"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 12 dicembre 2025

MARTINI? (Facebook Down Series - 192)

 

MARTINI?

(Facebook Down Series - 192)

 

L’arzillo Mario Andreose ([1]), nella intervista pubblicata il 12 dicembre 2025 dal Corriere della Sera alla laconica domanda “Umberto Eco?” ci informa che al Harry’s Bar, quando il semiologo si sedeva non aveva bisogno di ordinare il proprio Martini.
Il che non dice nulla su Eco, piuttosto conferma la bravura del barman: Claudio.

 

Claudio non sbagliava mai, e qualche lettore del blog lo sa dal 2011:

 

Peraltro: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/06/umberto-eco.html

 

 

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sabato 1 novembre 2025

VALERIO ZURLINI (meno di una scheggia) (Facebook Down Series – 172)

 

VALERIO ZURLINI
(meno di una scheggia)
(Facebook Down Series – 172)

 

“Champagne, fegato e Calle Vallaresso”:

https://www.youtube.com/watch?v=IxJp5JeagTE

 

E forse Goethe o Borges:

https://mvl-monteverdelegge.blogspot.com/2014/12/di-chi-e-questa-poesia.html

 

 

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lunedì 22 aprile 2024

92 ANNI DOMANI MA (ARRRIGO CIPRIANI) (Facebook Down Series - 33)

 

92 ANNI DOMANI MA (ARRRIGO CIPRIANI)

(Facebook Down Series - 33)

 

Salvo smentita, il compleanno di Arrigo Cipriani è domani, 23 aprile (2024).

Però, per ragioni ignote, tutti ne discettano oggi.

 

Nulla da aggiungere a quanto scritto dieci anni fa, più o meno (minime correzioni nel 2023).

Beh potrei aggiungere una o due immagini di dediche a me, però lo avevo fatto su Fb, e con Fb sapete come è andata.

 

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/03/arrigo-harrys-bar-cipriani-sketches.html

 

 

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venerdì 19 luglio 2019

VENEZIA NON È STATA LA MIA FINE (Dal Danieli a …) (Steg about Steg Series - 3)


VENEZIA NON È STATA LA MIA FINE (Dal Danieli a …)
(Steg about Steg Series - 3)


Premessa 1: non sono un hemingwayano (Ernest), e quanto di lui ho letto tratta di argomenti a me cari: Venezia e tauromachia (sebbene su questo punto Jean Cau abbia scritto che il Premio Nobel non ne capisse poi molto).

Premessa 2: per una incollatura temporale, Venezia, la mia, non è nata da Hugo Pratt, eppure ...


STEG QUESTION: credo che in questo caso l’ordine cronologico sia fondamentale.
STEG ANSWER: certo. Autunno 1973, venerdì pomeriggio piovoso, classe di prima liceo scientifico dell’Alessandro Volta di Milano, sezione P. Giustificazione per uscire un po’ prima, devo andare a Venezia, in treno a raggiungere i miei genitori per una serata di gala aziendale. Parto direttamente da scuola con la bisaccia ([1]) e indosso a protezione dalla pioggia una cerata giallo limone.
A un certo punto del viaggio, diciamo dopo Padova, uno degli occupanti il mio scompartimento mi chiede qualcosa, gli rispondo Venezia, e parlando dell’albergo (come arrivarci) scopro che “il Danieli” non è proprio una bettola.
Pioggia anche durante il viaggio in vaporetto, vedo la caserma dei vigili del fuoco e poi il Canal Grande. Pochi passi fra l’imbarcadero e la porta, mi pare girevole, dell’albergo su Riva degli Schiavoni. Arriva qualcuno, direi mia madre e anche mio padre, e mi dicono che mi hanno “dovuto dare” la suite più importante ad uso singola perché non c’era altro: stanza di marmi, bagno di marmi, soffitti affrescati, un freddo notevole. 
Ho pochi ricordi della città il giorno dopo, ancora tempo grigio e mi pare già di ritorno a casa nel pomeriggio. 

SQ: e Pratt battuto sul tempo?
SA: ricordo che avevano cercato di propormelo tempo “prima” (mi riferisco al 1974), diciamo un paio di anni, attraverso un volume Mondadori alla Milano Libri, ma il tratto mi pareva ostico per i miei gusti (leggevo L’Uomo Ragno e quanto altro della Marvel pubblicava la Editoriale Corno), sicuramente intravidi un Corto Maltese sulle pagine di Linus di quei mesi.
Comunque: estate 1974, vacanze dal mio amico FB a Nervi (Genova), in una delle nostre discese in città ([2]) per caso, dietro Piazza De Ferraris, scoprii la Libreria Il Sileno (Galleria Mazzini) dove si stagliavano splendide le copertine de Il Sgt. Kirk edito da Ivaldi: colpo di fulmine per la rivista e per Pratt.

SQ: quando tornasti a Venezia?
SA: tornai da solo, avendo letto Un romanzo d’avventura di Alberto Ongaro ([3]) e Le pulci penetranti che molti considerano la risposta stizzita di Pratt all’amico ([4]). Tornai credo in ragione di un articolo di giornale e poi, forse, l’acquisto del volume di Ugo Fugagnollo: Venezia così. Ma mi aveva anche incuriosito la copertina de Le pulci penetranti: costruita su una vignetta riprodotta 4 volte tratta da una storia di Corto Maltese ([5]) nell’ultima, completa, egli dichiara “Venezia sarebbe la mia fine!” con alle spalle le cupole di San Marco.
Fu fra il 1976 e il 1977, direi.
Ricordo la visita alla Basilica di San Marco, gratuita, ricordo anche di esser salito sulla Torre dell’orologio (una citazione prattiana da L’Asso di picche); bevvi per sfida al prezzo una Coca-cola al Caffè Florian, mentre pranzai (grazie a quell’articolo) in Cannaregio, alla Trattoria La Maddalena sulla Strada Nuova.

SQ: e poi?
SA: direi visite quasi “disintossicanti” negli anni successivi, di solito in giornata; spesso buttavo una moneta nel Canal Grande quando andavo verso la stazione di Santa Lucia per rientrare a Milano.

SQ: “pellegrinaggi prattiani”?
SA: non proprio.
Certo quella frase: “Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti …” ([6]), ma allora non c’era internet e se erano magici e nascosti almeno una ragione per faticare a trovarli c’era, così mi accontentai di incappare abbastanza facilmente nel Ponte delle Maravegie (o meraviglie).
Piuttosto, in ragione della sua citazione da parte di Alberto Ongaro nel suo romanzo, decisi di andare una volta a cena al Poste Vecie: una trattoria di fronte al mercato del pesce di Rialto, con un ponticello da attraversare per arrivare alla sua porta. Entrai e mi misero a un tavolo da due, non c’era molta gente, su un muro vicino a me stava un blow-up di una foto in bianco e nero di Hugo Pratt, già ne ho scritto, posso aggiungere solo che ritraeva il Pratt classico: pantaloni un po’ larghi, camicia e cardigan, un impermeabile chiaro proprio come quello nelle foto della famosa intervista dedicatagli da Alberto Ongaro e intitolata: “Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti” ([7]). Oggi quella foto non c’è più, chissà chi la scattò.
Meglio lasciarsi portare dal fato quindi.

SQ: fato?
SA: nel 1982, mi sembra, andai per il carnevale, di cui vidi poco e serate senza uscite in città, ma il portiere del piccolo albergo dove ero sceso alla mia domanda se poteva indicarmi un ristorante, mi disse che ce ne era uno nuovo, ma un poco strano perché aveva la carta del macellaio per tovaglie e un nome curioso: Corte Sconta. Tradussi in Corto Maltese: Corte Sconta detta Arcana era il titolo della già citata avventura del marinaio de La Valletta ambientata in parte proprio a Venezia ([8]).

SQ: “enters Cipriani”?
SA: eh sì, siamo finalmente arrivati anche in Calle Vallaresso.
Così come avevo chiesto per i miei 18 anni di andare a cena al Savini di Milano ([9]), per i 50 anni di mio padre nel novembre 1983 dissi: “perché non festeggiamo a Venezia al ([10]) Harry’s Bar?” E la proposta fu accettata.
Se ben ricordo, finì che ci cenammo due sere di fila, comunque nelle gite in laguna con i miei genitori, si cenava lì.

SQ: e poi?
SA: beh io presi ad andare al Corte Sconta come “mio” ristorante con amici o da solo, finché un giorno non scoprii che era diventato più conveniente Cipriani: sic transit, eccetera.

SQ: aneddoti o curiosità del bar più famoso del mondo?
SA: senza andare troppo sul personale, diciamo che ce ne è uno uguale e contrario: apparve su Panorama (il settimanale) la piantina della sala che io chiamo “dabbasso” e che è quella storica ([11]) di “stanza”; da allora mi sono sempre divertito nella “raccolta” dei tavoli da me occupati: ricordo addirittura il “senatoriale” n. 1 occupato da solo, un mezzogiorno; ma quello cui sono più affezionato (dal 12 aprile 1997) è il n. 4, che però non sapevo ancora se fosse – come fu – “il tavolo di” Orson Welles ([12]) oppure “di” Ernest Hemingway ed io continuo sempre ad inchinarmi al primo ([13]).

SQ: i Cipriani?
SA: beh a parte quando Giovanna ci assistette (al primo piano) nella seconda cena del novembre 1983, sua sorella Carmela fu mia collega in un noto studio legale milanese, suo fratello Giuseppe potrei averlo incrociato anche al Harry’s Cipriani di New York ([14]).
Nel giugno 2018, in occasione di un premio giornalistico sono finalmente riuscito ad avere due dediche da Arrigo Cipriani, che ovviamente ho incrociato molte volte ([15]): una sul precitato Prigioniero e l’altra sulla mia copia di Eloisa e il Bellini ([16]), sua prima fatica letteraria che uscì mentre ero a studiare alla Columbia University, il che scusa il fatto che la mia copia sia della seconda edizione.

SQ: curiosità e casualità lagunari tue?
SA: sicuramente la più buffa fu quando andai a Venezia per vedere una mostra su Hugo Pratt e la sera al concerto dei Prozac + a Marghera in un centro sociale: era il 18 maggio 1996 e nell’attesa del concerto pensavo al fatto che avevo pranzato al Harry’s Bar, un bel contrasto.

SQ: ma Venezia non finisce mai?
SA: no, finisce, per più ragioni.
Però occorre evocare ancora due personaggi senza i quali la mia Venezia sarebbe meno personale.
Uno è Claudio (Ponzio), fra parentesi il cognome perché un barman si apostrofa per nome: sorta di timoniere del Harry’s Bar finché non ha deciso che la missione era compiuta. Inimitabile, ti faceva sentire il cliente più importante, l’attenzione di una vista a 360 gradi (non è un cliché), la battuta tagliente (il mio zaino lo chiamava “il paracadute”) ([17]). Senza di lui il locale (ecco perché ha senso stare di sotto, di sopra non c’è bancone del bar) non è lo stesso, comunque.
L’altro personaggio è anche un fumetto …

SQ: in che senso?
SA: perché si tratta della belga Anne Frognier, la moglie veneziana di Hugo Pratt, la mamma di Silvina e Giona, il viso di Anna della/nella Giungla ovvero Anna (ma Ann nell’edizione sudamericana) Livingstone.
Questa signora, con cui il “fumettaro” visse a Malamocco (cucendogli anche pantaloni: i tempi erano duri), cercai di rintracciarla all’epoca in cui avevo deciso di scrivere la mia biografia del suo ex-marito. Ci riuscii e andammo (andammo, io e …) a trovarla un pomeriggio d’estate a Malamocco, sempre in quella casa che risultava sull’elenco telefonico di Venezia consultato un quarto di secolo prima alla stazione ferroviaria di Venezia, aspettando il treno per Milano, arrivavamo da San Marco, dopo un pranzo in Calle Vallaresso.
Le facemmo evidentemente una buona impressione, perché fissammo un altro incontro a breve con pranzo, e ci preparò degli ottimi gamberi alla griglia, accompagnati da insalata e vino bianco fresco (ricordo un piccolo aereo sopra le nostre teste sul terrazzo). Poi si andò a trovare Ivo Pavone, ormai oggi [scrivevo nel 2019] l’ultimo sopravvissuto del “gruppo dell’Asso” ([18]), e lì conobbi anche Roberto Reali, forse il più grande filologo ([19]) dell’opera prattiana, con cui intrapresi una fruttuosa corrispondenza e amicizia epistolare, purtroppo anche Reali è morto anni fa.
Decisi di non scrivere la biografia e di tenermi le sue “storie” del famoso ex marito.

SQ: e adesso?
SA: Corto Maltese disse: “Fermarsi nel passato come fa lei... è come custodire un cimitero” ([20]).
Oltre a Venezia c’è Berlino, c’è stata Londra, come New York City, … ne ho già scritto.  


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[1] Fin dalla terza o quarta elementare la cartella era stata sostituita da giberne o bisacce/tascapane army surplus comprate alla Fiera di Senigallia.  
[2] Per soldatini scala 32 Airfix e modelli in metallo di mezzi militari Solido. Per conto mio scoprii i soldatini della francese Starlux, ma questa è altra storia.
[5] L’angelo della finestra d’oriente. Titolo ispirato da Gustav Meyerink, L’angelo della finestra d’occidente.
[6] Così si apre Corte Sconta detta Arcana.
[7] L’Europeo, n. 43, 25 ottobre 1973. Si trova riprodotta nella prima edizione di Gianni BRUNORO, Corto come un romanzo: Bari, Edizioni Dedalo, gennaio 1984.
[8] Tutta veneziana invece è Sirat Al Bunduqiyyah, meglio nota come Favola di Venezia.
[9] Negli anni a seguire questo storico ritrovo ebbe un rilancio non da poco e la nostra famiglia un trattamento … beh come Cipriani tratta i Veneziani, diciamo.
[10] Rimane un mio vezzo di grafia e pronuncia, essendo la h aspirata.
[11] Si veda Arrigo Cipriani, Prigioniero di una stanza a Venezia, Milano, Feltrinelli, 2009.
[13] Il che mi ha anche condotto al Chicote di Madrid, perché altrimenti i compiti non sarebbero fatti.
[14] Dove ai primi di maggio del 1987 festeggiai con la mia amica VM il conseguimento del mio e del suo LL.M.
[16] Milano, Longanesi, 1986.
[18] Rammento che Alberto Ongaro è morto il 23 marzo 2018.
[19] Essendo il biografo più accreditato Dominique Petitfaux.
[20] Da Una ballata del Mare Salato.

domenica 8 giugno 2014

PERLE MEDIATICHE 33 – LA CRITICA GASTRONOMICA RECIDIVA


PERLE MEDIATICHE 33 – LA CRITICA GASTRONOMICA RECIDIVA

 
Forse il post più letto di questa serie è il numero 13, intitolato “La critica gastronomica”.
Ad esso rinvio per tutti i riferimenti specifici, in quanto sono gli stessi che devo invocare anche in questo caso.
 
Una puntata non altrimenti identificabile di Cuochi e fiamme, programma ancora trasmesso dall’emittente televisiva LA7d: puntata vista il 7 giugno2014, intorno alle ore 20.00.
 
Alla domanda specifica del conduttore Simone Rugiati, il Signor Andrea Grignaffini, che ha preso il posto di Fiammetta Fadda quale esperto giornalista gastronomico, dichiara – di nuovo e nella stessa trasmissione – che il “Carpaccio” è creazione di Arrigo Cipriani.
No.
 
Il mio Maestro, rectius docente, di Istituzioni di Diritto Privato e di Diritto Civile, a lezione una volta disse riferendosi a uno studente esaminando: “vuol fare il fine e cita la ‘tutela dell’affidamento’”.
Si tratta cioè della citazione a sproposito, in quanto inutile. Ma nel caso di specie è dannosa, poiché, tanto, chi controlla?
 
Il problema: li pagano questi esperti. Gente che magari non chiede la “voce amica”, tanto il conto è in nota spese in quanto è il loro lavoro.
Ecco perché Arrigo (questa volta sì) Cipriani diffida delle guide ai ristoranti e simili dei “fabbricanti di pneumatici” e non.
 
Del resto, il Signor Grignaffini dichiara di essersi “formato” negli anni ottanta del secolo scorso.
Io invece andavo in trattoria, anche dal Signor Amleto in Via Felice Casati a Milano con mia Nonna Lina, già nel 1963 (anno di nascita del medesimo Andrea Signor Grignaffini) e 20 anni dopo in Calle Vallaresso a Venezia e ivi per altri 30 (trenta) anni, non in nota spese.
 
 
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domenica 23 marzo 2014

ARRIGO “HARRY’S BAR” CIPRIANI (Sketches series - 12)


ARRIGO “HARRY’S BAR” CIPRIANI
(Sketches series - 12)

 

Arrigo Cipriani per qualcuno è il creatore del Harry’s Bar di Venezia ([1]). In realtà quel locale lo fondò il padre Giuseppe ([2]) nel 1931 (più o meno in contemporanea con il concepimento del figlio maschio ([3])): insieme all’altrimenti sconosciuto Mister Harry Pickering, ma l’ignoranza come si sa non è merce rara di questi tempi.

 

Potereste anche smettere di leggere, ma …

 

Vale la pena nel 2014 di andare a mangiare in un ristorante di “proprietà” di Arrigo Cipriani? Non lo so.
Per due motivi che nulla hanno a che fare con la qualità del cibo, che non è il gusto ([4]): il personale ([5]) ([6]) e il fatto che non sapete se e dove trovereste Mister C (che indubbiamente è più brillante nelle “ciacole”dei suoi figli Carmela, Giovanna e Giuseppe, peraltro tutti e tre simpatici per quel pochissimo di cui posso dire di loro).

 

Di Cipriani Senior mi ricordo due cose, una inutile e una importante, vi racconto la seconda: tanti e tanti anni fa (25?) in una sera fredda, di folla nel locale, ci avevano fatto sedere al tavolo 12, che era (ed è) il peggior tavolo dell’unica sala che conta nel ristorante: passò di lì lui e mio padre si lamentò della posizione. La risposta?: “Ma come! Lei è in prima fila a vedere le ballerine e si lamenta?”.
Perché il locale veneziano (senza il quale tutti gli altri non esisterebbero in quanto insensati: mi pare ovvio) ha una sua filosofia, per cui ho visto gente mangiare con il cappotto sulle spalle su uno strapuntino fra il registratore di cassa e il bancone (probabilmente non erano clienti, sicuramente non erano Veneziani).
Verosimilmente, un poco di questo piglio marziale, poi infuso nel Bar, deriva al quasi ottantaduenne ammiraglio della flotta Cipriani dal fatto di aver tirato karate per moltissimo tempo, e si tratta di una persona comunque spigolosa già di per sé che deve aver non poco domato il suo spirito di “bastian contrario” per saper comunque sorridere ai clienti e magari (una volta, quando egli era sempre o quasi in laguna e al comando in sala “dabbasso”) consigliargli dei carciofi freschi o un vino in caraffa.

 

Il suo Martini perfetto non è il mio Martini perfetto, ma se Arrigo Cipriani deciderà di bersene di nuovo uno, idealmente brinderò volentieri con lui secondo la sua ricetta.

 

Arrigo Cipriani ha scritto diversi libri, mi sento di consigliarne uno non recente, un romanzo, di cui nemmeno so dove sia la finita mia copia: Eloisa e il Bellini.
Il Bellini, l’unico cocktail che non oso prepararmi e che non bevo mai “fuori sede”, perché non sarebbe mai nella media veneziana.

 

Spiacente: nessun aneddoto su Welles, Capote o Hemingway.

 

 

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[1] Di “bar di Harry” nel mondo ce ne è più di uno. Il decano è quello parigino (preesistente ma “Harry” dal 1923).
Siccome anche recentemente Arrigo Cipriani racconta delle sue disavventure legali, è curioso notare come l’omonimo romano del più famoso nel mondo di Calle Vallaresso dichiari ingenuamente “Harry’s Bar Roma nasce nel 1959, prenderà il nome solo nel 1962 ma il locale già esisteva dal 1918; quello di Firenze vanta la nascita nel 1952.
Ovvero 50 e oltre anni fa gli imprenditori erano meno litigiosi o più sicuri delle proprie capacità, opto per la seconda ipotesi. Sotto un profilo giuridico, invece, mi pare che in Italia certi marchi siano meno difendibili che altrove. Infatti:In December 2008 the High Court of England and Wales ruled that Orient-Express Hotels (which owns the Hotel Cipriani) owns the Cipriani trademark and that the use of "Cipriani" in the name of the London restaurant infringed its trademark rights. The decision was upheld on appeal by the Court of Appeal on 24 February 2010, which ordered that the restaurant's name would have to be changed by 24 April 2010. The new name of the restaurant is ‘C’” (da en.Wikipedia; per chi voglia leggersi la sentenza di secondo grado: http://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/2010/110.html); e senza troppo piagnucolare, intervistato da Nicola Porro in coda a un programma televisivo di RAI2, Virus, il 14 marzo 2014 il ristoratore veneziano ha dichiarato che lo scivolone londinese gli è costato una quindicina di milioni di sterline “di danni” (e di spese legali, presumo): https://www.youtube.com/watch?v=7OXS5s-4I1M.
[2] 1900-1980.
Per “altro” rinvio al mio post “Perle mediatiche 13 – La critica gastronomica”.
[3] Sulle baruffe fra Arrigo e sua sorella maggiore Carla forse ancora qualche traccia si rinviene: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/03/08/la-paprika-di-brass-divide-cipriani.html. Mi pare che poi la controversia fu conciliata.
[4] Ma io non “faccio copertoni” e non sono nemmeno un “consulente di viaggio”, quindi non recensisco.
[5] Un saluto, ancora, a Claudio (Ponzio): che comunque e sempre non sbaglia e non sbaglierà mai.
[6] Problema anche di altri locali: il ricambio generazionale è mediamente a peggiorare.

martedì 4 febbraio 2014

COMINCIO A CAPIRE I VENEZIANI (il Bel Paese, i turisti e altro: considerazioni sparse)


COMINCIO A CAPIRE I VENEZIANI
(il Bel Paese, i turisti e altro: considerazioni sparse)

 
Leggenda – ma è una verità – vuole che certi ristoranti di Venezia abbiano tre ordini di prezzi: per i Veneziani, per i clienti e per i turisti. Forse c’è uno sdoppiamento: dopo i turisti italiani arrivano quelli stranieri a pagare con beata idiozia: sono la quarta classe degli avventori.
 
C’è un’autrice straniera, di lingua inglese, che non pubblica (per snobismo?) in Italiano romanzi polizieschi ambientati a Venezia, i suoi nome e cognome sono irrilevanti come i suoi scritti.
C’è anche una serie di romanzi ambientati a Roma, dove il protagonista è tale Ispettore (di polizia) Zen.
Roba, roba, da turisti stranieri che non riconoscono lo sputo del cameriere negli spaghetti (quando sono alle vongole sarebbe già un successo) in laguna o nei bucatini all’ombra del Colosseo o, bloody hell!, nel pesto di plastica che im-pesta (appunto) non solo le para-trenette nel mondo (non soltanto in Liguria).
 
Il cliché del “Paese del sole” è davvero frusto e liso, come se a Roma non ci fossero i nubifragi, a Genova anche le inondazioni, o come se – da idioti – sia bello rischiare una polmonite nel traversare Piazza San Marco con l’acqua alta.
 
Il problema, non è il turista: è il turista che vive di luoghi comuni, e che spesso tratta i locali come poco più che dei paria.
In effetti in questo c’è quasi una cesura fra latini e non: osservate i nordeuropei (con l’eccezione degli Olandesi, forse) in Italia o in Spagna.
 
Ma che vadano tutti in m*** questi stranieri con il complesso di superiorità umano e di inferiorità geografico, e paghino profumatamente i loro stereotipi del Bel Paese ([1])!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Si cfr. Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Antonio Stoppani.