"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 3 luglio 2024

DISCEPOLI E RONIN

 

DISCEPOLI E RONIN

 

 

Certo di rimanere incompreso, per vostra pigrizia, soprattutto maschile.

 

Essere un Lost Boy, e tale sono come fui e come sarò sempre, non significa negare i Maestri ([1]).

Chi fu il Maestro di Peter Pan? Nessuno, ma lui invece fu il condottiero dei ragazzi che io chiamo “dimenticati” o “smarriti” ([2]).

 

E allora?

Beh dichiararsi discepolo a 64 anni significa “tirare con la bianca" ([3]).

E?

 

... Ho un amico di tastiera ultra ottantenne che scrive al PC come un mozzetto.

Ma non sbaglia un colpo.

Gianni... 

 

Già.

 

Spero di non tornare Ronin.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

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[1] https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/12/maestri.html
[2] Siccome il deposito oggetti smarriti è “lost and found” non comprendo come mai in Italiano i Ragazzi divengano perduti. Soprattutto considerando che essi non vengono di solito “reclamati” dalle famiglie.
Tema già affrontato: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2022/07/lequivoco-infantile-peter-pan-vs.html
[3] https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2018/10/tirare-con-la-bianca-la-prevalenza.html

lunedì 4 luglio 2022

L’EQUIVOCO INFANTILE (Peter Pan vs. Antoine de Saint-Exupéry)

 

L’EQUIVOCO INFANTILE

(Peter Pan vs. Antoine de Saint-Exupéry)

 

Desidero rassicurare i lettori: il sottotitolo è pensato, autori e personaggi evocati mi sono noti in scala maniacale ([1]).

 

Il pensiero può essere banale oppure no, e quindi anche queste righe potrebbero essere poche, oppure molte.

 

Il raffronto è fra le rispettive ([2]) opere più importanti dei due autori evocati: James Mattew Barrie e Antoine de Saint-Exupéry. Sintetizzando: Peter Pan e Piccolo Principe ([3]).

 

Sono forzosamente tenuto a ragionare per canoni non mondiali, non ne sarei in grado: quindi posso solo scrivere delle sensazioni e delle deduzioni.

 

Ora pensate alla vita di donnaiolo dell’autore francese e a quella sicuramente meno poligama dell’autore scozzese.

Bene: atteggiamento bonario nei confronti del letterato di Lyon; mentre “contra Barrie” il suo eterno bambino (nemmeno ragazzo inizialmente: un neonato abbandonato o “perduto” ([4])) diviene addirittura una sindrome maschile: forse per la “bigamia” di Peter ([5])?

 

Il Piccolo Principe è il porto sicuro per il libro da regalare ai giovani lettori. Peter Pan fuori dal mondo anglosassone un poco meno.

 

In realtà, la creatura di Saint-Exupéry non è poi così innocente: almeno a pensare alla passione per lui avuta da James Dean e da Orson Welles e da Morrissey ([6]).

 

Insomma, io starei più attento a scagliare la prima pietra. Poi ciascuno può fare le proprie scelte.

 

Io mi schiero con i lost boys e il loro capo, altresì in ragione di un romanzo che (anche a un non-beatlesiano come me) dimostra la eternità tendenziale – cioè il non invecchiare (e come potrebbe?) – di Peter Pan: Jardines de Kensington dell’argentino Rodrigo Fresán ([7]).

Diversamente, il Piccolo Principe lo trovo un poco invecchiato.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Basti considerare che mi procurai una banconota fior di stampa da 50 Franchi Francesi in collezione, visto che già scrivo del perdente nel confronto.

[2] In realtà, Barrie ha scritto non poche versioni – con titoli diversi – di “Peter Pan” inizialmente nemmeno personaggio principale, e innanzitutto poi per il teatro.

Per ogni approfondimento rimando al volume che raccoglie la produzione barriana: The Collected Peter Pan a cura di Robert Douglas-Fairhurst, edito da Oxford University Press, 2019.

[3] Petit Prince ma inizialmente pubblicato in lingua inglese come Little Prince. Per completezza l’articolo determinativo precede l’altrimenti nome generico del personaggio.

[4] Continuo a chiedermi se “lost” non sia meglio tradurlo con “perso” come un oggetto smarrito (altra opzione di traduzione).

[5] I personaggi femminili in questione sono Tinker Bell e Wendy Darling.

[7] Inizialmente pubblicato nel 2003.

Una edizione italiana ha avuto poco successo.

venerdì 17 settembre 2021

KATE MOSS (a half sketch)

 

KATE MOSS

(a half sketch)

 

 

Per favore, seriamente, possiamo riavere Kate Moss?

Se anche una sola persona trarrà ispirazione (uguale o contraria, poco importa. È il punk bellezza!) l’umanità rifletterà e magari nascerà una idea.

 

Kate Moss, Caterina Muschio, ma anche la partner per il rifacimento di Blow-Up con David Bowie nella parte di David Hemmings (Moss-Veruschka), la modella che ha ucciso la stampa-feccia che voleva ucciderla, la testimonial gratuita degli Hunter sottobraccio al tossico libertino e babyshamble-oso Peter Doherty.

 

Con una spazzata di mano sul bancone, Kate Moss (Cowboy Kate, mi pare si intitoli un libro a lei dedicato) ha messo in dubbio tutta la genia delle Versace-girls senza "cojones", e non è poco.
Di questi tempi abbiamo scarsità sostanziale e onirica. Kate Moss ci renderebbe meno poveri.
Ribadisco: seriamente.

 

Dimenticavo: Kate Moss sarebbe una eccezionale protagonista se qualcuno osasse un nuovo film dedicato a Peter Pan. Come scrisse Richey Edwards, del resto: "rock ‘n’ roll is homosexual", e la letteratura per l’infanzia è un campo minato e senza scampo per chi non sa come riconoscere il lupo cattivo.

 

Un autore letterario ottiene rispetto dall’editore quando il secondo gli concede pagine bianche di separazione fra eventuali parti del libro o, addirittura, per consentirgli di avere l’inizio di ogni capitolo sempre in pagina dispari.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 11 gennaio 2017

“VIVO DA RE” (Song series - 5)


“VIVO DA RE”
(Song series - 5)

 

“Vivo da re” è la sola canzone dell’epoca Decibel che è passata indenne nel repertorio di Enrico Ruggeri solista.

 

Purtroppo, chi non dispone dell’originale versione di studio (quella tratta dal secondo, del 1980, e ultimo per 37 anni, omonimo, album della formazione) è destinato a doversi accontentare - non essendo mai stata nemmeno reincisa ([1]) - di versioni soltanto ammiccanti e, diciamola tutta, un po’ slabbrate come possono essere e sono le versioni dal vivo ([2]) rinvenibili nella discografia ruggeriana.

Basti pensare alla perdita dell’apertura, dove la voce è isolata e senza musica: un vero vuoto spaziale solitario: a chi parla il protagonista? Dove si trova?

 

Si tratta di una canzone che ha più piani di lettura.

 

Quello di immediata evidenza è  il “compiacimento pentito” della voce protagonista.
Egli apre la porta alla ragazza ideale, conosciuta ma perduta. La tratta da pari.
Ecco l’idea femminile: amante e compagna, migliore amica più degli amici.
Pensate alla Lula fidanzata di Sailor di Wild At Heart. La donna e l’uomo reciprocamente ideali devono essere partners in soul crime 24/7/12.

 

Probabilmente - dato che la canzone per nascita precede di anni gli stessi Decibel - Enrico Ruggeri parla a una ideale ragazza che non ha ancora perso perché nemmeno la ha conosciuta.
Ecco allora un livello pubblico, puramente maschile: l’io cantante dà voce all’ascoltatore.

 

Ma passano gli anni.
Perciò si forma un terzo livello di fruizione della canzone.
Meno evidente, certo, ma incombente per chiunque non si rassegna o cerca di non farlo.
È quello di chi si rende conto che era meglio vivere da solitario re che non da adulto (quasi vecchio?).
Perché i sogni sono finiti e volare da ragazzo perduto si fa sempre più faticoso, anche per chi ha la fortuna di non avere figli ([3]).

La gioventù ti lascia, la mamma muore/Te restet come un pirla col primo amore” ([4]). In realtà si resta spesso soli, per lo meno sostanzialmente (il primo amore è di regola inadeguato e, eventualmente, anche limitante se ne ha impediti altri), e si è persa anche la corona.

 

In fondo sto commentando una variante al tema di descrizione di fine delle idee, dei progetti, della invulnerabilità giovanile ... “Oh God I’m still alive” ([5])! Al compimento dei 25 anni tutto è perduto ([6])?

 

Faticoso per faticoso (il suo reperimento ([7])), isolate anche talune strofe dall’eponima “Decibel” che chiude lo stesso secondo album: l’io cantante rimane ancora e inevitabilmente solo come in effetti poi sarà, magari con qualche rimpianto dato quanto Ruggeri canta in “Una fine isterica” ([8]) dove forse non a caso si cita quasi testualmente “Vivo da re”.

 

NOTA TECNICA: questo post è stato scritto ascoltando canzoni degli artisti ivi citati.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Quanti siano gli zampini che precludono la ristampa, e addirittura l’inclusione di qualche registrazione in antologie fonografiche davvero degne di questo nome della produzione iniziale del cantautore milanese si fa fatica a comprendere.
[2] Qualche lettore di questo blog già lo sa che non le amo molto, anche quando sono esecuzioni di capolavori. Considerate che il pubblico non ha mai, siccome massa, la dignità dell’individuo.
[3] Opinione assolutamente personale, naturalmente. Fra i miei maîtres a penser ho Peter Pan, ma di mio, in età adolescenziale, notai che “nessuno ha mai chiesto di nascere” (molti anni dopo scoprii che anche il filosofo Emil Mihai Cioran – allora ancora vivo – la pensava come me (o io come lui, ma indipendentemente l’uno dall’altro).
I figli degli idoli, non dei, non contano, loro non esistono, divorati dai padri (e dalle madri) alla cui ombra trascorreranno l’intera vita.
[4] “Porta Romana” di Umberto Simonetta per il testo.
[5] “Time” di David Bowie. In alternativa: “Don’t want to stay alive/When I’m twenty-five” da “All The Young Dudes”, ancora di David Bowie.
Diversamente, rinvio a Cioran: “Chiunque non sia morto giovane merita di morire” (da Il funesto Demiurgo).
[6] Che erano già trascorsi da alcuni mesi quando Bowie scrisse quella canzone.
[7] Più rara l’edizione in vinile (volendo esiste un singolo) o quella in CD dell’album, ormai? E la riedizione in cofanetto della primavera 2017 cambierà le cose, poi?
[8] Tratta da Champagne Molotov, suo primo album solista che da questa canzone è “aperto”.

martedì 22 dicembre 2015

MANIC STREET PREACHERS (INTORNO AI) E CAPACITA DI NON INVECCHIARE INTELLETTUALMENTE


MANIC STREET PREACHERS (INTORNO AI)
E CAPACITA DI NON INVECCHIARE INTELLETTUALMENTE

 

Ho rischiato più volte di invecchiare intellettualmente. Probabilmente se si supera la prima, almeno nelle successive si sa cosa si sta affrontando.
 
In certi casi il pericolo è celato nel suo apparente opposto: ci si crogiola in (con) una pretesa patente di eterna freschezza intellettuale, mentre si sta scivolando nel macchiettismo di imminente status di reduce (per definizione esso è a vita).
In massima sintesi: il punk (leggasi: l’ancora ascoltatore di musica classificata come tale) a senso unico con pancia e calvizie è triste come il beatlesiano.
 
La monomania non aiuta: se è vero che “la gioventù ti lascia/la mamma muore/te restet come un pirla/col primo amore” ([1]), sei pirla anche se leggi soltanto il fumetto Tex e niente altro, indipendentemente dall’anagrafe e dallo stato di famiglia, tanto per dire.
 
Fra pirla ed incostante ci sono molte possibilità. Anche quella di mettere in cantina per sempre il proprio entusiasmo.
I Lost Boys non hanno famiglia? Forse, ma anche quando ce l’hanno essi rimangono ragazzi senza cantine inaccessibili, in quanto continuano a visitarle ([2]).
 
Con sufficiente (non necessariamente adeguato) spirito di conservazione dunque sono arrivato – sotto i profili musicale e intellettuale – al 1992 e al 1994, come ho già scritto in questa sede, dunque in prima e seconda battuta ai Manic Street Preachers.
 
In una prospettiva barrie-ana, quella che è legge nei Kensington Gardens, due anni di scarto anagrafico, in più o in meno, fra persone sono una generazione.
Ebbene, con il punk io mi sono sempre sentito fratello minore ([3]).
 
L’unica affinità anagrafico-intellettuale l’ho provata con i Manic Street Preachers.
Come se lo scambio di informazioni fosse biunivoco. Lo so, non lo è.
 
Sotto il profilo musicale, i quattro (per me e molti sono quattro, sempre) gallesi hanno avuto la capacità – rara – di utilizzare dei generi per raccontare.
Ehi: testo E musica, non testo e una mucillaggine alla chitarra o al pianoforte. Che ne pensate?
 
Che dire poi del gioco, degli “eroi” di 430 King’s Road, dei riferimenti senza troppe spiegazioni? Anche questo ripreso senza copiare dai quattro gallesi.
 
Dunque non mi stancherò mai di ascoltare i Manic Street Preachers, alternando rabbia da disilluso e spavalderia da seguace senza rimpianti di Peter Pan.
 
E ho sempre due o tre loro magliette pericolose (anche solo per la reputazione di chi le indossa), come quelle (ho anche quelle) di Seditionaries.
 
Quelli che non “stanno belli” sono, dunque e ancora, altri. Non noi.
 
Poi c’è la versione acustica di “Raindrops Keep Falling On My Head”, ma quello è un colpo basso, molto basso e tutti sanno come sono andati a finire (o come vogliamo che siano andati a finire) Buch Cassidy e the Sundance Kid ([4]): non vecchi. Appunto.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] “Porta Romana bella”, canzone milanese classificata come popolare, pertanto senza autori e compositori ben identificati.
[2] E magari andandoci si accorgono di aver comprato qualcosa due volte, in un eccesso di entusiasmo o di horror vacui.
[3] Da figlio unico, sono felice di mia sorella Siouxsie. Lo ero anche di John McGeoch.
[4] Rispettivamente all’anagrafe Robert LeRoy Parker e Harry Longabaugh.

mercoledì 23 aprile 2014

FILOSOFIA DEL BAMBINO SDRAIATO SUL PAVIMENTO (“Facciamo che io ero …”)

 

 

FILOSOFIA DEL BAMBINO SDRAIATO SUL PAVIMENTO
(“Facciamo che io ero …”)


La mannaia del macellaio della celluloide colpisce cieca: cosi la breve sequenza iniziale di Rebel without a Cause viene mutilata con conseguenze gravi ([1]).
Fuor di metafora: le pizze del film nei cinematografi per lustri e lustri subiscono tagli da usura e quella scena risulta fra le più colpite. Andate a (ri?)vedervela nella sua interezza e scoprirete un capolavoro.
 
Da bambini quanto siete stati sdraiati sul pavimento di casa? In una prospettiva quasi cieca nelle vette, se non fosse che quella prospettiva non toglieva nulla ai vostri giovani pensieri, anzi li arricchiva.
 
Facciamo che io ero…”: ci hanno quasi rubato anche questo.
La benevolenza, ipocrita, adulta si impossessa – apparentemente – di formule magiche dell’infanzia. Ma esse suonano con una eco falsa, vuota e lontana.
Alla fine nelle voci degli adulti resta solo un “imperfetto passato”. Mentre siamo nel futuro glorioso proprio attraverso un tempo verbale opposto, futuro suscettibile di essere piegato a ogni volere bambino.
In base a come pronunciate quel “facciamo ...” si decide la vostra vita. O lo sapete ancora dire come allora, oppure no e siete irrimediabilmente “dei grandi”.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Jim Stark (James Dean) cammina per strada, di sera, trova un pupazzetto di peluche scartato e abbandonato, si sdraia sull’asfalto, lo culla, lo copre con la carta da regalo gettata via, come cuscino il nastro da regalo, poi si corica di fianco al giocattolo.

martedì 19 novembre 2013

GIAN BURRASCA (la perfezione lasciatela così)


GIAN BURRASCA
(la perfezione lasciatela così)

 

Non occorre essere adulti per capire.
Il giornalino di Gian Burrasca è perfetto senza aggiunte e/o modifiche grafiche.
Mentre i saggi critici non servono ai suoi lettori sempre nuovi e freschi e non adulti, gli altri non lo stanno leggendo più.
 
La forza dell’originale, pubblicato da Bemporad, si impone anche se il pubblico dominio ([1]) consente la edizione di quest’opera da parte di chiunque, ma ... Esistono anche le norme generali del diritto civile, peraltro speciali ([2]), in tema di concorrenza sleale che renderebbero (rendono) confusoria ed imitativa un’edizione altrui con le illustrazioni dello stesso Vamba almeno in alcuni casi ([3]).
 
No, esiste solo un’edizione, cioè due, degna di lettura, anzi di obbligatoria lettura, ed è quella delle innumerevoli ristampe conformi alle versioni su cui sono cresciute orde ed orde di giovani “teppe” vandaliche, ma non criminali, che hanno riso sull’espressione “fossi minchiona”.
 
Perché due edizioni? Facile: quella di quasi tutti è la versione con la copertina verde, cartonata o no poco importa.
Poi c’è (c’era?) un più grande formato, con tanto di sovraccoperta diversa da quella standard, la quale per il suo lusso ricorda i soldatini “tedeschi” del tempo di guerra che solamente i bambini ricchi potevano maneggiare. Trovai a prezzo non esoso una copia di quella edizione poco evidente, quasi nascosta, molti anni fa su una bancarella: non si trattava di placare insoddisfatti appetiti infantili, ma di necessità di capire come le mani di un settenne (mi pare fu l’età della mia copia verde comprata in Galleria, che sta lì, piuttosto vissuta ma non a pezzi) potessero affrontarla e godersela.
 
Giannino Stoppani è un titano, batte sebbene ai punti sia Sandokan sia il Corsaro Nero (e non lo dico a cuor leggero, bensì con pesantezza cardiaca). La colossale triade dei mai adulti, insuperabile, è quella di cui egli fa parte con Peter Pan e Pinocchio ([4]): chi vuole crescere?
 
Impronta nera della mano sinistra e lo slogan laico “Moio per la libertà”: un jolly roger filosofico non suscettibile di essere preso alla leggera.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Articolo 25 legge n. 633 del 22 aprile 1941.
[2] Mi scuso, ma non posso diventare impreciso per semplificare.
[3] Da giurista, ho dei problemi a sostenere quando non sarebbe illecita tale edizione se essa fosse pedissequa.
Ovviamente mi astengo dal discutere i diritti morali degli eredi dell’autore.
[4] Ma allora c’era una Italia! Quando è finita? Forse quando è morto Filippo Tommaso Marinetti, pre-punk per decenni isolato in base a stolidi pregiudizi da “contro ordine compagno” che hanno appestato i cervelli ben oltre l’epoca della punkitudine mondiale?
Al penultimo mio futuro post ancora soffrirò per il tentativo di “darmi la linea” esistenziale e vi tedierò a tal proposito.

venerdì 4 ottobre 2013

PAUL WELLER: ROBA DA MASCHI


PAUL WELLER: ROBA DA MASCHI

 
Non giro le spalle al mio post in cui mi dichiaravo welleriano.
 
Anzi, pur censurando talune recenti scelte stilistiche d'abbigliamento del Talento di Woking, lo vedo al mio fianco ogni qualvolta io lotto (sì, si lotta) nel scegliere un paio di scarpe o nel cassarmi quanto ad un abbinamento di capi: nessun modernista esce di casa vestito approssimativamente e quindi non convinto.
 
Però, se conto i figli di Paul Weller e i suoi fallimenti sentimentali non lo vedo molto lontano da un maschio Rastafariano.
La donna a casa e lui al pub con gli amici.
 
Non c’è morale, ma una preferenza comportamentale ed esistenziale: meglio restare emuli di Peter Pan e – se si è fortunati – vivere come tali con la propria Wendy (che ti ricuce l'ombra perduta non perché devota, bensì per amore – reciproco).
Non ci sono figli a Never Never Land, dove la vita non è perennemente comoda: pellerossa e Captain Hook possono tenderti una imboscata in ogni momento, e capita sempre più spesso.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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mercoledì 4 settembre 2013

J. D. SALINGER (difficile tutelarsi post mortem)


J. D. SALINGER
(difficile tutelarsi post mortem)

 

Durante questo finale di estate 2013 si riscalda – o si pretende che si riscaldi – il mondo dell’editoria postuma ([1]).

 

Dopo un tentativo di seguito (cd. “sequel”) non autorizzato nel 2009 ([2]), si parla della pubblicazione, non in tempi brevi, di diverse opere letterarie, inedite, di Jerome David Salinger, celeberrimo autore di The Catcher in the Rye, con protagonista il ragazzo Holden Caulfield.
Fra esse spiccherebbe una raccolta di racconti tutti con Holden come protagonista, probabilmente col il titolo di uno di essi: “The Last and Best of the Peter Pans”.
Tutto questo agitarsi deriva da una nuova biografia che promette grandi rivelazioni ([3]), la quale però già il giorno dopo la sua pubblicazione ufficiale fa storcere più di un naso.

 

A parte il dato curioso del titolo con cui lo scrittore statunitense si appropriava ([4]) di un personaggio di fantasia al cui confronto il Caulfield più famoso della famiglia sembra poco più rilevante della mano mancante di Captain Hook, credo che questo sia l’ennesimo esempio per cui dopo la morte non si riesce ad essere autorevoli e coerenti come si vorrebbe (da vivi).

 

A gettare benzina sul fuoco, vi è anche il fatto che le poderose difese su cui si reggeva la vita editoriale millesimata dell’autore statunitense hanno subito danni irreparabili a causa di Internet.

 

Infatti, ricordo che anni fa si riusciva a trovare in vendita qualche volume bootleg contenente tutti quei racconti che non erano stati più pubblicati per volere di Salinger: difficile pagarlo meno di 1.000 Dollari USA.
Leggenda vuole che egli si fosse piccato per lo meno di strappare le pagine di tutte le copie presenti nelle biblioteche di Gotham City (e oltre?) almeno del numero della rivista The New Yorker “incriminato” perché contenente “Hapworth 16, 1924” ([5]).
Ora il vaso di pandora è aperto: il sito web del magazine in questione offre ai suoi abbonati (quindi a pagamento) tutti e tredici i racconti, inclusi quelli sgraditi.
Ma (come per quei concerti in esclusiva televisiva che poi si trovano su DVD di dubbia origine eppure in qualità digitale), ecco apparire sempre in Rete l’offerta, gratuita, di un documento (formato pdf) che offre tutte le short story di Salinger edite su periodici, non raccolte in volume, sono più di una ventina.

 

Non esiste una morale, ma una considerazione: forse Salinger avrebbe potuto morire non intellettualmente vecchio, se si fosse spogliato delle sue manie di controllo su ogni mass medium.
Perché è chiaro che oggi Holden surferebbe su Internet come quasi tutti (anche quelli che potrebbero essere suoi genitori), ovviamente con la visiera del berretto girata di 180 gradi. Sulla sua militanza ne The Lost Boys ho qualche dubbio anagrafico, ma si sa che ormai sono giovani anche quelli di 35 anni.

 


 

POST SCRIPTUM

Poco meno di tre mesi dopo queste righe, alla fine di novembre 2013, ecco che sul web si alza il tiro: vengono pubblicati in rete tre inediti totali dell’autore.

Clamore mondiale, siti oscurati ad ogni ora per giorni, ma intanto …

 

 


                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Editoria postuma, discografia postuma: l’economia in parte si regge sui morti.
Il decesso di Salinger risale al 27 gennaio 2010.
[2] Autore tale John David California (nato Fredrik Colting) è intitolato 60 Years Later – Coming Through The Rye.  Il protagonista è indicato solo con l’iniziale “C.”.
In argomento, Salinger ottenne una sorta di vittoria a metà: dopo la prima decisione, in secondo grado furono contestati i principi utilizzati per concedere un’ingiunzione contro il nuovo romanzo. Ad oggi il volume è acquistabile tranquillamente.
[4] Altra epoca, evidentemente, oggi sarebbe Salinger a vestire i panni del convenuto in giudizio se sia attualizzassero le cose.
Cosi non  sarà in quanto, come noto, i diritti d’autore (o meglio il copyright) patrimoniali di James Matthew Barrie riguardanti il ragazzo che non cresce mai sono sì – eccezionalmente – ancora sussistenti, ma di titolarità di un ospedale per bambini: il Great Ormond street Hospital di Bloomsbury, Londra.
[5] Una traduzione in lingua italiana fu pubblicata qualche lustro fa: fu presto oggetto di sequestro.