"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 23 maggio 2024

FIRMACOPIE … (Steg about Steg Series – Shards - 1)

 

FIRMACOPIE …

(Steg about Steg Series – Shards - 1)

 

Di ritorno da un convegno giuridico alla Università di Pavia, vado alla presentazione di un libro.

 

Mi son fatto firmare la mia copia dal figlio di Francis Turatello.

 

Si va fino ai resti.

 

(Per i più diligenti: tre riferimenti con Turatello. Per gli infallibili, oppure sono io, quattro.)

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

lunedì 17 giugno 2013

BEPPE VIOLA


BEPPE VIOLA

 

Per gancio o sponda al post sull’Umberto Simonetta, si potrebbe ben fare anche uno scritto sul Beppe (cioè Giuseppe ([1])) Viola, morto (un decennio prima del Gianni Brera) nel 1982, il 17 ottobre.

 

La letteratura “alla milanese” – no questa aggettivazione non è del ([2]) (Piero) Cola(K.)prico – può essere rigida e cosacca (Giorgio Scerbanenco), oppure smargiassa eppure ancora militare (ussara?) se declinata con più o meno nativi (Simonetta e Brera).
Viola lo sento più defilato, con battute di quello che nel gruppo non è mai completamente sotto i riflettori.

 

Infatti, si tratta di un autore che, non avendo scritto libri di tenore “classico”, ma restando nell’ambito essenzialmente giornalistico che gli era proprio anche nei tomi ([3]) – con qualche incursione da sceneggiatore cinematografico e quella, che in fondo già di per sé sola lo rende noto (credo non ai ventenni), di coautore con Enzo Jannacci della canzone “Quelli che…” ([4]) – non ha mai avuto una grande eco popolare.

 

Ho avuto conferma definitiva del fatto che il popolo non segue quelli che viaggiano in bicicletta perché abitano in centro ([5]), ma preferiscono artisti diciamo così un poco meno “esistenzialmente corretti” quando ho raffrontato gli accessi al mio post su Enzo Jannacci e a quello su Franco Califano ([6]) ([7]): il secondo surclassa il primo in modo eclatante.

 

Come se ce ne fosse stato bisogno di tale conferma: non è che gli accessi al mio post su Umberto Simonetta siano in numero ingente, ma questo scrittore beneficia almeno del fatto di essere morto da tempo, più vicino alla storia che non alla cronaca.
Per contro, Beppe Viola riesce a essere meno interessante di Jannacci, pur se morto prima di Simonetta.
Beppe Viola non interessa quasi a nessuno di diverso da certi suoi colleghi, anche illustri.
 
Questo post quindi si risolve in meno di quell’esile libro (libro? Opuscolo in formato A4) sulle New York Dolls di Morrissey prima della notorietà del secondo?
Direi di sì, né – credo – contribuirà a maggior popolarità di Viola il libro pubblicato nel maggio 2013 da sua figlia Marina: Mio padre è stato anche Beppe Viola ([8]), i cui toni sulla notorietà del genitore mi paiono eccessivamente ottimistici.
 
Del resto, anche nelle biblioteche pubbliche milanesi si fatica a reperire quanto scrisse il padre di Marina.
 
Questo mio scritto non ha un finale in quanto non esiste un finale che non sia stereotipato, retorico e nostalgico (e forse anche piagnucoloso), mentre Beppe Viola senza “anche” era, in fondo, un po’ un teppa, come si dice a Milano, o con un modo di vivere un poco “gonzo” per citare Hunter S. Thompson.

 

 

 

POST SCRIPTUM
Devo a Marina Viola, ma anche a me che lo notai indipendentemente da tutto, la precisazione per cui i “crediti” ancora oggi sembrano non dichiarare Beppe Viola in SIAE: sull’argomento rimando a quanto scritto da Marina: http://pensierieparola.blogspot.it/2011/12/la-palestra-puo-aspettare.html.
Io i crediti nel mio quasi non-post “Quelli che …” ovviamente li ho dichiarati esattamente.




POST POST SCRIPTUM
Considerato che, al di là dei “crediti” comunicati dai licenzianti, la collezione postuma di Enzo Jannacci è curata da suo figlio Paolo, stupisce che ancora nel settembre 2013 Beppe Viola non sia indicato come coautore nel terzo CD, intitolato Le storie del mago, di detta antologia venduta in edicola.
La SIAE, evidentemente, poi liquida i proventi autoriali “di conseguenza”.


                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Beppe proprio non mi piace come diminutivo (dovevo scriverlo), meglio il veneto Bepi, eppure tutti i Giuseppe cui è attribuito ne vanno orgogliosi. Del resto Gianni – gioanfucarlo necessariamente – Brera lo chiamava Pepinoeu anche nelle sue righe commemorative pubblicate da La Repubblica del 19 ottobre 1982.
Aneddoto: l’articolo è intitolato “Lasciatemi piangere seppure in ritardo” in quanto il quotidiano non “usciva” allora di lunedì e Viola morì di domenica.
[2] Qui finisce il gioco del mettere l’articolo determinativo prima di nome e/o cognome, tipico tic meneghino, appunto.
[3] Non ho rinvenuto una corretta bibliografia di Beppe Viola.
[4] Ma come ho scritto nel necrologio su Jannacci, Viola non risulta coautore nei “crediti” dell’album in cui quella canzone è contenuta.
[5] Del resto, se fra loro vi fossero miei lettori assidui avrebbero criticato il mio “Hire a brain (Sniper series 16)”.
Per il resto mi astengo da polemiche con l’attuale Sindaco di Milano, il cui padre fu mio docente di Procedura Penale, quanto a piste ciclabili e corse podistiche domenicali.
[6] Tecnicamente la ricerca non è influenzata dal fatto che la parte principale del secondo sia scritta da Glezos.
Quindi devo ritenere che la rete non menta quando si preferisce l’obituary sul Califfo.
[7] Califano è uno solo, Jannacci no, lo noto perché politica del blog e quella di indicare sempre il nome proprio delle persone citate (anche se scrivendo Bowie nessuno penserebbe a Zowie.).
[8] Ove è ampiamente citato il giornalista Sergio Meda, che fu per lo meno mio “buon conoscente di famiglia” una trentina di anni fa.
Mesi e mesi dopo la scrittura di questo post ho rinvenuto un suo articolo commemorativo del 2012 dell’amico e collega Beppe; per chi volesse leggerlo, lo trova qui: http://sport.panorama.it/Beppe-Viola-anniversario.

domenica 31 marzo 2013

CALIFFO: “SENZA MANETTE”


CALIFFO: “SENZA MANETTE”
 

Come prevedibile, il difetto di coefficiente d’apprezzamento da parte dei radical chic nazionali ha fatto sì che Franco Califano sia stato commemorato “in scia” a Enzo Jannacci, non cronologicamente ma per rilevanza assegnata alla morte di ciascuno di loro.

 

Fa anche sorridere riferire al secondo l’aggettivo “apollineo” e al primo quello di “dionisiaco” (così apre in prima pagina Il Messaggero del 31 marzo 2013).

 

Eccezionalmente, lascio il posto ad altra penna – peraltro nota anche ai lettori assidui del mio blog – per una serie di impressioni e riflessioni ([1]).

 

La parte virgolettata nel titolo delle mie righe è, semplicemente, quello di un’autobiografia del Califfo uscita qualche anno fa e che credo abbia venduto ben poco ([2]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

“IO HO SCRITTO ‘TUTTO IL RESTO È NOIA’
(E TU TE LO PRENDI IN CULO)”

 UN BIGLIETTO PER FRANCO CALIFANO

 
“Io nun piango quando un uomo s’ammazza/il suo sangue non mi fa tenerezza/anche se allagasse tutta una piazza”. Quando negli anni ‘70 scrivevi “Io Nun Piango” una cosa non la sapevi, e cioè che i tuoi Franchiani un giorno ti avrebbero disobbedito e avrebbero pianto e pianto ancora, anche se tu non ti sei mica ammazzato come Piero Ciampi. Non ho mai capito pienamente cosa ti legasse in quel modo a lui, così distante da te in tutto e per tutto: gli avevi dedicato proprio quella canzone, a lui che si era ammazzato davvero, a meno che non si voglia credere che il suo “male incurabile” fosse venuto da solo. Il tuo te lo si leggeva in faccia, tanto eri risucchiato nelle guance. Per me, che ti avevo conosciuto brillante e sempre in forma, era una cosa da non credere.

 

Sgombriamo subito il campo dalle pietose bugie. Tu non sei mai stato un idolo della barricata da cui vengo io, così come non lo sei stato di quasi tutti quelli della mia generazione più o meno di strada, anzi: i tuoi ‘Tac’ e i tuoi Minuetti erano roba altra e di altri. Checchè ne dicano oggi, tu eri e restavi un uomo di altri ambienti, tutti lontanissimi da noi, dalla tardissima notte al Derby di Milano agli uffici delle major del disco che riempivi con l’ultima canzone “perfetta per Sanremo, adesso sentiamo la Mimì se no c’è la Patty, ma la Mina non la riusciamo a convincere”. Perché nessuno ne aveva voluto sapere del tuo primo album da cantante-autore (“No, UomoArtista tutto attaccato”, mi dicevi a denti stretti), e nemmeno del secondo e di altri ancora. Perché puoi essere UomoArtista finché vuoi, Franco, ma se poi ti mandano al DiscoRing di “Baila Guapa”, allora vallo a raccontare che quello non è trash o roba da galera. Ironie della sorte, perchè la galera -quella vera- te l’eri fatta con Chiari-Luttazzi prima e per Gianni Il Bello poi, e dopo l’era-Tortora avevi dovuto ricominciare tutto da capo. E’ più facile dirlo.

 

Ti ho conosciuto grazie a Marco Mathieu (sì, l’ex Negazione) e alla quasi mitologica Rossella Leonardi, alter ego di Richard Branson fin dai tempi dell’apertura di Virgin in Italia (ho ancora la copia originale della biografia di Branson col tuo biglietto da visita allegato, Rossella). Dovevo intervistarti per GQ Magazine, e Marco mi aveva suggerito al direttore. “Occhio, se gli stai sul cazzo è finita”, mi avevano bombardato per una settimana. Ma sono tutti così, avevo risposto. Beh, tu così non lo eri per niente, a meno che non ti fossi piaciuto tanto da volermi come road manager o cuoco personale. Che strano rapporto ne venne fuori. Con te nessun argomento cadeva nel vuoto, dalla tua nascita quasi in aereo ai tuoi problemi con lo showbiz (“Guarda la faccia che mi ritrovo. Pasquale Squitieri va dicendo in giro che sono l’unica faccia realmente internazionale che il cinema italiano ha a disposizione. L’ho visto l’altro giorno e gli ho detto:”Embè, e allora perchè tu per primo non mi hai mai fatto fare un film?”), fino a quello che non mi sarei mai aspettato, come i racconti della galera (“Io sono stato assolto “perché il fatto non sussiste” e non per non avere commesso il fatto, dopo tre anni e mezzo di carcere, senza mai una lacrima o una lamentela, senza sbraitare, senza dire nulla. E all’epoca non c’era il risarcimento dei danni”) e della tua amicizia con Francis Turatello (“Un’amicizia di una vita, e io un amico non lo tradisco”). E di questi argomenti me ne hai voluto parlare tu senza che io ti avessi mai chiesto niente. Anche qui, è più facile dirlo.

 

Il revival di popolarità sui giovani coatti di fine anni ‘90, i Music Farm e le sciocchezze allegate (le cazzate di ‘Romanzo Criminale’, le leggende sulla Banda Della Magliana eccetera) ti avevano un po’ spiazzato, ma quando ne parlavi ti brillavano gli occhi. Ti piaceva pensare che il tuo vero valore di autore ti fosse stato finalmente riconosciuto, ma anche oggi che non sei qui ti direi che forse eri un po’ ottimista, visto che i tuoi veri capolavori (ad esempio il tuo primo album d’inizio anni ‘70, Un Bastardo Venuto Dal Sud) non hanno mai trovato orecchie all’altezza, per quanto a loro modo memorabili fossero le tue più conosciute e molti tra i tuoi monologhi, che fecero epoca. Tu la regolavi in modo secco: “Io ho un’alta considerazione di me stesso come artista e come uomo, perché ci sono i valori. Poi mi puoi pure dare del porco e del maiale, ma resta il fatto che io ho scritto ‘Tutto il resto è noia’, e tu te lo prendi nel culo”. Noblesse oblige, di quella autentica.

 

Quando ti avevo detto dello slogan pubblicitario ideato da [Serge] Gainsbourg poco prima di andarsene (“Gainsbourg non aspetta di morire per essere una leggenda”) eri andato in visibilio: “Grande! Questa gliela rubo”. Non ne hai avuto bisogno, anche quando ripetevi il tuo mantra: “Non voglio vedere nessuno dei vecchi colleghi dell’ambiente. Ogni volta che ne incontro uno, questo mi dice: “Aho’, lo sai chi è morto?”. Ma qui & ora è davvero difficile spiegare a chi non ti conosceva chi è morto, oggi. L’ultima tua volta al Festival di Sanremo era stata con “Non Escludo Il Ritorno”. Non tutti sanno che quella frase era l’epitaffio che avevi scelto da anni per la tua lapide. Tra quelli che ti conoscevano non lo esclude nessuno.

 

Mentre chiudo queste righe mi torna in mente che al telefono non amavi perderti in ciance, impressione che ha poi avuto conferma. Un giorno Federico Zampaglione dei Tiromancino mi dice: “Due sere fa mi telefona Franco e mi fa: ‘Tra un quarto d’ora sono sotto casa tua, ti vengo a prendere’. Arriva, salgo in macchina, è quasi il tramonto e lui guida senza dire una parola che sia una. Usciamo da Roma, e a un certo punto frena davanti a un campo, spegne il motore e guarda il sole che tramonta senza aprire bocca. Silenzio assoluto. Non parlo nemmeno io, e la cosa diventa imbarazzante. Dopo un po’ mi giro, lo guardo e vedo che ha le lacrime che gli rigano le guance. ‘Franco, cos’hai, che c’è?’. Lui si asciuga le lacrime e rimette in moto verso Roma. ‘Scusa, volevo vedere il sole che muore. Mi fa sempre piangere’”.

 

 

(Potete leggere una mia lunga intervista con Franco Califano su


 

 

                                                                                                                      Glezos

 

 

 

 

© 2013 Glezos, Milano, Italia.
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[1] Ho semplicemente aggiunto un nome di battesimo, in parentesi quadre, per uniformità con lo stile degli altri post.
[2] Ivi trovate anche la riproduzione della copertina dell’album citato da Glezos.
Invece per la copertina “famigerata” in cui Califano ha in braccio Eros Turatello, figlio di “Francis” dovete fare altrimenti.