"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 21 aprile 2014

THE VELVET UNDERGROUND: UNA OSSESSIONE



Cofanetto non ufficiale in 23 (ventitré) copie, constante di 7 CD e 3 DVD
(non parte della mia collezione) 
 
 
THE VELVET UNDERGROUND: UNA OSSESSIONE

 
Innanzitutto una precisazione a guisa di premessa: non esiste una obbligatoria coincidenza fra Lou Reed e The Velvet Underground, nemmeno ne esiste una fra John Cale e The Velvet Underground.
Però difficilmente chi valica la soglia del tempio velvetiano si disinteressa delle carriere soliste dei suoi componenti, che poi si sostanziano non solo in quelle delle due “menti” del gruppo ([1]) ma anche, checché se ne dica (attendo smentite), in quella dell’angelo teutonico Nico ([2]) ([3]).
Per contro qualcuno, non credo molti, può avere Lou Reed o John Cale, ancora più esigua la schiera dei secondi, come artista fra i preferiti senza preoccuparsi del loro passato. Forse.

 

E quasi in forma di avvertimento, più che di premessa, è da precisare che chiunque non si accontenta di ascoltare con satolla attenzione, o volevo scrivere devozione?, la produzione “regolare” (ma quale, soprattutto oggi?) dei VU (sì questa abbreviazione è ammessa), quasi subito va alla deriva in elucubrazioni che – se non fossero nobilitate dall’argomento – sarebbero assimilabili a quelle dei tifosi di calcio, con rimpianti di formazione e fantasie postume davvero incomprensibili dall’esterno e assolutamente prive di ogni rilevanza nel mondo reale e poco appeal anche intellettuale.

 

Qui, forse comincia, appunto, la ossessione.
Ipotesi di un secondo album con il cantato di Nico, sogni ad occhi aperti di un sodalizio indissolubile fra l’aquilino Gallese e il riccioluto bardo della Nuova Amsterdam, e cosi via.

 

Perché un certo giorno ci si accorge che non basterà mai tutto quanto esiste di reperibile in forma sufficientemente agevole (cioè?) di The Velvet Underground.

 

Più che incidentalmente, nel frattempo ci si accorge di altro: Andy Warhol e, “e”, la sua Factory (qualcuno ha detto Edie Sedgwick?).
Ricordo uno dei concerti meno memorabili musicalmente di Siouxsie and the Banshees: quello al Bristol Womad del 1986, ma indimenticabile sotto altri profili. La fidanzata del tempo di Steve Severin, un’adorabile e giovane ragazza soprannominata Cricket, aveva dipinto sulla schiena del suo giubbotto di tessuto jean il volto di Edie Sedgwick, appunto.

 
Ma come si arriva “li`”?
Io, come altri, grazie ([4]) al punk ([5]): un giorno rammenti una recensione e compri un disco semiufficiale stampato in Australia (ce ne sarebbe stato un secondo) ([6]), tempo dopo inciampi già nel CD di VU e/o nell’immediatamente successivo Another View.
Ancora non ci si fa molto caso, c’è tanta di quella musica nuova cui pensare!, sebbene il libro Uptight ([7]) non possa mancare nella propria, seria, biblioteca.
 

Solo anni dopo il gesto irreversibile: il leggendario cofanetto australiano, ancora, che con rigore filologico apre la porta ai devoti casuali, agli ossessivi razionali: un bell’astuccio argentato di formato lungo con tre CD dal titolo What Goes On.
 

Poi sarà tutto in discesa, o in salita, dipende dai punti di vista.
Il quintuplo Peel Slowly And See può soddisfare da solo unicamente chi si illude di essere un illuminista sonico in un’epoca nella quale il concetto di enciclopedia appare ormai e purtroppo destinato a scomparire.
 

Altrimenti si allineano e si pongono in debito ordine tutti questi frammenti, belli anche sensorialmente alla vista e al tatto (cito per tutti il quadruplo CD Caught Between The Twisted Stars) o semplicemente confortanti: sia esso il doppio ufficiale Fully Loaded o il clandestino Searching For My Mainline in versione AAD (più ricco dell’originario vinile multiplo).


Con tutta evidenza, la storia è ormai infinita e nemmeno appassionante, si è già nelle discussioni sulla prevalenza qualitativa del suono monofonico o stereofonico ben prima di quando diventi di moda, a tacere dei missaggi alternativi.
 

L’unico vero sobbalzo è una piccola favola vera: il giovanotto che letteralmente inciampa in un disco anomalo in un mercatino delle pulci manhattanita: qualche spicciolo gli assicura la proprietà dell’acetato di Norman Dolph: cioè una versione inedita del primo album, detto in parole povere.
Senza perderci troppo il sonno, degli intrepidi giapponesi ([8]) immettono sul mercato come bonus “ad altro” quell’acetato in formato CD.
Fine, sebbene in argomento Fernanda Pivano scrisse un inutile e nemmeno preciso articolo sul Corriere della Sera.
 

Playlist obbligatoria: “All Tomorrow’s Parties”, “White Light/White Heat”, “Sister Ray” e, per il testo, “Heroin”.
Bonus track, c’è lì già aria di futuro: “Rock & Roll”.
 

Non ci credete? Provate qui, allora: http://olivier.landemaine.free.fr/vu/index.html.

 

 
                                                                                                                      Steg
 

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[1] E le derivazioni poi si fanno onerose: se Cale produce l’esordio di The Stooges, David Bowie produce non solo Lou Reed ma anche Iggy & The Stooges.
[2] Prodotta da John Cale.
[3] Non me ne abbiano i “totalisti”, ma Moe Tucker e Sterling Morrison ci lasciano ben poco da ascoltare.
[4] Ci fossi arrivato prima non necessariamente sarei progredito negli ascolti.
[5] I lettori storici del blog forse lo avevano intuito.
[6] Gli album in questione sono, rispettivamente: Etc. e And So On.
[7] Di Victor Bockris e Gerard Malanga, sottotitolo: The Velvet Underground Story.
[8] Per chi volesse cimentarsi, oggi, nella ricerca: si vada a recuperare tutta la produzione della Nothing Song, nella tiratura originaria.



 

lunedì 28 ottobre 2013

ROCK N ROLL ANIMAL -- FRA I TRE ACCORDI E L’ACCORDO SOLO


ROCK N ROLL ANIMAL

 

Chiamate Furio Colombo!
Il fatto che io provi un fastidio quasi fisico per lui ([1]) non significa che io eviti di riconoscergli dei meriti.
Probabilmente si tratta della sola persona in Italia in grado di scrivere un obituary soddisfacente di Lewis Allan Reed al di fuori dei pochissimi reediani d’acciaio (chissà quel romano che ...) i quali non frequentano i media tradizionali.
 

Quando morì Nico, poca fu l’eco.
Io ero in vacanza in Francia e con me avevo la prima edizione di Psychotic Reaction and Carburetor Dung di Lester Bangs: i casi della vita.

 

E che dire della morte di Sterling Morrison? Una riga.

 

Dunque, The Velvet Underground sono finiti oggi, 27 ottobre 2013 ([2]).

 

Gli scenari non esistono, esistono soltanto le prossime uscite e tutti quelli che corrono tardivamente a comprare un CD o, tristezza, scaricare a pagamento una registrazione senza tutto l’apparato visuale che è parte del tutto.

 

Ho scritto di New York, dunque ho scritto anche di Lou Reed.
Ho scritto di David Bowie, dunque ho scritto anche di Lou Reed.
Ho già scritto anche di Lou Reed.
Lou e John contro gli eredi di Andy Warhol: anche di quello ho scritto, con tristezza posto che Drella aveva riunito i separati fondatori del cruciale quintetto (perché il primo album comunque comprende anche Nico) contra hippy ([3]).

 

Per altre considerazioni, lascio la pagina (in parentesi quadra un possibile titolo, mio, e mie precisazioni per rendere il testo più chiaro) a Glezos (e per i più curiosi: cercatevi il numero del marzo 2013 della rivista italiana Blow Up).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

[FRA I TRE ACCORDI E L’ACCORDO SOLO]

 

L’ho visto per la prima volta in carne ed ossa nel febbraio 1975, poco più che bambino – il bambino ero io, mica lui. Un amico di famiglia quella sera al Palalido di Milano era nel servizio d’ordine, e oggi penso al rischio di portarsi dietro un infante infatuato dalla fama controversa di Lou Reed, sbarcato per la prima volta nel Bel Paese. Erano i tempi di ‘Sally Can’t Dance’, su ‘Ciao 2001’ c’erano le pubblicità dell’album e del tour italiano, ma lo conoscevano i proverbiali quattro gatti. Chi oggi snocciola rosari, quelli che da oggi sono Vedovi Reed, dopo essere stati Vedovi Di Chiunque, all’epoca erano molto presi da tutt’altro, tra una barba una boccetta di patchouli e la loro brava stecchetta d’incenso condita da un “fumante tè indiano” (se mi leggi sto parlando di te, caro mio, ho ancora il tuo nome insieme a tutti gli altri ben stampati in testa).

 

Chi conosceva Lou Reed? Alcuni, pochi, nessuno. Un bel po’ di tempo fa Sergio Messina mi parlava dei viaggi mentali (e a volte non solo mentali) che in quel di Roma ci si faceva solo guardando la copertina degli LP dei Velvet Underground, magari concentrandosi bene su Nico. Quando venni a sapere particolari e aneddoti sulla bionda tedesca musa di tanti (fonte: l’Equipe 84 del periodo romano, 1964-65, con lei che si era invaghita di un membro del gruppo) il mito si autoregolò a scartamento ridotto. Ma su di lui, Lou Reed, beh, la partita era di quelle sospese per nebbia.

 

Come andò quella sera al Palalido fu immediatamente leggenda, per niente metropolitana. Branduardi e String Driven Thing come support acts, gli ‘autonomi’ che strappano i cavi a questi ultimi (la band del futuro Van Der Graaf Graham Smith, sopravvalutatissimo violinista dal sound che più nevrastenico non si può). E poi arriva Lou Reed, che riesce anche a suonare qualcosa tra cui ‘Heroin’, mentre gli slogan del gruppo nel secondo anello vanno avanti imperterriti e lui li fa inquadrare con un faro e dice qualcosa del tipo “Choose between those motherfuckers and me”, e se ne va. Io lì in prima fila che non capisco cosa cazzo succede, il gruppo di contestatori scende sotto, sale sul palco e inizia un delirio al microfono con highlights rappresentati da parole come “musica gratis” - “ambiguità politica” - “lotta contro questo e quello”. Il mio amico del servizio d’ordine mi prende per il collo e mi trascina negli spogliatoi del Palalido, e da una porta metà aperta si vede lui che singhiozza abbracciato dal suo uomo/donna dell’epoca (“Oh, hai visto? Sta veramente con un travestito!!!”). Se ne lessero di ogni, dopo una commediola all’italiana in tutto e per tutto. Il fatto che i contestatori gravitassero attorno a Stampa Alternativa di Marcello Baraghini, beh, era quasi esilarante. Famosa la dichiarazione di una supposta (di nome e di fatto) attivista che sbottò nell’ indimenticabile “Faccio la militante tutto il giorno, ho diritto anch’io a un po’ di relax!!!”. Such a perfect day.

 

Ah sì. Lui, quello di Patty Pravo, ‘I giardini di Kensington’, sì sì, adesso ricordo. Recensioni degli album post-Velvet, nessuno li compra. Dopo le date-disastro di quel tour italiano (ne erano annunciate altre, alcune non si tennero, altre non ebbero nemmeno inizio) la solfa resta identica. Non se lo fuma nessuno. Poi il punk, e qui Lou Reed cambia pelle o meglio gliela fanno cambiare, dal momento che improvvisamente torna comodissimo per far dire ai Piergiuseppe Caporale & compagnia “Eh, ma vuoi mettere con Lou Reed”. Quindi, tutti in coda dal Precursore, il Primo Punk, quello di Warhol, noi che lo seguiamo dagli inizi. Negli USA [“]i[”] John Holmstrom ([i quali] sanno benissimo chi è, loro scrivevano su ‘Punk’, mica su ‘Ciao 2001’) lo intervistano per metterlo in mutande. Lui ovviamente non ci casca, risponde per le rime e diventa da pre-eroe a post-stronzo. Qualche anno dopo, anche lì scatta la sindrome da allegato letterario del New York Times: lui pre-questo, pre-quell’altro e soprattutto Vera Anima Della Grande Mela. Che a lui piacesse pensare di essere il verme, in quella mela, questo sembra non avere sfiorato la mente di nessuno. In mezzo, i pochissimi che sotto tutte le latitudini fin dai primi giorni solisti hanno umilmente comprato i suoi dischi in assoluto silenzio, facendo sacrifici orrendi per averli, e ai quali lui ha fatto compagnia mentre crescere si rivelava quella cosa descritta nelle ‘Liaisons Dangereuses’, “la vita non è quello che pensavamo noi”.

 

Non era quello che pensava neanche lui, e quello che resta – la sua musica, almeno fino a ‘Metal Machine Music’ – lo dice sempre. Quello che è venuto dopo è conversazione da tabaccheria, a metà strada tra ‘Smoke’ e ‘Blue In The Face’. Nemmeno l’ingloriosa passerella da malato coi Metallica da Fazio conta qualcosa. E soprattutto non ci dice niente, se non che quello che sostiene Lemmy [dei Mötorhead] (“Se tuo padre è uno stronzo e muore, è uno stronzo morto”) non vale per Lou Reed.
Sempre che John Holmstrom sia d’accordo, adesso.

 

 

                                                                                                                      Glezos

 

 

 

 

 

POST SCRIPTUM

Provo discreto fastidio per tutti quelli che hanno dichiarato che adesso è “finito tutto”.
Avete visto la foto del 2011 di Morrissey con Lou Reed? Reed ha già un’espressione persa, debole, irreversibile.
Soltanto persone come John Cale o David Bowie possono dichiarare quello che hanno dichiarato.

 

Posto, però, che nessuno ha in tasca la verità, vi suggerisco di cercare “People Who Died” di Jim Carroll (ne esiste anche una versione di John Cale, come ho scoperto nel blog di una rivista finanziaria!). Jim Carroll è morto già da anni, con poche parole spese in sua memoria.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

© 2013 Glezos, Milano, Italia.
     © 2013 Steg, Milano, Italia.
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[1] Come per tutti i genuflessi alla Famiglia Agnelli.
[2] Nello stesso giorno morì, nel 1990, Ugo Tognazzi.
[3] Che “un” Pigpen fosse disperato non toglie alcunché alla immagine scanzonata di Haight Ashbury.

mercoledì 29 agosto 2012

NICO (or how fans are – mostly – still the same as thirty years ago and worth very little)

NICO
(or how fans are – mostly – still the same as thirty years ago
and worth very little)
 
Today, it’s 2012 not 1967, I’ve been hit by another sad truth: fans are still just fans, most of them are worth very little.
This is not something new, to be honest, but I thought times changed (for better). The late John McGeoch told me not to bother about Siouxsie and the Banshees average fans, while we were leaving on a van the London Hammersmith Odeon: it was the summer of 1981, we were heading for the Cunard Hotel where it would’ve been held the “End of the Ju-ju Tour party”.
 
So they are releasing a 6 discs “super deluxe edition” of The Velvet Underground & Nico album in two months time.
You check the web for reviews and further information about this boxed set (you know I am not very happy about this never ending deluge of expensive editions of records we already own sometimes in multiple copies and formats) and you find almost insulting words for Nico. Sad and stupid opinions.
 
Nico opened for Siouxsie and the Banshees during the autumn tour of 1978. She opened for Bauhaus too, in October 1981.
Nico acted in La dolce vita: you fans like “blindly” Federico Fellini (I don’t).
Nico had the guts to have relationships, inter alia, with Iggy Pop (you fans may not like him) and with Jim Morrison (you fans probably liked him).
 
You average fans of Velvet Underground are just fans.
You fans maybe do not even know what were Nico’s relationships with “saint” Lou Reed and “I do not like him but have to kneel before him” John Cale.
 
You fans behave just like Alain Delon, who had a son with Nico but not the guts to legally acknowledge him – Ari – his son.
 
You fans, little janitors of pretentiousness.
 
I do not believe that such little and selfish people will get better.
So they can just stay within their little world, in which Velvet Underground were a boy band (Moe Tucker notwithstanding).
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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giovedì 2 febbraio 2012

GOING BANANAS? (ovvero note semiserie a proposito di diritto d’autore, diritti della personalità e santificazioni affrettate)

GOING BANANAS?
(ovvero note semiserie a proposito di diritto d’autore,
diritti della personalità e santificazioni affrettate)

La notizia è molto più interessante (anche al di fuori del profilo giuridico) di quel che sembri.
Provenendo dagli USA, da New York City in particolare, essa mi risulta ancora più cara.
I soggetti coinvolti, poi, dei monumenti. Ma coloro che sono il casus belli in realtà sono a stento menzionati.

I fatti, come sono risultati prima da scarni rapporti di agenzie d’informazione serie (Reuters) e siti Internet a prova di sensazione (BBC), e poi dalla lettura dell’atto introduttivo della causa (20 pagine), sono qui riassunti ([1]).
The Velvet Underground ([2]) nel gennaio 2012 intentano – presso una corte di Manhattan, in applicazione della normativa federale sul copyright (ma per smentirne l’applicazione in favore della controparte), falsa designazione dell’origine dei prodotti, concorrenza sleale in base alla normativa statale applicabile, appropriazione indebita del “valore” assunto dal marchio (in modo incidentale si possono ipotizzare diritti alla immagine commerciale) ([3]) – una causa contro la Andy Warhol Foundation for Visual Arts.
Ciò in quanto la fondazione lo scorso 2011 ha concesso in licenza ad Apple (ecco i “rovina famiglie” – more to follow) l’artwork della banana sbucciabile del primo album ([4]), The Velvet Underground and Nico, per impieghi commerciali.

Notevole vicenda perché:
  • pare improbabile che gli artisti abbiano diritti patrimoniali di qualche genere su questo che realmente si può chiamare (più che “lavoro d’arte”) “opera d’arte”, ma come vedremo non si parla, per ora, di artisti in senso stretto,
  • costume vorrebbe che quella “copertina” fosse stata pagata dal produttore di fonogrammi dell’album in questione: MGM Records (allora, oggi Universal). Evidentemente non fu così, anzi il gruppo e il Maestro Warhol si divisero un anticipo di 3.000,00 dollari;
  • Andy Warhol, in ogni caso, fu il catalizzatore del riavvicinamento fra Lou Reed e John condusse al loro album dedicato al comune mentore: Songs For Drella, pubblicato nel 1990. Del 1992 è poi la reunion di The Velvet Underground.

Eppure il sicuramente litigioso Lou (Statunitense) e il più riflessivo John (Gallese) conducono ([5]) attraverso la loro “partnership commerciale” ([6]) una campagna contro – non il colosso Apple, del resto “terza parte” e se fossimo in Italia sicuramente immune da critiche in diritto, ma – l’anello debole e cioè gli eredi di Warhol, una fondazione, in una vicenda che ha chiaramente delle connotazioni emotive ben ponderate dagli attori nella causa.
Peggio di così non si può, nel senso che è piuttosto sgradevole l’operato forse superficiale di chi gestisce la AWF, un’iniziativa tale da indurre due artisti certo non alle prime armi a un passo formale corretto (secondo la loro impostazione), ma che sa di lite familiare, di una famiglia solida al di là di liti e ripicche ormai dimenticate anche in ragione della morte di più di un membro della medesima.

Quale è il problema? Che The Velvet Underground non vogliono essere associati a una commercializzazione della banana warholiana senza essere interpellati e prestare il loro consenso ([7]); poiché peraltro l’associazione fra prodotti (Apple) e artisti è effettivamente inevitabile l’unico rimedio è quello di fermarla legalmente.

Causa vinta, dunque? Nessun bravo avvocato vi direbbe di sì e le complicazioni non sono modeste; però diciamo che sulla carta se si presentassero i Signori Reed e Cale nel suo studio, una diffida ad Apple la avrebbe scritta anche un avvocato appassionato di folk vietnamita nato nel 1982.
Comunque (e dopo infruttuose diffide, appunto), la band, o meglio i suoi rappresentanti, chiede che sia bloccata ogni iniziativa commerciale non autorizzata e un bel risarcimento per i danni subiti.

Senza sputare sul consumismo, può in effetti dare fastidio anche a chi considera The Velvet Underground dei giganti (e non solo a loro, quindi) un uso disinvolto di immagini a loro necessariamente associabili.
Pertanto, l’azione giudiziaria intentata non stupisce.

E le santificazioni? Beh non mi pare che alla morte di Steve Jobs le voci stonate siano state molte, ammesso che ce ne siano state.
Anzi, usualmente “buono Jobs e cattivo Gates” è un mantra accattivante per coloro che usano l’informatica. O sbaglio? Per me nessuno dei due è buono o cattivo, e occorre ragionare in altri termini.

Eppure, appunto, Apple (vivo Jobs) non è che con i titolari dell’altra Apple (The Beatles, ovviamente) avesse sempre avuto dei rapporti idilliaci.
Eppure, ancora, mi pare che i nasi si storsero solamente quanto Microsoft ottenne da Mick Jagger e Keith Richards (cioè dal/dai soggetto/soggetti che gestisce/gestiscono i diritti editoriali e quelli “connessi” dei Rolling Stones) la licenza per l’uso di “Start Me Up” (opera e registrazione, appunto).

Una conclusione (piuttosto che una morale)? Non tutti per del danaro accettano tutto ([8]).
In ogni caso, occorre sempre non peccare di superbia o presunzione oppure semplice ignoranza dei delicati meccanismi che legano persone, opere dell’ingegno e diritto (o anche solo persone e diritto) e che poi da questioni di principio diventano questioni patrimoniali.
Inoltre, non si deve nemmeno mettere acriticamente e perennemente sul piedistallo qualcuno, con la pretesa che tutti vorranno un suo “santino” nel proprio portafoglio e che gli (cioè alla “sua” impresa o alle “sue” imprese) attribuiranno, acriticamente, la capacità di realizzare solo prodotti perfetti e da tutti desiderabili.


                                                                                                                      Steg



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[1] Questa è quindi la seconda versione del post che viene pubblicata, in sostituzione della prima (i fatti extragiuridici rimango gli stessi).
[2] Poiché è la versione più accreditata, mantengo il “The” in tutto il post.
[3] Ricordo come nei sistemi di Common Law i diritti morali di autori e artisti siano piuttosto blandi.
[4] Colgo l’occasione per domandarmi come mai Stefano Bianchi, giornalista preparato e attento, abbia speso due pagine piuttosto laudative sulla mostra “Da Bacon ai Beatles” che, come ho scritto, ha anche confuso questo artwork con una banale imitazione.
[5] I siti e le agenzie si riferivano invece al gruppo. Non essendo così, l’illazione per cui potessero essere coinvolti Moe Tucker e, financo, gli eredi di Sterling Morrison e Nico è priva di fondamento. Il che non esclude che in caso di successo della causa, possano ipotizzarsi altre dispute.
[6] Di cui sono i “general partners”.
[7] L’immagine del frutto, in sé, pare fosse stata prelevata da Andy Warhol da una pubblicità peraltro non più protetta da alcuna norma giuridica: ciò non stupisce.
[8] Anni fa Tom Waits vinse una causa in Italia per un’iniziativa editoriale condotta senza la sua autorizzazione, eppure si trattava di commercializzare la sua musica.

sabato 10 dicembre 2011

LA MOSTRA “DA BACON AI BEATLES” È MODESTA

LA MOSTRADA BACON AI BEATLES” È MODESTA

La mostra che si può visitare alla “Permanente” di Milano, intitolata “Da Bacon ai Beatles” è modesta.

Comincio dalla copertina di Sticky Fingers di The Rolling Stones che è presentata con una copia bidimensionale, una riedizione di chissà quando, cioè mancante della vera cerniera lampo che ne era parte integrante e giustificante l’intervento di Andy Warhol; faccio presente che esiste anche una ristampa in formato CD con la cerniera, quindi nessuna scusa.

Poco senso ha anche un disco postumo de The Velvet Underground con una (rectius presentato sotto forma della) copertina warholiana scarsamente significativa e verosimilmente frutto dell’ufficio artistico del produttore di fonogrammi che lo pubblicò.
Ciò perché il loro eponimo & Nico esordio con banana sbucciabile ha avuto un numero di edizioni tale da rendere inescusabile anche questa scelta.

Cosa resta? Molto poco in quanto le opere straniere sono conosciute o non molto significative, quelle italiane anche meno (per Mario Schifano, rivolgetevi altrove).

Dato il prezzo del biglietto e la esiguità delle categorie di possibili visitatori aventi diritto a una sua riduzione, sconsiglio la mostra a meno che - come me - non siate degli appassionati di Francis Bacon una cui opera molto bella riesce però ad essere riprodotta nel catalogo della mostra con colori approssimativi.

Eppure quanti “crediti” fra organizzatori e sponsor.
Un’ultima annotazione: inutile anche il sito ufficiale del museo.


                                                                                                                      Steg



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