"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 1 luglio 2026

LIBRI E LISTE INUTILI (reprise) (Facebook Down Series – 288)

 

LIBRI E LISTE INUTILI
(reprise)
(Facebook Down Series – 288)

 

Più per educazione che per altro, in qualche post dei più risalenti credo di aver indicato delle bibliografie minime.

 

Sto concludendo la re-visione di questo documentario: https://www.youtube.com/watch?v=Gyd6eHIotK0&t=2509s
Distraiamoci dai “poi morti” ad esso partecipanti: noti e non.

 

Ci sono due libri che per me funzionano da colonne d’ercole per Serge Gainsbourg (in realtà volendo una terza ([1])): sono i libri scritti, rispettivamente, da Lise Lévitzky (sua prima moglie) e da Aude Turpault (ragazzina avventurosa).
Il secondo sembra di difficile reperimento, tanto che se ne indica la seconda o la terza edizione.
Fate come volete.

 

Ah: lo Hotel Raphael è ancora in rifacimento.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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sabato 28 novembre 2015

“LE LISTE DEGLI ALTRI” (rubrica giornalistica esaltante e dinamica come il rock cristiano)


“LE LISTE DEGLI ALTRI”

(rubrica giornalistica esaltante e dinamica come il rock cristiano)

 

Premessa: questo post non è un seguito ai miei precedenti scritti nel blog sulla inutilità degli elenchi e (l’inutilità) delle 1001 letture/visioni/ascolti/viaggi obbligatori prima di morire.

 

Precisazione: il rock cristiano è sintetizzabile nel tentativo musicale di coniugare un genere musicale (sarebbe più corretto parlare di rock ‘n’ roll, ma non la ho inventata io la definizione, ed il venire meno del “‘n’ roll” in essa dovrebbe già suggerire qualcosa) che nasce come non conforme alla morale corrente con precetti religiosi della cristianità. Sorta di ossimoro con risultati davvero modesti, che infatti non si ricordano.

 

Nota tecnica: i titoli qui citati non corrispondono (parzialmente) alle mie 10 canzoni, quanto ad un artista (forse due) menzionato e non si tratta nemmeno di uno dei miei cento artisti. In un caso ho optato per non inserire nell’elenco delle non citate in Sette un titolo per evitare di essere considerato inutilmente polemico.

 

Ebbene: c’è una rubrica intitolata “Le liste degli altri”, a cura di Severino Salvemini pubblicata su Sette ([1]) che trovo veramente desolante. Speravo migliorasse ma non è così.

Essa consta di un breve profilo dell’“altro” di turno e la sua lista delle 10 canzoni ([2]) che “hanno accompagnato (o segnato) la sua vita”.

 

Se la memoria non mi inganna, non ho mai rinvenuto in una delle liste non dico, a scelta: “Holiday in Cambodia” (Dead Kennedys), “No Fun” (The Stooges) “Celebrai” (Alberto Radius) o “Diversi” (Prozac +), ma almeno “Everyday Is Like Sunday” (Morrissey) o “Old Friends For Sale” (Prince).

Convinti di essere moderni (ormai diversi degli intervistati sono più giovani di me, dunque “c’è anche il ‘grunge’”), forse – forse, gli stilatori delle liste citano canzoni banalotte di artisti che anche hanno interpretato (e magari anche composto e/o scritto) opere degne di passare per lo meno alla cronaca musicale più alta.

 

“E il jazz?” potrebbe domandarmi qualcuno. Rispondo che non ho visto menzione: di Albert Ayler, di John Zorn o (se è anche jazz) di James White/Chance.

 

Risultato, non voluto: la superfluità e staticità della rubrica, proprio come il rock cristiano. E forse anche come la media culturale italiana.

 

Insomma, “Frankie Teardrop” (Suicide) era, è e sarà sempre ignota alla rubrica.

Probabilmente è meglio così, perché “non le canzoni illustrano gli uomini, ma gli uomini le canzoni” direbbe Niccolò Machiavelli.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Periodico del Corriere della sera abbinato al numero del venerdì.
[2] L’espressione impiegata è “brani musicali”; ma allora sarebbe corretto scrivere “opere musicali” (si veda la legge n. 633 del 22 aprile 1941).
Peraltro, che senso ha parlare di corpus mysticum quanto di ognuna non sono indicati gli autori e compositori, ma solo gli interpreti (ed allora si è nell’ambito del corpus mechanicum)?

giovedì 31 maggio 2012

LE PROPRIE FONDAMENTA SI COSTRUISCONO NEL CORSO DELLA VITA, SENZA “MANUALI DEL MEGLIO”

LE PROPRIE FONDAMENTA SI COSTRUISCONO NEL CORSO DELLA VITA, SENZA “MANUALI DEL MEGLIO”



La poca sensatezza delle letture cosiddette formative è data da più fattori: la soggettività delle scelte da parte di chi le suggerisce; l’accertata impossibilità di leggere tutta la produzione letteraria esistente che mina ab origine lo stesso intento formativo; l’altrettanto nota impossibilità di farsi piacere ciò che non piace; la diversa percezione e fruizione nel corso del tempo della stessa opera.
Lo stesso vale per la musica, il cinema, eccetera ([1]).



Ergo la inutilità di acquisti di volumi del tipo: “1001 … prima di morire” [2]. Pensate poi a quanto impieghereste nel leggere, ascoltare, vedere, fare ciò che vi dicono ([3]). E pensate a quanto non potete più fare perché certi luoghi non esistono più, o magari non riuscite a leggere perché un certo libro proprio non si trova.
Vi prendono per stupidi, o anche solo per pigri. Voi potete dimostrare di non esserle né l’uno né l’altro NON comprando questi finti baedeker intellettuali che cercano di recintare i cervelli come fossero bestiame.
A mio avviso più utili possono essere certi “dizionari” per voci (piuttosto che per nomi) che non distillano lo scibile culturale ma costituiscono dei, parziali ed imperfetti, percorsi ([4]).



Posso limitare lo spreco incrociando liste e suggerimenti, ma se ancora non digerisco The Beatles o Marcel Proust, cosa posso farci? Nulla.



In questa situazione, io devo di nuovo riconoscere i meriti del punk e dei fumetti: con grande eleganza entrambi hanno fatto sì che senza costrizioni ascoltassi, vedessi e leggessi anche molto altro, semplicemente dandomi dei riferimenti.



Quindi magari provate a ascoltare o leggere o vedere qualcosa di cui scrivo (quello che vi incuriosisce o affascina, evidentemente), ma senza impegno: diversi sono i gusti, diverse le generazioni.
Però se oltre a non essere incuriositi vi dedicate alla finta musica, ai finti libri, ai finti film, forse c’è qualche cosa che non funziona.





                                                                                                                      Steg







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[1] Il fatto che su teatro e poesia ci sia meno ansia catalogatrice significa qualche cosa?
[2] Si arrabbieranno Eddy Cilìa e Federico Guglielmi? Pazienza.
Un giudizio positivo su una persona o il suo operato non significa non criticare.
[3] Il limite di queste opere è dato dalle loro derivazioni (spin-off): per esempio dopo un generico “1001” riferito alla musica, si procede con “1001”  riguardante il rock, ma poi un “1001” di punk e new wave, eccetera.
Se sono spesso insoddisfacenti antologie (letterarie e musicali) riferite a un solo autore o artista, figurarsi quando si va per generi.
[4] I limiti delle enciclopedie sono già stati evidenziati in molti modi.
Talvolta, però, forse si pretende troppo da un’enciclopedia? Faccio un esempio: Elliott Murphy non aveva una sua voce nella Guinness Encyclopedia of Popular Music in 6 (sei) volumi; ma non per questo ho buttato via la mia copia.
Fra l’altro, di regola un’enciclopedia non ha pretesa di presentare solo il meglio.

giovedì 15 settembre 2011

LA INUTILITÀ DEGLI ELENCHI

LA INUTILITÀ DEGLI ELENCHI

C’è una canzone dei Chrisma che amo molto: “Thank You” nella versione con testo: si tratta di un elenco che funge da guard rail intellettuale.

Molti sono i morti, già nel 1977 ([1]), in questo puro elenco che però assurge a lirica guida, perché la canzone apre l’album d’esordio Chinese Restaurant in versione strumentale e, appunto, lo chiude con una versione che ha un testo aggiunto che è sostanzialmente anaforico e in cui si distinguono artisti degni di essere ascoltati, ma senza alcun riferimento a qualcosa di specifico (per tutti, indico i Neu! poiché – contraddittoriamente – all’epoca o li si conosceva già oppure, pronunciati “nöi”, passavano inosservati all’ascoltatore distratto o giovane o …).
Quasi dei compiti delle vacanze, nella attesa della seconda prova di CHRIstina (Moser) e MAurizio (Arcieri).

Un guard rail ma non un corral.
Quindi se forse sono da evitare dei “fuori tema”, però non lo sono esplorazioni lungo una via infinita e senza meta ([2]).
L’album ([3]) ebbe pubblicità sul Melody Maker con lo slogan “c’me here punk”, ingenuo ma accattivante.

Ah, se volete capire un poco di più lo spirito che anima(va?) Maurizio e Christina (non solo groupie) vi rammento come la canzone che prediligo del solo ed omonimo album dei New Dada è la “Quindicesima frustata” (una dozzina di anni prima di “Whip in My Valise” di Adam and the Ants).



                                                                                                                      Steg



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[1] Dopo il 1977 si muore meno?
[2] Che poi è anche lo scopo del lato destro del blog, a meno che non si preferisca seguire il concetto di inutilità che porta a Le Désir d’ȇtre inutil (in italiano Il desiderio di essere inutile) di Hugo Pratt
[3] Pubblicato due volte in formato CD, ma non so quanto più reperibile della versione in vinile.