"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 8 marzo 2013

QUALITÀ E QUANTITÀ DELLA VITA (continua ad essere “vietato morire” in Italia?)

 
Illustrazione di F. D. Bedford
 
 
 

QUALITÀ E QUANTITÀ DELLA VITA
(continua ad essere “vietato morire” in Italia?)
 

Se dovessi eliminare una sola norma dal codice penale italiano, eliminerei il primo comma (e ne andrebbe riscritto il secondo) dell’articolo 580 del codice penale.
Sarebbe un passo verso il riconoscimento del diritto all’eutanasia.
 
Sono, da molti anni, subissato da inviti dei (tramite i) mezzi di comunicazione di massa ad avere uno stile di vita atto a farmi vivere più a lungo, come se una vita più lunga fosse una vita migliore.
A tacere degli errori nelle analisi cliniche (errori subiti anche da me e dai miei familiari) o di quelli sui pazienti (il mio medico di famiglia morto in seguito ad operazioni mal eseguite), per quale motivo altri dovrebbero essere infallibili nel dirmi cosa fare? Medici sovrappeso e fumatori oppure funzionari di ASL che non sanno fare a meno dell’ascensore in discesa a pontificare sul mio colesterolo?
 
Poi le pubblicità mi spacciano vite banali e modeste (si può essere modesti nel senso deteriore del termine anche se abbienti e scialatori, non lo si dimentichi, ma la felicità comprata a rate non mi è mai parsa molto vera) come felici.
Nemmeno sposo il – spesso finto – “pauperismo potendoselo permettere”: una per tutti la signora Giulia Maria Crespi, meglio di lei Lapo Elkann piuttosto.
 
Dissento dunque.
 
Il grottesco è l’acquisto senza consumare, oppure il “vizio in modica quantità”. Ultima per ora frontiera di un mercato nemmeno capace di vendere se stesso (“vieni avanti creativo!”?).
Pensate all’alcool o al gioco d’azzardo.
Più subdolo il secondo, in quanto il “coma” ha una soglia senza ritorno: quella persona che ha perso 23.000,00 Euro in 12 ore sarebbe morto (e ben prima) se avesse ingerito una dose “equivalente” di alcool ([1]).
 
Dissento nuovamente.
 

Se risulto banale è, credo, in quanto mi pare che molti siano distratti e, appunto, non considerino argomenti di buon senso.
Quei molti non più arbitri e non più artefici delle proprie esistenze (lo sono mai stati?), bensì schiavi di un “piccolo fratello” che in fondo ha solo bisogno che si muoia un giorno prima di quando cominceremo ad essere un costo per la società, anche solo un costo intellettuale siccome dissenzienti.

 

Ultimamente in Italia si muore di più prima del – già stigmatizzato – “dovuto”.
Certamente ciò disturba.
Ma è davvero un male? Oppure è un modo di prendere coscienza (almeno quello) della propria impotenza? Durerà?

 

Noterete che non ci sono quasi note a piè di pagina e che non sono pensieri di Top Shooter, questi (non se la sentiva di distillare con la sua usuale sintesi; da tiratore scelto egli potrebbe solo regalarmi un colpo perfetto …).
Ovviamente le parentesi permangono: cosi penso, cosi scrivo.
In certi casi, si è soli con la propria intelligenza (quale e quanta essa sia) e con qualche altro individuo senza nemmeno bisogno di contarci fra noi pochi.

 

Spero di non essere del tutto obsoleto anche se, magari, non sempre lineare nell’esporre il mio pensiero.

 

Ma soprattutto: “To die will be an awfully big adventure.([2]): morte “da” e “come” avventura.
Peter Pan non sbaglia mai.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 e 2025 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All Rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Per i non giuristi: qualche volta mi chiedo se il brocardo latino “iussum quia iustum o iustum quia iussum” sia sempre applicabile: ed infatti alcool e gioco d’azzardo possono essere oggetto di normativa secondo quello che il legislatore nazionale decide, non dovendo motivare molto i propri ripensamenti (o addirittura inversioni di 180 gradi).
[2] James M. Barrie, Peter and Wendy, London, Hodder & Stoughton, 1911. Capitolo 8, ultime parole, virgolettate in originale.
L’opera è spesso intitolata Peter Pan, anche perché frequentemente è edita in volume insieme al precedente (1906) Peter Pan in Kensington Gardens.
Una curiosità: l’illustrazione di questa frase realizzata da F. D. Bedford (utilizzata “ a sé” recentemente da Rodrigo Fresán nel suo Kensington Gardens) contiene un punto interrogativo, aggiunto, nella didascalia rispetto al testo: come se i lettori dell’epoca non fossero stati in grado di notare l’apocrifia, o era per tranquillizzare i genitori?

mercoledì 14 dicembre 2011

IL “PANTALONE” E IL “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA”: il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose




IL “PANTALONE” E IL “CAIPIROSKA ALLA FRAGOLA”:
il massacro della lingua italiana come alibi per evitare di affrontare molte cose





 
Queste righe possono sembrare meno serie del reale ([1]).


A mia memoria, comincio con un ricordo quasi di infanzia e pertanto di circa 40 anni fa: la mania – innocua tranne per la non correttezza in Italiano – di rendere al singolare “pantalone” il plurale pantaloni da parte di qualche commesso/a di negozio di abbigliamento.
Ma era già un cedimento.



Gli anni settanta del secolo scorso furono piuttosto tranquilli, semmai con la diluizione (allora si diceva “inflazione”) di espressioni colte, delle quali il paradigma massimo rimane “nella misura in cui” usualmente ucciso nello stesso periodo da un “cioè”.


 

Il decennio successivo portò tecnologia e pessimi neologismi: per tutti la “videata” a significare una pagina (ma quale?) riprodotta sullo schermo di computer.
Intanto l’uso del congiuntivo cominciava a vacillare.


 

Grottesco in quegli anni anche il sorgere e proliferare dell’anglismo “il big boss” (per “il capo”). Con il senno di poi era uno dei primi segnali della tendenza a neutralizzare (evitare?) le difficoltà o anche solo la banalità mediante l’estraniamento linguistico.


 

L’accelerazione nei precedenti anni novanta si fa incontrollabile, e quindi esemplifico minimamente: “buona giornata/serata” al posto di “buon/a giorno/sera” (forse parevano antiquati?).
“Ciao bello/a” rivolto a chiunque e senza alcun senso (basta “ciao”), suona come uno slogan per vendere gelati.
“Come va? Tutto bene?” cui fa seguito il discorso di chi lo ha chiesto, ma non ascolta la risposta dell’interlocutore: finta cortesia e paura di veder perforato il proprio umore ([2])?


 

Arriviamo cosi al mostro alcolico (mi risparmio quanto all’uso dissennato di espressioni quali “movida”, “happy hour”): il “Caipiroska alla fragola” doppia devianza sul Caipiriña, il quale già non è un cocktail di rango “mondiale” (per esprimermi secondo AIBES ([3])).
Altri orrori etilici sono prossimi (“dietro l’angolo” avrebbe detto Maurizio Costanzo qualche lustro prima?).


 

La fine dei plurali stranieri declinati correttamente in Italiano (cioè mantenendoli al singolare) è affidata a: “murales” al singolare, “geishe” (fortunatamente non ci sono “karateki”, per ora), etc.


 

Per gli anni duemila e il contemporaneo quasi nulla scampa al massacro del neologismo ottimistico con pretesa seria (di chi lo usa).
Quindi ci si “ri-aggiorna” nell’arco di ore: credo che l’errore sia addirittura doppio.


 

Lo schifo totale lo provo con la parola, inesistente, “scannerizzazione” a indicare una procedura nota e dotata di termine in Italiano ben prima dello scanner. Si badi che essa non è nemmeno – pur se ciò non lo giustificherebbe (semmai “scanning”?) – utilizzata come sinonimo di scansione (appunto), bensì come termine proprio.
Nel frattempo il congiuntivo è quasi morto.


 

Facciamo però una “piccola pausa”: ecco allora “buon week-end” (evidentemente il “fine settimana” è riduttivo) perché sono “stressati” e devono “staccare”.


 

Le “criticità” sono figlie delle “tipologie”.
Infatti il commerciante ha scoperto che “tipologia” suona molto bene (meglio di “categoria”), resta generico e quindi dicendo poco illude meglio: l’acme è raggiunto sulle tipologie abitative o di viaggio (con il risultato che certi alberghi 4 stelle esteri sono delle topaie: in effetti non erano dei 4 stelle ma di “tipologia 4 stelle”).
Sta bene, ma quando si passa da “problema” a “problematica” il gioco è più sottile.
Non solo: chi risolve una problematica è un esperto non lo è chi risolve un problema ([4]).
Siccome anche problematica suona come una difficoltà si arriva alla “criticità”, un termine sufficientemente astratto e serio al tempo stesso, sempre con possibilità per chi la risolve di vantarsene in modo esagerato e serioso (curiosamente poi però parlano di “problem solver”, misteri della approssimazione nell’Inglese).


 

Ed ecco che non si muore più! Si “scompare”, si “lascia”.
Ai funerali la gente si veste male, applaude, fa cose stupide; meglio ancora le esequie diventano “addio” anzi “ultimo addio” (quale sarebbe il penultimo? ([5]))
È possibile “morire” solamente in situazioni che si vorrebbero paradossali tanto sono ammantate di “buono”: lo “shopping”, dopo una notte di “movida”, eccetera.


 

Mia madre ancora “va a fare la spesa”, io se devo andare a comprare un paio di scarpe vado a comprare le scarpe (volendo posso “andare a far compere”).


 

Mi pare che le “criticità” linguistiche non lascino scampo ([6]).


 


 


                                                                                                                      Steg


 


 


 


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[1] Cercherò di evitare di commentare le espressioni impiegate anche da comici o da libri scritti da autorevoli autori ma con taglio ironico.
Analogamente mi astengo anche da commentare parafrasi di titoli di libri per titolare articoli (povero Charles Bukowski), uso di titoli di film per intitolare programmi televisivi e di espressioni “brutte” per intitolare altri programmi televisivi.
[2] Si noti che il “come stai” è più impegnativo perché più diretto.
[3] Associazione Italiana Barmen e Sostenitori.
Anche il Martini non è perfettamente in salute e, per fare un testa coda con la nota successiva, mi rendo conto che talvolta il Negroni è chiesto molto pallido, troppo.
[4] Ma qualora l’idraulico non venisse (cfr. Carlo Fruttero in Fruttero & Lucentini, L’idraulico non verrà, Milano, Mario Spagnol Editore, 1971; ristampato da Il melalogo di Genova nel 1993) sarebbe davvero un problema!
[5] Senza dimenticare “piccola folla” e “grande Kermesse”.
[6] Qualcuno dirà “’sti c***i”, ma qualcun altro, preoccupato, esclamerà “me co***i”. Sempre che sia loro – se non laziali (territorialmente parlando) – nota la differenza fra queste due espressioni, ovviamente.