunswick, e poteva essere utile indicare la, sebbene ormai risalente, ristampa in vinile della Virgin (in attesa di una già annunciata ristampa in CD basata sui master originali).

E’ causata da purismo l’omissione del cofanetto quadruplo Immediate/Charly Records degli Small Faces? Ma dov’è The Decca Anthology 1965 - 1967 (doppio CD) senz’altro non sospetto?

Nel settore Revival ‘79 e power pop ‘80 non capisco le omissioni di Extras e dei primi due album dei Jam (fra l’altro nel primo c’è una Batman Theme cover di una cover degli Who dell’originale di Neal Hefty) (do per scontato che il libro fosse in bozze quando è uscito il cofanetto dei Jam) e dei due volumi di Mods Mayday (Aa. Vv.).  
Non discuto, anche se vorrei, certe omissioni sui singoli di Purple Hearts e C. e di qualche singolo dei Jam (valga per tutti il b-side di Down In The Tube Station).

Passando a Soulful ‘80, scopro che manca il CD It Was like This che compila tutto il materiale EMI dei Dexy’s Midnight Runners.


3. A legal matter or two.

Neanche una riga per dire da dove è tratta la foto di copertina di Mods: ovviamente da Mods! di Richard Barnes, per di più dalla copertina.

E poi l’intera prefazione di Paul Weller: qui non credo basti invocare l’articolo 70 della legge numero 633 del 1941 per giustificare la non richiesta di licenza a Vostro favore da parte della Eel Pie o del Signor Weller per la sua pubblicazione e traduzione integrali.


Insomma, la mod sharpness è andata un po’ a farsi benedire, peccato.




© 2011 Steg, Milano, Italia.
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lunedì 29 agosto 2011

MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY



MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY
(senza la conoscenza non si inventa niente e si confonde molto)

Prendo spunto da taluni fatti e argomenti di conversazione, perché sembra che sia ormai necessario correggere le riscritture della storia a fronte di semplificazioni e sviste frutto di una crescente pigrizia culturale ([1]).


Pete Townshend scrisse “My Generation” che uscì come singolo di The Who nel 1965 (e diede anche il titolo al loro album di esordio).
Nel 1977, il lato A del primo singolo dei Generation X è una registrazione di “Your Generation”, canzone scritta da Billy Idol e Tony James; la copertina – con un artwork astratto in stile Bauhaus ([2]) – non strilla il titolo ([3]).

Billy Idol non è un artista platinato costruito a tavolino che ha avuto qualche successo negli anni ‘80 e via; Tony James con i Sigue Sigue Sputnik provò a spostare il limite della banalizzazione commerciale vendendo immagini forti, ma grondando riferimenti ([4]).
Billy Idol ha interpretato, nelle rispettive versioni dal vivo, la parte di Cousin Kevin in Tommy (1989) e del “bell-boy” (dunque lo “Ace face”) in Quadrophenia (1996).
Tony James attualmente è, soprattutto, i Carbon/Silicon insieme a Mick Jones ([5]).

Però nella migliore delle ipotesi la stragrande maggioranza di chi associa qualcosa a “Generation X” pensa a Douglas Coupland ([6]). Invece no, la situazione è ben diversa, anche perché è impossibile aver copiato nel novembre 1976 un titolo del 1991.
Infatti, per quanto qui interessa, Generation X è il titolo di un libro-inchiesta scritto da Jane Deverson e Charles Hamblett a proposito dei giovani dei primi anni sessanta; volume uscito nel 1964 in solo formato tascabile (in almeno due versioni) in Gran Bretagna e anche negli USA.
Ebbene, da quel libro fu presa ispirazione per dare il nome alla band di Idol e James (il primo sostiene di averne trovata copia sotto il letto della madre).
Di più, circostanza meno nota, dei ritagli del medesimo libro ([7]) sono utilizzati graficamente come parte del retro della copertina di “White Riot”, primo singolo di The Clash, ed ancora più curioso può essere il fatto che in uno dei press-clip è un mod che parla agli autori del libro.
Reputo che la corto circuitazione artistico-musicale sia davvero notevole, ed appunto dimostri come non sia mai possibile banalizzare le informazioni.
Quelli che convenzionalmente sono chiamati i primi punk dei settanta non erano né degli ignoranti, però neanche degli inventori; semplicemente ed intelligentemente (questo sì) avevano ascoltato e letto e visto e ... come prima di loro avevano fatto altri artisti.

Simon Reynolds nel suo ultimo libro, Retromania: Pop Culture’s Addiction To Its Own Past, pare preoccuparsi della vacuità del primo decennio del XXI secolo.
Poiché il punk non viveva sulla nostalgia, bensì sulla conoscenza del passato musicale e la conseguente capacità di distinguere ciò che vale da ciò che non è importante, dall’evidente vuoto attuale si ha la conferma di quanto sia sempre più grave il rischio di semplificazione ogni volta in cui si danno per scontati fatti ed anche significati.
Quella di Simon Reynolds rischia di divenire allora una preoccupazione marginale: essere dipendenti dal passato – se lo si analizza in modo indipendente e non guidato, per cercare una propria via (anche solo alla lettura, all’ascolto e alla visione) – è molto meglio che essere dipendenti unicamente dalla pseudocultura venduta sotto forma di romanzi/elenco telefonico (posati sui pallet di pseudo librerie e centri commerciali) e dei downloading facili e mal compressi di musica dove le rime sono quelle baciate vecchie di decenni (solo vecchie).




                                                                                                                      Steg
Una delle due edizioni del libro del 1964 



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[1]Libraries gave us power” (da “A Design For Life” dei Manic Street Preachers): cioè anche il proletario può avere cultura; ma viceversa il borghese può leggere solo sciocchezze.
[2] L’argomento “art schools” e` molto complesso - posso rinviare a Simon Frith, Art into Pop; quello Bauhaus è addirittura doppio.
La copertina, comunque, è di Barney Bubbles.
[3] Le 4 canzoni costituenti i primi 2 singoli della band risultano nelle prime stampe come “copyright control” cioè ancora senza editore, il che significa che ci fu un’epoca in cui i contratti fonografici non obbligavano a sottoscrivere quelli di edizione musicale con l’editore indicato dal produttore: costi minori, più fiducia negli esordienti?
[4] Inoltre proponendo autentiche pubblicità fra i solchi del vinile: The Who Sell Out anyone?
[5] Name dropping di approfondimento: London SS.
[6] Forse con “Girlfriend In A Coma” va meglio?
[7] Non proprio “cut up” alla William Seward Burroughs, ma evidentemente un riferimento stilistico ai collage delle avanguardie artistiche del primo novecento.