PIERO
MANZONI DUE
(ovvero
la rimessa a nuovo dell’artista, morto o vivo)
Leggo un libro
pubblicato nel 1990: L’ultima linea di
Piero Manzoni, scritto da Paolo Barrile.
Un romanzo ma con
molte notizie, dunque una finzione cronistica.
Piero Manzoni
non è un santo, e lui difficilmente avrebbe voluto esserlo.
Casualmente,
riordinando la mia piccola bibliografia manzoniana, in questo dicembre 2014
incappo in una notizia vecchia di un anno e più; la Fondazione Manzoni intentava
causa a Dario Biagi per il suo libro
Il
ribelle gentile (
) in
quanto esso sarebbe diffamatorio. Certo non è “ufficiale” come la biografia
scritta da Flaminio Gualoni sotto l’egida della Fondazione (
) quel
volume, ma proprio il suo autore lo dichiara e peraltro di ricerche ne ha
fatte.
La Fondazione è
soccombente, in quanto il volume di Biagi non risulta ritirato dal mercato.
In base a un
complesso di norme della legge n. 633 del 22 aprile 1941, “
gli autori delle opere d’arte e di manoscritti hanno diritto ad un
compenso sul prezzo di ogni vendita successiva alla prima cessione delle opere
stesse da parte dell’autore” (
) e
anche se il massimo ammontare di questo compenso è di Euro 12.500,00 (
),
considerati i valori d’asta raggiunti da Manzoni non si tratta esattamente
della mancia al lustrascarpe.
Ecco allora che
come con Hugo Pratt (da vivo e da morto) e con David Bowie (da vivo) e con
Morrissey (da vivo), un’immagine ben definita e accattivante dell’Artista
Manzoni non è irrilevante.
Forse per
questo, se quasi un quarto di secolo fa affermazioni - da interviste di Barrile
- come: “
A Piero, soprattutto alla fine,
andava bene tutto: bianchini, pernod, vermouth, vino, soprattutto vino” (
) e “
Piero [...]
era in coma etilico. Nanda [Vigo, sua fidanzata]
lo sapeva, ma non era preoccupata” (
) e “
Dicono che Piero si fosse suicidato. Non è
vero. Ma in un certo senso può essere. Lui stesso mi confidò negli ultimi
tempi, e in diverse circostanze, di averci pensato” (
) potevano
essere tollerate (o non conosciute o, addirittura, conosciute ma semplicemente
scientemente denegate), nel 2013 possono essere pregiudizievoli (
).
Del resto,
l’affermazione della sorella minore di Piero Manzoni, Elena, rinvenibile nel documentario
del 2014, ufficiale evidentemente, Piero
Manzoni Artista (regia di Andrea Bettinetti), per cui egli avrebbe
impiegato per la realizzazione della propria Merda d’artista delle preesistenti confezioni di carne in scatola
appare risibile: chi ha mai commercializzato razioni da 30 (trenta!) grammi?
Per quale motivo
doveva mentire Dadamaino (nata Edoarda Emilia Maino) a Barrile dichiarando nel
1990 (forse 1989) che Manzoni defecava per finalità multipla, ma nobile (secondo
altri ivi si sarebbe “allenato”, per poi produrre a casa propria) nella vasca
da bagno di Via Bitonto, in quell’appartamento milanese di proprietà dei
genitori di Edoarda, giovane sodale di Piero? (
)
Ma così vanno le
cose, e quindi nessuna menzione dell’opera di Barrile da parte della biografia
che gode dell’investitura della Fondazione, e nemmeno della tesi di diploma di
Mauro Maffezzoni del 1986 (
) e
neanche della tesi di laurea di Antonella Fabemoli, concittadina di Manzoni,
del 2003 (
): tutti e tre i volumi sono
citati da Biagi (
).
Ebbene, questo tipo
di revisionismo storico continua a non piacermi, lo ho già scritto (
), ma
è meglio essere chiari.
Steg
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