"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 1 gennaio 2026

“BORN TO LOOS” (Facebook Down Series - 197)

 

“BORN TO LOOS”

(Facebook Down Series - 197)

 

Dopo una provocatoria citazione ([1]), Adolf Loos si merita almeno tre riferimenti bibliografici.

 

Il primo è il non esiguo Parole nel vuoto ([2]).

 

Ma forse più essenziale è (non mi risulta ristampato) Come ci si veste ([3]).
Ci sono del dandysmo e dellelitismo notevoli: da biblioteca personale senz’altro.

 

E per mio capriccio - formalmente attribuito a Massimo Cacciari - Adolf Loos e il suo angelo ([4]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] Milano, Adelphi, 1972 (ma non quella di cui dispongo) ed edizioni successive. Preferibilmente evitate le tascabili.  
[3] Milano, Skira, 2016.
[4] Milano, Electa, 1992 ed edizioni successive.

giovedì 30 ottobre 2025

ROGER NIMIER 100 (Facebook Down Series – 171)

 

ROGER NIMIER 100

(Facebook Down Series – 171)

 

Compiti per il 31 ottobre 2025.

100 anni: https://fr.wikipedia.org/wiki/Roger_Nimier

 

Tempus fugit:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/11/roger-nimier.html

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/04/la-sindrome-del-dandy-qualche-pensiero.html

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/09/ilritorno-dellussaro-blu-rogernimier.html

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/01/francoise-sagan-sketches-series-9.html

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2025/03/memento-roger-nimier-tombstone-series-96.html

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2025/05/roba-da-garagisti-cento-anni-di-roger.html

Eccetera.

 

“La Sagan” NON è un errore.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 29 ottobre 2025

PAROLE A VANVERA

PAROLE A VANVERA

 

Morirò sempre rischiando di essere sopraffatto dall’uso a sproposito della parola “dandy”: a sproposito siccome essa non è sinonimo di elegante (o peggio ancora di snob) e, soprattutto, quando essa è riferita alla donna che - sul punto seguo Charles Baudelaire - è sinonimo di essere (umano) incapace di eleganza.
Mi sembra di aver speso già troppe righe al riguardo:

 

Ma un nuovo nemico ingrossa le fila dei cretini che parlano e scrivono (tagliarli le corde vocali e le mani e squarciare per buona misura le labbra. Contro la robotica nulla posso) a vanvera: il “flâneur”. 
Sul punto ho bisbigliato qualche parola, ma credo e auspico in punto: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2021/05/dove-e-quando-finisce-il-flaneur-sniper.html.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 27 settembre 2025

A SETTEMBRE SI NASCE E SI MUORE (Facebook Down Series – 155)

 

A SETTEMBRE SI NASCE E SI MUORE

(Facebook Down Series – 155)

 

Scegliete voi, se essere in ritardo oppure in anticipo (senza scomodare the Queen of Hearts).

 

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/12/marc-bolan-fu-vera-gloria.html

 

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2017/09/marc-bolan-1977-2017.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 4 gennaio 2025

BIANCIARDI E MILANO: IGNORE ALIEN ORDERS (Facebook Down Series - 96)

 

BIANCIARDI E MILANO: IGNORE ALIEN ORDERS

(Facebook Down Series - 96)

 

Ho scritto anni fa “su” Luciano Bianciardi e Milano, usando i miei materiali inclusi post precedenti ([1]).

 

Qualche giorno fa sono incappato in un libro (comprato, a metà prezzo) che vi sconsiglio vivamente: di tale Gaia Manzini, è intitolato A Milano con Luciano Bianciardi.
È smontabile a memoria: fra refusi, o peggio (uno per tutti: Murano diventa Burano), equivoci linguistici (dandy, e Bianciardi non lo era, non è sinonimo di flâneur ([2]) come forse si vorrebbe intendere).

 

Nota di colore: “ignore alien orders” è il testo dell’adesivo più celebre su una Fender Telecaster di Joe Strummer ([3]): per me la Signora Manzini è una aliena, innanzitutto siccome non è milanese ma solo, forse, nata a Milano e qui residente.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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martedì 19 aprile 2022

JEAN-PIERRE MELVILLE, ALAIN DELON E …

 

JEAN-PIERRE MELVILLE, ALAIN DELON E …

 

Premessa: non mi sento di qualificare questo scritto nelle “Sketches series” perché credo sarei immodesto.

 

Jean-Pierre Melville lo ho incontrato (in senso lato) un paio di volte senza soffermarmici troppo.

La prima fu certamente in quanto egli firmò la regia del film ([1]) tratto dal mio secondo livre de chevet: Les Enfants terribles di Jean Cocteau ([2]).

La seconda, direi, siccome egli è fra i personaggi ([3]) di À Bout de souffle, film di Jean-Luc Godard (e François Truffaut) ed epitome della nouvelle vague cinematografica.

Non posso dire di essergli passato di fianco senza accorgermene, in quanto entrambe le opere cinematografiche le conosco bene.

Però esiste un dettaglio curioso: al mio definitivo incontro con il regista francese, molti anni dopo, mi premurai di comprare almeno l’edizione italiana di quello che è considerato il testo da avere se su Melville si vuole avere solo un testo: Le Cinéma selon Jean-Pierre Melville: Entretien avec Rui Nogueira ([4]). L’edizione francese ormai aveva un prezzo troppo alto, ma anche quella curata da Claudio G. Fava era ormai un titolo non comune ([5]).

 

Accadde quindi che nel 2020 incappai nella segnalazione di un libro di Michael Mann, pubblicato direttamente in lingua inglese, uscito tre anni prima: The Dandy at Dusk: Taste and Melancholy in the Twentieth Century ([6]). In copertina una immagine in piano medio che guarda, girato verso sinistra, la camera: è Jeff Costello, cioè Alain Delon, protagonista de Le Samouraï: film diretto da Melville (1967). Il volume comprende un ampio capitolo dedicato al cineasta francese dal titolo piuttosto eloquente: To Become Immortal and Then Die. La bibliografia non è per argomenti e privilegia anche edizioni non in lingua originale, evidentemente la filmografia si spiega quasi da sola.

 

Di Le Samouraï sembra che si debbano possedere tre edizioni: quella corrente, quella non rimasterizzata europea e quella nordamericana di Criterion. Fatto.

A questo punto, però, si dovrebbe già aver capito una – altra – cosa: Alain Delon non è “l’attore dei film con la regia di Luchino Visconti” (lo dichiara la stella francese, Melville lo considerava una “star” appunto, seppur in modo non esplicito in una intervista televisiva del 1967 alla vigilia della uscita nelle sale dell'opera melvilliana).

Comunque, può giovare anche la lettura di un piccolo libro che si spiega da solo: Requiem pour un homme seul – Le Samouraï de Jean-Pierre Melville scritto da Xavier Canonne ([7]).

 

Le idee sono riordinate, due citazioni: una quasi testuale, l’altra verbatim.

La prima è di Jean-François Delon, fratello minore di Alain, in una lunga intervista per la rivista Schnock (numero 37): Melville non dava mai la mano, “ci” si salutava alla giapponese.

Anno 2007, Delon a un festival del cinema ([8]):
Delon: “Melville était un personnage exceptionnelle, un gendre de monarque, l’un des grandes cinéastes qui n’ont pas de équivalent.
C’est parce qu’ils ne sont plus là que je n’ai plus envie de faire de cinéma. Si je meurs demain, votre titre c’est quoi?”.
Molti giornalisti: “ «Le Samouraï est mort»”.
Delon: “Parfait, on est d’accord”.

 

E una non troppo nota smentita: il romanzo che ispirò il film di Melville non esiste.

 

Direte: ma quel dettaglio curioso? Beh qualche mese fa riordinando dei libri in argomento cinema ho trovato una copia, nuova, dell’edizione italiana del libro di Nogueira.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[3] Lo scrittore Parvulesco, intervistato all’aeroporto.
[4] Questo è il titolo della nuova edizione, pubblicata all’inizio del 2021 dall’editore francese Capricci.
[5] Rui NOGUEIRA, Il cinema secondo Melville, Recco, Le Mani, 1994; l’originale è Le Cinéma selon Jean-Pierre Melville, Paris, Seghers, 1973.
[6] London, Head of Zeus.
[7] Morlanwelz, Les Marées de la nuit, 2010.
[8] Denitza BANTCHEVA, Jean-Pierre Melville de l'œevre a l'homme, edizione 2019, Paris, Editions du Revif, pagina 217.

giovedì 5 aprile 2018

EROI, IDOLI E MODESTI IMITATORI DI ENTRAMBI: LA MORTE DELLA FANTASIA ESISTENZIALE (Sniper series – 35)


EROI, IDOLI E MODESTI IMITATORI DI ENTRAMBI: 
LA MORTE DELLA FANTASIA ESISTENZIALE
(Sniper series – 35)

 

Nel 1977 The Stranglers pubblicarono “No More Heroes” anche come singolo (è altresì nell’album omonimo).
Seditionaries – Clothes For Heroes era però la “ditta” di Vivien Westwood e Malcolm McLaren nella più celebre configurazione del loro negozio.
“Bone Idol” è il titolo del secondo singolo, ancora 1977, di The Drones.
Non vedo totali contraddizioni: era in sostanza un problema di piedistalli, di diritto di critica a chi ce l’aveva fatta e si riposava sugli allori.
 
Oggi?
Con tutta evidenza, mancano i “divi”: la persona di successo deve rimanere un poco “come noi” secondo la morale corrente anche nello spendere di più. Non deve essere “incredibile” e “splendida”, anzi meglio se ama un po’ di trasandatezza (che non è essere delabré con un paio di scarpe ben risuolate svariate volte, portanti i segni del tempo) e un tocco di casalingo (che non è miseria: Louis-Ferdinand Céline al tavolo della sala da pranzo come scrivania).
È l’estinzione del dandy, della femme fatale, addirittura del semplice lusso sfrenato (penso a Liberace).

 

Se sognare il quinto paio di “scarp del tennis” (ma da 200 Euro il paio) è il vostro ideale, contenti voi … ma non confondetelo con “My Adidas”, ché i Run DMC sono stati ben altra cosa.

 

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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domenica 10 maggio 2015

MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NON CREDO


MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NON CREDO

 

In una vignetta di oltre 35 anni fa pubblicata sul New Musical Express, Ray Lowry ([1]) disegna la scena in un locale in cui fa l’ingresso un personaggio stilizzato dei suoi usuali e dichiara: “I am Oscar Wilde and these are the Wilde Ones”.
 
Il giorno 8 maggio 2015, a Milano, ho seguito un convegno intitolato “Il ritratto di Oscar Wilde”.
La maggioranza delle relazioni è stata interessante, ma quella del relatore che presiedeva il consesso mi ha deluso, a parte il fatto che mi è parso di leggere negli altri relatori, tranne uno, un discreto smarrimento per il tema trattato (mia impressione?).
 
La relazione è quella del professor Alex Roger Falzon (Università di Siena), intitolata suggestivamente “*Wilde!*Pop!*& Morrissey!*”, ma in realtà dedicata per la quasi totalità a tratteggiare Morrissey come, quasi, l’erede di Oscar Wilde.
Ebbene dissento e vi spiego perché ([2]).
Precisazione preliminare: nulla quaestio sui riferimenti specifici a Mozzer, ma assolutamente  decontestualizzati rispetto a tutto il resto e portati a conclusioni che reputo eccessive.
 
1) A fronte di alcune citazioni di Ian Chambers (da Urban Rhythms – volume che forse, siccome edito in Italia, risulta molto evocato soprattutto da coloro che scrivono “di punk”) da parte del relatore, nemmeno una citazione di Dick Hebdige, cui si deve – per lo meno – un’attenzione per le sottoculture anteriore a quella di Chambers, come ben noto per lo meno agli studiosi e appassionati della materia delle sottoculture giovanili.
 
2) Mi ha poi stupito il fatto che né il professor Falzon, e nemmeno il professor Fabio Cleto (Università di Bergamo, autore di una interessante relazione e esperto del fenomeno “camp” ma anche della scena musicale britannica dagli anni settanta in poi), abbia citato il videoclip (del 1979, regia di David Mallet) della canzone “Look Back In Anger” di David Bowie, considerato che: da un lato, l’opera musicale richiama gli “angry young men” di John Osborne (citato nella relazione qui in commento), dall’altro, il video, appunto, è in parte basato proprio su The Picture Of Dorian Gray.
 
3) Michael Bracewell, come si presume noto al relatore che lo ha evocato, è il marito di Linda Mulvey, in arte Linder Sterling (Ludus e non solo), ovvero la miglior amica di Stephen Patrick Morrissey. Ben conosco England Is Mine citato.
Dunque le considerazioni di Bracewell (di cui ho letto molto, inclusa la sua “non-biografia” sui Roxy Music) sono spesso “biased” pro-Morrissey.
 
4) Quanto al cd. genere “kitchen sink drama”, ancora citato dal relatore, un ottimo contendente (e certamente caleidoscopico artista nella sua carriera) è Marc Almond, fra l’altro molto più londinese (seppur non nato nella capitale del Regno Unito) di Morrissey.
Nemmeno una parola su di lui nell’intervento qui commentato.
 
5) Di origini irlandesi è anche John Lydon. Lydon, che come Johnny Rotten nella primavera/estate 1977 fu aggredito a motivo di “God Save The Queen” da lui cantata come front-man dei Sex Pistols.
Prima autobiografia di John Lydon: titolo No Irish, No Blacks, No Dogs.
Conseguentemente, Morrissey non può essere in alcun modo considerato un unicum per l’album di The Smiths The Queen Is Dead oppure per “Margaret On The Guillottine” (dal suo album solista Viva Hate).
 
6) Si consideri, poi, il “poor dressing style” di Morrissey.
Occhiali NHS e gladioli nella tasca posteriore dei blue-jeans risalgono a lustri fa, quanto a note in argomento.
E la camicia dorata (epoca del Your Arsenal Tour e già nella data, sempre del 1992, al Finsbury Park di Londra) dirà qualcuno? Beh quella la indossava già – con cerniera lampo centrale (o era un windbreaker sul petto nudo, poco importa) – Mick Ronson nel video (tratto dall’Old Grey Whistle Test, della BBC, del 1972) di “Oh! You Pretty Things” di, ancora, David Bowie.
Anche a ritenere Oscar Wilde un recuperatore di stili d’abbigliamento anteriori, dunque un dandy di ritorno?, non c’è possibilità di sostenere che Morrissey possa essere epigono del primo in questo ambito.
 
In conclusione, ritengo che Morrissey sia un ottimo sostenitore di Oscar Wilde (ma anche delle New York Dolls, di James Dean – posseggo i due pamphlet morrisseyani loro rispettivamente dedicati –, etc.).
Egli, però, non è certo quell’unicum wildeiano che il professor Falzon vorrebbe tratteggiare.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Qualcuno forse lo conosce per, o anche per, i suoi lavori per The Clash.
http://en.wikipedia.org/wiki/Ray_Lowry
[2] I punti che seguono sono, essenzialmente, stati inviati anche al professor Falzon. Posto che è stato cancellato lo spazio di discussione sugli interventi.

domenica 17 novembre 2013

ARSÈNE LUPIN (alle radici del punk con qualche stilla di dandysmo)


ARSÈNE LUPIN
(alle radici del punk con qualche stilla di dandysmo)

 

La prospettiva è tutto.
O scopri di averla in giovane età oppure non puoi costruirla ([1]).

 

Sommi dei fattori, che si rivelano addendi, e ti rendi conto di essere un pochino diverso dagli altri. Diverso, ripeto, non necessariamente opposto.
Infatti, ti poni dei dubbi: un corsaro è fuori dalla legge, ma autorizzato dall’ordinamento: Francis Drake, Henry Morgan, Walter Raleigh; ecco i referenti storici dei cromatici Signori di Ventimiglia salgariani ([2]).

 

Capisci, anche se sei in quarta elementare, che “non è vietato” pubblicare fumetti come Diabolik, Kriminal, Satanik.

 

Addirittura, mesi e mesi e mesi dopo (1971? Non sono sicuro di una concomitanza con la Francia nella trasmissione), un giorno la programmazione, in perenne – pertanto falso – bianco e nero, televisiva ti fa scoprire Arsenio (non ancora Arsène) Lupin. Una faccia simpatica, la bella vita con lo champagne ancora nelle coppe e non nelle flute ([3]) davvero esaltante ([4]).
L’ammiccante maschera del ladro gentiluomo (ecco il grimaldello!: la classe annienta anche un comandamento divino) è per te quasi teenager italiano quella di Georges Descrières. Nella sigla finale (malinconicissima per noi ancora sottoposti al coprifuoco serale, per lo meno in termini di programmi televisivi guardabili) una voce roca, per anni dirà poco o niente quanto al suo titolare, ma si tratta di Jacques Dutronc ([5]).
La RAI ha coprodotto con la Francia (ORTF) e altre nazioni un prodotto derivato da altro prodotto nazionale dell’Exagon: i romanzi e i racconti scritti dal tranquillo Maurice Leblanc fra il 1905 e il 1939 ([6]). Niente di eclatante quanto a novità: quei libri li pubblicava in Italia da decenni l’editore Sonzogno ([7]).

 

Adesso sei pronto per capire: quando arriva il punk è naturale svegliarti una mattina e sapere che sei nel lato diverso della vita: senza scomodare Lou Reed e la maglietta (eh, si le chiamiamo ancora magliette) “con i due elenchi e lo spazio in mezzo” che vendono McLaren e Westwood in fondo a King’s Road ([8]) a prezzo non certo popolare ([9]).

 

Ecco, con cappa, cilindro, sparato e bastone da passeggio ([10]), splendide berline e dolicocefale non necessariamente bionde ma certamente deliziose, Arsène-Georges è un magister vitae alla pari e prima ([11]) di John (Wickham Gascoyne Berresford) Steed-Patrick Macnee ([12]).

 

Georges Descrières è morto il 19 ottobre del 2013.
Limitarlo ad Arsène Lupin sarebbe irriguardoso, ma per noi ribelli seventy-seven lui rimane una delle chiavi magiche verso una vita scomoda eppur certamente avventurosa e, pourquoi pas, champagneuse.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 E 2022 Steg, Milano, Italia.
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[1] Mi viene in mente un mio antico post, negletto ma ancora efficace (non uso spesso l’aggettivo “attuale” per evidenti motivi nietzsch-iani).
[2] Io tenevo anche agli indiani, certo, ma la “compagnia dei compagni” che cercavano di impormi la linea, mi ha fatto insopportare Geronimo e stavo con Kociss e, volendo, anni più tardi Mano Gialla.
[3] Ecco spiegata la mia avversione al lusso per tutti: si tratta di evidente contraddizione, e - badate - il vero lusso ha un prezzo costituito da due fattori, di cui uno non è il danaro.
[4] Come il bianco e nero catodico del passato, è anche parte dell’autarchia tendenziale, ma nessuno la chiama tale, lo spumante che è obbligatoriamente meglio. No, non è così: le bollicine sono diverse fin dallo spirito con cui si stappa una bottiglia, anche se a me non piace il Cristal, pur se apprezzo la ratio della sua bottiglia.
[5] La canzone si intitola L’Arsène”; attenzione ne esiste un’altra sempre legata alla serie, di due anni successiva: “Gentleman cambrioleur”.
[6] In realtà il tutto è un poco più complicato, se vi interessa.
[7] E dalle parti del 1975 li vendevano a piccolo prezzo in un poco meno che magazzino dietro Corso Vittorio Emanuele, metri in là da Fiorucci, a Milano.
[8] La sua caption è: “You're gonna wake up one morning and know what side of the bed you've been lying on La reputo il più possente manifesto londonita, sebbene non eclatante in quanto poco grafica. Secondo alcuni la paternità è - anche - 
di Bernie Rhodes.
In argomento si veda J. MOONEY (with C. Unsworth), Defying Gravity – Jordan’s Story, London, Omnibus Press, 2019, pp. 85-87.
[9] Come ormai riconoscono anche John Lydon, Glen Matlock, Siouxsie Sioux, Steve Severin: cfr. fra gli altri il documentario televisivo Punk Britannia.
[10] Dandyrama: i due bastoni di Benjamin Disraeli.
[11] Nella cronologia storica, non in quella televisiva, evidentemente.
[12] We will always have a crush for you Mrs. Peel! La vera fidanzata totemica dei non allineati edonisti.