"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 21 aprile 2014

THE VELVET UNDERGROUND: UNA OSSESSIONE



Cofanetto non ufficiale in 23 (ventitré) copie, constante di 7 CD e 3 DVD
(non parte della mia collezione) 
 
 
THE VELVET UNDERGROUND: UNA OSSESSIONE

 
Innanzitutto una precisazione a guisa di premessa: non esiste una obbligatoria coincidenza fra Lou Reed e The Velvet Underground, nemmeno ne esiste una fra John Cale e The Velvet Underground.
Però difficilmente chi valica la soglia del tempio velvetiano si disinteressa delle carriere soliste dei suoi componenti, che poi si sostanziano non solo in quelle delle due “menti” del gruppo ([1]) ma anche, checché se ne dica (attendo smentite), in quella dell’angelo teutonico Nico ([2]) ([3]).
Per contro qualcuno, non credo molti, può avere Lou Reed o John Cale, ancora più esigua la schiera dei secondi, come artista fra i preferiti senza preoccuparsi del loro passato. Forse.

 

E quasi in forma di avvertimento, più che di premessa, è da precisare che chiunque non si accontenta di ascoltare con satolla attenzione, o volevo scrivere devozione?, la produzione “regolare” (ma quale, soprattutto oggi?) dei VU (sì questa abbreviazione è ammessa), quasi subito va alla deriva in elucubrazioni che – se non fossero nobilitate dall’argomento – sarebbero assimilabili a quelle dei tifosi di calcio, con rimpianti di formazione e fantasie postume davvero incomprensibili dall’esterno e assolutamente prive di ogni rilevanza nel mondo reale e poco appeal anche intellettuale.

 

Qui, forse comincia, appunto, la ossessione.
Ipotesi di un secondo album con il cantato di Nico, sogni ad occhi aperti di un sodalizio indissolubile fra l’aquilino Gallese e il riccioluto bardo della Nuova Amsterdam, e cosi via.

 

Perché un certo giorno ci si accorge che non basterà mai tutto quanto esiste di reperibile in forma sufficientemente agevole (cioè?) di The Velvet Underground.

 

Più che incidentalmente, nel frattempo ci si accorge di altro: Andy Warhol e, “e”, la sua Factory (qualcuno ha detto Edie Sedgwick?).
Ricordo uno dei concerti meno memorabili musicalmente di Siouxsie and the Banshees: quello al Bristol Womad del 1986, ma indimenticabile sotto altri profili. La fidanzata del tempo di Steve Severin, un’adorabile e giovane ragazza soprannominata Cricket, aveva dipinto sulla schiena del suo giubbotto di tessuto jean il volto di Edie Sedgwick, appunto.

 
Ma come si arriva “li`”?
Io, come altri, grazie ([4]) al punk ([5]): un giorno rammenti una recensione e compri un disco semiufficiale stampato in Australia (ce ne sarebbe stato un secondo) ([6]), tempo dopo inciampi già nel CD di VU e/o nell’immediatamente successivo Another View.
Ancora non ci si fa molto caso, c’è tanta di quella musica nuova cui pensare!, sebbene il libro Uptight ([7]) non possa mancare nella propria, seria, biblioteca.
 

Solo anni dopo il gesto irreversibile: il leggendario cofanetto australiano, ancora, che con rigore filologico apre la porta ai devoti casuali, agli ossessivi razionali: un bell’astuccio argentato di formato lungo con tre CD dal titolo What Goes On.
 

Poi sarà tutto in discesa, o in salita, dipende dai punti di vista.
Il quintuplo Peel Slowly And See può soddisfare da solo unicamente chi si illude di essere un illuminista sonico in un’epoca nella quale il concetto di enciclopedia appare ormai e purtroppo destinato a scomparire.
 

Altrimenti si allineano e si pongono in debito ordine tutti questi frammenti, belli anche sensorialmente alla vista e al tatto (cito per tutti il quadruplo CD Caught Between The Twisted Stars) o semplicemente confortanti: sia esso il doppio ufficiale Fully Loaded o il clandestino Searching For My Mainline in versione AAD (più ricco dell’originario vinile multiplo).


Con tutta evidenza, la storia è ormai infinita e nemmeno appassionante, si è già nelle discussioni sulla prevalenza qualitativa del suono monofonico o stereofonico ben prima di quando diventi di moda, a tacere dei missaggi alternativi.
 

L’unico vero sobbalzo è una piccola favola vera: il giovanotto che letteralmente inciampa in un disco anomalo in un mercatino delle pulci manhattanita: qualche spicciolo gli assicura la proprietà dell’acetato di Norman Dolph: cioè una versione inedita del primo album, detto in parole povere.
Senza perderci troppo il sonno, degli intrepidi giapponesi ([8]) immettono sul mercato come bonus “ad altro” quell’acetato in formato CD.
Fine, sebbene in argomento Fernanda Pivano scrisse un inutile e nemmeno preciso articolo sul Corriere della Sera.
 

Playlist obbligatoria: “All Tomorrow’s Parties”, “White Light/White Heat”, “Sister Ray” e, per il testo, “Heroin”.
Bonus track, c’è lì già aria di futuro: “Rock & Roll”.
 

Non ci credete? Provate qui, allora: http://olivier.landemaine.free.fr/vu/index.html.

 

 
                                                                                                                      Steg
 

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[1] E le derivazioni poi si fanno onerose: se Cale produce l’esordio di The Stooges, David Bowie produce non solo Lou Reed ma anche Iggy & The Stooges.
[2] Prodotta da John Cale.
[3] Non me ne abbiano i “totalisti”, ma Moe Tucker e Sterling Morrison ci lasciano ben poco da ascoltare.
[4] Ci fossi arrivato prima non necessariamente sarei progredito negli ascolti.
[5] I lettori storici del blog forse lo avevano intuito.
[6] Gli album in questione sono, rispettivamente: Etc. e And So On.
[7] Di Victor Bockris e Gerard Malanga, sottotitolo: The Velvet Underground Story.
[8] Per chi volesse cimentarsi, oggi, nella ricerca: si vada a recuperare tutta la produzione della Nothing Song, nella tiratura originaria.



 

lunedì 28 ottobre 2013

ROCK N ROLL ANIMAL -- FRA I TRE ACCORDI E L’ACCORDO SOLO


ROCK N ROLL ANIMAL

 

Chiamate Furio Colombo!
Il fatto che io provi un fastidio quasi fisico per lui ([1]) non significa che io eviti di riconoscergli dei meriti.
Probabilmente si tratta della sola persona in Italia in grado di scrivere un obituary soddisfacente di Lewis Allan Reed al di fuori dei pochissimi reediani d’acciaio (chissà quel romano che ...) i quali non frequentano i media tradizionali.
 

Quando morì Nico, poca fu l’eco.
Io ero in vacanza in Francia e con me avevo la prima edizione di Psychotic Reaction and Carburetor Dung di Lester Bangs: i casi della vita.

 

E che dire della morte di Sterling Morrison? Una riga.

 

Dunque, The Velvet Underground sono finiti oggi, 27 ottobre 2013 ([2]).

 

Gli scenari non esistono, esistono soltanto le prossime uscite e tutti quelli che corrono tardivamente a comprare un CD o, tristezza, scaricare a pagamento una registrazione senza tutto l’apparato visuale che è parte del tutto.

 

Ho scritto di New York, dunque ho scritto anche di Lou Reed.
Ho scritto di David Bowie, dunque ho scritto anche di Lou Reed.
Ho già scritto anche di Lou Reed.
Lou e John contro gli eredi di Andy Warhol: anche di quello ho scritto, con tristezza posto che Drella aveva riunito i separati fondatori del cruciale quintetto (perché il primo album comunque comprende anche Nico) contra hippy ([3]).

 

Per altre considerazioni, lascio la pagina (in parentesi quadra un possibile titolo, mio, e mie precisazioni per rendere il testo più chiaro) a Glezos (e per i più curiosi: cercatevi il numero del marzo 2013 della rivista italiana Blow Up).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

[FRA I TRE ACCORDI E L’ACCORDO SOLO]

 

L’ho visto per la prima volta in carne ed ossa nel febbraio 1975, poco più che bambino – il bambino ero io, mica lui. Un amico di famiglia quella sera al Palalido di Milano era nel servizio d’ordine, e oggi penso al rischio di portarsi dietro un infante infatuato dalla fama controversa di Lou Reed, sbarcato per la prima volta nel Bel Paese. Erano i tempi di ‘Sally Can’t Dance’, su ‘Ciao 2001’ c’erano le pubblicità dell’album e del tour italiano, ma lo conoscevano i proverbiali quattro gatti. Chi oggi snocciola rosari, quelli che da oggi sono Vedovi Reed, dopo essere stati Vedovi Di Chiunque, all’epoca erano molto presi da tutt’altro, tra una barba una boccetta di patchouli e la loro brava stecchetta d’incenso condita da un “fumante tè indiano” (se mi leggi sto parlando di te, caro mio, ho ancora il tuo nome insieme a tutti gli altri ben stampati in testa).

 

Chi conosceva Lou Reed? Alcuni, pochi, nessuno. Un bel po’ di tempo fa Sergio Messina mi parlava dei viaggi mentali (e a volte non solo mentali) che in quel di Roma ci si faceva solo guardando la copertina degli LP dei Velvet Underground, magari concentrandosi bene su Nico. Quando venni a sapere particolari e aneddoti sulla bionda tedesca musa di tanti (fonte: l’Equipe 84 del periodo romano, 1964-65, con lei che si era invaghita di un membro del gruppo) il mito si autoregolò a scartamento ridotto. Ma su di lui, Lou Reed, beh, la partita era di quelle sospese per nebbia.

 

Come andò quella sera al Palalido fu immediatamente leggenda, per niente metropolitana. Branduardi e String Driven Thing come support acts, gli ‘autonomi’ che strappano i cavi a questi ultimi (la band del futuro Van Der Graaf Graham Smith, sopravvalutatissimo violinista dal sound che più nevrastenico non si può). E poi arriva Lou Reed, che riesce anche a suonare qualcosa tra cui ‘Heroin’, mentre gli slogan del gruppo nel secondo anello vanno avanti imperterriti e lui li fa inquadrare con un faro e dice qualcosa del tipo “Choose between those motherfuckers and me”, e se ne va. Io lì in prima fila che non capisco cosa cazzo succede, il gruppo di contestatori scende sotto, sale sul palco e inizia un delirio al microfono con highlights rappresentati da parole come “musica gratis” - “ambiguità politica” - “lotta contro questo e quello”. Il mio amico del servizio d’ordine mi prende per il collo e mi trascina negli spogliatoi del Palalido, e da una porta metà aperta si vede lui che singhiozza abbracciato dal suo uomo/donna dell’epoca (“Oh, hai visto? Sta veramente con un travestito!!!”). Se ne lessero di ogni, dopo una commediola all’italiana in tutto e per tutto. Il fatto che i contestatori gravitassero attorno a Stampa Alternativa di Marcello Baraghini, beh, era quasi esilarante. Famosa la dichiarazione di una supposta (di nome e di fatto) attivista che sbottò nell’ indimenticabile “Faccio la militante tutto il giorno, ho diritto anch’io a un po’ di relax!!!”. Such a perfect day.

 

Ah sì. Lui, quello di Patty Pravo, ‘I giardini di Kensington’, sì sì, adesso ricordo. Recensioni degli album post-Velvet, nessuno li compra. Dopo le date-disastro di quel tour italiano (ne erano annunciate altre, alcune non si tennero, altre non ebbero nemmeno inizio) la solfa resta identica. Non se lo fuma nessuno. Poi il punk, e qui Lou Reed cambia pelle o meglio gliela fanno cambiare, dal momento che improvvisamente torna comodissimo per far dire ai Piergiuseppe Caporale & compagnia “Eh, ma vuoi mettere con Lou Reed”. Quindi, tutti in coda dal Precursore, il Primo Punk, quello di Warhol, noi che lo seguiamo dagli inizi. Negli USA [“]i[”] John Holmstrom ([i quali] sanno benissimo chi è, loro scrivevano su ‘Punk’, mica su ‘Ciao 2001’) lo intervistano per metterlo in mutande. Lui ovviamente non ci casca, risponde per le rime e diventa da pre-eroe a post-stronzo. Qualche anno dopo, anche lì scatta la sindrome da allegato letterario del New York Times: lui pre-questo, pre-quell’altro e soprattutto Vera Anima Della Grande Mela. Che a lui piacesse pensare di essere il verme, in quella mela, questo sembra non avere sfiorato la mente di nessuno. In mezzo, i pochissimi che sotto tutte le latitudini fin dai primi giorni solisti hanno umilmente comprato i suoi dischi in assoluto silenzio, facendo sacrifici orrendi per averli, e ai quali lui ha fatto compagnia mentre crescere si rivelava quella cosa descritta nelle ‘Liaisons Dangereuses’, “la vita non è quello che pensavamo noi”.

 

Non era quello che pensava neanche lui, e quello che resta – la sua musica, almeno fino a ‘Metal Machine Music’ – lo dice sempre. Quello che è venuto dopo è conversazione da tabaccheria, a metà strada tra ‘Smoke’ e ‘Blue In The Face’. Nemmeno l’ingloriosa passerella da malato coi Metallica da Fazio conta qualcosa. E soprattutto non ci dice niente, se non che quello che sostiene Lemmy [dei Mötorhead] (“Se tuo padre è uno stronzo e muore, è uno stronzo morto”) non vale per Lou Reed.
Sempre che John Holmstrom sia d’accordo, adesso.

 

 

                                                                                                                      Glezos

 

 

 

 

 

POST SCRIPTUM

Provo discreto fastidio per tutti quelli che hanno dichiarato che adesso è “finito tutto”.
Avete visto la foto del 2011 di Morrissey con Lou Reed? Reed ha già un’espressione persa, debole, irreversibile.
Soltanto persone come John Cale o David Bowie possono dichiarare quello che hanno dichiarato.

 

Posto, però, che nessuno ha in tasca la verità, vi suggerisco di cercare “People Who Died” di Jim Carroll (ne esiste anche una versione di John Cale, come ho scoperto nel blog di una rivista finanziaria!). Jim Carroll è morto già da anni, con poche parole spese in sua memoria.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

© 2013 Glezos, Milano, Italia.
     © 2013 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All Rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto del rispettivo autore.





[1] Come per tutti i genuflessi alla Famiglia Agnelli.
[2] Nello stesso giorno morì, nel 1990, Ugo Tognazzi.
[3] Che “un” Pigpen fosse disperato non toglie alcunché alla immagine scanzonata di Haight Ashbury.