"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 31 marzo 2025

MILANO È DIVENTATA UNA CITTÀ PROVINCIALE (Facebook Down Series - 113)

 

MILANO È DIVENTATA UNA CITTÀ PROVINCIALE

(Facebook Down Series - 113)

 

A causa delle pletore di turisti di infimo livello (la strada verso lo status di viaggiatore nemmeno sanno che esiste).

 

Italiani o stranieri, mordi e fuggi pezze al culo o volgari danarosi: stesse facce, stessa merda (non d'artista).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 5 dicembre 2023

UNA TARGA PER … (Sniper series – 46)

 

UNA TARGA PER …

(Sniper series – 46)

 

Le targhe commemorative non servono a nulla, ma si continuano a fissare.

Però meno delle targhe servono alcune toponomastiche grottesche che creano giardinetti invisibili ai più (accade anche fuori dall'Italia a dire il vero. Mi pare ci sia un giardinetto dedicato a Bashung in un arrondissement parigino).

 

Allora targhiamo:

- la Casa Fontana, in Viale Vittorio Veneto, dove visse a Milano Dino Buzzati;

- lo stabile a Malamocco, in Via Doge Galba Gaulo, dove visse Hugo Pratt prima di divenire ...;

- Via Rizzoli 24 a Bologna dove fu lo studio di Bonvi.

Eccetera.

 

Ma se passate per Via Fiori Chiari, a Milano, non dimenticate la targa dedicata a Piero Manzoni sulla parete dello stabile del civico 16, piuttosto che il misero vicolo a lui intitolato qualche decina di metri più in là (appunto).

 

 

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martedì 21 settembre 2021

ZONA BRERA (Steg about Steg Series - 7)

 

ZONA BRERA

(Steg about Steg Series - 7)

 

 

L’idea per queste righe nasce da un romanzo italiano, piuttosto noto ed apprezzato dalla critica: La vita agra di Luciano Bianciardi ([1]).

Quando lo lessi ricordo che incontrai alcuni riferimenti che erano stati sì mascherati, ma in modo tale che chi frequentava Milano (e Brera in particolare) in effetti potesse quasi sempre indicare “il nome giusto”.

Qualche anno fa del capolavoro personale bianciardiano è stata pubblicata un’edizione “annotata a cura di Alvaro Bertani” e con prefazione di Arnaldo Bruni ([2]) la quale consente anche ai non milanesi curiosi di conoscere i riferimenti reali dello scrittore grossetano.

 

Precisazione: la mia “zona Brera” ha confini personali, è molto lunga e poco sfrangiata, forse.

Pare che Brera derivi dal longobardo “braida” a sua volta forse derivato dal tedesco “breite” ([3]).

 

Quindi stando in Piazza della Scala, spalle al Municipio, guardando sulla sinistra la facciata dell’omonimo teatro operistico più famoso del mondo si entra in Via Verdi (mai sentito un milanese premettere “Giuseppe”) e sull’angolo di destra con Via Manzoni si trovava un bel bar-sala da te di Alemagna. Scendendo di qualche metro sullo stesso marciapiede dagli anni sessanta si incontrava la Milano Libri, libreria ed editore del mensile Linus ([4]).

L’isolato finiva con forse il primo ristorante giapponese della città ([5]).

 

Proseguendo per Via Brera, ricordo sempre sul lato destro una galleria d’arte al civico 6 (mantenendo però nella denominazione il numero “32” della sua primigenia sede) di proprietà del cognato di Aligi Sassu, Alfredo Paglione ([6]): mio padre ci comprò qualche quadro, nessun capolavoro peraltro. In qualche modo era “sulla strada”.

 

Quella di Via Fiori Chiari, infatti, è sicuramente la parte di questa zona che più mi riguarda: essa è a sinistra di Via Brera, mentre sulla destra si trova Via Fiori Oscuri (dettaglio che mi faceva sorridere quando ero scolaro).

Innanzitutto per un locale “Al soldato d’Italia” ([7]): trattoria toscana (ancora lato destro arrivando da Via Brera) dove forse ho consumato il più alto numero di pasti della mia vita, partendo dai miei tre anni di età. Gestito negli anni quasi sempre dal Signor Gino Quiriconi e dalla Signora Bianca, salvo qualche alternanza con l’altro ramo famigliare capeggiato dal Signor Attilio ([8]). Ero un po’ una mascotte per i camerieri, che ogni tanto mi proponevano “bistecca di leone” o altro per tenermi buono.

E gli stuzzicadenti a sezione “quadrata” con cui (ne servono cinque) facevo i “ponti” e poi mi venivano incendiati su una estremità per farli saltare (dagli otto in poi mi occupavo io anche dell’innesco).

I cannelloni al forno, gli spaghetti “alla pt.esca” (indicati nel menu in ciclostile), una lista dove mezzo secolo fa si trovavano anche le uova.

Il minore dei due figli divenne per me (verso i miei dieci anni) una sorta di zio scapestrato: Pietro mi fece provare da passeggero auto le più disparate, mi portò al Gran Premio di Montecarlo, mi spiegò i bottoni da slacciare dei polsi (o polsini) delle giacche, …

Con il passare degli anni era diventato un locale da 3-4 cena la settimana, in ragione del lavoro e degli orari paterni, oltre che da domenica a mezzogiorno come agli inizi.

 

Ogni tanto si cambiava locale, uno che resistette durante i miei studi accademici fu “Franco il contadino”: cena pre esame (salvo quando era di chiusura ([9])), stesso lato.

 

La via prosegue, per me, almeno sino a che non si gira a sinistra, si percorre brevemente Via Marco Formentini e si arriva alla “chiesa sconsacrata” di San Carpoforo: la ragione è semplice: lì fuori conobbi alla fine della estate 1977 Antonio “Tonito” Talatin ([10]).

 

Poi, di nuovo scendendo lungo Via Brera, c’è il bar Giamaica ([11]), citato da Bianciardi nel suo romanzo ma con altro nome ([12]), che è probabilmente il locale di Milano più noto quanto a scena artistica (il vicoletto che congiunge Via Brera a Via Fatebenefratelli è ora intitolato a Piero Manzoni che abitava al civico 16 di Via Fiori Chiari ([13])): rimando a Pino Corrias ([14]).

 

Taglia la strada Via Pontaccio, per me essenzialmente nota siccome sul suo pavé provai con Pietro la sua dune buggy color nero con motore Porsche … (e all’angolo con Brera “batteva” la Paola, che era Paolo, qualche anno prima, verso il 1968. Avete già un lato selvaggio).

Se invece prendete a destra e poi subito a sinistra attraversate il sagrato della Basilica di San Marco e sulla destra nella omonima via trovavate il vero “Tumbun de San Marc”, dove avevano la birra Guinness ([15]) e quindi era quasi un pub.

Evitando la deviazione a sinistra arrivate in Via Fatebenefratelli e quindi alla sede della Questura (la mia memoria è dell’ufficio passaporti. Giorgio Scerbanenco e Renato Olivieri sarebbero arrivati anni dopo, molti).

 

Se invece non girate, andando subito dopo via Pontaccio la via diventa Solferino e subito sul lato sinistro c’era la boutique – non si chiamavano più negozi – di proprietà de L’Equipe 84.

“Dovete” superare Largo Treves, attraversare e a destra trovate il palazzo dove aveva sede tutto quanto era “Corriere”: della sera, d’informazione, La Domenica del, Corrierino dei piccoli, … tutto il giornalismo italiano che contava, Mino Milani, Hugo Pratt, …

Per un annetto scarso (nel 1972 direi) mio padre fu capo redattore del Corriere d’informazione.

 

La mia “zona Brera” finisce territorialmente con un ricordo sgradevole, ma non traumatico: in fondo a Via Solferino abitava il mio maestro di III, IV e V elementare: un toscano molto pignolo (classe 1922), scapolo, che piaceva tanto alle mamme dei suoi scolari.

Gli è che chiacchierando a casa nostra con un mio di nuovo compagno di classe (di cui ben ricordo il cognome), sono ora alle medie inferiori, mio padre menziona il maestro F. P. e il mio compagno dice senza giri di parole che il maestro era un pederasta.

In effetti, … ma eravamo svegli e quindi non sarebbe accaduto nulla di che; o almeno a noi che lo frequentavamo solo in pubblico – a scuola – non è accaduto nulla.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

 

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[1] Prima edizione: Milano, Rizzoli, 1962.
[2] Milano, ExCogita Editore, 2013.
[3] Idem, p. 33 nelle note.
[5] Si contendeva il primato con uno sito fra Via Fabio Filzi – ove il primo ristorante cinese di Milano (ora chiuso) –   e Via Vittor Pisani.
[8] I due erano fratelli, totalmente diversi.
[9] Si optò per Il Penny di Viale Bligny 42: funzionava anche quello.
[11] Questa la grafia corretta e storica. Jamaica è una piuttosto recente storpiatura che sa di provinciale.
[12] Ancora l’edizione ExCogita, p. 43, nota 41.
[14] Vita agra di un anarchico: Bianciardi a Milano, pp. 95-96 nella edizione Feltrinelli, ma pubblicato nel 1993 a Milano da Baldini e Castoldi.
[15] È diventato “Tombon” (sinonimo), chissà perché, non ha più la Guinness e mentre scrivo è chiuso.
D’altronde sono anche morti Umberto Eco, Giovanni Gandini, Oreste Del Buono, etc.
Comunque, grafie a parte la parola significa bastione.

mercoledì 10 dicembre 2014

PIERO MANZONI DUE


PIERO MANZONI DUE
(ovvero la rimessa a nuovo dell’artista, morto o vivo)



Leggo un libro pubblicato nel 1990: L’ultima linea di Piero Manzoni, scritto da Paolo Barrile.
Un romanzo ma con molte notizie, dunque una finzione cronistica.

 

Piero Manzoni non è un santo, e lui difficilmente avrebbe voluto esserlo.

 

Casualmente, riordinando la mia piccola bibliografia manzoniana, in questo dicembre 2014 incappo in una notizia vecchia di un anno e più; la Fondazione Manzoni intentava causa a Dario Biagi per il suo libro Il ribelle gentile ([1]) in quanto esso sarebbe diffamatorio. Certo non è “ufficiale” come la biografia scritta da Flaminio Gualoni sotto l’egida della Fondazione ([2]) quel volume, ma proprio il suo autore lo dichiara e peraltro di ricerche ne ha fatte.
La Fondazione è soccombente, in quanto il volume di Biagi non risulta ritirato dal mercato.

 

In base a un complesso di norme della legge n. 633 del 22 aprile 1941, “gli autori delle opere d’arte e di manoscritti hanno diritto ad un compenso sul prezzo di ogni vendita successiva alla prima cessione delle opere stesse da parte dell’autore” ([3]) e anche se il massimo ammontare di questo compenso è di Euro 12.500,00 ([4]), considerati i valori d’asta raggiunti da Manzoni non si tratta esattamente della mancia al lustrascarpe.

 

Ecco allora che come con Hugo Pratt (da vivo e da morto) e con David Bowie (da vivo) e con Morrissey (da vivo), un’immagine ben definita e accattivante dell’Artista Manzoni non è irrilevante.

 

Forse per questo, se quasi un quarto di secolo fa affermazioni - da interviste di Barrile - come: “A Piero, soprattutto alla fine, andava bene tutto: bianchini, pernod, vermouth, vino, soprattutto vino” ([5]) e “Piero [...] era in coma etilico. Nanda [Vigo, sua fidanzata] lo sapeva, ma non era preoccupata” ([6]) e “Dicono che Piero si fosse suicidato. Non è vero. Ma in un certo senso può essere. Lui stesso mi confidò negli ultimi tempi, e in diverse circostanze, di averci pensato” ([7]) potevano essere tollerate (o non conosciute o, addirittura, conosciute ma semplicemente scientemente denegate), nel 2013 possono essere pregiudizievoli ([8]).

 

Del resto, l’affermazione della sorella minore di Piero Manzoni, Elena, rinvenibile nel documentario del 2014, ufficiale evidentemente, Piero Manzoni Artista (regia di Andrea Bettinetti), per cui egli avrebbe impiegato per la realizzazione della propria Merda d’artista delle preesistenti confezioni di carne in scatola appare risibile: chi ha mai commercializzato razioni da 30 (trenta!) grammi?
Per quale motivo doveva mentire Dadamaino (nata Edoarda Emilia Maino) a Barrile dichiarando nel 1990 (forse 1989) che Manzoni defecava per finalità multipla, ma nobile (secondo altri ivi si sarebbe “allenato”, per poi produrre a casa propria) nella vasca da bagno di Via Bitonto, in quell’appartamento milanese di proprietà dei genitori di Edoarda, giovane sodale di Piero? ([9])
 
Ma così vanno le cose, e quindi nessuna menzione dell’opera di Barrile da parte della biografia che gode dell’investitura della Fondazione, e nemmeno della tesi di diploma di Mauro Maffezzoni del 1986 ([10]) e neanche della tesi di laurea di Antonella Fabemoli, concittadina di Manzoni, del 2003 ([11]): tutti e tre i volumi sono citati da Biagi ([12]).
Ebbene, questo tipo di revisionismo storico continua a non piacermi, lo ho già scritto ([13]), ma è meglio essere chiari.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Sottotitolato: La vera storia di Piero Manzoni.
[2] Piero Manzoni Vita d’artista, di qualche mese precedente il tomo incriminato.
[3] Articolo 144, comma 1, legge n. 633/1941.
Alla morte il diritto si trasferisce per 70 anni agli eredi (articolo 148).
[4] Articolo 150, legge n. 633/1941.
[5] L’ultima linea …, cit., p. 190.
[6] Idem, p. 191.
[7] Idem, p. 192.
[8] Mi piacerebbe leggere gli atti di causa, anche perché se io fossi stato il legale di Biagi avrei fra l’altro fatto presente come non solo Barrile nel 1990, ma anche l’autorevolissimo Corriere della Sera nel giugno 2007 a pagina 43 (una splash page realizzata in occasione di una mostra retrospettiva napoletana sull’artista milanese, nato a Soncino) così dichiarava “Tutte le biografie riferiscono che Manzoni morì d’infarto; alcune testimonianze scritte affermano che l’ultima persona a rivolgergli la parola fu probabilmente Pino Pomé, l’ oste che gestiva la trattoria all’ Oca d’Oro di via Lentasio, a due passi dal corso di Porta Romana. Ma le cose non andarono così. Piero Manzoni morì a 29 anni, nelle prime ore del mattino del 6 febbraio 1963, a causa di una devastante cirrosi epatica: il collasso cardiaco fu una conseguenza. A raccontarlo è Nanda Vigo, allora compagna dell’ artista.” (l’articolo è a firma di Francesca Bonazzoli, intitolato “Mi innamorai delle sue visioni e lo seguii fino all’ultimo bar”, fu pubblicato il giorno 3 ed è ripreso anche da Biagi).
[9] E chi è adesso proprietario della Merda numero 17 che l’amico aveva regalato all’amica e che io vidi esposta nel 2010 a Bologna?
[10] Intitolata Indagine su Piero Manzoni e discussa all’accademia di Brera.
[11] Intitolata Il caso Piero Manzoni – Quando l’escremento divenne Arte; nel 2009 auto pubblicata come libro, è ancora disponibile.
[12] Cui faccio un solo appunto: aver modificato (salvo dove citava altri) la grafia di Giamaica.

mercoledì 18 giugno 2014

PER ESSERE “PUNK” UN ARTISTA? (Sniper series - 25)


PER ESSERE “PUNK” UN ARTISTA?
(Sniper series - 25)

 
Per essere “punk” o innovativo, a un artista occorre una famiglia disastrata?
 

Continuo a domandarmelo, seriamente, anche ora che ho cominciato a leggere copia dell’autobiografia di Viv Albertine (Clothes Clothes Clothes Music Music Music Boys Boys Boys) prestatami dal blogger.
 

E se la risposta è affermativa, questa è la ragione per cui l’Italia non ha dato i natali a “un”: Lou Reed, David Bowie, John Lydon?
 

E la conferma di ciò è data da Nicoletta “Patty Pravo” (già “Guy Magenta”) Strambelli unica, ripeto unica, diva nazionale e (la dimensione territoriale è quella che conta) internazionale ([1]) – “dannata” stante la sua crescita a casa della nonna?
 

Certo ci si può anche disastrare da soli, vedi Piero Manzoni, ma è più faticoso.

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

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[1] Qualcuno sostiene che David Bowie abbia copiato lei.

martedì 8 ottobre 2013

ARTE E EXPO 2015 (“Is there life on Mars?” series - 3)


ARTE E EXPO 2015
(“Is there life on Mars?” series - 3) ([1])
 

Con tutte le belle storielle che ci raccontano, incluso il Presidente del Consiglio Regionale Roberto Maroni: quali il recupero dei ritardi quanto all’Expo 2015 e (testualmente): “La rivoluzione della concretezza è il mio imperativo” ([2]), spostiamoci sull’arte.
Infatti, almeno un paio di volte l’anno qualcuno rammenta che Milano e Roma sono le città più visitate dai turisti anche per ragioni culturali.
 
Ebbene: la mostra dedicata a Piero Manzoni (nato a Soncino, ma vissuto e morto a Milano) ([3]) che dopo Francoforte doveva svolgersi a Milano non si svolgerà.
La mostra era stata pensata per il cinquantenario della morte dell’artista.
Evidentemente, a Frankfurt am Mein esiste maggior sensibilità, anche senza Expo.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

POST SCRIPTUM

 La mostra è stata poi inaugurata a fine marzo 2014, senza alcuna ragione commemorativa, soffocata dietro una di quelle di cui ho già scritto proprio nel mio post dedicato a Piero Manzoni: “quelle mostre per le quali la gente è disposta a fare le code e poi i visitatori si comprano il manifesto”.
Appunto.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

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[1] Da “Life on Mars” di David Bowie.
[2] http://www.regione.lombardia.it/.
[3] Rimando al mio post: “PIERO MANZONI (dall’arte alla merda mascherata da altro, senza ritorno)”.

venerdì 21 giugno 2013

PIERO MANZONI (dall’arte alla merda mascherata da altro, senza ritorno)


PIERO MANZONI
(dall’arte alla merda mascherata da altro, senza ritorno)

 


Esiste un libro intitolato I Proprietari_Die Besitzer_Les Propriétaires_The Owners ([1]) che raccoglie le impressioni e le immagini di coloro che hanno l’onore di avere (in qualche caso avere avuto) uno o più esemplari della Merda d’artista di Piero Manzoni: esso si divide (nelle quattro lingue ([2])) nei seguenti capitoli: “In quali circostanze e a che prezzo ha comprato la scatola?”, “Che senso le dà?”, “Cosa c’è all’interno della scatola?”, “Pensa che un giorno vorrà separarsene?”.
Il 12 agosto 1961, in occasione di una mostra [collettiva] alla Galleria Pescetto di Albisola Marina, Piero Manzoni presenta per la prima volta in pubblico le scatolette di Merda d’artista (‘contenuto netto gr. 30, conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961’). Il prezzo fissato dall’artista per le 90 scatolette (rigorosamente numerate) corrispondeva al valore corrente dell’oro.” ([3]).
 
Piuttosto curiosamente, Piero Manzoni non è molto considerato ([4]) dal grande pubblico delle mostre d’arte (quelle mostre per le quali la gente è disposta a fare le code e poi i visitatori si comprano il manifesto ([5])), ma molti dei libri che lo riguardano dopo aver venduto poco poi diventano piuttosto ricercati: la sola spiegazione è un costante anche se ridotto interesse nei suoi confronti che induce coloro che sono interessati alla sua opera a cercare fra i pezzi della sua bibliografia.  
A riprova di questa affermazione, la prossima mostra italiana – a Milano – seguirà (se vi sarà danaro per realizzarla, soggiunge qualcuno) alla fine del 2013 la medesima mostra attualmente in corso in Germania (Frankfurt am Mein) ([6]).
 
La ragione per cui Piero Manzoni mi entusiasma è che è stato il primo a vendere “merda” e “artista”; successivamente, negli anni si è sempre venduta più “merda” con la pretesa che fosse “arte” ([7]). Per poi passare a “merda venduta per altro” (scegliete voi il genere merceologico o di servizi).
È ben nota l’inversione di ruoli: ci si dichiara merda per insultare gli altri che si pensa essere effettivamente tali ([8]).
 
Evidentemente ci voleva già cinquantadue anni fa qualcosa che risaltasse per tutti irriverente ([9]): infatti, l’Artista aveva già prodotto opere d’arte consistenti in, di volta in volta: rotoli di carta con linee impresse sopra, uova sode accompagnate dalla propria impronta digitale del pollice a inchiostro, palloni gonfiati con il proprio afflato, corpi di modelle (e altri) semplicemente firmati.
 
Quella di Piero Manzoni fu una vita breve, neanche 30 anni, da maudit lombardo di aristocratiche origini (nato a Soncino, morto a Milano di infarto - oppure no: in fondo finché il cuore non si ferma non si è morti).
La sua biografia spicciola è un disco o un CD che salta ([10]) sempre sulla stessa strofa: Milano anni ’50 e ’60 (poco poco) del secolo scorso, Brera bohémienne, Luciano Bianciardi ([11]), Bar Giamaica (dunque), blah blah blah, etc. ([12]).
 
Miei desiderata per la mostra milanese: una mappa dal titolo “Tutte le Merde di Milano” ([13]) che indichi dove si trovano le scatolette d’artista superstiti (sono ancora tante) presenti nella nostra città; una riproduzione a mo’ di fermacarte (in ottone per mantenere la grammatura totale?) della Merda: per chi ha voglia di un memento quotidiano cui ancorarsi.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
POST SCRIPTUM, POST MORTEM
 
In un mio antico post citavo Roberto Freak Antoni.
È morto stamattina, 12 febbraio 2014.
Ci sono rimasto un po’ male.
Gli Skiantos nel loro insieme non sono stati mai, invece, fra i miei pensieri.
Però …
Però nel loro album del 2009, Dio ci deve delle spiegazioni, c’è una canzone che si intitola: “Merda d’artista”.
 
Sono tranquillo, non ci saranno picchi negli accessi al mio blog in ragione della sua morte. Mi fa in fondo piacere ([14]).
 
 
 
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[1] Gli autori sono indicati come Bernard Bazile e Piero Manzoni, gli ulteriori estremi della pubblicazione sono: Villeurbane (France), Images En Manœvres Editions, 2004.
Spesso classificato come catalogo d una mostra tenutasi a Nice (Francia) quello stesso anno.
[2] Come le lingue di cui alle diciture d’etichetta delle scatolette di Merda d’artista.
[3] Così dichiara il sito ufficiale della Fondazione.
[4] Anche al Museo del ‘900 a Milano non ci sono frotte in attesa di farsi fotografare di fianco alla teca con una Merda d’artista.
[5]. Una delle visioni più tristi è quella del turista con manifesto arrotolato dopo aver visitato il Van Gogh Museum ad Amsterdam: una sensazione mista di sgangherati professori di scuola media in vacanza, di studenti affetti da nerdismo infruttuoso, di zitelle e zitelli.
Io ho smesso di comprare manifesti alle mostre dopo quella su Andy Warhol a Palazzo Grassi e già quell’acquisto fu  eccezione: comprai infatti quello “di Batman”.
[6] Con il titolo “Piero Manzoni Als Körper Kunst wurden/Piero Manzoni.When Bodies Became Art”.
[7] Magari considerando poco Andy Warhol o Mario Schifano, allora; salvo poi scoprire (tardivamente) che gli “arbitri dell’esistenza” italiani, cioè la Famiglia Agnelli di Torino, da un lato possedevano opere murali del secondo e dall’altro anche un “Gianni Agnelli” realizzato da Mister Warhola, ed allora ciò che piace agli Agnelli piace (o meglio deve piacere) all’Italia.
A scanso di equivoci: a me piacciono sia Schifano, sia Warhol, pur se non mi emozionano come Francis Bacon.
[8] Nella versione pubblicata sul blog come post del mio scritto “Tonito Memorial” non c’è questa citazione riferita ai TV Vampire, di cui egli fece parte: “il gruppo suona nel giugno di quell’anno in un festival di un circolo giovanile alla Cascina Monluè a Milano, esibendosi di fronte ad una cinquantina di spettatori ammutoliti. L’esibizione della band fila liscia: i T.V. Vampire suonano un best of punk (Neat Neat Neat, New Rose e Born to Kill dei Damned, Clash City Rockers dei Clash e Wild Youth dei Generation X) ed un paio di pezzi dei Ramones (Blitzkrieg Bop  e Commando). Episodio illuminante della serata:  uno spettatore si lamenta del sound impastato e rompitimpani, e grida al gruppo: Fermatevi! Bisogna rifare i suoni, così è una merda!!!. ‘Ma noi SIAMO merda!, gli risponde Tonito dal palco.” (tratto dalla voce “TV Vampire” dal sito internet de El Passerotto).
Puro stile Piero Manzoni.
[9] Ecco perché comprai quell’assurdo prop (dal film The Great Rock ‘n’ Roll Swindle) che era una tavoletta di cioccolata con incarto “Rotten bar” oltre un quarto di secolo fa ad una mostra di opere di Jamie Reid a Londra.
Reid citava l’artista italiano in quella e in altri prodotti, inesistenti: il Vicious burger, la Anarkee Ora, …
[10] Considerazione estemporanea: il downloading rischia di rarificare questo che, essendo un difetto di prodotto, è già eccezione.
[11] Ma precedente La vita agra.
[12] Cito a dimostrazione il catalogo (edito da Mazzotta) della mostra tenutasi nella mia città nel 1997: il sottotitolo è: Milano et mitologia. Tra l’altro, tutto in bianco e nero, una vera disgrazia (anche gli acromi hanno un colore).
[13] Si veda il film All The Vermeers in New York.
[14] Andatevi a leggere la nota 4 e il testo ivi del post precitato: “Punk prima di te?”.