"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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lunedì 6 ottobre 2025

NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI

 

NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI

 

Nella migliore delle ipotesi, qualcuno di noi (noi, non voi) sarà ricordato come un “quasi Dennis Hopper”.

 

Il che potrebbe anche apparire lusinghiero, se non fosse che essere Dennis Hopper non è - da Dennis Hopper - molto appagante.

Una perenne condizione da rampa di lancio verso un pianeta-successo che non arriverà mai, nemmeno dalla critica (quale poi?).

 

Segue una voce di Wikipedia blasonatissima, in cui per quanto mi riguarda cito James Dean e Jodie Foster (che sono come circa un quintale di diamanti purissimi, in una miniera di diamanti inesauribile ma poco accessibile).

 

Fine.

Infatti, quando Taschen pubblicò un libro di fotografie di Hopper, l’edizione firmata da lui a Milano si trovava, una unica copia (mi pare sui 700 Euro), in un negozio … di scarpe sportive in via Montenapoleone.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 17 gennaio 2025

A DAVID LYNCH DEVO QUALCOSA

 

A DAVID LYNCH DEVO QUALCOSA

  

Anno 1981: scelsi di trascorrere le vacanze estive, tre settimane, a Londra.
Belle vacanze.
Al cinema vidi The Elephant Man: colpì me, colpì David Bowie.
Più avventuroso dell’andata il ritorno: orario impossibile, dovevo tirare le tre di notte per andare con il bus notturno alla fermata del pullman che mi avrebbe condotto in aeroporto: decisi per un cinema in King’s Road, e così mi vidi Eraserhead: ero giovane e quindi lo ressi (ed ancora mangio il pollo).

 

Il terzo suo film (altri due comunque un poco mi marchiarono) fu Wild At Heart: ricordo che lo andai a vedere due volte in una settimana ([1]) in uno dei più bei cinema di Milano: il Metro Astra di Corso Vittorio Emanuele.
Io volevo essere Sailor e cercavo la mia Lula: ci sono voluti anni, ma la ho trovata e ancora siamo, io e lei, “due contro cento” ([2]).
Non ho una giacca di pelle di serpente, ma quando sento “Baby Please Don’t Go” ...

 

Beh quei due titoli ve li devo: Blue Velvet (che a me e a altri sei nel mondo ricorda un film di Kenneth Anger).
Poi Lost Higway che nella colonna sonora ha David Bowie e che vidi a Madrid.

 

Devo dire che Twin Peaks mi tangette e basta. 
Alla fine la memoria ricordava che un attore era il boyfriend di Linda Evangelista.

 

Non ho altro da aggiungere, se non che scoprii che James Dean scendeva in motocicletta a rotta di collo lungo il Mulholland Drive.
E il mio cerchio esistenziale si chiude, dato - anche - Dennis Hopper.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Altra epoca: potrei averlo visto interamente e poi in parte: pagavi l’entrata non il numero di proiezioni.

[2] È il titolo di un albo di Tex. Noi siamo la versione etero: lei è Tex e io sono il brontolante Kit Carson: due tizzoni d’inferno per la vita. Oppure siamo Butch Cassidy e The Sundance Kit, fate voi.

venerdì 29 maggio 2015

29 MAGGIO: CALLING ALL (SELF) DESTROYERS? (Tombstone series – 18)


29 MAGGIO: CALLING ALL (SELF) DESTROYERS?
(Tombstone series – 18)

 

Soffermandosi sugli anni 1982: Romy Schneider, 1997: Jeff Buckley, 2010: Dennis Hopper, tutti morti il 29 maggio, viene da sottotitolare questa data: “calling all self destroyers”, così parafrasando una canzone non celeberrima dei T. Rex.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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giovedì 26 dicembre 2013

PHIL SPECTOR (Sketches series - 8)


PHIL SPECTOR
(Sketches series - 8)

 

Questo post o è ultroneo o è essenziale.
In un mondo ideale (o patologico a seconda dei punti di vista) non dovrebbero leggerlo coloro che più spesso visitano il mio blog (in quanto non giovanissimi e pertanto attirati dagli argomenti che tratto). Ma non e` detto.

 

Nel 1980 il punk è ormai sepolto, e spesso si cercano ragioni per sputare sulla sua tomba ([1]). Quindi la pubblicazione del quinto album dei Ramones, End Of The Century, prodotto nel 1979 da Phil Spector, anche produttore di The Beatles (inserite voi il titolo), è un altro chiodo nella bara.

 

Ma chi “era” quel tipo piccolo e magro, vestito di bianco, scarrozzato su una Rolls-Royce con autista ([2]), che vende la droga ai due protagonisti di Easy Rider ([3])? Si tratta di Phil Spector.

 

Insomma, sbollite le proprie intolleranze giovanili, ogni persona intelligente e curiosa si andava a fare qualche ricerca su Mister Spector, prima di internet, per capirne e saperne di più.
Adesso è facile, ma intorno al 1990 su questa enorme figura della musica contemporanea esisteva solo una biografia letteraria osteggiata dal suo soggetto  (certo la lessi) e poco altro.

 

Perché sto scrivendo di un uomo con aneddoti che per tutti i distratti già apparivano un quarto abbondante di secolo fa più superficialmente interessanti dei “suoi” (ma anche oggettivi) traguardi musicali.

 

Quando nel 1991 fu pubblicato quel definitivo (il che non mi ha impedito qualche altro acquisto) cofanetto di 4 CD ([4]) che ancora oggi è Back To Mono, il mondo apprese cosa fosse e cosa è Phil Spector per la musica: l’ideatore di un suono, il fagogitatore degli artisti da lui prodotti i quali, spesso, erano poco meno che sue creature (per questo Ronnie Spector, appunto, non sarebbe stata molto senza quello che per un po’ di tempo fu anche uo marito e le cucì addosso anche The Ronettes).

 

Come per Brian Wilson, non posso aggiungere altro, pena diventare io inutile oltre che incompleto in una serie che è incompleta per definizione.

 
Ma come mai questo post proprio in questi giorni? Chissà cosa ascoltate come canzoni natalizie, voi!

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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[1] Per dirla alla Vernon Sullivan, cioè Boris Vian.
[2] Argomento degno di approfondimento: con o senza autista? Beh direi con autista, con diritto di dare la giornata libera all’autista, il/la quale avrà divisa con stivali e cappello con visiera.
[3] Film da vecchi, se non fosse che occorreva fare carte false per un minorenne nel 1977 per vederlo e lo hippy è solo Peter Fonda, non Dennis Hopper, anche regista del film oltre che tardivo monumento di mezzo secolo di ribellione giovanile, con causa o senza.
[4] Nato e vissuto in formato CD, basta con il vinile a tutti i costi.

martedì 1 ottobre 2013

SERGE GAINSBOURG (con post scriptum)


SERGE GAINSBOURG (con post scriptum)

 

Per me Serge Gainsbourg muore la mattina del 3 marzo 1991 in un albergo decaduto, come molti, di Venezia.

In realtà egli era morto il giorno prima, a Parigi, intorno alle 15.30 ([1]).

Si rimarca che avrebbe dimenticato di assumere la sua “pillola per il cuore”; proprio come era accaduto a Boris Vian, in parte suo mentore, il giorno del suo decesso (nel 1959).

 

Serge Gainsbourg (altrove ho preso spunto da questo artista per un post che non ha avuto molti lettori ([2]); credo egli si meriti qualche pensiero in più) ha avuto diritto, a tutto il 2013, a tre cofanetti qualificati come “integrali” ([3]), il primo e il secondo, fra l’altro, in due edizioni ([4]).

Scontenti della seconda, i fan più appassionati si sono lamentati anche della terza, constante di 20 CD ([5]).

Il suo, reputato, album capolavoro: Histoire de Melody Nelson, è stato ripubblicato in un’edizione in doppio CD (cum DVD) nel 2011, ovviamente con qualche registrazione inedita rispetto alla terza integrale ([6]).

E così via.

 

La maggioranza dei, pochi, italiani che sanno chi fu Serge Gainsbourg di solito hanno in mente soltanto la canzone “Je t’aime, mois non plus” in duetto con Jane Birkin: “roba scollacciata”.

Incidentalmente, Jane Birkin, probabilmente la “più donna della sua vita” è una sorta di Dennis Hopper al femminile in termini di vita artistica e non ([7]).

Belle donne: se Giovanni “Gianni” Agnelli parlava “con le donne” (e non “di donne”), gli altri parlano delle donne di Gainsbourg: anche una non bella come Brigitte Bardot è meglio di Jacqueline Bouvier Kennedy, ma sulla giovane Catherine Deneuve non si discute, e mi fermo qui.

 

La sua traiettoria artistica è spesso riassunta nell’ultima parola del titolo della prima integrale, che egli aveva definito il suo sarcofago: venuto meno Serge, quel cognome Ginsburg (che già aveva modificato moltissimi anni prima ([8])), diventa uno pseudonimo roco, come la sua voce.

 

Se, come dottamente osserva Jeremy Reed ([9]) a proposito di chi se la comprò prima fra i giovani di successo d’Albione, anche nella decade successiva l’acquisto di una Rolls-Royce è quasi obbligatorio ([10]), dunque non stupisce più di tanto se anche Gainsbourg ne compra una nel 1970, ma lui non ha la patente e non sa guidare.

 

Gainsbourg è un esteta anche se non si direbbe.

Ecco perché le fotografie (soprattutto degli interni) della sua casa, non grandissima, in cui trascorse oltre vent’anni – 5bis Rue de Verneuil, Paris 7e Arrondissment (dunque Rive Gauche) – finalmente mi disvelano finalmente una familiarità stilistica che non riuscivo a spiegare.

Quelle stanze, cariche ed ingombre di oggetti sono un clin d’œil di un’altra, ben più grande per dimensioni e fortemente voluta, fortress of solitude ([11]): il Vittoriale dannunziano.

 

Maitre de la provoc, evidentemente, ma non solo per “ragioni motoristiche”.

Lui ebreo, si inventa un album dal titolo Rock around the bunker ([12]) prima delle croix gammée del punk ([13]).

 

Grande autore ([14]) anche per altri artisti, rammento (Alain) Bashung di Play blessures, fino alla fine dei suoi giorni.

C’è anche chi dice che il suo vero successo fu dovuto a dei jeune fiston della banlieu: i Bijou nel 1978 ([15]).

Certo è che da allora questo apparente ometto (ben più alto di quanto sembri) diventa poco a poco un gigante, cui si consente quasi tutto: catch him alive while you can?

 

Chissà cosa avrebbero bevuto e fumato insieme Serge e Carmelo (Bene) se si fossero incontrati diciamo prima del 1985.

La dieta gainsbarriana era di Gitanes e alcool, con il Pastis 51 diventato 102 per i dosaggi prescelti, quella pro die del genio pugliese anch’essa tabagistica (si dice una stecca) innaffiata con due bottiglie di scotch Ballantine’s.

 

 

POST SCRIPTUM DEL TRENTENNALE

 

Secondo i numeri 111 e 112 ([16]) del mensile musicale - britannico - Shindig! per decenni la copertina di quello che è considerato l’album capolavoro di Serge Gainsbourg (e Jane Birkin?) Histoire de Melody Nelson [17] ha avuto i “crediti” riferiti ai partecipanti alle registrazioni in parte sbagliati.
Solamente la redazione e pubblicazione de Le Gainsbook nel 2019 ([18]) avrebbe rimediato a ciò.
Il che significa dover emendare non pochi libri nella parte in cui si occupano di HMN.

 

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di quell’album, quindi, ma soprattutto il trentennale della morte di Gainsbourg.

Al momento pare tutto piuttosto tiepido in Francia, a parte uno speciale della rivista Les Inrockuptibles.

 

Giusto per: riordinare le idee, mettere qualche puntino sulle “i” e riflettere per l’ennesima volta sulla caducità della fama.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] La notizia mi arrivò dalla radio nella mia camera (non c’era televisione): alla fine di un GR RAI mattutino.

[2] Vedi “Quando un libro è ben documentato, può portare molto lontano (ovvero da Serge Gainsbourg all’infinito francese)”. Ivi anche qualche riferimento bibliografico.

[3] In Francia quando si ottiene la intégrale è una consacrazione.

[4] Quella del 1989, intitolata De Gainsbourg a Gainsbarre, passata nel tempo da 9 a 11 CD (vennero aggiunti due CD costituenti semplicemente gli ultimi due album di studio dell’artista); la successiva del 2008, Gainsbourg … Forever, comprendente inizialmente 17 CD più uno di inediti (poi eliminato).

[5] Sono ormai tutte rarità, compresa l’ultima che viaggia sui 200 Euro e oltre (un 25% in più del prezzo originario).

[6] Dello stesso anno ed eponima al suo contenuto.

[7] Primo matrimonio con John Barry, ovvero il compositore delle colonne musicali e sonore più celebri della saga cinematografica di James Bond.

Una piccola parte nel film Blow-up di Michelangelo Antonioni.

Sorella maggiore di Andrew Birkin, cui si deve una splendida opera letteraria (del 1979) dedicata a James Matthew Barrie con riferimento a Peter Pan (contestuale ad una sua versione televisiva (per BBC) molto bella e una meno suggestiva più recente versione cinematografica): J.M.  Barrie and the Lost Boys.

[8] E pretendeva di avere come nome di famiglia Ginzburg per vezzo.

[9] Nel libro The King Of Carnaby Street.

[10] “I drive a Rolls-Royce/’cause it’s good for my voice” canta Marc Bolan in “Children of the Revolution”.

[11] Per una volta Superman è meglio di Batman: nel nome del suo rifugio.

[12] Uno dei pochi francesi non ridicolo quando canta in Inglese.

[13] Thelonious Monk nel 1968 con Underground si era permesso una bandiera nazista in copertina, ma l’alto ufficiale delle SS ivi riprodotto era legato.

[14] Come spesso scrivo, la vera ricchezza patrimoniale è ad appannaggio delle opere musicali e non delle registrazioni delle medesime.

[15] Rinvio al bel dossier contenuto nel numero 6 di Schnock del marzo 2013.

[16] Gennaio e febbraio 2021, rispettivamente.

[17] 1971: “HMN”. Rinvio per il resto al volume citato di seguito.

[18] S. MERLET (sous la direction de), Le Gainsbook – En studio avec Serge Gainsbourg, Paris, Editions Seghers, 2019.

mercoledì 27 giugno 2012

MATT DILLON: “un brillante avvenire dietro le spalle”?





 MATT DILLON: “un brillante avvenire dietro le spalle”?
 
Capita che ci si penta di non aver fatto qualcosa, di non essenziale sì, ma quella rinuncia all’azione sarà con te per sempre.
 
Fra le poche, molto poche, mie colpevoli rinunce d’istinto c’è un mio procedere a Manhattan lungo la 23rd Street West, direzione 10th Avenue, certamente oltre il – allora – Chelsea Hotel.
Sono già scoccati i Nineties.
Sono diretto per un lunch verso un diner aperto essenzialmente 24/7 (essenzialmente) che ho sempre amato ([1]) sin dalla prima volta che ci andai a cena, era l’autunno del 1986.
Lo incrocio, allora lui aveva un locale con dei biliardi da quelle parti, ma per mio stupido pudore non lo fermo per chiedergli un autografo.
È Matt (all’anagrafe Matthew Raymond) Dillon che, non a caso, fisicamente può ricordare Vittorio Gassman ([2]).
Me ne pento qualche isolato più in là, ma non posso inseguirlo.
 
Qualcuno si ricorda in quali film ha recitato Dillon? In caso affermativo si tratta di persone oltre i 40 anni.
Se si conoscono i film, va bene si può sorvolare la dimenticanza, altrimenti la situazione si fa più grave.
 
Matt Dillon è un bravo attore, soprattutto ha recitato in due film importanti ed in uno fondamentale quando la sua carriera pareva lastricata d’oro, se non anche tempestata di pietre preziose.
In ordine puramente soggettivo, qualitativamente crescente: Drugstore Cowboy di Gus Van Zant, The Outsiders di Francis Ford Coppola e Rumblefish del medesimo regista ([3]).
 
Poi qualcosa si ruppe.
Spero che lui sia per lo meno non troppo frustrato, perché se fosse sparito (a la J. D. Salinger) dopo i due film di Coppola egli sarebbe stato un degno successore di James Dean.
 
Mio nonno Luigi era piuttosto superstizioso: poteva a fatica tollerare un ombrello aperto in casa, ma mai un cappello da uomo sul letto!
Proprio come il protagonista interpretato da Dillon in Drugstore Cowboy: un tossicomane bandito; il cappello porta davvero irreversibilmente male.
 
Ma il personaggio del “fuorilegge romantico dell’emporio” (altrimenti non si può tradurre quel titolo, che infatti non fu tradotto) impallidisce a fronte dei ruoli che gli erano stati affidati da Coppola, soprattutto per quel che riguarda Rusty James, più ancora che per quello di Dallas.
Due film tratti da due romanzi omonimi di S. E. Hinton che sono dei best e long seller da decenni.
Roba per ragazzi, che ti resta attaccata a vita: chiedere ai Manic Street Preachers.
 
Matt Dillon è stato allora monumentale: in Rumblefish: quando stai bene indossando una canottiera bianca o sei Marlon Brando o sei lui.
Se sai anche recitare sei quasi invincibile; se nel film Mickey Rourke recita bene – è tuo fratello maggiore – e tuo padre “è” Dennis Hopper ([4]) nulla può fermarti.
Invece non fu così.
 
La carriera di Dillon non fu quella inscalfibile del grandissimo attore e nemmeno quella del tespiano da grandi incassi (guardate chi c’era con lui nel cast di The Outsiders).
Fra i suoi film della maturità ricordo un buon Factotum, che gli è valso premi e candidature.
 
Per i giovani lettori: in doppio DVD dovreste trovare i due film di Coppola, nella “regione” che volete.
Paradossalmente, più rarefatte o costose le copie dei due romanzi della Hinton.
 
Aggiungo (a post pubblicato da molti mesi), che la colonna sonora realizzata da Stewart Copeland per accompagnare le vicende di Rusty e del Motorcycle Boy (con un cantato di Stan Ridgway) è un, altro, gioiello.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Amato non nel senso ormai predominante dell’uso del termine in sterile iperbole.
[2] Da qui il sottotitolo del post, che è quasi verbatim il titolo di un libro scritto dal Mattatore.
[3] Per gli allergici all’Inglese, gli ultimi due, titolati in Italiano, rispettivamente: I ragazzi della 56a Strada e Rusty il selvaggio.
[4] Se la ribellione fosse una maglia di un giocatore di football, baseball o soccer, avrebbero dovuto ritirarla alla sua morte.