"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 10 luglio 2026

NUOVE IATTURE CONTEMPORANEE (Facebook Down Series – 297)

 

NUOVE IATTURE CONTEMPORANEE
(Facebook Down Series – 297)

 

Non so se diverrà una serie.

 

Lo “spritz”, ordinato in automatico dalle donne, quasi “l’aperitivo d’Italia”.
I problemi erano cominciati quando hanno cominciato a parlare, e poi a scrivere, di “bollicine”.

 

Il “d.j. set”: perché?
È sorta di filodiffusione da vorrei non posso.
Angosciante se in un ristorante.

 

Ma tutto cominciò, forse, così: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/12/il-pantalone-e-il-caipiroska-alla.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

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mercoledì 17 marzo 2021

EDUCAZIONE A TAVOLA (Tombstone series – 63)

 

EDUCAZIONE A TAVOLA

(Tombstone series – 63)

 

Le persone che a casa mangiano con le mani la pizza, ma con le bacchette sushi e sashimi.

Gli stessi de “il pantalone”, “la scarpa” e “il Caipiroska alla fragola” (https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/12/il-pantalone-e-il-caipiroska-alla.html).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 11 marzo 2016

CITAZIONISMO IGNORANTE (ancora a questo proposito) (Sniper series – 32)


CITAZIONISMO IGNORANTE (ancora a questo proposito)

(Sniper series – 32)

 

Il blogger Steg usando principalmente l’etichetta/tag “caipiroska alla fragola” ha già scritto a questo proposito in quattro occasioni: il citazionismo (o manierismo) di chi non sa, non ha letto, non ha visto, eccetera, però dice e scrive, male,  spesso usando solo dei titoli.

 

Ma l’escalation (perché nessuno dei suoi seguaci s’accorge di scendere nel maelström) del citazionismo ignorante è ovviamente inarrestabile.

 

Ed allora mi aspetto che sull’onda dell’omicidio di Luca Varani, a Roma nel marzo 2016, qualcuno chieda una editio minor del romanzo di Bret Easton Ellis American Psycho limitata nei contenuti ai marchi citati in detto romanzo.
Incidentalmente: Patrick Bateman compare anche in altre tre opere narrative di Ellis.

 

 

                                                                                                                       Top Shooter

 

 

 

© 2016 Top Shooter
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lunedì 19 maggio 2014

STUFO DEL “TU”


STUFO DEL “TU”

 

Ho già scritto ([1]) della mia insofferenza per le formule di fraseologia che – per paura e/o inadeguatezza di coloro, moltissimi, che le utilizzano – sono impiegate per escludere tutto quello che è, invece, normalità: esemplifico con “tutto bene?” senza ascoltare risposta per paura di riceverne una vera e, giocoforza, sotto la soglia del “bene”, figuriamoci se uno osa rispondere “no, va piuttosto male”.

 

Ma fastidio mi causa, da molti anni, anche il “tu” ad ogni costo: una forma di apostrofazione impiegata come scialuppa di salvataggio da (e di) tutti quelli che cercano di “tocchicciare” la personalità di chi gli sta davanti per scavalcare l’invalicabile. Perché quando si arriva al tu è più difficile essere vaghi e, occorrendo, giustamente scostanti.
Ovviamente non sto descrivendo il “ciao capo” di chi vuole venderci qualcosa per strada: lì è riconosciuta la non confidenzialità insieme alla necessità di un approccio immediato. Nemmeno critico il “tu” sportivo con il compagno di doppio di tennis (o di tatami). Sono meno sicuro se un allievo e un istruttore possano sempre scavalcare il “lei”.

 

No, sono il “tuteare” a ogni costo il vicino di casa; la presentazione obbligatoria con il solo nome proprio che presuppone il “tu”, ma il “piacere” (inesistente eppure sempre detto all’atto del primo incontro) a corollario di quel tu infausto, durante una qualsiasi situazione pubblica irrilevante ([2]).
Tutti a darsi del tu, quando le stesse persone su un mezzo di trasporto pubblico nemmeno sopporterebbero il reciproco contatto, magari.

 

“Io do del lei, perché non permetto e non concedo familiarità”: Aldo Busi ([3]).

 

Quindi se avete la possibilità di parlare per primi, date del lei, altrimenti cercate di capire al più presto se chi vi ha dato del tu è nella patologica norma e, dunque, degno di oblio entro i successivi 5 minuti ([4]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] A partire dal post, dal titolo e sottotitolo chilometrici: “Il ‘pantalone’ e il ‘Caipiroska alla fragola’:” il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose”.
[2] A parte la maleducazione del dire “piacere”.
[3] Dalla intervista rilasciata a Bonsai TV: https://www.youtube.com/watch?v=QrMyvgLQQH8.
[4] Se lo/la reincontrerete userete il “lei” ovviamente.

giovedì 20 febbraio 2014

SE DIVENTA “TROUSER”, IL “PANTALONE” NON MIGLIORA (semiseriamente durante la settimana della moda di febbraio 2014 a Milano)


SE DIVENTA “TROUSER”, IL “PANTALONE” NON MIGLIORA
(semiseriamente durante la settimana della moda di febbraio 2014 a Milano)
 



Una vera e propria branca ([1]) del pernicioso modificare in peggio la lingua italiana è l’Inglese a ogni costo.
 
Chi ride per “I don’t see the hour”, “rigor” o “In Milan you can be very tranquil” ([2]) non si rende conto che quelle espressioni sono di chi tenta di parlare la lingua straniera.
 
Ma perché “fashionista” (sempre che coloro che lo usano sappiano scriverlo e capiscano che quasi è un italianismo) è meglio di “modaiolo”? ([3])
 
“Brand” è sì un marchio, ma soprattutto per il bestiame.
 
Tanto che i grandi traduttori evidentemente traducono.
Ecco quindi che Snoopy nei panni di Joe Cool diventava Joe Falchetto.
 
Si badi che il problema non riguarda sbarbati e sbarbate della Barona o di Centocelle che si ispirano ai loro omologhi di quasi trenta anni fa dediti al hip hop.
Il fatto è che ormai siamo alla prassi e non più alla patologia.
 
Ovviamente anche questo ([4]) è un post ad elenco, con l’aggiunta della variante pronunce.
 
Non vi basta “brand”? Allora avete anche “taggato” e “logato”: peggio in quanto si italianizza e basta. Con buona pace dell’etimologia.
 
E poi ci sono le pronunce:
  • “tì-shirt” invece di “tee-shìrt”,
  • “brog”, si scrive “brogue” e si pronuncia di conseguenza ([5]).
E via così.
 
Non paghi, vi sono anche quelli che si gettano nel “crossover”: ecco allora “cippaggine”, in quanto non pronunciano nemmeno “ciippaggine”, come dovrebbero. Eh si perché la parola sarebbe il composto di “cheap” e “aggine”, ovvero un modesto sinonimo di “dozzinalità”, ma pronunciandolo con la “i” corta è come se scrivessero “cippaggine” che vuol dire poco ([6]).
 
Meglio allora ridere sul mobiliere brianzolo che tornato dagli Stati Uniti racconta delle ottime “t-bon stik” mangiate in Texas.
 
Variazione fuori tema: sui plurali che diventano singoli, non mi ci metto neanche: ma chi dice “la scarpa” è forse un appassionato dell’erotismo con amputazioni [7]?
 
Che fare? Nulla di costruttivo, aumentare il disprezzo e rallegrarsi per non essere parte di queste mandrie di “poveretti”. “Style coach” ([8]) inclusi ([9]).
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Per le branchie della scienza o storpiature su liquori fernet (meglio un doppio scotch diceva qualcuno) rivolgersi altrove.
[2] Quest’ultima frase è meno errata – non è corretta ma si capisce – di quanto si pensi.
[3] È moda? Certo, ed allora: “Fashion […] beep-beep”, con i complimenti a David Bowie per i Brit Awards 2014.
[4] Rinvio al post progenitore: “Il ‘pantalone’ e il ‘caipiroska alla fragola’: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose”.
[5] Che non sia sinonimo di scarpe maschili stringate qualche lettore lo sa già.
[6] “Cip” significa frammento in Inglese; ma poi ci sono: le “blue-chip” cioè azioni ad alto rating (che non è proprio sinonimo di quotazione, a meno di tradurlo con quotazione di lungo periodo); c’è il cip nel poker. Mi astengo dalle espressioni idiomatiche. 
[7] Rendo omaggio a una famosa battuta di Siouxsie a un concerto dei Banshees rivolta a un focoso spettatore che le aveva afferrato la gamba …
[8] “la mia longeva esperienza nel fashion e per la mia personale attitudine di STYLE COACHING”: cioè? Tutto vero, cercate se volete.
[9] Scriverò mai il post sul vizio di “andare a scuola di tutto”?

 

martedì 3 dicembre 2013

FRA “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA” E “PERLE MEDIATICHE”


FRA “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA” E “PERLE MEDIATICHE” ([1])

 
Il mondo è pieno di giornalisti, e non, che parlano di “deserto dei Tartari” di fronte al vuoto.
Sbagliato.

 
Sino ad oggi, però, mi era sfuggito l’impiegare (ancora un giornalista, televisivo, settore sport) come sinonimo di mischia (o rissa) l’espressione “mucchio selvaggio”.
Sbagliato.

 
Beh, il lato buono della situazione è disporre di un numero sempre maggiore di indici per riconoscere l’altrui ignoranza.
Senza perciò smettere di flagellarsi, quando serve.

 

 

                                                                                                                      Steg

 


 

 

 

POST SCRIPTUM: DALLA FRANCIA

 
“- Non so. - Ha riflettuto poi ha detto: - Ho fatto quindici anni di Legione Straniera prima. Lo sapevo. Muppet era stato assunto all’Usine nell’ambito delle categorie protette, dopo aver compiuto il regolamentare servizio nell’esercito, il tempo sufficiente a una pensione. Lo sapevano tutti. Ha esitato: - Mi è capitato più volte di fare la guardia, di sera, nel deserto. Non si è mai visto nessuno.
“- La sindrome di Drogo. Buzzati ne ha fatto un libro memorabile Il deserto dei tartari.
“Muppet mi ha fissato attraverso il fumo delle sigarette. Ha mormorato, come se avessi detto una banalità:
“- Sì, l’ho letto. Non ho visto il film, ma l’ho letto.
“- Non sapevo che ci fosse anche un film. So invece che quel magnifico libro dimostra magnificamente una cosa.
“- Quale?
“- Che né Buzzati né Drogo, il che è più grave, hanno mai montato la guardia, di sera, nel deserto. Né di sera, né di notte, del resto” (da Hugues Pagan, La notte che ho lasciato Alex, Padova, Meridiano zero, 2007, traduzione di Jean-Pierre Baldacci e Luca Conti, pp. 90-91. Titolo originale del romanzo: Dernière station avant l’autoroute, 1997, Editions Payot & Rivages).
 

Geniale o soltanto gènial?

 

 

                                                                                                                      Steg


 





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[1] Rinvio al mio post “’Il pantalone’ e il ‘Caipiroska alla fragola’: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose” e alla mia serie di post “perle mediatiche”.

mercoledì 14 dicembre 2011

IL “PANTALONE” E IL “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA”: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose




IL “PANTALONE” E IL “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA”:
il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose





 
Queste righe possono sembrare meno serie del reale ([1]).


A mia memoria, comincio con un ricordo quasi di infanzia e pertanto di circa 40 anni fa: la mania – innocua tranne per la non correttezza in Italiano – di rendere al singolare “pantalone” il plurale pantaloni da parte di qualche commesso/a di negozio di abbigliamento.
Ma era già un cedimento.



Gli anni settanta del secolo scorso furono piuttosto tranquilli, semmai con la diluizione (allora si diceva “inflazione”) di espressioni colte, delle quali il paradigma massimo rimane “nella misura in cui” usualmente ucciso nello stesso periodo da un “cioè”.


 

Il decennio successivo portò tecnologia e pessimi neologismi: per tutti la “videata” a significare una pagina (ma quale?) riprodotta sullo schermo di computer.
Intanto l’uso del congiuntivo cominciava a vacillare.


 

Grottesco in quegli anni anche il sorgere e proliferare dell’anglismo “il big boss” (per “il capo”). Con il senno di poi era uno dei primi segnali della tendenza a neutralizzare (evitare?) le difficoltà o anche solo la banalità mediante l’estraniamento linguistico.


 

L’accelerazione nei precedenti anni novanta si fa incontrollabile, e quindi esemplifico minimamente: “buona giornata/serata” al posto di “buon/a giorno/sera” (forse parevano antiquati?).
“Ciao bello/a” rivolto a chiunque e senza alcun senso (basta “ciao”), suona come uno slogan per vendere gelati.
“Come va? Tutto bene?” cui fa seguito il discorso di chi lo ha chiesto, ma non ascolta la risposta dell’interlocutore: finta cortesia e paura di veder perforato il proprio umore ([2])?


 

Arriviamo cosi al mostro alcolico (mi risparmio quanto all’uso dissennato di espressioni quali “movida”, “happy hour”): il “Caipiroska alla fragola” doppia devianza sul Caipiriña, il quale già non è un cocktail di rango “mondiale” (per esprimermi secondo AIBES ([3])).
Altri orrori etilici sono prossimi (“dietro l’angolo” avrebbe detto Maurizio Costanzo qualche lustro prima?).


 

La fine dei plurali stranieri declinati correttamente in Italiano (cioè mantenendoli al singolare) è affidata a: “murales” al singolare, “geishe” (fortunatamente non ci sono “karateki”, per ora), etc.


 

Per gli anni duemila e il contemporaneo quasi nulla scampa al massacro del neologismo ottimistico con pretesa seria (di chi lo usa).
Quindi ci si “ri-aggiorna” nell’arco di ore: credo che l’errore sia addirittura doppio.


 

Lo schifo totale lo provo con la parola, inesistente, “scannerizzazione” a indicare una procedura nota e dotata di termine in Italiano ben prima dello scanner. Si badi che essa non è nemmeno – pur se ciò non lo giustificherebbe (semmai “scanning”?) – utilizzata come sinonimo di scansione (appunto), bensì come termine proprio.
Nel frattempo il congiuntivo è quasi morto.


 

Facciamo però una “piccola pausa”: ecco allora “buon week-end” (evidentemente il “fine settimana” è riduttivo) perché sono “stressati” e devono “staccare”.


 

Le “criticità” sono figlie delle “tipologie”.
Infatti il commerciante ha scoperto che “tipologia” suona molto bene (meglio di “categoria”), resta generico e quindi dicendo poco illude meglio: l’acme è raggiunto sulle tipologie abitative o di viaggio (con il risultato che certi alberghi 4 stelle esteri sono delle topaie: in effetti non erano dei 4 stelle ma di “tipologia 4 stelle”).
Sta bene, ma quando si passa da “problema” a “problematica” il gioco è più sottile.
Non solo: chi risolve una problematica è un esperto non lo è chi risolve un problema ([4]).
Siccome anche problematica suona come una difficoltà si arriva alla “criticità”, un termine sufficientemente astratto e serio al tempo stesso, sempre con possibilità per chi la risolve di vantarsene in modo esagerato e serioso (curiosamente poi però parlano di “problem solver”, misteri della approssimazione nell’Inglese).


 

Ed ecco che non si muore più! Si “scompare”, si “lascia”.
Ai funerali la gente si veste male, applaude, fa cose stupide; meglio ancora le esequie diventano “addio” anzi “ultimo addio” (quale sarebbe il penultimo? ([5]))
È possibile “morire” solamente in situazioni che si vorrebbero paradossali tanto sono ammantate di “buono”: lo “shopping”, dopo una notte di “movida”, eccetera.


 

Mia madre ancora “va a fare la spesa”, io se devo andare a comprare un paio di scarpe vado a comprare le scarpe (volendo posso “andare a far compere”).


 

Mi pare che le “criticità” linguistiche non lascino scampo ([6]).


 


 


                                                                                                                      Steg


 


 


 


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[1] Cercherò di evitare di commentare le espressioni impiegate anche da comici o da libri scritti da autorevoli autori ma con taglio ironico.
Analogamente mi astengo anche da commentare parafrasi di titoli di libri per titolare articoli (povero Charles Bukowski), uso di titoli di film per intitolare programmi televisivi e di espressioni “brutte” per intitolare altri programmi televisivi.
[2] Si noti che il “come stai” è più impegnativo perché più diretto.
[3] Associazione Italiana Barmen e Sostenitori.
Anche il Martini non è perfettamente in salute e, per fare un testa coda con la nota successiva, mi rendo conto che talvolta il Negroni è chiesto molto pallido, troppo.
[4] Ma qualora l’idraulico non venisse (cfr. Carlo Fruttero in Fruttero & Lucentini, L’idraulico non verrà, Milano, Mario Spagnol Editore, 1971; ristampato da Il melalogo di Genova nel 1993) sarebbe davvero un problema!
[5] Senza dimenticare “piccola folla” e “grande Kermesse”.
[6] Qualcuno dirà “’sti c***i”, ma qualcun altro, preoccupato, esclamerà “me co***i”. Sempre che sia loro – se non laziali (territorialmente parlando) – nota la differenza fra queste due espressioni, ovviamente.