"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 25 giugno 2026

LA KETCHUP: NON UN DETTAGLIO (Facebook Down Series – 282)

 

LA KETCHUP: NON UN DETTAGLIO
(Facebook Down Series – 282)

 

Vedo queste misere pubblicità italiane “di hamburger” da catena fast food con testimonial da dormitorio di senza tetto.
Roba da barboni (ma non quelli nobili verso lo Idroscalo).

 

Mi pare di aver scritto, non pour cause bensì per non perdere le memorie (senza scomodare Barba Streisand), che il riempimento delle bottiglie di Heinz allo Hard Rock Cafè (l’originale) era quasi ipnotico.
Rose o Regina (le due cameriere che ricordo per ragioni “diverse”) che versano la salsa ketchup Heinz da brocche metalliche dentro le bottiglie di vetro, asciugando gli sbavi con strofinacci bianchi spugnosi.
Era come per le vaschette con le noccioline: il loro fondo era a rischio di sedimentazione fossile, ma non ci si preoccupava troppo.

 

Bei tempi per bei crucci.
(post estivo, con rimpianti)

 

¡Finito muchachos!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 16 gennaio 2026

BANSHEEIANA IN MEMORIAM (Facebook Down Series - 205)

 

BANSHEEIANA IN MEMORIAM

(Facebook Down Series - 205)

 

Morto, anche, Kenny Morris.

Onestamente, non posso dire che mi abbia suscitato emozioni particolari la notizia, solamente è l’ennesimo segnale che non resta molto di quell’epoca gloriosa (chiamatela come volete).

 

Pensavo di aver scritto questo post in lingua inglese.

Una traccia, quasi uno Steg about Steg (Series o Shards).

Come volete:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/09/bansheeiana-1-edinburgh-clouds-18.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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giovedì 27 novembre 2025

UNA SPIGOLATURA MILANESE (Vi racconto, senza pretesa di originalità)

 

UNA SPIGOLATURA MILANESE

(Vi racconto, senza pretesa di originalità)

 

In Via Larga (che già si chiamava Via Adua e prima del 1936 ancora Larga) a Milano c’erano negozi “dedicati”.

 

Un paio si preoccupavano dei preti e delle suore (abbigliamento): qualcuno di noi trovò, finalmente, un cardigan nero (45 anni fa erano capi rari e lo sono stati almeno per qualche altro lustro),

 

Un paio fra ricambi per esponenti delle forze dell’ordine avevano mostrine (vere, non imitazioni. Papà, mi ricordo, vagamente, mi comprò due stellette dorate e furono forati i colletti di una camicia di Yours Truly. Saranno 60 anni fa) e, anche, le feluche degli universitari.

 

Le feluche erano per noi davvero giovani (terza media inferiore al massimo) oggetti quasi magici, comunque esoterici.

Arrivò il sessantotto italiano (direi, in sintesi, poco più che feccia, la pensava così anche Valerio Zurlini ([1])) e “finirono” le feluche.

 

Inevitabile la colonna musicale e sonora di questo post: de The Gags “Goliardia Chant” ([2]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

PS: bel refuso nel sito della Regione Lombardia, eh già …

 

 

 

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domenica 13 ottobre 2024

LEONE, FUSCO E IL PONCHO (Steg about Steg Series – Shards - 3)

 

LEONE, FUSCO E IL PONCHO

(Steg about Steg Series – Shards - 3)

 

La narrazione è presto fatta: andiamo al cinema a vedere Per un pugno di dollari, forse a un cinema “proseguimento prime”, comunque a ridosso della sua uscita sugli schermi d’argento. Quindi sessanta anni fa.

Io avevo una fissa per il west, tutto e comunque.

E il problema poncho si pone, seriamente: un ragazzino delle elementari non lo trova, e non può bucare un plaid (ma la coperta vive ancora con me. La chiamo Clint?).

 

Western su western su western, trilogia del dollaro, certo, ma anche quegli spaghetti occidentali un poco scotti (I quattro della Ave Maria, mi pare. E poi – spiacente – Hill e Spencer non mi hanno mai convinto).

 

Monumentale Giù la testa (“coglione”, cit.).

 

E Giancarlo Fusco?

Beh ogni tanto ricompare sui canali RAI Fusco che intervista Leone: mai l’intervista completa. 

Due uomini fisicamente affaticati, forse ancora coi sogni negli occhi. La tristezza di una epica che comunque fiammeggia viva e dura a morire.

 

Quanto a C’era una volta in America: quando io sarò arrivato a poterne scrivere, siatene certi: per i superficiali – more solito – non ci sarà scampo (d’altronde parlare a vanvera su Sergio Leone è la regola).

 

Beh certo c’era un problema più serio e insormontabile per uno scolaro delle elementari: la piastra che (un Second Chance ante litteram) proteggeva lo straniero (Joe) Clint Eastwood.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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sabato 15 giugno 2024

PAOLO CARÙ (Steg about Steg Series – Shards - 2)

 

PAOLO CARÙ

(Steg about Steg Series – Shards - 2)

 

A Paolo Carù (Rest In Power) ([1]) gliene devo qualcuna.

Ma non badate alla modesta agiografia da signori di mezza età che ancora, forse, si spaventerebbero se ascoltassero “Anarchy in the U.K.”.

 

E no: non fermatemi, se avete già letto qualcosa nel blog ([2]).

 

Carù non aveva tutti i dischi che cercavi, ci mancherebbe ([3]).

Però qualcuno glielo devo:

“Borstal Break Out” degli Sham 69; l’antologia No New York; il primo singolo (e poi l’album di esordio) dei Public Image Ltd.; con già alla mia cintura l’apribile di “Hong Kong Garden” (comprato a Londra un paio di giorni prima della data di pubblicazione ufficiale) The Scream di Siouxsie and the Banshees, …

Dal 1979, però, per i singoli “con copertina” si cominciava a comprare per corrispondenza (banconote in una busta) e ogni tanto si incaricava qualche amico che andava a Londra ché tanto comprare due copie invece che una faceva poca differenza.

 

Certo, poi c’era sempre quel noto giornalista musicale appassionato di artisti nordamericani che chiedeva sempre com’era un disco a Carù: lui immancabilmente gli rispondeva, diplomaticamente, che era almeno interessante: del resto Carù i dischi li vendeva…

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Traggo dal web: “È stato trovato morto ieri mattina, venerdì 14 giugno, nella sua abitazione in centro”: https://www.prealpina.it/pages/quel-disco-lui-laveva-musica-in-lutto-morto-paolo-caru-343560.html .
[2] https://www.youtube.com/watch?v=qV70szmUwU4 .
[3] Un mio compagno di liceo, e poi amico negli anni universitari, C. L., diceva: sembra il fratello di Jerry Garcia.
Ma il “fratello” non aveva una copia di Historic Dead o di Vintage Dead.

giovedì 23 maggio 2024

FIRMACOPIE … (Steg about Steg Series – Shards - 1)

 

FIRMACOPIE …

(Steg about Steg Series – Shards - 1)

 

Di ritorno da un convegno giuridico alla Università di Pavia, vado alla presentazione di un libro.

 

Mi son fatto firmare la mia copia dal figlio di Francis Turatello.

 

Si va fino ai resti.

 

(Per i più diligenti: tre riferimenti con Turatello. Per gli infallibili, oppure sono io, quattro.)

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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lunedì 18 maggio 2020

LA MORTE DEI LUOGHI PER SOTTRAZIONE


LA MORTE DEI LUOGHI PER SOTTRAZIONE

La morte per sottrazione di un luogo è quella del togliere senza sostituire.
Qualche volta l’eliminazione è non evidente, anche solo per ragioni generazionali.

A Milano, cominciamo prendendo il Ristorante Savini: esiste ancora, ma non c’è più.
Sparita ogni vestigia del bar di prua, quello dei Futuristi ([1]); sparita ogni traccia dei box di sinistra (oltrepassato il guardaroba) e soprattutto del primo di essi ove il più saltuario dei clienti era il più potente: Enrico Cuccia ([2]).

Ma non esistono più neanche le trattorie toscane, soprattutto di Via Fiori Chiari (sempre Milano) ([3]), e quindi di riflesso sono estinti anche il venditore – zoppo – di rose; quello di cravatte portate su un braccio sinistro rigido che a uno scolaro poteva ricordare un pirata; l’anziano strillone delle “ultimissime” dei quotidiani del pomeriggio (due e poi uno solo); il contrabbandiere di sigarette nella borsa di cuoio ([4]).

Eccetera.
Ricordo ancora bene, io, ma fino a quando?


                                                                                                                      Steg



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[1] Che si bevevano bicchieri di acqua da caraffe colme di ghiaccio.
[2] Cfr. Giancarlo Galli, Il padrone dei padroni.
[3] Cfr. Luciano Bianciardi, La vita agra.
[4] Cfr. Renato Olivieri, 99 casi di ordinaria criminalità.

venerdì 21 giugno 2013

PERLE MEDIATICHE 21 – L’INEVITABILE (Mario Luzzatto Fegiz e i Rolling Stones)



PERLE MEDIATICHE 21 – L’INEVITABILE
(Mario Luzzatto Fegiz e i Rolling Stones)
 
“Hey Brian, I fell off the chair!”
Life Of Brian.
Brian non è esattamente uno dei nomi propri più aristocratici in Gran Bretagna.
 
La frase virgolettata della prima riga è parte di una barzelletta di cui non mi ricordo altro: era molto in voga alla Bassetti Ltd. warehouse di Milton Keynes nell’estate del 1979, dove lavoravo come aiuto magazziniere.
Il titolo della seconda riga è quello di un’opera cinematografica di The Monty Python del 1979.
 
Siccome non esiste il divieto assoluto per me di divertirmi, faccio presente anche i titoli di due miei post che potrebbero risultare illuminanti rispetto a quello che state leggendo: “‘Perle mediatiche’: perché” e “A margine di ‘Vi presento il mio nemico’ (da Il Foglio)”.
 
Peter Guralnick pubblica il primo volume (dei due) della sua biografia su Elvis Presley nel 1994. Avete idea di quante biografie fossero già uscite su The King?
 
Lewis Brian Hopkin Jones è meglio conosciuto come Brian Jones. Fece parte dei Rolling Stones come chitarrista ed è conosciuto soprattutto in tale suo ruolo.
 
Per l’esattezza, pare però che almeno una persona lo conosca con un nome un poco diverso: Bryan Jones.
Infatti, nella propria rubrica “Effetto Note” pubblicata su Sette ([1]) del 21 giugno 2013, Mario Luzzatto Fegiz nel breve scritto intitolato “Il nuovo, l’ennesimo libro sugli Stones” ([2]) per ben due volte ([3]) scrive ([4]) “Bryan Jones”.
Stante il tono impiegato, in cui non si comprende se il titolare della rubrica dileggi o meno gli autori del libro dato per “ennesimo” ([5]), la paternità di “Bryan”, perla mediatica ripetuta, è incerta.
 
Ma una riga dopo che accade? Che Keith Richards perde la “s” finale del cognome.
 
In conclusione, forse Luzzatto Fegiz dovrebbe canticchiarsi “Gimme Shelter” ([6]), alle cui registrazioni londinesi nel 1969, puntualizzo, non partecipò Brian Jones, sebbene egli facesse ancora parte del gruppo, con la conseguenza che Keith Richards suonò sia le parti di chitarra ritmica, sia quelle di chitarra solista (o “lead” per dirla in Inglese).
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] A pagina 91.
Sette è il settimanale del Corriere della Sera.
[2] Già qui sento scricchiolare un poco lo stile: una virgola in più avrebbe dato maggior enfasi.
[3] Entrambe alla riga 9.
[4] Date le tecnologie, non si può nemmeno più dare la colpa al tipografo.
[5] Ma si veda Guralnick.
[6] Incidentalmente anche il titolo del documentario sul tour nordamericano del 1969 conclusosi con il concerto di Altamont.
 



 
 

lunedì 15 aprile 2013

CUOIO E BORCHIE (allora eravamo belli, puliti e stilisticamente pericolosi. Noi)


CUOIO E BORCHIE
(allora eravamo belli, puliti e stilisticamente pericolosi. Noi) ([1])

 

Da qualche anno provo notevole fastidio per l’annacquamento di alcuni simboli della gioventù. Quella vera.
Probabilmente è solo il culmine di quanto cominciò oltre 30 anni fa.
 
Non è mai esistita la necessità di indossare capi d’abbigliamento con il marchio di un prodotto merceologicamente differente, quindi il giubbotto di cuoio, se proprio doveva avere una marca, o era Schott o era Lewis Leather ([2]).
1 Ramone su 4 indossa lo Schott Perfecto nella foto di copertina dell’eponimo debutto. Qualche imbecille vi dirà che James Byron Dean ne indossa uno in Rebel Without A Cause.
Facile, da sei lustri abbondanti, riconoscere gli impostori, siano essi scapoli o ac-coniugati (copro anche gli omosessuali), incapaci di cambiare una candela alla moto e svenuti per la paura dalle parti degli uffici degli Angeli (quelli che “restano sempre zozzi”) a NYC (o altrove).
 
Nel 1981 vidi i Soft Cell al Maximus di Leicester Square, London.
Si pose quindi la necessità di indossare 2 (due) cinture ornate a fila singola di borchie piramidali: meno scorza e più pensiero, rispetto a una sola cintura con una fila a tre. Occorreva, prima, trovare due cinture (e non vi dico come sono da portare).
Gli speroni sono ancora da qualche parte, con le stud piramidali (inaccettabili tutte le altre forme) a ornarli, ovviamente, portati con gli anfibi o gli stivali di Johnson’s, dopo poco uno solo spur va indossato (io lo tenevo a destra, non sono mancino).
 
Al controllo sicurezza del bagaglio a mano, fine agosto (sempre 1981), all’aeroporto ([3]) lascio tutte le mie metalliche piramidi montate su cuoio, che in un sacchetto di plastica trasparente mi saranno restituite dal tapis roulant all’arrivo a Milano.
Ancora cuoio e borchie non sono cosa da impiegati in vena di trasgressione a breve scadenza.

 

Altri tre anni, sempre Londra: 1984, una laurea con lode ([4]).
Estate, una futura (1989-1990) ferita emotiva ancora oggi non rimarginata (dunque non porto – nemmeno – una cicatrice interiore) ([5]), e Boy di King’s Road vende quegli stivali bassi (già di Seditionaries) con borchie piatte e chiodi sulla punta ([6]), chiamiamoli rebel brogue, volendo: facce scure mi scrutano ogni volta sugli autobus rossi a due piani (ancora “aperti dietro”) che uso per andare la sera nei club o anche solo al pub ([7]): siamo ancora, per fortuna, belli, puliti e pericolosi anche quando balliamo al ritmo di una canzone di Sylvester.
 
E oggi?
Beh, a parte i dopolavoristici cuoi su cui lo czarniano Lobo urinerebbe con effetti corrosivi definitivi, vedo inutili borchie così asettiche che certo nessuna dominatrice comprerebbe un paio di scarpe con tali ornamenti metallici (indipendentemente dal colore della loro suola e il prezzo che ne consegue).
 
Risultato?
Tutto è diluito, anche se per una camicia come quella che funge da copertina di questo blog una qualunque, attempata ([8]), direttrice di pubblicazione periodica pagherebbe qualche migliaio di Euro.
 
Dedicato a tutti i lazy sod che arrivano da un “Satellite” ([9]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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[1] Di questo post esiste una versione con le note complete, anche quanto a nomi propri, qui invece contraddistinte da “[…]” per le parti omesse e “x” per i nomi (nessun errore di battitura alla prossima nota 5, preciso).
Talvolta la prosa si fa privata.
[2] Poco importa che la britannica Lewis Leather oltre ai suoi modelli copiasse il feticcio supremo della newyorkese Schott: il Perfecto. Il mio lo comprai nell’estate 1985, prima che il cuoio diventasse più leggero e si sentisse la necessità di marchiare le chiusure, in Laguardia Square, Manhattan.
[3] London, ma non ricordo dove, se non che avevo visto Eraserhead a mezzanotte in un cinema di King’s Road, avevo dormito - forse - due ore con sveglia accesa sul pavimento della mia stanza, avevo usato un autobus notturno, poi un pullman da Tottenham Court Road, una Guinness alle sei di mattina al bar dell’aeroporto dopo il check in.
[4] […].
[5] Pxxxxxxa – oggi Mxxxxo […].
La Cicatrice interieure è un film di Paul Garrel in cui recita Nico. 
[6] Allo studio legale dove lavoro mi chiede il collega biondo cosa ne faccio: gli rispondo che, certo, li indosso.
[7] Ciao Dxxa.
[8] Von hinten Lyceum, von vorne ... Museum, vero Gxxxxxo?
[9] Canzone dei Sex Pistols che, necessariamente, trovate ab origine solo sul retro di un sette pollici, o in un bootleg butterato come un appestato dal vaiolo comprato dove Portobello diventa terra di teppisti, guttersnipe?, quando li acquistavamo solo noi, 36 anni fa. Altro che giornata annuale del vinile!

martedì 12 marzo 2013

OF BLUES AND BRUISES (l’ennesima strada senza uscita sentimentale qualche pensiero sui Neon)


OF BLUES AND BRUISES
(l’ennesima strada senza uscita sentimentale
qualche pensiero sui Neon)

 

Nell’estate 1984, all’edicola della fermata di metropolitana di Bank, City of London, compro l’usuale trimurti in una soleggiata mattina di metà settimana: NME, MM e Sounds, nell’ultimo c’è un’intervista a Steve(n) Severin nella quale egli spiega all’intervistatore, dato l’incipit, che la musica che ascoltava quando gli ha aperto la porta sono “ i DAF italiani”: la MC7 gliela ho mandata io.
Sono i Neon.
 
Pochissimi sono gli artisti italiani che io stimo ([1]), per tutto quel che arriva dalla Toscana poi io nutro un sospetto che si estinguerà alla mia morte, forse: troppe le energie ivi profuse per darci un Niccolò e un Leonardo.
 
Ma ecco questi fiorentini che, un anno prima di quell’estate albionica per me impareggiabile, mi portano via: io che piuttosto di incappare nel banale femmineo continuo, appunto, in quegli anni a schivare il pericolo e a lasciare le mie lenzuola fredde, fredde ma non in grado di farmi vergognare.
Mi arrovello e torturo dunque su una nuova lied di romantica passione: “My Blues Is You”: privilegiate il singolo, purtroppo la versione inclusa nell’album Rituals soffre di aggiunte barocche assolutamente leziose e grevi.
 
Curiosi? Cercate altresì gli EP dodici pollici precedenti: Obsessions e Tapes Of Darkness.
A detta di Sergio di Tape Art nel primo dei due (di cui custodisco anche una rara copia promozionale) suonava una splendida, oltre che brava, tastierista: Barbara Big. Forse fu lei – sarebbe bello se leggesse queste righe – a ispirare quei sentimenti bluastri, dolorosi ma piacevoli, che mi sorpresero dal piatto del Viridis nel 1983?
 
L’importante è che blues and bruises valgano la pena.
E le drum machine, devono suonare come maschie automobili che infrangono vetrate piombate di cattedrali tardo medievali. Senza rimpianti, marinettiane e futuriste.
 
 
                                                                                                                      Steg
 

 

 

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[1] La parola “rispetto” me la hanno sottratta con l’inganno infime e sbiadite figure di una scena rap locale che nemmeno potrebbero avere il ruolo di comparse pasoliniane.