"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 22 aprile 2026

BILLY IDOL: MI ERO DIMENTICATO (Facebook Down Series – 244)

 

BILLY IDOL: MI ERO DIMENTICATO

(Facebook Down Series – 244)

 

Sono righe buttate qui.

 

The Molotovs: togliete la graziosa e fresca Issey, cosa resta?
Un biondino (mi ripeto: formalmente, sostanzialmente direi di no).

 

Ha già fatto tutto Billy Idol, con Tony James ovviamente.

 

Comunque, vediamo se - per ora NON accade - nei prossimi mesi mi esalterò con l’album di esordio de The Molotovs.

 

Altrimenti pazienza: ci sono due album dei Generation X e uno dei Gen X (cum John McGeoch. Come il primo dei Visage e il terzo di Siouxsie and the Banshees) più l’album accantonato, le Radio 1 session, due concerti parigini BBC e un giapponese. Sono tutti sui miei scaffali.

 

Già.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

venerdì 27 maggio 2016

IL PUNK DOPO 40 ANNI (note minime a margine di un anniversario non troppo gradito; ovvero “nel 1976 non successe nulla” parte seconda)


IL PUNK DOPO 40 ANNI
(note minime a margine di un anniversario non troppo gradito; ovvero “nel 1976 non successe nulla” parte seconda)
 
Il blog fu inaugurato scrivendo su questo argomento e ritenendo che per noi tutti o quasi gli accadimenti sono da situarsi un anno dopo, dopo il 1976 ([1]).
La portata evocativa del numero 7 doppio nel Regno Unito è nota per più ragioni: ripetizione, aspettative di qualcosa che già c’era un anno prima, il Silver Jubilee monarchico, eccetera. Basti pensare ai titoli di due canzoni: “1977” di The Clash e “Two Sevens Clash” dei Culture (che intitola anche l’album che la contiene).
 
Forse negli USA il punk non è mai esistito, oppure semplicemente la cesura fu minore. Certamente, il 1977 non significò molto stateside, e quindi il 1976 rimane l’anno di riferimento, ma non in Italia.
 
Quando noi cominciammo a non essere più giovani, la curiosità sulle nostre origini ribelli si materializzò.
La conferma di ciò, per chi la cercasse, può darsi raffrontando due copertine del mensile The Face, per anni arbitro di molte “scene” britanniche e oltre: nel novembre 1981 un servizio su 5 anni “di punk” non ha l’onore della copertina, nel febbraio 1986 (attenzione al mese) quello sul decennale sì.
 
Per vario tempo esistettero solamente due libri autorevoli sul punk britannico: quello di Caroline Coon, 1988, e quello di Julie Davis, Punk.
Jon Savage pubblicò England’s Dreaming solamente nell’autunno del 1991 e la sua opera ([2]) rimane, comunque il punto di riferimento anche per i critici della medesima.
 
Con queste premesse, il “minuto 1” o la “ora 0” del punk ([3]) sono opinabili comunque, e lo erano soprattutto quando di tutto ciò ci interessava poco.
 
Se è ben vero che il 4 luglio 1976 i Ramones suonarono a Londra ([4]) – il che li rende rilevanti per gli anglosassoni – in quei giorni tutti i prime mover locali erano ancora non troppo noti.
 
Quindi, dischi a parte, posto che tutti questi artisti per mesi si esibirono dal vivo prima di entrare in uno studio di registrazione, per me il punk si consolida il 29 agosto 1976, a Londra, in un cinema di periferia. Da mezzanotte all’alba.
Si esibiscono, in ordine di apparizione: i Buzzcocks (in trasferta da Manchester) nella loro formazione originale e dunque con Howard Devoto come cantante; The Clash nella formazione a cinque comprensiva di Keith Levene come terzo chitarrista e i Sex Pistols ovviamente con Glen Matlock al basso.
Film di Kenneth Anger sono proiettati fra un set e l’altro: Kustom Kars Kommandos e Scorpio Rising.
 
Ma noi di tutto ciò non sappiamo niente.
Forse qualcosa si ([5]) è letto nei libri di Coon e di Davis. Visto nulla.
Dopo l’estate del 1978 almeno due copie arrivano a Milano di un altro libro che, in tutta onestà, comprare è un azzardo: lo comprammo io e Tonito ([6]) Si tratta di In the Gutter di Val Hennessy in cui sono appaiate foto di costumi “primitivi” e foto di punk, quasi sempre. A colpire però è la foto, non appaiata, che occupa l’intera pagina 74: Siouxsie Sioux sicuramente pre-1977, immortalata dal basso con un reggiseno senza coppe, un bracciale di tessuto con svastica a destra, collant di rete e slip di vernice, un gambale sempre di vernice a coprire la destra; stupefacente, perché lei dal 1977 passò a uno stile in cui era in qualche modo androginizzato tutto, non a caso fu soprannominata “The Ice Queen” ([7]).
Sì ma da dove arriva quella foto ([8])? Per anni non fu proprio del tutto chiaro, anche se incrociando un po’ di fonti si concluse che gli scatti erano di Ray Stevenson, non solo fotografo, ma anche fratello di Nils Stevenson.
 
La foto è della notte dello Screen On The Green ([9]) di quella torrida fine di agosto: Midnight Special at the Screen On The Green. Con Siouxsie c’erano anche Debbie Juvenile, Tracy O’ Keefe – improbabile trio di ballerine sul palco – e Steven Severin (occhi truccati).
Vi propongo queste descrizioni: “the chick who danced on-stage in the leather corset etceteras with the tit-slits... got her garters all wrong. But more than that - along with a dozen or so of other garishly designed night creatures - the overall impression was of a bunch of failed auditionees for ‘The Rocky Horror Show’ having wandered into the first couple of rows” ([10]). “I was shocked … she was walking around wearing some suspenders and a bra with her whole tits out. I was stunned … That night I couldn’t listen to the Pistols at all because Siouxsie was sitting one row behind me. I was so uncool because I couldn’t stop looking at her tits” ([11]).
Ma c’è anche Billy Idol, buon amico di Severin, nel pubblico: loro due e Siouxsie chiedono a Malcolm McLaren di esibirsi all’imminente 100 Club Punk Festival: nascevano gli ancora innominati Banshees.
 
Se pensate che i Buzzcocks esordirono su disco nel gennaio 1977, capirete come quel 29-30 agosto fu vera leggenda.
Oggi potete ascoltare una registrazione di discreta qualità dell’esibizione dei Sex Pistols (è stata pubblicata anche ufficialmente), mentre i concerti di The Clash e dei mancuniani di quella notte si rinvengono in un buon bootleg (doppio CD) intitolato semplicemente Midnight Special at the Screen On The Green.
L’esordio di Suzie and the Banshees il 20 settembre 1976 è da sempre disponibile su nastro magnetico fra i fan.
 
Senza dimenticare che quell’evento agostano è in qualche modo citato in “Fall In” di Adam and the Antz.
 
Sarei un bugiardo se dicessi che non invidio chiunque assistette a quell’evento.
Ancor più sinceramente ribadisco formalmente il mio fastidio per quasi tutto quanto è stato, è e sarà scritto in Italia sul quarantennale del punk sino al 2017: c’eravamo in pochi, e oggi siamo ancora meno; quelli che ora ne discettano non c’erano oppure non sapevano o erano molto occupati a osteggiarci ([12]).
Accidenti: nel 1976 non succedeva niente. In Italia.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[2] Che comunque un po’ di “americani” di occupa.
[3] D’ora in poi, senza precisazioni scrivo di UK.
[4] E, come già ho precisato in questo blog, nessun componente dei Sex Pistols o di The Clash era nel pubblico.
Il quartetto di Forest Hills si esibì anche il 5 ed il 6 di quel mese nella capitale del regno.
[5] Fu un caso, ma credo per anni di essere stato forse l’unico a Milano ad avere copia del libro della Davis, mai ristampato.
[6] A Tonito si riferiscono diversi post, uno gli è dedicato: “Tonito Memorial”, http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/08/tonito-memorial-to-live-and-die-in.html.
[7] Numero di Sounds del 3 dicembre 1977.
[8] Stesse origini ha una piccola immagine che accompagna un celebre articolo di John Ingham intitolato “Welcome to the (?) Rock Special” pubblicato da Sounds il 9 ottobre 1976. Un quasi primo piano in topless.
Esso fu riprodotto da Ray Stevenson nel suo libro Sex Pistols File del 1978 (una precedente edizione, pubblicata in proprio si intitola Sex Pistols Scrapbook).
[9] Riprodotta in Vacant – A Diary of the Punk Years 1976-79, di Nils Stevenson e Ray Stevenson.
[10] Giovanni Dadomo, Sounds del settembre 1976.
[11] Nora Forster: madre di Ari Up (The Slits) e moglie di John Lydon.
[12] Sì lo so, torno a scrivere quello che è il contenuto del secondo post del blog.

domenica 13 aprile 2014

GENERATION X: COLLATERALI?


GENERATION X: COLLATERALI?

 
Nei miei post ricorrono spesso i (“la”?) Generation X. O meglio i suoi componenti, da me dichiarati o meno.
 

Potrei, forse come altri, definirli “bubble gum punks”.
Sarei inclemente.
 

I Generation X sono un caso in cui le unità valgono più della loro somma.
Ma non è possibile liquidarli con sufficienza.
 

Billy Idol, tralasciando la sua vita privata dove rischierei forse un paio di querele per fatti veri, è “quasi” stato un Banshee del 20 settembre 1976, tanto per dire.
 

Tony James un agente provocatore di portata incancellabile.
 

Gli album, quattro reali ma tre solo ben conosciuti ([1]) della Generazione senza volto ([2]), sono sicuramente degni di nota anche solo come trampolino per esplorazioni altresì di recupero.
Francamente “pre tutto” quanto potesse classificarsi – eccetto The Jam – come post-mod, scrivere una canzone come “Ready Steady Go” non era cosi indolore.

 
Mettere in b-side del secondo singolo una versione dub (“Wild Dub”) era meritevole (anche se magari era perché mancava una canzone) quanto una versione di “Police And Thieves”: “mamma cos’è il dub?”.
 

Che dire, poi, di quella definitiva onorificenza alla solitudine piuttosto che una compagnia d’accatto che è “Dancing With Myself”?

 
Si tratta dunque di artisti citazionisti piuttosto sottili e financo hoople-iani.

 
Pure la loro simbologia (a partire dallo pseudonimo di William Broad: molto “epoca Billy Fury”) non è banale come si potrebbe credere.
E che magliette!

 
Mi piacerebbe una bella rimpatriata – per una volta – con una ulteriore chitarra: evidentemente quella luccicante e glam-orosa di Mick “London SS” Jones ([3]).

 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Fotografia promozionale in occasione del lancio del secondo singolo (1977)




[1] Per quello fantasma, Sweet Revenge, occorre scandagliare un cofanetto ovviamente ormai raro.
[2] Chissà: forse anche Edgar Allan Poe influenzò quello pseudonimo?
[3] In sé fattibile siccome Tony James e Jones militano nei Carbon Silicon.

lunedì 29 agosto 2011

MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY



MY GENERATION vs. YOUR GENERATION? NOT REALLY
(senza la conoscenza non si inventa niente e si confonde molto)

Prendo spunto da taluni fatti e argomenti di conversazione, perché sembra che sia ormai necessario correggere le riscritture della storia a fronte di semplificazioni e sviste frutto di una crescente pigrizia culturale ([1]).


Pete Townshend scrisse “My Generation” che uscì come singolo di The Who nel 1965 (e diede anche il titolo al loro album di esordio).
Nel 1977, il lato A del primo singolo dei Generation X è una registrazione di “Your Generation”, canzone scritta da Billy Idol e Tony James; la copertina – con un artwork astratto in stile Bauhaus ([2]) – non strilla il titolo ([3]).

Billy Idol non è un artista platinato costruito a tavolino che ha avuto qualche successo negli anni ‘80 e via; Tony James con i Sigue Sigue Sputnik provò a spostare il limite della banalizzazione commerciale vendendo immagini forti, ma grondando riferimenti ([4]).
Billy Idol ha interpretato, nelle rispettive versioni dal vivo, la parte di Cousin Kevin in Tommy (1989) e del “bell-boy” (dunque lo “Ace face”) in Quadrophenia (1996).
Tony James attualmente è, soprattutto, i Carbon/Silicon insieme a Mick Jones ([5]).

Però nella migliore delle ipotesi la stragrande maggioranza di chi associa qualcosa a “Generation X” pensa a Douglas Coupland ([6]). Invece no, la situazione è ben diversa, anche perché è impossibile aver copiato nel novembre 1976 un titolo del 1991.
Infatti, per quanto qui interessa, Generation X è il titolo di un libro-inchiesta scritto da Jane Deverson e Charles Hamblett a proposito dei giovani dei primi anni sessanta; volume uscito nel 1964 in solo formato tascabile (in almeno due versioni) in Gran Bretagna e anche negli USA.
Ebbene, da quel libro fu presa ispirazione per dare il nome alla band di Idol e James (il primo sostiene di averne trovata copia sotto il letto della madre).
Di più, circostanza meno nota, dei ritagli del medesimo libro ([7]) sono utilizzati graficamente come parte del retro della copertina di “White Riot”, primo singolo di The Clash, ed ancora più curioso può essere il fatto che in uno dei press-clip è un mod che parla agli autori del libro.
Reputo che la corto circuitazione artistico-musicale sia davvero notevole, ed appunto dimostri come non sia mai possibile banalizzare le informazioni.
Quelli che convenzionalmente sono chiamati i primi punk dei settanta non erano né degli ignoranti, però neanche degli inventori; semplicemente ed intelligentemente (questo sì) avevano ascoltato e letto e visto e ... come prima di loro avevano fatto altri artisti.

Simon Reynolds nel suo ultimo libro, Retromania: Pop Culture’s Addiction To Its Own Past, pare preoccuparsi della vacuità del primo decennio del XXI secolo.
Poiché il punk non viveva sulla nostalgia, bensì sulla conoscenza del passato musicale e la conseguente capacità di distinguere ciò che vale da ciò che non è importante, dall’evidente vuoto attuale si ha la conferma di quanto sia sempre più grave il rischio di semplificazione ogni volta in cui si danno per scontati fatti ed anche significati.
Quella di Simon Reynolds rischia di divenire allora una preoccupazione marginale: essere dipendenti dal passato – se lo si analizza in modo indipendente e non guidato, per cercare una propria via (anche solo alla lettura, all’ascolto e alla visione) – è molto meglio che essere dipendenti unicamente dalla pseudocultura venduta sotto forma di romanzi/elenco telefonico (posati sui pallet di pseudo librerie e centri commerciali) e dei downloading facili e mal compressi di musica dove le rime sono quelle baciate vecchie di decenni (solo vecchie).




                                                                                                                      Steg
Una delle due edizioni del libro del 1964 



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[1]Libraries gave us power” (da “A Design For Life” dei Manic Street Preachers): cioè anche il proletario può avere cultura; ma viceversa il borghese può leggere solo sciocchezze.
[2] L’argomento “art schools” e` molto complesso - posso rinviare a Simon Frith, Art into Pop; quello Bauhaus è addirittura doppio.
La copertina, comunque, è di Barney Bubbles.
[3] Le 4 canzoni costituenti i primi 2 singoli della band risultano nelle prime stampe come “copyright control” cioè ancora senza editore, il che significa che ci fu un’epoca in cui i contratti fonografici non obbligavano a sottoscrivere quelli di edizione musicale con l’editore indicato dal produttore: costi minori, più fiducia negli esordienti?
[4] Inoltre proponendo autentiche pubblicità fra i solchi del vinile: The Who Sell Out anyone?
[5] Name dropping di approfondimento: London SS.
[6] Forse con “Girlfriend In A Coma” va meglio?
[7] Non proprio “cut up” alla William Seward Burroughs, ma evidentemente un riferimento stilistico ai collage delle avanguardie artistiche del primo novecento.