"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



Visualizzazione post con etichetta Peter Meaden. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Peter Meaden. Mostra tutti i post

lunedì 6 aprile 2026

CAPITALISTI DI SINISTRA, IN ITALIA (Facebook Down Series – 239)

 

CAPITALISTI DI SINISTRA, IN ITALIA

(Facebook Down Series – 239)

 

Provo grande fastidio per la “sinistresità” di Radio24: Confindustria, i proprietari, con i complessi di colpa?

 

Peggio, però, il Gruppo Cairo: La7 ve la commentate da soli.

Ma il braccino poliomielitico (e noi le scarificazioni non richieste per la anti-Polio le portiamo ancora. Quindi ...) di Urbano Cairo che potrebbe divenire il compagno-padrone-sotto-la-Mole se avesse a cuore la squadra di calcio del Torino mi lascia sempre più perplesso.

A scanso di equivoci: lo juventino Giovanni Arpino è una mod ace face, il gruppo-artistico-musicale Statuto suona mod-esto (la radice della parola tale rimane). Modesto come “quello di Piacenza” ([1]).

 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2026 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

 



[1] Che sarà sempre un tardivo (per definizione), grigio, ridondante, (virgola voluta) pseudo gazzettiere del nulla (pseudo siccome diversamente citerei soltanto Carmelo Bene).

Anche “su” Il Manifesto (quotidiano).

martedì 23 luglio 2024

PETER E PETE (una mezza recensione costretta)

PETER E PETE

(una mezza recensione costretta)


 

Ho ricevuto la copia di King Mod ([1]) ordinata oltre nove mesi fa.
È la biografia di Peter Meaden ([2]).

 

In effetti è la seconda biografia dedicatagli: la prima è quella, quasi fantasma, di John Hellier e Pete Wilky. Ne ho copia.

 

Il titolo del libro sembra sia stato suggerito da Pete Townshend ([3]).

 

Non credete a chi vi racconta altro: i compratori di questo libro saranno molti di quelli che già posseggono una copia (o possedevano) della intervista editata - che costituisce la spina dorsale di King Mod – pubblicata sul New Musical Express del 17 novembre 1979.

 

Il libro è carente sia di indice, sia di indice dei nomi.

 

Ci si diverte a segnare quanti libri si hanno della bibliografia: non mi lamento.
Bibliografia per certi versi prevedibile: io avrei aggiunto almeno un titolo: Jeremy Reed, The King of Carnaby Street ([4]) che racconta la storia di John Stephen ([5]).

 

Per il banale, leggete altrove.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2024 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

martedì 21 febbraio 2012

THE WHO? WELL PETE TOWNSHEND (qualche considerazione più o meno contingente)

THE WHO? WELL PETE TOWNSHEND
(qualche considerazione più o meno contingente)

Fatico a ipotizzare un’interpretazione spensierata di The Who ([1]).
Credo che dipenda dalla prospettiva, inevitabilmente storicizzata, di soggetto scrivente e oggetto di queste considerazioni.
Ma siccome con il passare del tempo non può migliorare la situazione, mi pare che l’analisi qui proposta sia sufficientemente obiettiva, pur se massimamente frammentaria.


Il tenore delle riflessioni non deriva neanche tanto dal fatto che con due morti al passivo si fatica a pensare ancora in termini di band.

Si rammenti che Pete Townshend quando recentemente ha dichiarato che il suo più grande errore è stato entrare in un gruppo non intendeva certo fare una boutade alla Liam Gallagher.
D’altra parte un tour del solo Roger Daltrey nel 2012 incentrato su Tommy (e altro) si risolve in un interprete, lui, di altro autore-compositore (ancora Townshend).


The Who sono sempre stati il loro chitarrista, innanzitutto; il quale al di là della sua passata (e forse invidiata) deflagrante giovinezza – gli siamo grati (forse lo fu anche Jimi Hendrix) per le innumerevoli Rickenbaker distrutte e i Marshall sfondati – è un cervello (art school o meno) che non si ferma mai (chiedere a David Bowie: due canzoni di The Who in Pin Ups) ed ha scritto splendide pagine dove il formale buon umore in realtà si fonde con la rabbia ([2]).

Da parte mia, poi, ho sempre Peter Meaden nella mente. Ovvero fashion is a pashion.

Dunque non c’è niente di facile nel commentare un animo per lo meno torturato.
“Pulito” e “difficili”: le due chiavi di lettura meadeniane restano inevitabili anche oltre la sintesi del modism.



“Substitute”: la modernità di questa canzone (tale nella sola forma; una serie di aforismi, nella sostanza) è impressionante.
Potrei semplicemente declinare il suo titolo e molti argomenti di cui tratto in questa sede blog senza approfondirli.


“The Seeker”: ne ho già scritto.


Ecco che scrivo del gruppo che in realtà solo raffina un’opera individuale, come del resto dimostra il fallimento Quadrophenia ove si tenti di frazionare a misura di componente l’opus complessivo.


Pete “Captain Achab” Townshend anche oggi (e forse oggi a maggior ragione) non è certo una figura rassicurante in termini intellettuali, almeno di primo acchito.
Ma in seguito ... ([3]).


Basta leggere ciò di cui scrive Townshend: solo impari lotte mai abbandonate.
Ma egli è un combattente (non un ottimista: quelli Moby Dick nemmeno li considera, solo li distrugge – manca il loro search perché essi sono un modesto incidente per il leviatano che è la vita di ciascuno).


A pretesa conclusione: non termino mai un ascolto di The Who con un senso di soddisfazione, bensì un senso di condivisione delle eterne insoddisfazioni esistenziali con – nel rispetto di Moon (“a band is only as good as its drummer”), Entwhistle e Daltrey (in ordine di mia “crucialità” per il gruppo) – un artista immenso.

Sono tranquillo: Townshend mi copre le spalle, anche se il finale per tutti è, nel migliore dei casi, quello di Butch Cassidy e The Sundance Kid (ma anche finire parlando con un cavallo forse è meglio di tante altre chiusure).


                                                                                                                      Steg



© 2012-2020 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.



[1] Il numero di incisi in parentesi nel post è dato prevalentemente dal mio stile, però indubbiamente gli incisi sono provocati anche dall’argomento.
[2] Nemmeno la sua prova di autore di racconti è trascurabile: Horse’s Neck (per i più avventurosi, o meno avvezzi all’Inglese, tentare di reperire la traduzione italiana: Fish & Chips e altri racconti, Minimum Fax, può essere divertente, fra l’altro in costa del volume il titolo non è identico).
[3] Non che essere David Bowie sia più semplice – le sue accelerazioni poi (!), fra Poe e Lovercraft, finito il retrogusto burroughsiano (pur se “The Bewlay Brothers” non dissiperà le sue ambiguità …) – come autore anche se sempre mascherato da personaggio.

venerdì 23 settembre 2011

WHITE TROUSERS - Passion is a fashion?

WHITE TROUSERS - Passion is a fashion? ([1])

Il bisticcio non è voluto, la domanda è: i Depeche Mode sono (talvolta) mod?

L’unica definizione di mod-ism accettabile è quella di Peter Meaden: “An aphorism for clean leaving under difficult circumstances”.

I white trousers, siano essi sta-prest o jeans, hanno tre capisaldi: The Who, The Clash ([2]), i Manic Street Preachers.
Ma Dave Gahan ha indossato in talune occasioni white trousers con profitto.

Ritengo quindi che i Depeche Mode possano in certi casi essere qualificati stilisticamente come mod.

Lo über-mod diventa dandy ([3]), mentre il dandy che sbaglia (forse perché è in crisi esistenziale? Come è noto, il danaro non è barriera assoluta, né per il dandy né per il mod rispetto al loro stile. Ancora Meaden ricordava l’importanza di essere proprietari di un ferro da stiro e della complementare ma necessaria asse) scivolerà nel mod.

Queste considerazioni sono assolutamente sincere, però mi rendo conto che l’argomento stile è molto personale (del resto nessuno confonderebbe George Brummell con Charles Baudelaire quanto ad abbigliamento) quindi mi aspetto molto dissenso.


                                                                                                                      Steg



© 2011 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/o archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/o archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.


[1] Senza il punto interrogativo, si tratta di uno slogan scritto con modalità stencil su una giacca (para)militare indossata da Joe Strummer. Nonostante tutto, credo che la dicitura emotivamente (non grammaticalmente) esatta sia quella indicata da Caroline Coon “Pashion is a Fashion”.
[2] In realtà una lettura attenta della iconografia vestiaria clash-iana dimostra una attenzione maniacale, per cui “fashion can become part of a passion”; non a caso il problema della street credibility è centrale per Joe, Mick, Paul (e Topper) come dimostra già il testo di “Garageland” in cui lo scontro stilistico è fra i “suits” (riferimento a The Jam probabilmente) e “boots” che sono i Doc Marten’s. La svolta USA porta agli “Hudson boots” , etc.
Prima o poi, sarà il caso di scrivere anche sulla santificazione di The Clash in Italia, altra brutta pagina pseudo culturale, sia perché le santificazioni non sono mai positive, sia perché hanno in sé una valenza tardiva che quanto a tutto ciò nato con il punk le rende antistoriche.
[3] Morrissey da anni veste come un tipico cameriere di pizzeria che trascorre le ore libere in sala corse (o altro), salvo per le scarpe che spesso sono quelle “della festa” del pizzaiolo. Si tratta di un fatto, che quindi non implica giudizi negativi sui lavoratori del settore pizzerie, è piuttosto un dato stilistico inoppugnabile.
Ergo: amare Oscar Wilde non rende dandy (e nemmeno – che non è un “almeno” – mod).
Morrissey, comunque, non si è mai vestito con gusto.