"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 8 febbraio 2024

“IL” CASTELLI

 

“IL” CASTELLI

 

È morto Alfredo Castelli: un gentiluomo (di gente perbene se ne trova, un po’, i gentiluomini sono rarissimi).

 

Lo conobbi attraverso Gianni Miriantini (RIP): coraggioso editore trapiantato a Milano ([1]).
Era l’inizio degli anni ’90 ed eravamo tutti vivi, giovani o comunque ancora entusiasti.

 

Castelli era uno che pensavi non avesse una casa: ristorante ad ogni pasto, arrivava, andava …

 

Nemmeno mi curo di verificare dove nacque: lui era di Milano, nell’asse fumettistico che collegava Diabolik a Tex Willer (e tutto quanto nel tragitto).

 

Lo persi di vista, poi un giorno mi telefonò per una consulenza, minima, ma su una questione … beh “Salgari cum Pratt”; infatti anni dopo mi fece conoscere Mino Milani ([2]).
Si andò (partendo dal suo ufficio “in Bonelli”) qualche volta alla Taverna della Trisa, dove – comunque – pagava lui.

 

Molti anni dopo lo rincontrammo con sua moglie a Nizza davanti al vecchio mercato ittico (sempre pullulante di gabbiani), un saluto fugace salvo poi tornare a Milano sullo stesso treno, stessa carrozza, stesso “box”.

 

Al Museo del Fumetto di Milano (WOW Spazio Fumetto) ricordo una presentazione in suo onore, con Ferruccio De Bortoli per una volta spontaneo.
Poi, ivi, una mostra dedicata a Diabolik.

 

“Come sta Castelli?” chiesi a Gianni Brunoro perché non avevo più notizie.
Rividi Castelli ancora allo Wow Spazio Fumetto nello scorso 2023, quasi estate, presentazione di una mostra “alla sua carriera”, direi.

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 


 

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[1] Che avevo conosciuto in quell’anno in cui decisi di tornare, neanche fosse “The ’68 Comeback Special” di Elvis Presley, a Lucca Comics.
[2] Citazioni sparse in qualche post.

lunedì 9 maggio 2022

EMILIO SALGARI (di nuovo, e Torino)

 

EMILIO SALGARI
(di nuovo, e Torino)

 

Avrei potuto procedere con un lungo post scriptum rispetto al precedente post dedicato a Salgari ([1]), ma essendo trascorso quasi un decennio ([2]), forse non è il caso.

 

Innanzitutto vorrei ricordare un sicuro salgariano, così sicuro che ironia della sorte sue sono le righe della quarta di copertina di una biografia pubblicata nell’aprile 2022 ([3]): Mino Milani, morto il 10 febbraio di questo stesso anno.
Lo incontrai un paio di volte, mi fu presentato da Alfredo Castelli quando lui fu ospite in una nota libreria milanese per la pubblicazione della riduzione a fumetti “di” Sandokan realizzata da lui e da Hugo Pratt ([4]).

 

Forse la biografia salgariana più emozionante degli ultimi 40 anni ([5]) è quella di un illustre letterato torinese: Disegnare il vento ([6]) di Ernesto Ferrero ([7]).

 

Poi, sicuramente, sono degne di nota le pagine scritte da Michele Mari ([8]) sullo scrittore veronese nel suo volume Tu, sanguinosa infanzia ([9]) (testo che scoprii grazie alla citazione di Giampiero Mughini durante la presentazione di un volume di Corrado Farina ([10]), peraltro a me già noto ([11]), prefato da Ferrero).

 

Torno, però, sulla biografia di Gallo e Bonomi del 2022: perché con una sorta di elegantissima “avvertenza” accademica gli autori possono non citare né il libro di Farina, né quello di Ferrero.
Non capisco se sia un caso, oppure una piccola ritrosia (che non poteva colpire Arpino e Antonetto) verso la città dove Emilio Salgari visse gli ultimi anni e dove si suicidò o solo l’approccio non storicamente ineccepibile (ma pour cause) nei confronti sia di Ferrero sia di Farina.

 

Come concludere? Beh ricordando l’eclettismo di Arpino.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/07/emilio-salgari-alcuni-pensieri.html
[2] Non indolore nemmeno per chi ho ivi citato.
[3] Claudio GALLO – GIUSEPPE BONOMI, Emilio Salgari - Scrittore di avventure, Mantova, Oligo Editore, 2022.
Le righe sono tratte dalla sua prefazione, una delle due.
[4] Sandokan, Milano, Rizzoli-Lizard, 2009.
[5] Rimane sempre imprescindibile, per assurdo nella prima edizione: Giovanni ARPINO – Roberto ANTONETTO, Vita, tempeste sciagure di SALGARI il padre degli eroi, Milano, Rizzoli, 1982.
[6] Sottotitolato L'ultimo viaggio del capitano Salgari, Torino, Einaudi, 2011.
[7] Del quale occorre ricordare un altro volume “salgariano”: L’anno dell’indiano, Torino, Einaudi, 2001 (già pubblicato come Cervo bianco, Milano, Mondadori, 1980).
[9] Torino, Einaudi, 2009. Ma prima edizione Mondadori, 1997.
[10] Vita segreta di Emilio Salgari – Autobiografia immaginaria, Torino, Daniela Piazza Editore, 2015.
Il suo autore è nato sotto la mole: https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Farina

mercoledì 3 gennaio 2018

POLITICIZZARE I FUMETTI È UTILE? (populismo e fascismo, e altro, a strisce e tavole)



POLITICIZZARE I FUMETTI È UTILE?
(populismo e fascismo, e altro, a strisce e tavole)

 
Premessa: l’argomento di questo post può essere considerato serio e qualcuno sicuramente mi darà del superficiale: credo di conoscere i fumetti abbastanza bene, e quindi mi assumo il rischio.
 
Lo spunto di queste righe nasce dall’articolo di Beppe Severgnini su Sette (il settimanale del Corriere della Sera) ([1]) per presentare la ultima ed ennesima iniziativa editoriale con cui si vendono in edicola le storie di Tex Willer ([2]).
Mi ha colpito nel titolo l’uso della espressione “un po’ populista” (sebbene si sa che i titoli non sempre dipendono da chi scrive il “pezzo”). Infatti, una quarantina di anni fa si sarebbe scritto (ma senza strillarlo, e dunque al più nel “sommario”) “a rischio di fascismo” o qualcosa del genere.

 
Nel libro Fascisti immaginari ([3]) fra gli altri ha una sua voce Tex Willer ([4]).
In effetti, la scelta di Lanna e Rossi è quella di trattare anche gli autori con i personaggi a fumetti, ma ci sono autori “unidimensionali” ([5]) per il pubblico nel senso che creatore e character sono inscindibili e spesso il lettore non sa come è fatto il primo ([6]).
Tex sicuramente, anche per l’epoca in cui fu pensato, è un eroe di carta non governativo, nel senso che esisteva una morale democristiana per cui il ranger creato da Gianluigi Bonelli (e disegnato per moltissimi anni da Aurelio Galleppini) era della stessa risma di quei fumetti che arrivavano dagli USA e che non avevano una morale cattolica (si pensi a Flash Gordon).
Ma nessuno per anni e anni si pose il problema del suo orientamento politico, forse il mensile Linus (edito dall’aprile 1965) ha qualche responsabilità in una analisi che si interessa, anche, di un inquadramento ideologico di strisce e tavole disegnate. 
Quello che risulta curioso nella scelta di Severgnini è di usare la parola “populismo” in forma più morbida, mentre usualmente essa è solo un gradino prima del fascismo nel linguaggio della propaganda politica italiana: logiche di mercato, forse.

 

Violenza gratuita, droga, rapporti sessuali con una minorenne: questo è Ranxerox (inizialmente Rank Xerox): un robot nato dalla mente di Stefano Tamburini e canonizzato dal tratto di Tanino Liberatore.
Nessun problema per lui e la fidanzata (minorenne e tossicomane) Lubna: egli arriva dall’underground e i suoi “padri” (collaborarono anche Andrea Pazienza e Massimo Mattioli nella parte disegnata) sono tutti di sinistra alla sinistra del PCI.
Così va il mondo, verrebbe da dire. Aggiungendo che la epopea del “coatto sintetico” è durata abbastanza poco perché egli non necessiti di riabilitazione ad uso di un improbabile abbinamento editoriale con una testata quotidiana.

 

Anche i supereroi hanno avuto qualche traversia: ma con l’arrivo di quelli della editrice Marvel in Italia (nel 1970), il tutto era abbastanza banalizzato: Superman si poteva ignorare e/o criticare; Spiderman andava bene (e per fortuna Dick Fury ebbe poca popolarità).
La DC Comics ovviamente ebbe la sua riscossa con un Batman più che problematico, quasi ricreato nella saga “The Dark Knight Returns” (di Frank Miller altresì quanto alle “matite”), che contribuì a rendere più interessante pure l’alter ego di Clark Kent.

 

Ed arriviamo a quello che è il caso più complesso ([7]): Hugo Pratt, e non solo Corto Maltese.
Perché il veneziano nato a Rimini è “quasi” conosciuto come il suo personaggio più celebre ([8]) e non solo in Italia e Francia.
Un dato innegabile: Corto Maltese piace senza discriminazioni ideologiche, conseguentemente gli indici politici riferibili a lui e al suo creatore sono a disposizione di tutti.
Il fatto è che “nulla quaestio” quando CM o HP vengono schierati a sinistra, mentre ogni qual volta essi sono “arruolati” dalla destra scoppia un caso ([9]). E allora?
Volete Pratt di sinistra? Fate voi ([10]).
Rimangono innegabili alcune circostanze: Pratt si arruolò nel Battaglione Lupo della Xª MAS, sebbene per qualche giorno solamente ([11]). Che gli piacesse tutto quello che sapeva di militaria è altrettanto innegabile, nel senso che certo egli non era un pacifista. Onore al nonno poeta e basta (questi era stato fondatore dei Fasci di combattimento veneziani) la poesia di Eugenio Genero che si trova in “Corte Sconta Detta Arcana” ([12])? Pratt era sicuramente un maschilista (e piaceva alle donne ([13])).
Infine, una considerazione di un autore (non solo di fumetti) che lo conobbe molto bene e che, dati i suoi toni pacati, non credo abbia interesse a creare un Pratt fascista: Mino Milani. Ebbene Milani scrive, e con lui chiudo: “A dispetto del troppo parlare (più che divertirlo, probabilmente lo indispettiva) sul suo possibile passato, mi dicono che, morente a Losanna, Hugo abbia chiesto di essere sepolto in camicia nera. Pateticamente, come facevano i fascisti degli anni Venti, o i comunisti degli anni Cinquanta che, la camicia, la volevano rossa. O addirittura come i garibaldini che, se non si facevano polemicamente cremare, chiedevano di essere messi nella bara con la loro giubba di battaglia” ([14]).

 

Io credo sia piuttosto semplice: le persone sono costituite da momenti e periodi, sicuramente non isolabili allo scopo di far prevalere una ideologia sull’altra, a meno di rischiare la banalizzazione.
Capita anche ai fumettisti, anzi ai “fumettari” ([15]).

 

 

                                                                                                                     
[collezione privata]

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] 21 dicembre 2017, pagine 58 e seguenti: “Tex Onesto, fascinoso e un po’ populista”.
[2] In linea di massima, non descriverò fumetti e vi invito a svolgere le vostre ricerche on line e off line.
[3] Di Luciano LANNA e Filippo ROSSI, edito da Vallecchi (Firenze), 2003. Già citato in questo blog, esso è strutturato per voci ma ha anche un ottimo indice analitico. 
[4] E anche Tintin, probabilmente il più “sospettato” (leggasi il suo creatore, Hergé) di simpatie di destra, ma riabilitato in occasione, more solito, di una sua diffusione in edicola, in Italia.
Su Corto Maltese e  Hugo Pratt tornerò nel testo.
[5] Mentre il fumetto è per forza bidimensionale.
[6] Naturalmente, il discorso si complica quando autore e disegnatore non coincidono. Ma occorre precisare che il personaggio solitamente è da attribuire all’autore dei testi (o sceneggiature, se si preferisce) e non a chi lo illustra.
[7] Ma trovo interessante anche la voce dedicata a Sturmtruppen in Fascisti immaginari.
[8] Tanto da essere evocato dallo stesso Frank Miller: Corto Maltese è il nome di una isola.
[9] Fra i più recenti e celebri quello dell’incontro “Camerata Corto Maltese” realizzato a Roma da Casapound il 14 gennaio 2011 con tanto di manifesto ritraente un giovane Corto Maltese: si veda l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 17 gennaio di quell’anno. 
[10] Certo, mi è nota la sua “tavola” intitolata “No al fascismo!”.
[11] Secondo quanto scrisse Adriano Bolzoni su Il Secolo d’Italia: “in uno scrignetto di strana fattura, chissà dove trovato, Hugo conservava gli alamari della Decima. Era orgoglioso di aver militato tra i reprobi dell’esercito della Repubblica sociale italiana. Volontariamente era entrato nella generosa e un poco folle masnada a diciassette anni. Non lo dimenticò mai e nulla poté mai fare impallidire quel ricordo” (cito da un articolo del 20 agosto 2015 a firma di Antonio Pannullo, intitolato “Hugo Pratt, il piccolo marò che trasformò il fumetto in letteratura”, che riporta questo passo risalente al 1997).
[12] Stante il numero di edizioni, è impossibile indicare la pagina (o le pagine) in cui compare la poesia. Preme far presente che la fase della storia in cui il marinaio nato a La Valletta declama le righe tratte da “Venezia mia” si svolge in Siberia nella neve, e non “nel deserto” come scrive taluno.
Giovanni MARCHESE, Leggere Hugo Pratt, Latina, Tunuè, 2006, p. 39, indica la poesia come pubblicata nel 1938 (parrebbe secondo altre fonti una seconda edizione, la prima del 1922) nella raccolta La vose del cuor; (però a pagina 57 e non 52), essa è pubblicata anche nella raccolta Falìve, Venezia, Zanetti Editore, senza data (ma 1925?), pagina XII.
[13] Ma leggete anche cosa scrive di lui sua figlia Silvina Pratt in Avec Hugo, Paris, Flammarion, 2005.
[14] Mino MILANI, Piccolo destino, Milano, Mursia, 2010, pagine 92 e 93.
[15] Prima della “letteratura disegnata”, Pratt si definiva, orgogliosamente, “fumettaro.