"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 12 dicembre 2025

AFFARE O PREDA? (brevi note sul collezionismo anche spicciolo)

 

AFFARE O PREDA?

(brevi note sul collezionismo anche spicciolo)

 

Senza evocare (“scomodare” implica un rispetto che non mi è congeniale al riguardo) troppo trasmissioni di collezionabili più o meno datati ...

 

Cerca laffare il mercante (ancor più infame di quanto lo descrive Charles Baudelaire, siccome è mercante di inessenziale materiale).

Lo cerca anche il piccino collezionista che in verità non lo è: egli/ella è come quegli scolari e/o studenti che vorrebbero sottrarre al bidello il traffico delle merendine.

 

Preda invece è il pezzo raro (talvolta più raro se rientra nella classe di categoria, che anche io uso, del “cerco quello che mi manca e che ignoro esistere o, almeno, che non spero di riuscire trovare siccome sono un inguaribile pessimista”).

Raro non significa costoso.

Raro non significa, nemmeno, perdere il sonno per conquistarlo.

Raro però può essere eccezionale e quasi unico.

Raro può essere occasione inaspettata e conclusa con un sorriso, oppure fonte di patema o di stizza e disappunto (mio disappunto da 390 Euro quest’anno, ne avrei spesi anche 500, per un Nimier che mi avrebbe deliziato. Guardo le sue firme, quattro, che mi coccolo sugli scaffali, ma ...).

Raro, vittoria oppure sconfitta oppure occasione acciuffata per “mestiere di noia esistenziale”.

 

Ma, caveat!: “The chase is better than the catch” (cit). Più spesso di quanto si pensi.

 

Continua?

 

Comunque: il “Dottor Rosa”, esperto nella trasmissione (è un format) televisiva “Cash or trash”, la mia Rotten Bar (CORS) vorrei vedere se riesce a catalogarla da solo, oppure mi chiede aiuto.

 

 

Nota tecnica: questo post rischiava di restare in bozza, mi sarebbe dispiaciuto (ma non lo sapevo): lo ho ritrovato.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 21 giugno 2013

PIERO MANZONI (dall’arte alla merda mascherata da altro, senza ritorno)


PIERO MANZONI
(dall’arte alla merda mascherata da altro, senza ritorno)

 


Esiste un libro intitolato I Proprietari_Die Besitzer_Les Propriétaires_The Owners ([1]) che raccoglie le impressioni e le immagini di coloro che hanno l’onore di avere (in qualche caso avere avuto) uno o più esemplari della Merda d’artista di Piero Manzoni: esso si divide (nelle quattro lingue ([2])) nei seguenti capitoli: “In quali circostanze e a che prezzo ha comprato la scatola?”, “Che senso le dà?”, “Cosa c’è all’interno della scatola?”, “Pensa che un giorno vorrà separarsene?”.
Il 12 agosto 1961, in occasione di una mostra [collettiva] alla Galleria Pescetto di Albisola Marina, Piero Manzoni presenta per la prima volta in pubblico le scatolette di Merda d’artista (‘contenuto netto gr. 30, conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961’). Il prezzo fissato dall’artista per le 90 scatolette (rigorosamente numerate) corrispondeva al valore corrente dell’oro.” ([3]).
 
Piuttosto curiosamente, Piero Manzoni non è molto considerato ([4]) dal grande pubblico delle mostre d’arte (quelle mostre per le quali la gente è disposta a fare le code e poi i visitatori si comprano il manifesto ([5])), ma molti dei libri che lo riguardano dopo aver venduto poco poi diventano piuttosto ricercati: la sola spiegazione è un costante anche se ridotto interesse nei suoi confronti che induce coloro che sono interessati alla sua opera a cercare fra i pezzi della sua bibliografia.  
A riprova di questa affermazione, la prossima mostra italiana – a Milano – seguirà (se vi sarà danaro per realizzarla, soggiunge qualcuno) alla fine del 2013 la medesima mostra attualmente in corso in Germania (Frankfurt am Mein) ([6]).
 
La ragione per cui Piero Manzoni mi entusiasma è che è stato il primo a vendere “merda” e “artista”; successivamente, negli anni si è sempre venduta più “merda” con la pretesa che fosse “arte” ([7]). Per poi passare a “merda venduta per altro” (scegliete voi il genere merceologico o di servizi).
È ben nota l’inversione di ruoli: ci si dichiara merda per insultare gli altri che si pensa essere effettivamente tali ([8]).
 
Evidentemente ci voleva già cinquantadue anni fa qualcosa che risaltasse per tutti irriverente ([9]): infatti, l’Artista aveva già prodotto opere d’arte consistenti in, di volta in volta: rotoli di carta con linee impresse sopra, uova sode accompagnate dalla propria impronta digitale del pollice a inchiostro, palloni gonfiati con il proprio afflato, corpi di modelle (e altri) semplicemente firmati.
 
Quella di Piero Manzoni fu una vita breve, neanche 30 anni, da maudit lombardo di aristocratiche origini (nato a Soncino, morto a Milano di infarto - oppure no: in fondo finché il cuore non si ferma non si è morti).
La sua biografia spicciola è un disco o un CD che salta ([10]) sempre sulla stessa strofa: Milano anni ’50 e ’60 (poco poco) del secolo scorso, Brera bohémienne, Luciano Bianciardi ([11]), Bar Giamaica (dunque), blah blah blah, etc. ([12]).
 
Miei desiderata per la mostra milanese: una mappa dal titolo “Tutte le Merde di Milano” ([13]) che indichi dove si trovano le scatolette d’artista superstiti (sono ancora tante) presenti nella nostra città; una riproduzione a mo’ di fermacarte (in ottone per mantenere la grammatura totale?) della Merda: per chi ha voglia di un memento quotidiano cui ancorarsi.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
POST SCRIPTUM, POST MORTEM
 
In un mio antico post citavo Roberto Freak Antoni.
È morto stamattina, 12 febbraio 2014.
Ci sono rimasto un po’ male.
Gli Skiantos nel loro insieme non sono stati mai, invece, fra i miei pensieri.
Però …
Però nel loro album del 2009, Dio ci deve delle spiegazioni, c’è una canzone che si intitola: “Merda d’artista”.
 
Sono tranquillo, non ci saranno picchi negli accessi al mio blog in ragione della sua morte. Mi fa in fondo piacere ([14]).
 
 
 
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[1] Gli autori sono indicati come Bernard Bazile e Piero Manzoni, gli ulteriori estremi della pubblicazione sono: Villeurbane (France), Images En Manœvres Editions, 2004.
Spesso classificato come catalogo d una mostra tenutasi a Nice (Francia) quello stesso anno.
[2] Come le lingue di cui alle diciture d’etichetta delle scatolette di Merda d’artista.
[3] Così dichiara il sito ufficiale della Fondazione.
[4] Anche al Museo del ‘900 a Milano non ci sono frotte in attesa di farsi fotografare di fianco alla teca con una Merda d’artista.
[5]. Una delle visioni più tristi è quella del turista con manifesto arrotolato dopo aver visitato il Van Gogh Museum ad Amsterdam: una sensazione mista di sgangherati professori di scuola media in vacanza, di studenti affetti da nerdismo infruttuoso, di zitelle e zitelli.
Io ho smesso di comprare manifesti alle mostre dopo quella su Andy Warhol a Palazzo Grassi e già quell’acquisto fu  eccezione: comprai infatti quello “di Batman”.
[6] Con il titolo “Piero Manzoni Als Körper Kunst wurden/Piero Manzoni.When Bodies Became Art”.
[7] Magari considerando poco Andy Warhol o Mario Schifano, allora; salvo poi scoprire (tardivamente) che gli “arbitri dell’esistenza” italiani, cioè la Famiglia Agnelli di Torino, da un lato possedevano opere murali del secondo e dall’altro anche un “Gianni Agnelli” realizzato da Mister Warhola, ed allora ciò che piace agli Agnelli piace (o meglio deve piacere) all’Italia.
A scanso di equivoci: a me piacciono sia Schifano, sia Warhol, pur se non mi emozionano come Francis Bacon.
[8] Nella versione pubblicata sul blog come post del mio scritto “Tonito Memorial” non c’è questa citazione riferita ai TV Vampire, di cui egli fece parte: “il gruppo suona nel giugno di quell’anno in un festival di un circolo giovanile alla Cascina Monluè a Milano, esibendosi di fronte ad una cinquantina di spettatori ammutoliti. L’esibizione della band fila liscia: i T.V. Vampire suonano un best of punk (Neat Neat Neat, New Rose e Born to Kill dei Damned, Clash City Rockers dei Clash e Wild Youth dei Generation X) ed un paio di pezzi dei Ramones (Blitzkrieg Bop  e Commando). Episodio illuminante della serata:  uno spettatore si lamenta del sound impastato e rompitimpani, e grida al gruppo: Fermatevi! Bisogna rifare i suoni, così è una merda!!!. ‘Ma noi SIAMO merda!, gli risponde Tonito dal palco.” (tratto dalla voce “TV Vampire” dal sito internet de El Passerotto).
Puro stile Piero Manzoni.
[9] Ecco perché comprai quell’assurdo prop (dal film The Great Rock ‘n’ Roll Swindle) che era una tavoletta di cioccolata con incarto “Rotten bar” oltre un quarto di secolo fa ad una mostra di opere di Jamie Reid a Londra.
Reid citava l’artista italiano in quella e in altri prodotti, inesistenti: il Vicious burger, la Anarkee Ora, …
[10] Considerazione estemporanea: il downloading rischia di rarificare questo che, essendo un difetto di prodotto, è già eccezione.
[11] Ma precedente La vita agra.
[12] Cito a dimostrazione il catalogo (edito da Mazzotta) della mostra tenutasi nella mia città nel 1997: il sottotitolo è: Milano et mitologia. Tra l’altro, tutto in bianco e nero, una vera disgrazia (anche gli acromi hanno un colore).
[13] Si veda il film All The Vermeers in New York.
[14] Andatevi a leggere la nota 4 e il testo ivi del post precitato: “Punk prima di te?”.

  

martedì 2 ottobre 2012

“SEX PISTOLS FUCK FOREVER” (35 anni di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols)


SEX PISTOLS FUCK FOREVER
(35 anni di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols)

 

 

Sex Pistols Fuck Forever” è il titolo di un manifesto di formato extra-large, colori fluorescenti, che funse da catalogo - avendo l’altro lato riempito con materiale vario - di una mostra dedicata a Jamie Reid a Londra, tenutasi oltre 25 anni fa.
Si trattava di un prop utilizzato in una scena del film The Great R’nR Swindle.

 

I Sex Pistols furono una boy band ([1]).

 

Have you ever got the feeling ...([2]).

 

Chi vi dice che ha “tutto” dei Sex Pistols probabilmente mente, anche se si limitasse ai soli fonogrammi e videogrammi.

 

Se vedo delle immagini dei Sex Pistols non mi sento spettatore.
Inciso: quando sta(v)i pogando il sudore tuo e di chi ti circonda(va) non puzza(va), “sa(peva) di gioventù”, per parafrasare il Colonnello Kilgore in Apocalypse Now.
Spero che qualche lettore possa eliminare le lettere poste fra parentesi.

 

Mi è più facile scrivere dei Sex Pistols piuttosto che di altri artisti ([3]) perché: innanzitutto c’è una dimensione temporale contenuta che consente di evitare nozionismi pur nella precisione che loro richiedono.
Poi in quanto è difficile prendere le parti di qualcuno, perché non ci sono buoni e cattivi fra i personaggi della saga pistoliana (la morte inaspettata di Malcolm McLaren ha ammorbidito anche Johnny Lydon e Adam Ant, purtroppo).

 

Dopo 35 anni, comunque, i “Sex Pistols fottono ancora”.

 

Ecco perché sono contento di non sentirmi imbrogliato, cheated dunque, dal cofanetto di 3 CD e 1 DVD di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols realizzato per l’occasione di questo anniversario.
Eppure pensavo che ne sarei stato un poco deluso.
In fondo, senza tediare il lettore, la mia discografia copre in vinile e in compact disc tutta la produzione ufficiale e oltre ([4]). Il mio materiale video non è da meno: Sex Pistols N. 1 lo conosco in videocassetta.

 

Certo dopo tanto anni, da un lato ci si preoccupa per la magrezza di Johnny Rotten nell’estate del 1977, dall’altro si sorride divertiti per un fazzoletto Seditionaries portato stile magütt da Steve Jones, infine si è soddisfatti per un Sid Vicious ancora immune dall’eroina.

 

Per me i Sex Pistols si sostanziano in quella risposta quasi anaforica di Johnny Rotten a Janet Street Porter: “I don’t need a Rolls Royce, I don’t need a house in the country, ...” e, per la precisione, “I don’t live in Finsbury Park” ([5]).

 

E la mia – prima – copia di Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols? Comprata al HMV di Oxford Street/Marble Arch nel novembre del 1977: versione dodici tracce e retro di copertina tutto rosa senza titoli delle canzoni. È leggermente sbiadita nel giallo e nel rosa vicino alla “costola” perché il sole ci batteva.
Ho un solo dubbio: la mia edizione in CD dell’album, in occasione del ventunesimo anniversario, realizzata partendo dai master analogici come si colloca nella lunga sequenza delle edizioni ([6])?

 

Le mie canzoni preferite restano: “Bodies”, “Satellite” e “Did You No Wrong”.

 

Ah, dimenticavo: allora non pensavamo al futuro: i dischi li ascoltavamo e vivevamo bene anche senza quei manifesti splendidi, che ci parevano enormi, con la grafica di Jamie Reid che non compravamo nei negozietti (ne ricordo anche uno in Carnaby Street) “perché tanto...” ([7]).

 

E, se ti gira, indossa “la Destroy”, o “la Tits” o “la Cow-boys”: è sempre più coraggioso che circolare contromano in bicicletta sul marciapiede.

 

Questo post è dedicato alla “fatina” ([8]) punk Tracie O’Keefe, morta di tumore al midollo osseo quando eravamo ancora tutti invincibili.

 

 

                                                                                                                     Steg

 

 

 

© 2012 Steg, Milano, Italia.
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[1] Lo ha scritto qualcuno, non ricordo chi. Condivido, seppur tardivamente, l’affermazione.
[2] E’ l’incipit di due - non una - affermazioni di Johnny Rotten, distanti poco più di 6 mesi l’una dall’altra.
[3] Siouxsie and the Banshees e Manic Street Preachers, in particolare.
[4] Dove oltre significa Spunk anche nella configurazione No Future UK nelle edizioni originali in vinile e, preciso per distanziare i falsi - falsi - ribelli ‘77 che ammorbano l’aria in quanto parassiti, anche il 7” con la Spedding Session.
[5] Siamo a novembre del 1976, allora in due settimane si montavano programmi televisivi.
Volete le date esatte? Le trovate in Sex Pistols Day By Day di Lee Wood.
[6] Rammento che esiste un’edizione giapponese in CD con la riproduzione in formato “mini” del manifesto che era abbinato all’edizione con undici tracce più 7” stampato da un solo lato contenente “Submission”.
[7] Sembrava già incredibile celebrare cinque anni di punk (o meglio dal 1977) nel 1982, come fece The Face.
[8] Nel senso barrie-ano (J. M. Barrie) del termine.