"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 23 ottobre 2025

SENZA DAVE BALL … (Facebook Down Series – 169)

 

SENZA DAVE BALL …

(Facebook Down Series – 169)

 

Senza Dave Ball, non ci sarebbero stati i Soft Cell.

Credo sia incontestabile.

 

https://www.nme.com/news/music/soft-cell-and-the-grid-electronic-pioneer-david-ball-has-died-aged-66-a-wonderfully-brilliant-musical-genius-3901635

 

Dimenticavo: “Youth has gone”:

https://www.youtube.com/watch?v=6fsM6nmNpa8&list=RD6fsM6nmNpa8&start_radio=1  

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 25 aprile 2025

PREGO IL SIGNOR GIUSEPPE VIDETTI (Facebook Down Series - 120)

 

PREGO IL SIGNOR GIUSEPPE VIDETTI

(Facebook Down Series - 120)

 

Prego il Signor Giuseppe Videtti di NON ispirarsi a miei vecchi post per, suoi, scritti di oggi.

 

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/05/quale-orgoglio-sniper-series-24.html

 

 

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martedì 26 dicembre 2023

HANIF KUREISHI?

 

HANIF KUREISHI?

 

Un anno fa, Hanif Kureishi ebbe un incidente che gli cambiò la vita ([1]).

 

Citai questo autore ([2]) in un ormai antico post ([3]) per mettere in guardia a fronte di certa memorialistica spicciola vestita da romanzo, italiana e non, “molto lavandino e poco dramma” (per dirla fra Morrissey e Marc Almond: peraltro giganti, caduti o meno, nel loro àmbito musicale).
E ne avevo ben donde!: anche quasi dieci anni dopo ([4]).

 

Non è cambiato nulla, direi.

Anche fra i lettori, soprattutto non britannici, credo, di Kureishi.

 

Di questo autore ricordo, oltre all’immancabile (ma quanti lo hanno letto? ([5])) The Buddha of Suburbia, la curatela, cum Jon Savage ([6]), de The Faber Book of Pop: fondamentale esempio di un genere che forse non è mai esistito, ma di cui fa parte anche Ball The Wall di Nik Cohn ([7]).

 

 

 

Nota bibliografico-sistematica: questo post si colloca fra Seasons Greetings Series, Sketches series (half), forse un guizzo di Sniper Series, non ne “Tombstone Series” per evidente eccesso di note a piè pagina.

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

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domenica 10 maggio 2015

MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NON CREDO


MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NON CREDO

 

In una vignetta di oltre 35 anni fa pubblicata sul New Musical Express, Ray Lowry ([1]) disegna la scena in un locale in cui fa l’ingresso un personaggio stilizzato dei suoi usuali e dichiara: “I am Oscar Wilde and these are the Wilde Ones”.
 
Il giorno 8 maggio 2015, a Milano, ho seguito un convegno intitolato “Il ritratto di Oscar Wilde”.
La maggioranza delle relazioni è stata interessante, ma quella del relatore che presiedeva il consesso mi ha deluso, a parte il fatto che mi è parso di leggere negli altri relatori, tranne uno, un discreto smarrimento per il tema trattato (mia impressione?).
 
La relazione è quella del professor Alex Roger Falzon (Università di Siena), intitolata suggestivamente “*Wilde!*Pop!*& Morrissey!*”, ma in realtà dedicata per la quasi totalità a tratteggiare Morrissey come, quasi, l’erede di Oscar Wilde.
Ebbene dissento e vi spiego perché ([2]).
Precisazione preliminare: nulla quaestio sui riferimenti specifici a Mozzer, ma assolutamente  decontestualizzati rispetto a tutto il resto e portati a conclusioni che reputo eccessive.
 
1) A fronte di alcune citazioni di Ian Chambers (da Urban Rhythms – volume che forse, siccome edito in Italia, risulta molto evocato soprattutto da coloro che scrivono “di punk”) da parte del relatore, nemmeno una citazione di Dick Hebdige, cui si deve – per lo meno – un’attenzione per le sottoculture anteriore a quella di Chambers, come ben noto per lo meno agli studiosi e appassionati della materia delle sottoculture giovanili.
 
2) Mi ha poi stupito il fatto che né il professor Falzon, e nemmeno il professor Fabio Cleto (Università di Bergamo, autore di una interessante relazione e esperto del fenomeno “camp” ma anche della scena musicale britannica dagli anni settanta in poi), abbia citato il videoclip (del 1979, regia di David Mallet) della canzone “Look Back In Anger” di David Bowie, considerato che: da un lato, l’opera musicale richiama gli “angry young men” di John Osborne (citato nella relazione qui in commento), dall’altro, il video, appunto, è in parte basato proprio su The Picture Of Dorian Gray.
 
3) Michael Bracewell, come si presume noto al relatore che lo ha evocato, è il marito di Linda Mulvey, in arte Linder Sterling (Ludus e non solo), ovvero la miglior amica di Stephen Patrick Morrissey. Ben conosco England Is Mine citato.
Dunque le considerazioni di Bracewell (di cui ho letto molto, inclusa la sua “non-biografia” sui Roxy Music) sono spesso “biased” pro-Morrissey.
 
4) Quanto al cd. genere “kitchen sink drama”, ancora citato dal relatore, un ottimo contendente (e certamente caleidoscopico artista nella sua carriera) è Marc Almond, fra l’altro molto più londinese (seppur non nato nella capitale del Regno Unito) di Morrissey.
Nemmeno una parola su di lui nell’intervento qui commentato.
 
5) Di origini irlandesi è anche John Lydon. Lydon, che come Johnny Rotten nella primavera/estate 1977 fu aggredito a motivo di “God Save The Queen” da lui cantata come front-man dei Sex Pistols.
Prima autobiografia di John Lydon: titolo No Irish, No Blacks, No Dogs.
Conseguentemente, Morrissey non può essere in alcun modo considerato un unicum per l’album di The Smiths The Queen Is Dead oppure per “Margaret On The Guillottine” (dal suo album solista Viva Hate).
 
6) Si consideri, poi, il “poor dressing style” di Morrissey.
Occhiali NHS e gladioli nella tasca posteriore dei blue-jeans risalgono a lustri fa, quanto a note in argomento.
E la camicia dorata (epoca del Your Arsenal Tour e già nella data, sempre del 1992, al Finsbury Park di Londra) dirà qualcuno? Beh quella la indossava già – con cerniera lampo centrale (o era un windbreaker sul petto nudo, poco importa) – Mick Ronson nel video (tratto dall’Old Grey Whistle Test, della BBC, del 1972) di “Oh! You Pretty Things” di, ancora, David Bowie.
Anche a ritenere Oscar Wilde un recuperatore di stili d’abbigliamento anteriori, dunque un dandy di ritorno?, non c’è possibilità di sostenere che Morrissey possa essere epigono del primo in questo ambito.
 
In conclusione, ritengo che Morrissey sia un ottimo sostenitore di Oscar Wilde (ma anche delle New York Dolls, di James Dean – posseggo i due pamphlet morrisseyani loro rispettivamente dedicati –, etc.).
Egli, però, non è certo quell’unicum wildeiano che il professor Falzon vorrebbe tratteggiare.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Qualcuno forse lo conosce per, o anche per, i suoi lavori per The Clash.
http://en.wikipedia.org/wiki/Ray_Lowry
[2] I punti che seguono sono, essenzialmente, stati inviati anche al professor Falzon. Posto che è stato cancellato lo spazio di discussione sugli interventi.

giovedì 22 maggio 2014

QUALE ORGOGLIO? (Sniper series - 24)


QUALE ORGOGLIO?
(Sniper series - 24)

 

Oggi, 22 maggio 2014, Charles Aznavour compie 90 anni.
C’è una sua canzone “Comme ils disent” (del 1972), ripresa magistralmente (e con buona aderenza testuale) da Marc Almond con il titolo “What Makes a Man a Man”, che non è così conosciuta in Italia ([1]).
È la storia di un uomo che vive con la madre e lavora come artista, travestito da donna, in un locale notturno.

 

Per chi si ricorda, e ricorda, gli omosessuali soltanto in occasione delle celebrazioni del Gay Pride.

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

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[1] Il titolo della versione italiana è “Quel che si dice”.

venerdì 20 luglio 2012

MARC ALMOND


MARC ALMOND



Il fatto che io non ami molto le esecuzioni dal vivo, anche quando si tratti di Thelonious Monk o di Miles Davis, credo sia una garanzia.
Per Marc Almond posso affermare che talune sue esecuzioni in pubblico sono essenziali.
Ma forse il dettaglio non sorprende se si considera la dimensione eminentemente “da palco” di questo artista, nella quale appena i riflettori si spengono le pietre preziose tornano ad essere solo lustrini.
Il che spiega anche quella fascinazione per la Spagna di Almond: lui ragiona con quella serietà e quella drammaticità di chi si espone alla gloria e al rischio con indosso solo un traje de luces: il torero.
 

Arrivava dal nord Marc Almond, a Londra, insieme al sodale Dave Ball, dopo quel Futurama a Leeds e un EP autoprodotto (raro e molto falsificato) sotto lo pseudonimo collettivo di Soft Cell.
Cosi nel suo bagaglio di note aveva non solo il punk e i suoi post(-umi), ma anche gli echi del Wigan Casino e dei soul boys dalle mani sporche di talco per rotare in pista come dervisci elettrici nella tenebra del fine settimana.



Le illazioni sugli orientamenti sessuali di Marc Almond provvide lui stesso a dissiparle, in maniera sempre più manifesta, man mano che il successo (davvero inspiegabile) del floor filler “Tainted Love” scemava pur rivelandosi un long seller da primato.
Intanto, con il loro manager Stevo i Soft Cell affrontavano schizofrenicamente la scena musicale: album non facili (anche il primo) e singoli da pista da ballo (ma che dire di “Say Hello, Wave Goodbye” o della monumentale ([1]) e totemica “Torch”?).


In effetti, ho problemi a indicare una scelta di partenza al neofita, in quanto almeno una decina di album si presentano siccome imprescindibili ([2]).
Anzi, addirittura la raccolta in triplo CD delle extended version di canzoni dei Soft Cell si rivela importante.


In una visione artistica di kitchen sink drama, Morrissey lascia in sottofondo scontato il fatto che il rubinetto del lavandino sgocciola.
Ebbene Marc Almond riesce – anche – a raccontarvi quel rubinetto. Ma egli riesce, altresì, a rendervi partecipe di serate effimere epperò piacevoli.
Insomma per me (e senza fare paragoni ulteriori) Almond è un artista molto completo capace di avventurarsi in generi che solo la sua voce, che voce!, può affrontare con impegno ma senza timori reverenziali superflui.


Per una volta, mi concedo una sintesi, proprio perché è una contraddizione in termini, ma prevede, appunto, la conoscenza dell’intera sua carriera: se volete ascoltare una sola canzone di Almond (e Ball), allora affidatevi a “Youth” dei Soft Cell, con testo in contemporanea lettura.
Poi ne riparliamo.
 


                                                                                                                      Steg


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[1] È uno di quei casi in cui la versione del 12” è quella che conta.
[2] La campata degli album e dei singoli che si presenta al mio sguardo è impressionante, ma gli scarti sono minimi. In modo assolutamente parziale, rammento per esempio che Open Up All Night del 1999 (ristampato tempo fa in versione di doppio CD) contiene un duetto con Siouxsie. Della sua passione per Jacques Brel già ho scritto.
Purtroppo per il neofita la pletora di versioni disponibili - in quello che rimane il formato di riferimento, il Compact Disc – può sconcertare (più che con The Associates) anche perché la “regola del più recente” – che comunque consiglio di seguire - può confliggere con le scelte dell’artista, che osteggiò alcune riedizioni.

giovedì 19 luglio 2012

JACQUES BREL





JACQUES BREL

 

David Bowie potrebbe - con successo - interpretare, in quantità sufficienti a costituire un album per ciascuno di loro, due autori ed artisti che ha già in passato omaggiato: Scott Walker e Jacques Brel.

Nessuno si stupirebbe per una sua scelta diciamo così riflessiva e pacata.

 

Esiste un album di Walker che semplicemente raccoglie quanto egli ha disseminato nelle sue prime fatiche soliste ([1]) del repertorio del Grande Belga.

C’è un più organico album, dal titolo Jacques, di Marc Almond.

 

In base alla mia teoria per cui gli artisti francofoni sanno creare grandi “cose” e morire anche prematuramente (non di vecchiaia, cioè), Brel muore nel 1978, a sei mesi meno un giorno dal suo mezzo secolo.

Avrebbe potuto creare altri capolavori? Inutile porsi la domanda.

 

Mente brillante, come testimonia l’intervista del 1971 che giustifica l’acquisto di A Knokke, altrimenti un DVD con le troppo brevi riprese di un concerto di otto anni prima.

Della sua complessità umana e artistica testimonia qualsiasi buona biografia di sintesi rintracciabile on line.

 

La prima edizione della sua “integrale” ([2]) del 2003 era contenuta in una suggestiva biscottiera di latta (nota infatti come Boite a bonbons) comprensiva di un CD bonus e un piccolo libro cartonato.

Potete però partire con l’usuale meno impegnativo cofanetto triplo oppure con il successivo doppio CD Infinement che uscì sempre nel 2003.

 

Ma per quale motivo dovreste indaffararvi per conoscere Jacques Brel? Perché sicuramente avete già ascoltato almeno una sua canzone senza saperlo, e vi è piaciuta.

Se poi considerate i tre artisti che ho qui citato come (alcuni dei) suoi interpreti, a meno che (per due) abbisogniate anche di un loro post, il tutto si trasforma in priorità se non in necessità.

 

Avvertenza: la fondazione Brel non è il modo più economico per comprare suoi fonogrammi o videogrammi. Quindi visitate il sito ufficiale, ma aspettatevi di risparmiare se opterete per poi affidarvi a un serio sito commerciale per i prodotti.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Questo significa che se avete già tutto di Walker è irrilevante questa antologia che potete costruirvi da soli.
[2] Come sono definiti i cofanetti completi nei paesi di lingua francese. Poco importa che, come testimoniano Gainsbourg e Bashung (per quanto ne so), ad un’integrale possa seguirne anni dopo altra più completa.

martedì 5 giugno 2012

LA MOVIDA



LA MOVIDA

L’uso erroneo delle parole nella migliore delle ipotesi è segno di una approssimazione che – gravemente – è causa dell’altrui (successivo) uso ignorante del medesimo termine ([1]).
Qualche volta, però, mi chiedo a che livello comincia l’ignoranza, perché se un uso scorretto è fatto da un giornalista, non vedo scusanti.

Nel mio tentativo, periodico ma saltuario, di riordinare i miei libri sono arrivato alla movida (più propriamente Movida) ([2]).
Mi è tornata subito la pelle d’oca nel confrontare l’essenza del fenomeno e l’uso proprio della parola che lo sintetizza rispetto a quanto si legge sulla stampa italiana. Perciò mi è parso un buon momento per tentare di limitare la proliferazione dell’impiego – sbagliato – del termine.

Ignoro quale sia lo stato delle pagine cittadine di giornali quotidiani e di altra editoria periodica in città diverse da Milano, ma nella mia città l’espressione “la movida milanese” è abusata; il problema sta nel fatto che l’espressione non può concettualmente essere abusata poiché non è mai esistito un suo uso corretto.
Per essere ancora più chiari, un problema di territorialità espressiva sussisterebbe già se scrivessi della movida di Barcellona (a parte le rivalità fra la città catalana e la capitale spagnola), ma facciamo finta di niente e concentriamoci sull’Italia.

Nella prosa “simpatica” di giornalisti e simili, la movida consiste in gruppi di persone sorridenti e scanzonate che tirano tardi con consumi più o meno ortodossi di alcoolici in quartieri ovviamente “alla moda” ([3]) nel capoluogo di regione lombardo.
Ma questa non è movida, questo è “ir de copas” ([4])! Sarebbe “ir de copas por las calles Madrid” se fossimo là.
Sì d’accordo, e allora?
Il fatto è che sostenere che frequentazioni serali di locali pubblici, con o senza tavoli all’aperto, sia praticare la movida non è molto distante dal sostenere che futuristico sia sinonimo di futuribile o che quantizzare sia sinonimo di quantificare, eccetera.

Eppure basterebbe poco, ogni volta che si legge o si ascolta una parola non conosciuta ci si informa, esistono ancora dizionari, vocabolari, enciclopedie.
Dimenticavo: troppo faticoso.

Andando per massima sintesi, la Movida (dunque con dignità di maiuscola) è stata un movimento artistico e sociale, giovanile, nato e sviluppatosi a Madrid, con una sorta di incubazione oscillante fra la morte del dittatore Franco nel novembre 1975 e il 1979.
Se non fosse che i Kaka De Luxe (sorta di London SS spagnoli, in ambito musicale) esistevano già nel 1977.
Sicuramente il 1981 e il 1982 furono cruciali, specialmente per la musica; tanto che già nel 1983 un programma televisivo nazionale ([5]) come La Edad de Oro nella sua prima puntata (effettivamente trasmessa) poteva fregiarsi di aver riunito i Kaka De Luxe e con rammarico della presentatrice esso trasmetteva poi due canzoni eseguite dai Parálisis Permanente tratte dalla puntata pilota, perché il loro leader Eduardo Benavente era morto nel frattempo ([6]).

Se non fosse che un volume monumentale (782 pagine) a mo’ di catalogo di una mostra tenutasi qualche anno fa a Madrid è suddiviso in: artes plasticas, fotografìa, musica, diseño grafico, arquitectura y diseño industrial, moda, letras (ad includere anche i fumetti), cine ([7])

Se non fosse che nella Movida c’è una componente di libertà nelle tendenze sessuali di molti personaggi che talvolta è insopportabile, come certe tavole di Rosario (famoso ([8]) per il character del detective transessuale Anarcoma ([9])) fumettista gay dichiarato.

Qualche affinità con il tempo libero trascorso nei locali pubblici? Nessuna ([10]).

Purtroppo, il panorama del “disponibile” è intermittente, sia quanto a fonogrammi sia quanto a letteratura ([11]).
Comunque, siccome terminologicamente gli artisti non sono individualmente targati movida, per la parte musicale suggerisco, in modo incompleto e in ordine alfabetico, i seguenti ponendovi come data ultima il 1985: Alaska (essenzialmente con i Pegamoides, eventualmente con i Dinarama), Gabinete Caligari, Kaka De Luxe, Loquillo y Los Trogloditas (ma c’è anche un collettaneo del leader con Sabino), Parálisis Permanente, Radio Futura ([12]).
Per chi riuscisse a recuperarlo, il cofanetto quintuplo (esiste anche una versione di 15 CD separati che però risulta troppo varia) di La Edad de Oro del Pop Español è un ottimo inizio.


                                                                                                                      Steg



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[1] Per chi ha letto quel post, evidentemente queste righe si pongono almeno in parte nella stessa categoria de “‘Il pantalone’ e il ‘Caipiroska alla fragola’” e per altro in quella, della mia serie “Perle mediatiche”.
[2] quando ascolto musica spagnola del periodo non penso molto alla parola movida, considero quello che ho voglia di ascoltare.
[3] In Italia tutto è alla moda per decenni, bell’ossimoro.
I VIP locali non sono persone molto importanti, ma sono solitamente tipi e tipe cui è stato cucito addosso per esigenze commerciali il costume di famosi per un minuto e mezzo (e già il 10% della quota warholiana mi pare eccessivo).
[4] O “irse de copas”.
[5] È da questo momento storico sì che si può parlare in senso lato di “movidas” extra madrilene.
[6] Il 14 maggio 1983, in un incidente d’auto.
Esiste un cofanetto DVD quadruplo intitolato come il programma, per chi fosse interessato.
[7] Il volume collettaneo a cura della Consejera de Cultura y Deportes, Comunidad de Madrid è La Movida, Madrid, 2007 (ISBN 978-84-451-3005-6).
[8] Forse non tutti sanno che Lou Reed si rese colpevole di plagio utilizzando senza autorizzazione un disegno di Rosario per la copertina dell’album dal vivo Take No Prisoners.
[9] Cui Marc Almond ha dedicato una canzone dal medesimo titolo: si trova come secondo b-side nella versione 12” del singolo “Ruby Red” del 1986 o, più agevolmente, nel Volume 2 della eccellente compilation di “canzoni sparse” A Virgin’s Tale.
[10] Evidentemente siamo oltre le “perle mediatiche” (una serie di miei post piuttosto graditi dai lettori del blog).
[11] Cinematograficamente è ben rappresentato Pedro Almodovar, il quale però è divenuto popolare dopo la metà degli scorsi anni ottanta.
[12] Interessanti sono certi riferimenti, evidenti, ad artisti britannici come Siouxsie and the Banshees, The Cure, Bauhaus.