"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 13 febbraio 2026

“STARE DI MERDA”

 

“STARE DI MERDA”

 

Il titolo di questo post è storico.

 

Almeno 30 anni fa, in via Guastalla incrociai il mio compagno di tavolo d’esame scritto di Stato ([1]) e collega di Istituto, come me giovane avvocato (o ancora procuratore - spiegazione a richiesta) Alberto T..

 

Mi chiese: “come va?” e io gli risposi, circa: “un po’ di merda”. Replica: “ogni tanto è bello stare di merda”.

Non si trattava di esortazione, ma di affermazione di uno status interiore, il nostro, “diverso dalla massa”.

Chi sta di merda ha capacità di discernimento, è un individuo che pensa, è - di regola - uno il cui diritto di voto dovrebbe valere almeno cento, almeno, rispetto a quello di valore uno dell’elettore medio.

 

Grazie Alberto.

Stiamo di merda, per ragioni che la massa non capirebbe, e qualche volta nemmeno fra noi le capiamo.

 

Forse anche Friedrich Nietzsche o Emil Cioran converrebbero, ma non possiamo chiederglielo.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Sostenuto a Milano, non a Catanzaro.
Nota per i “pendolari” per convenienza.

venerdì 29 agosto 2025

SENZA DOVERLI NEMMENO BRUCIARE (LIBRI)

 

SENZA DOVERLI NEMMENO BRUCIARE (LIBRI)

 

Negli anni, piombati, i settanta, in Italia semplicemente non si leggevano libri di Filippo Tomaso Marinetti, Gabriele D’Annunzio, ... Ma anche Baudelaire e Wilde ...

Lo ricordo, pur se già scritto e detto da Enrico Ruggeri (e anche da me).

Non occorreva bruciarli quei tomi, semplicemente o non erano disponibili oppure erano “causa” di sprangate.

Julius Evola nemmeno si sapeva che fosse italiano, figuriamoci!

 

D’altronde, alla fine di quegli anni anche il punk era sgradito, quasi sprangabile. Salvo The Clash a Bologna, tempo dopo.

 

Poi sono arrivati i “sedicenti”, ben ritardatari e finti: nella musica gente come Kaos Rock, Modena City Ramblers, ...

 

Curioso: in anni - quelli presenti - obbligatoriamente fluidi, nessuno contesta i censori barbuti e cazzuti (che sdraiavano le loro fidanzate sul tavolo, a fianco al ciclostile) che decenni fa bandivano proprio gli ambigui.

 

Espressione buffa: “rock decadente”: Reed, Bowie, Roxy Music, eccetera. Roba da critica musicale italiota militante che si pasceva con il nulla del cantautorato italiano (tranne Edoardo Bennato, che sempre salvo).

 

Pare allora, guardando indietro, che un comunista aristocratico come Luchino Visconti e una “giovane regista” (non ho gli strumenti per commentarla) come Liliana Cavani siano stati inaspettati guardiani e garanti attivi di una libertà di pensiero osteggiata da quelli che li volevano fedeli alla linea (quale poi? Stalin era morto da tempo. Anche Dio - almeno per i nietzschiani - non era in salute, democristiano a destra o sinistra che fosse).

Visconti berlinese ben prima di Bowie, Cavani cantrice [spero la parola esista] di un amore solo in apparenza malato, ma invece soltanto disperato, estremo e ineluttabile.

E noi, punk, a non - ieri oggi e nell’allora di domani - annoiarsi mai con le immagini e le parole de La caduta degli dei e de Il portiere di notte. E a girarci nelle piaghe intellettuali le lame di tutta una letteratura che quei due film ci hanno, prima o poi, fatto conoscere.

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 17 giugno 2019

L’OUTSIDER DI COLIN WILSON (note di metodo in margine a una traduzione pretenziosa)


L’OUTSIDER DI COLIN WILSON
(note di metodo in margine a una traduzione pretenziosa)

Con discreta fanfara critica, è stata salutata la riedizione italiana di The Outsider di Colin Wilson ([1]) a fine 2016 ([2]). La precedente traduzione italiana, di Aldo Rosselli e Enzo Siciliano era del 1958 ([3]) e si intitolava Lo straniero.

Il nuovo traduttore è Thomas Fazi, del quale si vorrebbe apprezzare lo stile nervoso.
Con pretesa di bibliografia, dopo le originali note wilsoniane, nella nuova edizione nazionale si rinvengono citati tutti (diamo per buone le dichiarazioni di intenti in questo senso) i testi menzionati dall’Autore con riferimento – ove così fu – all’edizione italiana dei medesimi usata da Fazi.
Ed ecco cominciare (o finire?) le lacune: 1) indicazione della traduzione italiana, ma non di titolo ed edizioni originali (completismo avrebbe voluto anche anni di nascita e morte dell’autore nella prima citazione del medesimo); 2) uno o due titoli in odore di duplice (la seconda ultronea) citazione; 3) un mio soprassalto nella indicazione quanto ad opere nietzschiane di versioni nazionali risalenti ([4]) o poco note anziché affidarsi alla editio princeps, e completa, di Giorgio Colli e Mazzino Montinari curata per Adelphi.

Ma il tema della datazione delle traduzioni si rivela più complesso: prendo ad esempio Lo straniero (L'Étranger, 1942) di Alber Camus ([5]) e La nausea (La nausée, 1938) di Jean-Paul Sartre.
Wilson impiegò le traduzioni di queste due opere disponibili in lingua inglese all’epoca in cui egli scriveva oppure tradusse egli stesso. In questa situazione, Fazi avrebbe fatto meglio (dovuto?) tradurre egli stesso dal Francese in difetto di versioni italiane dell’epoca oppure dall’Inglese compendiando con le versioni originali ([6]).  

Ma non basta: come tutti coloro che hanno scoperto il capolavoro camusiano grazie all’esordio fonografico di The Cure ([7]) sanno, L'Étranger nella traduzione inglese diviene The Outsider: più che chiudersi un cerchio letterario, qui ci si trova di fronte a una manchevolezza grave perché l’edizione in commento non costa una quindicina di Euro, eh no! Il prezzo è di 35,00 Euro: per questo prezzo una nota sulla prima fortuna critica britannica del romanzo che ha come protagonista Meursault, dato – anche – che si è optato nella traduzione del 2016 per tenere inalterato il titolo originale del testo wilsoniano, era dovuta.

Ad essere pignoli, ci si potrebbe anche chiedere se una nota sulla stessa parola “outsider” non sarebbe stata utile: outsider (si noti, mai in corsivo nel testo) è un esterno, ma di regola è una persona che vuole arrivare a un obiettivo e non chi vuole alienarsi dalla società. Chi scelse outsider per Camus, e Wilson lo scelse personalmente per sé (come mai non “upstart”, “alien”, o financo “stranger” più letteralmente camusiano)?

In conclusione, con già in scaffale (pagata qualche sterline) anche il testo originale in una edizione con nota introduttiva “vent’anni dopo” dell’autore, mi vien voglia di cercare – almeno per consultazione (dubito di ottenere il prestito) – in qualche biblioteca l’edizione italiana del 1958, così per precisione.

E per completezza: Colin Wilson era uno degli autori preferiti da David Bowie.  


                                                                                                                      Steg



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[2] Atlantide l’editore.
[3] Milano, Lerici.
[4] Ma si veda anche infra.
[5] Di più al riguardo qui di seguito.
[6] Piuttosto noto è il tema della virgola nella frase che apre L'Étranger.
[7] Il singolo “Killing An Arab”.

lunedì 9 luglio 2018

MITI E IDOLI


MITI E IDOLI

 

Come noto, sia Richard Wagner sia Friedrich Nietzsche si sono (pre?)occupati degli idoli che cadono o svaniscono: rispettivamente con Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dei) e con Götzen-Dämmerung (Il crepuscolo degli idoli), essendo il secondo occasionato dal primo.
Luchino Visconti ha realizzato un film che in qualche modo tira ulteriormente le somme, facendo “cadere” non “degli” ma “gli dei”: La caduta degli dei, appunto, peraltro sottotitolato con il titolo wagneriano.

 

Ritengo di non essere certo il primo ad attribuire valenza superiore al termine “mito” rispetto a quello di “idolo”.
V’è da chiedersi se il dio (o gli dei) siano collocabili – se collocabili – sopra il primo, non è certo tenero Nietzsche se dichiara “Il Cristianesimo è una metafisica del boia...” (in capitolo 7, “I quattro grandi errori”, de Götzen-Dämmerung).

 

Lunga premessa per breve sostanza? Forse.

 

Sto rileggendo La Position du tireur couché (in Italiano Posizione di tiro: esistono due traduzioni: Bologna, Metrolibri, 1992 e Torino, Einaudi, 1998) di Jean-Patrick Manchette.
Vi compare un’automobile che ha uno status di mito certificato: la Citroën DS. DS in lingua francese diviene “déesse”, ovvero dea. Rileverete già un cortocircuito terminologico: mito e divinità.
La certificazione di questo modello (in realtà i modelli furono numerosi ([1])) automobilistico è di Roland Barthés che la ha inserita fra i miti (di oggi? ([2])) in un’opera del 1957: Mythologies([3]) intitolando la voce di essa “La nouvelle Citroën”.

 

In un romanzo piuttosto recente di James G. Ballard, Super-Cannes ([4]), il protagonista Paul Sinclair guida una “vecchia Jaguar”, probabilmente una XK150. La passione dell’autore britannico per l’iconografia automobilistica è nota a tutti coloro che abbiano letto un precedente suo romanzo: Crash ([5]) in cui fa capolino financo la Porsche alla guida della quale morì James Dean.

 

La mia impressione, conclusiva, è che mentre alcuni miti materiali si esauriscono (per ragioni diverse), manchi un ricambio.
Dunque oggi si assiste solamente ad una idolatria consumistica diffusa, senza possibilità di un futuro mitico per idoli (e idolatri?).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] L’elemento di contemporaneità è nel titolo dell’edizione italiana: Miti d’oggi, appunto.
[5] Qualche ispirazione per Super-Cannes pare Ballard abbia avuto andando a Cannes a vedere il film, omonimo, che David Cronenberg trasse appunto da Crash.

lunedì 4 maggio 2015

IDOLATRIA (meglio un crepuscolo tempestivo)


IDOLATRIA
(meglio un crepuscolo tempestivo)

 

Scrivo queste righe – che sicuramente richiederebbero studio – quasi d’istinto, ma non di mero impulso.
 
Mi sovvengono due gruppi di riferimenti: “uccidi i tuoi idoli” ([1]) e Il crepuscolo degli dei/Il crepuscolo degli idoli ([2]). L’uno forse un poco profano e l’altro sicuramente colto e anche fonte di un terzo richiamo: La caduta degli dei ([3]).
 
Ultimamente vedo la corda (o se preferite la trama ruvida del tappeto che prima mi appariva in tutto il suo splendore) anche in coloro che mi parevano incrollabili.
Non servono nomi.
 
Certo la durata della vita non aiuta.
Certo la comunicazione continua, senza “possibilità” di riflettere ex ante, è un altro ostacolo: che sciocchezze si leggono, e quelle delle persone che si stimano danno più fastidio.
Ma insomma, l’integrità non dovrebbe essere merce deperibile.
 
Per quanto mi riguarda, superate le iniziali perplessità e sorpresa mi chiedo solamente se, alternativamente, avevo come al solito chiesto troppo a certe persone, oppure se (al contrario) avessi eccezionalmente dato indulgenza. Conoscendomi, ormai, credo che la prima ipotesi sia quella più vicina alla realtà, ma forse ho anche patito un’ottimistica miopia.
 
Concludo con un’altra doppia citazione: “gli dei se ne vanno”. Doppia in quanto esiste la versione Gli dei se ne vanno, d’Annunzio resta (in originale Les Dieux s’en vont, d’Annunzio reste) e quella, di 70 anni dopo, 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! ([4]).
A questo punto, una cosa è evidente: mi trovo in discreta compagnia, pur se non di ottimo umore.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 


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[1] Anzi “Kill your idols”: come scritto su una maglietta indossata (e resa celebre) da W. Axl Rose e verosimilmente ispirata dal pensiero nietzscheiano.
[2] Rispettivamente: Götterdämmerung, opera wagneriana.
Mentre il secondo, in orginale Götzen-Dämmerung, è il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche.
Originalmente intitolato Ozio di uno psicologo, fu poi rinominato Crepuscolo degl'idoli; come si filosofa col martello. Quest'ultimo titolo, in tedesco, è un gioco di parole sul titolo di un'opera di Richard Wagner, Il crepuscolo degli dei (Götterdämmerung).” (Wikipedia): appunto.
[3] Film diretto da Luchino Visconti che, per buona complicazione, è sottotitolato (fra parentesi) Gotterdammerung (senza umlaut).
[4] Rispettivamente il titolo di una raccolta di scritti (in parte ironica rispetto al Vate) di Filippo Tommaso Marinetti appena prima del Futurismo e il titolo di un album del gruppo musicale Area.

sabato 8 novembre 2014

“THE WIDTH OF A CIRCLE” (Song series - 4)

“THE WIDTH OF A CIRCLE

(Song series - 4)

 

Affermava Tonito che The Man Who Sold The World è heavy metal. Forse.

Lui, a suo dire, faceva parte della “gente bella”, cioè di quelli cui tutto avrebbe dovuto essere permesso invece permesso tutto non lo fu.

Riposa in pace, dannato (cfr. F. S. Fitzgerald, ma anche John Foxx) Antonio!


The Man Who Sold The World, di cui già ho scritto, è un disco a faticosa gestazione e a definitiva ossessione per l’ascoltatore.

Colossale e mostruosa come una creatura di Robert E. Howard, si erge la sua monumentale apertura: “The Width Of A Circle”. Essa nasce con dimensioni quasi accettabili, come sanno tutti quelli che ne conoscono anche le versioni giovani (non giovanili).

Poi l’opera si sviluppa e cresce quasi incontrollabile fino a divenire una schizofrenia a due e fra due: le liriche di David Bowie da una parte e le partiture di chitarra di Mick Ronson (l’angelo biondo di Hull) dall’altra.

Separati e complementari loro, come li si ascolta e vede in Ziggy Stardust and the Spiders from Mars di Donn Alan “D. A.” Pennbacker: Halloween Jack (Ziggy muore formalmente quella sera) preso nei suoi mimi quasi leziosi per i profani e Ronno a calpestare il legno del Hammersmith Odeon londinese come i listelli del ponte del suo veliero corsaro, le fibbie henrymorganiane inconfondibili delle calzature a ricordarcelo.

Ogni volta l’ascolto è una esperienza e, come se non bastasse, nemmeno il tempo di riprendere fiato e si casca in “All The Madmen”.

  

NOTA DEL 2022

Circostanze fortuite mi hanno condotto a un probabilmente inevitabile nietzschiano.

Nel quarto capitolo di Al di là del bene e del male (1886), si trova questa considerazione di Friedrich Nietzsche: “Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te” ([1]).

Riandare al testo della canzone in commento è inevitabile.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] È il frammento, o sentenza o aforisma, numero 146. Si è utilizzata la versione di Ferruccio Masini; la traduzione di Masini è basato sulla versione critica originale (dunque in lingua tedesca) stabilita da Giorgio Colli e Mazzino Montinari per Adelphi.
Il capitolo è qui intitolato “Sentenze e intermezzi” (qualcuno preferisce “aforismi” come primo termine), tratto da Al di là del bene e del male, nel volume VI, tomo II, pagina 79, Milano, Adelphi delle opere nietzschiane; l’edizione cui mi riferisco è quella rilegata contenente anche l’opera Genealogia della morale.


 

venerdì 26 aprile 2013

MISSIONE COERENZA (variazioni sulle guerre di stile)


MISSIONE COERENZA
(variazioni sulle guerre di stile)

 

 

Ricevo il post che qui di seguito pubblico sempre da EKS, quindi dall’autore (autrice), fra l’altro, di una doppia striscia a fumetti che a breve farà il suo debutto: Vice-Versa.
Le parole in parentesi quadra sono una mia aggiunta chiarificatrice.

 

A titolo di accompagnamento, riporto un passo tratto dal racconto “Il mangiatore di libri”, contenuto nel volume Adoro essere uccisa di Tibor Fscher pubblicato in Italia nel 2003 da Fazi Editore (Roma), l’originale si intitola Don’t Read This Book If You’re Stupid ed è del 2000: “Quella t-shirt non gli piaceva più, la trovava imbarazzante. Bookcruncher con arco disegnato sopra,, nel mezzo i primi due versi del L’Iliade e sotto, in caratteri più piccoli, ‘Dovete avere paura di me’. Il tipo di accessorio di quando sei giovane  e hai voglia di combattere” (pag. 161).

Questo passo mi consente, anche e finalmente, di criticare quella tristanzuola moda di alcuni anni fa di quelli che indossavano delle magliette con passi tratti da opere letterarie le più disparate (fra l’altro lucrando, i fabbricanti di dette t-shirt, sul fatto che le citazioni provenivano da autori ormai non più tutelati dal diritto d’autore e, aggiungo, disinteressandosi anche dei diritti dei traduttori): di oltraggioso in ciò non vi ho mai visto nulla, e la più modesta era quella maglietta portante una citazione di Friedrich Nietzsche a proposito di “stella danzante” perché sembrava cercata con il lanternino nella sconfinata produzione del filosofo (e molto altro) tedesco.

 

 

                                                                                                          Steg

 

 

 

 

MISSIONE COERENZA

 

Ho scoperto di non avere più vent’anni.
O meglio, ho doppiamente vent’anni, ma impiegherò i prossimi venti per abituarmi.
E, come me, molte altre persone anagraficamente oltre i vent’anni non si rendono conto che bisogna adeguare comportamento e apparenza all’età anagrafica.
 
Dopo la seconda guerra, i giovani di allora si ribellarono ai costumi dei padri e si ritagliarono una autonomia di condotta e apparenza.
Per un breve periodo i giovani furono convinti che il mondo sarebbe stato nelle loro mani, che avrebbero avuto voce in capitolo e possibilità di esclusiva espressione.
 
Sono ora passati 60 anni e gli ex giovani (giovani di allora) si sono ripresi il conformismo, rovesciandolo. Gli ex giovani si vestono da giovani allo scopo di continuare la loro missione: fanno bene queste signore di 70 anni a guardare con un occhio al portafoglio e un occhio alla taglia, i capi da H&M, sgomitando con le adolescenti. Hanno vissuto tutta una vita e possono fare quello che vogliono, tanto le adolescenti non arriveranno ad una età tale da poter capire.
Si tratta di proseguire a ribellarsi ai costumi dei padri, e indossare i costumi dei nipoti per poter dare un seguito alla coerenza.
 
La mia fascia d’età corrisponde ai doppi vent’anni, l’età dell’invisibilità:
-        età in cui sei accasata e non cerchi il principe azzurro,
-        sei in faccende affaccendata e non cerchi un passatempo,
-        hai gli armadi pieni e non cerchi un nuovo stile,
-        hai i libri anche sotto il letto e non cerchi un nuovo autore emerso dall’emergenza, hai il cuore già infiltrato a morte e non cerchi una nuova band,
-        hai i cassetti pieni e non cerchi sogni nuovi.
La mia generazione non si è ribellata ai costumi dei padri, alcuni si sono dissociati dai costumi dei propri coetanei, niente più.
E ora tutti noi invisibilmente uniformi e conformi alle aspettative. Tutti zittiti dal trambusto e [dall’]inutile vociare collettivo. Con poco da ricordare del presente, e con uno sforzo costante per poter coltivare una versione ricordabile del passato.

 

 

                                                                                                                      EKS

 

 

 

 

 

© 2013 EKS, Milano, Italia
     © 2013 Steg, Milano, Italia.
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venerdì 7 settembre 2012

BANSHEEIANA – 1 (Edinburgh Clouds, 18 agosto 1978)


BANSHEEIANA – 1
(Edinburgh Clouds, 18 agosto 1978)

 

Non tutti amano gli “occhi come piscine” ([1]).

Qualcuno, e lo ringrazio, è arrivato al mio blog cercando notizie di Siouxsie and the Banshees ([2]). Quello su di loro è probabilmente uno dei due libri che non scriverò mai.
Però è già risaputo da chi frequenta il mio blog che li conosco bene.
 

Senza richieste specifiche, scriverò di loro ciò che mi va, anche perché se non avete letto il post su John McGeoch, forse la vostra passione è non troppo profonda.

Dopo 35 anni porsi l’interrogativo (che appunto qualcuno aveva nel 1977) se sia più carina Pauline Murray (dei Penetration) o Siouxsie Sioux è sterile.
 

Quasi sempre conoscere i propri “idoli” (non nel senso nietzschiano del termine, ma dichiararli “dei” non ne cambierebbe il destino: crepuscolo o caduta, importa?) è una pessima idea.
Vale anche per molto di quello che è argomento di Speaker’s Corner e anche di certi altri blog che cito: artisti che si risolvono in personcine modeste, cui a un certo punto misuri tutto, poi li abbandoni come un fazzoletto di carta usato e ormai inutile e ti dici, una volta in più, che sarebbe stato meglio non andare oltre quello che hanno creato.
 

L’eccezione è questa band, anche ma non solo nella formazione del 1981 in cui tale è il talento che a fianco di The Banshees appaiono quello stesso anno The Creatures e poi, nel 1983 anche The Glove.
Questi erano e sono Siouxsie, Steven, Budgie e John.
 

Non aspettatevi sensazionalismi.
Non sarei arrivato ad avere la loro fiducia se non fossi una persona che vede, ascolta e non racconta.
Parto da quello che avrebbe dovuto essere il mio secondo concerto, ma fu il primo, di molti ([3]).
 

Agosto 1978.
Ho superato l’esame di maturità con 49/60.
Due settimane a Londra. Una bella – per un diciottenne che si è portato da leggere Fiesta di Ernest Hemingway, ma compra numeri arretrati di Zigzag in King’s Road – camera a mansarda al Vienna Hotel.
 

La sera, al Music Machine nella capitale, già suonano “Hong Kong Garden” di Siouxsie and the Banshees.
Infatti, si riuscirà a comprare il 7 pollici prima della data di pubblicazione ufficiale, e al Virgin store di New Oxford Street avrò anche la fortuna di trovare una copia della prima edizione con copertina apribile ed etichette beige ([4]).
 
Leggo sul NME e/o sul MM che S&TB suoneranno un’unica data (sorta di promozione per il singolo di debutto) al Clouds di Edinburgh, il 18 di agosto nell’ambito del festival che annualmente si celebra nella capitale di Scozia ([5]). Una busta, l’importo del biglietto in contanti e il mio recapito dentro, spedisco il tutto.
Così semplice che ricevo il biglietto per posta.
 

Viaggio in treno con un paio di tramezzini e quattro lattine di birra da una pinta ciascuna.
Fa cosi freddo quando arrivo a destinazione che appena apre un pub nelle vicinanze della venue ([6]) ordino insieme una cup of tea e un doppio scotch.
 
Adibisco la predetta casa pubblica a mio quartier generale sino a che comincia a formarsi una discreta coda per entrare.
Per il folklore: si alternano canti di “John Travolta is a bastard” a strofe degli Sham 69 fra gli spettatori.
 

All’ingresso la polizia seleziona con un metodo molto semplice: farfugliano qualcosa, tu rispondi “what?” e se l’alito è troppo alcolico stai fuori a smaltire.
I britannici spesso sacrificano al bere e alla compagnia momenti cruciali. Io sacrifico il bar e opto per una prima fila.

Gli Spizz Oil, un duo che nel corso degli anni cambierà pseudonimo con frequenza ([7]), amici dei Banshees e sotto medesimo management (se ben ricordo), aprono con un’esibizione concisa e veloce, con in testa due caschi di plastica da lavoro: notevoli.

Ma cominciano i problemi: evidentemente il locale non è uso ospitare concerti e così le transenne metalliche cominciano a cigolare, le travi di legno poste in perpendicolare per sostenerle emettono sinistri scricchiolii. Dopo poco un annuncio: o la gente smette di spingere, o niente concerto; miracolosamente il pushing and showing si arresta quasi completamente (tanto che riuscirò anche a scattare qualche fotografia in bianco e nero ([8]) con una Instamatic prestatami dal mio amico Sergio).
 

Quando si abbassano le luci su un palco davvero basso, entrano prima i Banshees, ma Kenny Morris ha un’acconciatura per cui, per un istante, quasi lo confondi ([9]) con un’improbabile Siouxsie senza trucco, lei, buona ultima, dopo alcuni lunghi secondi calca le assi con i suoi sandali con tacchi a stiletto neri che risaltano per via dei calzini bianchi alla caviglia, pantaloni neri strettissimi, una maglietta bianca con annodato ai fianchi un foulard nero e quello spencer in raso/lurex dorato e ampi revers neri già apparso in altre occasioni ([10]).

La set list del concerto è almeno ([11]) questa: “The Staircase (Mystery)”, “Mirage”, “Nicotine Stain”, “Switch”, “Hong Kong Garden”, “Metal Postcard”, “Jigsaw Feeling”, “Suburban Relapse”, “Pure”, “The Lord’s Prayer”, “Helter Skelter”. In sostanza, il repertorio è già quello di The Scream ([12]).
Concerto avvincente e coinvolgente.

Ne uscirò con la mia camicia nera di Boy fradicia, posta ad asciugare sopra l’impermeabile che indosso a torso nudo come una cappa. Più o meno dormo alla stazione ferroviaria, la mattina, è sabato, parto per Londra, vado a Portobello ([13]), la sera sono al concerto degli Ultravox! al Marquee di Wardour Street.

 

Un’ultima cosa: “In Aberdeen… No-one Can Hear You Scream” ([14]): ovvero oggi, 7 settembre 2012, cade il trentatreesimo anniversario dell’abbandono della banda da parte di John McKay e Kenny Morris.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] “Make-Up To Break-Up” di Steven Severin (testo) e Siouxsie Sioux, Steven Severin, Kenny Morris, P. T. Fenton (Musica).
C’è da chiedersi se, dato che ormai i pettegolezzi sono noti, il verso non fosse una dedica di Steven a Siouxsie.
[2] Pare anche del concerto di Torino del 26 giugno 1981, c’ero.
[3] A un certo punto, ho smesso di contarli, non aveva più molto senso.
[4] Davvero raro: solitamente, le etichette - sempre in plastica - erano argentate anche per le copie in gatefold sleeve.
[5] Probabilmente l’evento più noto è il Tattoo.
[6] Badate che allora gli orari di apertura erano letali, soprattutto nelle Highlands.
[7] Il loro più grande successo è il singolo “Where’s Captain Kirk” come Spizz Energi.
[8] Le foto sono piccole, sono leggermente mosse (scattavo con una mano sola), ma se le guardo mi paiono perfette e a colori.
[9] Faccio presente che all’epoca le fotografie di Mrs. Ballion che circolavano in Italia erano nell’ordine di tre.
[10] Usato anche da Steven Severin: il danaro non abbondava. Tanto che al Clouds la parte inferiore della manica sinistra era scucita.
[11] Mi affido alla mia registrazione che, però, è troncata durante “Helter Skelter”.
[12] Che uscirà ufficialmente il 13 novembre 1978.
[13] Dove mi dà buca proprio uno che doveva portarmi delle registrazioni di S&TB.
[14] È il titolo dell’articolo di Sounds del 15 settembre 1979, firmato da Phil Sutcliffe a commento della vicenda. Si tratta del gioco di parole fra quello di un film di fantascienza e quello dell’album di esordio della band.