"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



Visualizzazione post con etichetta Lou Reed. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lou Reed. Mostra tutti i post

venerdì 25 aprile 2025

METAL MACHINE MUSIC NEL 2025 (Facebook Down Series - 122)

 

METAL MACHINE MUSIC NEL 2025

(Facebook Down Series - 122)

 

Dopo mezzo secolo, ne leggo delle pessime su Metal Machine Music di Lou Reed.

Chi spiega che l’edizione “In vinile” consta di due dischi: beh nel 1975 difficile che fosse pubblicato in CD.

 

Ma ancor meglio è la ignoranza quanto al suo D-side.

Eppure pensavo di essere stato chiaro, nel 2011:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/11/lou-reed-caveat-censor.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2025 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 

giovedì 14 dicembre 2023

ROCK AND ROLL: NON SI PUÒ CHIAMARE “ROCK”

 

ROCK AND ROLL: NON SI PUÒ CHIAMARE “ROCK”

 

 

Non cerco la verità assoluta, e nemmeno la impermeabilità degli artisti, però ogni tanto mi sovviene la mia distinzione, quasi manichea.

 

Innanzitutto: “rock and roll” o “rock ‘n’ roll”: li uso come sinonimi.

 

Mi rendo, anche, conto, di aver usato qualche volta la tronca “rock” ([1]): mea culpa? Però ho anche precisato ([2]).

Il rock and roll è rock elettrico? ([3])

 

Ho anche già scritto sull’argomento, più o meno ([4]), ([5]).

Anche in àmbito italiano ([6]).

 

Però …

Va anche detto che normalmente si usa (usava) “rock and roll” per parlare di inizio di una operazione militare, solitamente aeronautica.

 

Bruce Springsteen è, soltanto, rock (come noto, invece, Springsteen si considera rock and roll).

David Bowie è stato talvolta rock (non solo quando ha interpretato Springsteen ([7])).

Per “la” Lega Umana ho innalzato lo scudo su una canzone interpretata da un artista ormai considerato nemmeno umano ([8]).

I Mott The Hoople? Chissà ([9]).

 

In conclusione, per me il rock è almeno un gradino sotto al rock and roll (e non solo per cronologia dei due generi).

Per la precisione e i distratti lettori.  

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

© 2023 e 2024 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 



martedì 15 marzo 2016

NEL 1976 NON SUCCEDEVA NIENTE (ovvero: non c’erano i punk e nemmeno il punk, almeno in Italia)


Splash page d'apertura




NEL 1976 NON SUCCEDEVA NIENTE
(ovvero: non c’erano i punk e nemmeno il punk, almeno in Italia)

 

Il post con cui inaugurai il blog si intitola “Note sul punk in Italia e a Milano” ([1]): negli anni ha subìto qualche correzione, è stato tradotto in lingua inglese per il blog, è stato in parte oggetto di commenti e qualche citazione.
D’altro canto: non potevo scrivere tutto lì per vari motivi; e il medium scelto (come in altre occasioni ho fatto presente) deve essere tale da permettere una lettura estemporanea, non consequenziale.
Negli anni ho scritto ancora di punk, ma anche di David Bowie e di fumetti.

 

Queste righe traggono origine da un anno, 1976, e una fonte precisa: il numero 112 del mensile musicale francese Rock & Folk (maggio 1976) in cui compaiono ([2]) una intervista a David Bowie e altra al regista cinematografico Nicholas Roeg e un profilo ampio sempre sull’artista londinese il tutto gli fa valere la copertina; talché l’intervista a Neil Young che precede il tutto si fa piccina. Considerate inoltre: che per alcune righe ivi si dà per scontato che tutti i lettori sappiano che James Osterberg è Iggy Pop e che a David Bowie si chiede cosa ne pensi di Metal Machine Music di Lou Reed.
Dunque Francia: a pagina 22 della rivista c’è una rubrica dedicata ai fumetti intitolata “Comix Parade” in cui si menziona il primo numero della rivista statunitense Punk (qualificata fanzine e di fumetti, evidentemente), ma nel testo non si citano i Ramones che appaiono titolati in copertina bensì il solo Lou Reed.
Philippe Manœvre sempre nel numero 112 recensisce sia City Lights di Elliott Murphy, sia Collectors Items dei Flamin’ Groovies.
A pagina 148 insieme ad altri (eterogenei) strilli promozionali compare un piccolo riquadro pubblicitario per Métal Hurlant, testata cui ho dedicato righe specifiche ([3]).
Tenete presente che la rubrica seminale per gli artisti dell’Esagono “Frenchy But Chic” è pubblicata su Rock & Folk a partire dal novembre 1978 ([4]).

 

Guardare all’Italia di quell’anno si risolve allora in un nonsenso: spiace notare che riviste dello spessore di quelle francesi – Best fu un buon concorrente di Rock & Folk – non sono mai esistite, in quanto le due eccezioni alla regola erano poco diffuse e hanno avuto una vita comunque breve e non connessa agli anni qui considerati: mi riferisco a Muzak (ottobre 1973-giugno 1976) e a Musica 80 (febbraio 1980-aprile 1981).
Per i fumetti occorre aspettare Cannibale (giugno 1977) e Frigidaire (novembre 1980) ([5]).

 

In questo panorama le conclusioni sono banali, o meglio lo sarebbero se non fosse che con il passare del tempo le mitizzazioni – soprattutto di chi non c’era ma è ancora vivo a discapito di coloro che invece potrebbero contraddirli se fossero ancora vivi – sono sempre in agguato.
E quale momento migliore rispetto al punk per mitizzarlo del suo quarantesimo anniversario, secondo il calendario britannico?

 

Dunque: nonostante l’esiguo stretto di mare che li separa, i francesi (o meglio i parigini) nel primo semestre del 1976 saranno influenzati soprattutto da qualche sprazzo della scena newyorkese già stabilizzata; sebbene nell’eterno dibattere su chi abbia introdotto la spilla da balia nell’abbigliamento compaia anche Elli Medeiros (poi Stinky Toys con Jacno) in tempo appunto per il 100 Club Punk Festival del 20 e 21 settembre 1976.
Incerte le datazioni di costituzione, sempre nel 1976, di Métal Urbain e Asphalt Jungle.

 

In Italia, io confermo la mia opinione: nel 1976 nulla “di punk” al di fuori di qualche acquirente di dischi, delle pochissime copie di quelli che arrivarono d’importazione.
E – ad essere benevoli – come fu nel 1975 per i Sex Pistols, un repertorio anglosassone magari con dentro una canzone di Bowie o una di Reed per chi suonava in un gruppo.
Qualche responsabilità per tutto ciò l’ebbe evidentemente anche la stampa musicale italiana. Questo sì.
Per un tentativo, serio, di celebrare un quarantennale del punk nel nostro Paese occorre aspettare il 2017: per ribaltare il titolo di un album che nel 1976 non so quanti conoscessero da queste parti, sarà di nuovo, e in ogni caso, in riferimento a qualcosa avvenuto too little too late.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2016 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 




[2] Da pagina 72. Avvertenza: questa intervista, di Herve Muller, non è contenuta nel numero speciale (Hors série n. 32) dedicato a David Bowie del gennaio 2016.
[4] Tenuta da Jean-Éric Perrin, essa è raccolta in un volume dallo stesso titolo: maggio 2013, Camion Blanc, ISBN 978-2-35779-290-6.

mercoledì 18 giugno 2014

PER ESSERE “PUNK” UN ARTISTA? (Sniper series - 25)


PER ESSERE “PUNK” UN ARTISTA?
(Sniper series - 25)

 
Per essere “punk” o innovativo, a un artista occorre una famiglia disastrata?
 

Continuo a domandarmelo, seriamente, anche ora che ho cominciato a leggere copia dell’autobiografia di Viv Albertine (Clothes Clothes Clothes Music Music Music Boys Boys Boys) prestatami dal blogger.
 

E se la risposta è affermativa, questa è la ragione per cui l’Italia non ha dato i natali a “un”: Lou Reed, David Bowie, John Lydon?
 

E la conferma di ciò è data da Nicoletta “Patty Pravo” (già “Guy Magenta”) Strambelli unica, ripeto unica, diva nazionale e (la dimensione territoriale è quella che conta) internazionale ([1]) – “dannata” stante la sua crescita a casa della nonna?
 

Certo ci si può anche disastrare da soli, vedi Piero Manzoni, ma è più faticoso.

 

 

                                                                                              Top Shooter

 

 

 

© 2014 Top Shooter
     © 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 




[1] Qualcuno sostiene che David Bowie abbia copiato lei.

lunedì 21 aprile 2014

THE VELVET UNDERGROUND: UNA OSSESSIONE



Cofanetto non ufficiale in 23 (ventitré) copie, constante di 7 CD e 3 DVD
(non parte della mia collezione) 
 
 
THE VELVET UNDERGROUND: UNA OSSESSIONE

 
Innanzitutto una precisazione a guisa di premessa: non esiste una obbligatoria coincidenza fra Lou Reed e The Velvet Underground, nemmeno ne esiste una fra John Cale e The Velvet Underground.
Però difficilmente chi valica la soglia del tempio velvetiano si disinteressa delle carriere soliste dei suoi componenti, che poi si sostanziano non solo in quelle delle due “menti” del gruppo ([1]) ma anche, checché se ne dica (attendo smentite), in quella dell’angelo teutonico Nico ([2]) ([3]).
Per contro qualcuno, non credo molti, può avere Lou Reed o John Cale, ancora più esigua la schiera dei secondi, come artista fra i preferiti senza preoccuparsi del loro passato. Forse.

 

E quasi in forma di avvertimento, più che di premessa, è da precisare che chiunque non si accontenta di ascoltare con satolla attenzione, o volevo scrivere devozione?, la produzione “regolare” (ma quale, soprattutto oggi?) dei VU (sì questa abbreviazione è ammessa), quasi subito va alla deriva in elucubrazioni che – se non fossero nobilitate dall’argomento – sarebbero assimilabili a quelle dei tifosi di calcio, con rimpianti di formazione e fantasie postume davvero incomprensibili dall’esterno e assolutamente prive di ogni rilevanza nel mondo reale e poco appeal anche intellettuale.

 

Qui, forse comincia, appunto, la ossessione.
Ipotesi di un secondo album con il cantato di Nico, sogni ad occhi aperti di un sodalizio indissolubile fra l’aquilino Gallese e il riccioluto bardo della Nuova Amsterdam, e cosi via.

 

Perché un certo giorno ci si accorge che non basterà mai tutto quanto esiste di reperibile in forma sufficientemente agevole (cioè?) di The Velvet Underground.

 

Più che incidentalmente, nel frattempo ci si accorge di altro: Andy Warhol e, “e”, la sua Factory (qualcuno ha detto Edie Sedgwick?).
Ricordo uno dei concerti meno memorabili musicalmente di Siouxsie and the Banshees: quello al Bristol Womad del 1986, ma indimenticabile sotto altri profili. La fidanzata del tempo di Steve Severin, un’adorabile e giovane ragazza soprannominata Cricket, aveva dipinto sulla schiena del suo giubbotto di tessuto jean il volto di Edie Sedgwick, appunto.

 
Ma come si arriva “li`”?
Io, come altri, grazie ([4]) al punk ([5]): un giorno rammenti una recensione e compri un disco semiufficiale stampato in Australia (ce ne sarebbe stato un secondo) ([6]), tempo dopo inciampi già nel CD di VU e/o nell’immediatamente successivo Another View.
Ancora non ci si fa molto caso, c’è tanta di quella musica nuova cui pensare!, sebbene il libro Uptight ([7]) non possa mancare nella propria, seria, biblioteca.
 

Solo anni dopo il gesto irreversibile: il leggendario cofanetto australiano, ancora, che con rigore filologico apre la porta ai devoti casuali, agli ossessivi razionali: un bell’astuccio argentato di formato lungo con tre CD dal titolo What Goes On.
 

Poi sarà tutto in discesa, o in salita, dipende dai punti di vista.
Il quintuplo Peel Slowly And See può soddisfare da solo unicamente chi si illude di essere un illuminista sonico in un’epoca nella quale il concetto di enciclopedia appare ormai e purtroppo destinato a scomparire.
 

Altrimenti si allineano e si pongono in debito ordine tutti questi frammenti, belli anche sensorialmente alla vista e al tatto (cito per tutti il quadruplo CD Caught Between The Twisted Stars) o semplicemente confortanti: sia esso il doppio ufficiale Fully Loaded o il clandestino Searching For My Mainline in versione AAD (più ricco dell’originario vinile multiplo).


Con tutta evidenza, la storia è ormai infinita e nemmeno appassionante, si è già nelle discussioni sulla prevalenza qualitativa del suono monofonico o stereofonico ben prima di quando diventi di moda, a tacere dei missaggi alternativi.
 

L’unico vero sobbalzo è una piccola favola vera: il giovanotto che letteralmente inciampa in un disco anomalo in un mercatino delle pulci manhattanita: qualche spicciolo gli assicura la proprietà dell’acetato di Norman Dolph: cioè una versione inedita del primo album, detto in parole povere.
Senza perderci troppo il sonno, degli intrepidi giapponesi ([8]) immettono sul mercato come bonus “ad altro” quell’acetato in formato CD.
Fine, sebbene in argomento Fernanda Pivano scrisse un inutile e nemmeno preciso articolo sul Corriere della Sera.
 

Playlist obbligatoria: “All Tomorrow’s Parties”, “White Light/White Heat”, “Sister Ray” e, per il testo, “Heroin”.
Bonus track, c’è lì già aria di futuro: “Rock & Roll”.
 

Non ci credete? Provate qui, allora: http://olivier.landemaine.free.fr/vu/index.html.

 

 
                                                                                                                      Steg
 

© 2014 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 
 

 

 


[1] E le derivazioni poi si fanno onerose: se Cale produce l’esordio di The Stooges, David Bowie produce non solo Lou Reed ma anche Iggy & The Stooges.
[2] Prodotta da John Cale.
[3] Non me ne abbiano i “totalisti”, ma Moe Tucker e Sterling Morrison ci lasciano ben poco da ascoltare.
[4] Ci fossi arrivato prima non necessariamente sarei progredito negli ascolti.
[5] I lettori storici del blog forse lo avevano intuito.
[6] Gli album in questione sono, rispettivamente: Etc. e And So On.
[7] Di Victor Bockris e Gerard Malanga, sottotitolo: The Velvet Underground Story.
[8] Per chi volesse cimentarsi, oggi, nella ricerca: si vada a recuperare tutta la produzione della Nothing Song, nella tiratura originaria.



 

giovedì 7 novembre 2013

NEW YORK CAN’T DANCE (ANYMORE?)

NEW YORK CAN’T DANCE (ANYMORE?) ([1])
 
Quando morì Andy Warhol io studiavo a New York.
Vi assicuro che leggere la notizia di certe morti in loco è diverso dal saperne a migliaia (o centinaia) di chilometri di distanza.
Lo specifico subito: dopo aver pensato al titolo del post, mi è tornato alla mente che lui non voleva essere “painter” bensì “tap dancer”.
 
Nel febbraio 1987 erano tutti vivi, eccetto Billy Murcia e Truman Capote e la povera Edie ([2]) ([3]).
Quindi Gotham City restava immortale anche se imperfetta.
 
Ecco perché quella figura curiosa, albina come un coccodrillo delle fogne della città, sopravvissuta all’attentato di Valerie Solanas del 1968, non avrebbe potuto mai morire. E invece ..., e io ero lì a leggerne fra i molti e doverosi tributi della stampa, seduto di pomeriggio nel vagone di un treno alfanumerico ([4]) diretto uptown.
 
Poi si tratta solo di ordinarli per data, non ha alcuna utilità farlo, i caduti figli o anche solo adottivi della New Amsterdam: Zoë Lund, Johnny Thunders, Joey Ramone, Robert Quine, William Burroughs, Jim Carroll, Laura Nyro, Arthur Russell, Jam Master Jay, Adam “MCA” Yauch, J. D. Salinger, ... e tutti quelli che ho dimenticato (Willy De Ville “vale o no?” si domanderà il completista).
 
Sempre più stanca, vecchia e debole la città dell’Uomo Pipistrello cercava di continuare, rincuorata anche dalla residency di David Bowie.
 
Ma adesso? I nuovi (ex nuovi) proprio non li vedo e non li sento (più?).
Dove sono gli alfieri dell’electroclash? E “quelli di Brooklin” (scrittura e musica) che è sempre “la” (ma sarebbe più esatto “il”) nuova Manhattan e non lo diventa mai?
“Adesso” è dopo il 27 ottobre 2013.
 
John Lydon continua a camminare nella neve dell’inverno di inizio 1978 come un soldato in rotta dalla Russia, i Lovin’ Spoonful continuano a suonare – in mono – “Summer In The City”, Bob Dylan continua ad abbracciare la sua Suze Rotolo in una foto che farebbe rabbia a chiunque e, a peggiorare le cose, anche James Dean (zuppo di pioggia e esistenzialista, oppure spavaldo e asciutto: potete scegliere) continua a camminare dalle parti di midtown.
 
Finale romantico: ultima canzone di Transformer: “Good Night Ladies”.
Finale reale: “it’s like that, and that’s the way it isper dirla con i Run DMC, ed allora ce lo sudiamo al Red Zone ovviamente con le Adidas lasche, ma declaratorie tanto quanto un paio di – ovvio – Hudson Boots, come piace a noi.
 
Phew!
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
 

 


© 2013 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 

 
 




[1] Il riferimento è al titolo di “Sally Can’t Dance” di Lou Reed.
[2] Sedgwick, lei forse vittima del friendly fire tossicologico come Billy Doll? E Capote non giovanissimo.
Insomma cose che capitano.
[3] Neanche un trafiletto per Anya Phillips e Jobriath? Certo non per le masse e, comunque, entrambi non simboli, nemmeno reietti, della città.
[4] Era la 2 (numero su fondo rosso) o la R (lettera su fondo giallo)?
“Subway Train” evidentemente, “peggio dei Warriors” direbbe qualcuno a me caro; se sai viaggiare nei borough lo sai fare ovunque.
Dimenticavo, a chiudere questa parentesi sotterranea: dovevate vederli i Guardian Angels nella primavera del 1983 partire nelle ombre serali in falange gothamita a proteggere sino alle propaggini la città!

lunedì 28 ottobre 2013

ROCK N ROLL ANIMAL -- FRA I TRE ACCORDI E L’ACCORDO SOLO


ROCK N ROLL ANIMAL

 

Chiamate Furio Colombo!
Il fatto che io provi un fastidio quasi fisico per lui ([1]) non significa che io eviti di riconoscergli dei meriti.
Probabilmente si tratta della sola persona in Italia in grado di scrivere un obituary soddisfacente di Lewis Allan Reed al di fuori dei pochissimi reediani d’acciaio (chissà quel romano che ...) i quali non frequentano i media tradizionali.
 

Quando morì Nico, poca fu l’eco.
Io ero in vacanza in Francia e con me avevo la prima edizione di Psychotic Reaction and Carburetor Dung di Lester Bangs: i casi della vita.

 

E che dire della morte di Sterling Morrison? Una riga.

 

Dunque, The Velvet Underground sono finiti oggi, 27 ottobre 2013 ([2]).

 

Gli scenari non esistono, esistono soltanto le prossime uscite e tutti quelli che corrono tardivamente a comprare un CD o, tristezza, scaricare a pagamento una registrazione senza tutto l’apparato visuale che è parte del tutto.

 

Ho scritto di New York, dunque ho scritto anche di Lou Reed.
Ho scritto di David Bowie, dunque ho scritto anche di Lou Reed.
Ho già scritto anche di Lou Reed.
Lou e John contro gli eredi di Andy Warhol: anche di quello ho scritto, con tristezza posto che Drella aveva riunito i separati fondatori del cruciale quintetto (perché il primo album comunque comprende anche Nico) contra hippy ([3]).

 

Per altre considerazioni, lascio la pagina (in parentesi quadra un possibile titolo, mio, e mie precisazioni per rendere il testo più chiaro) a Glezos (e per i più curiosi: cercatevi il numero del marzo 2013 della rivista italiana Blow Up).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

[FRA I TRE ACCORDI E L’ACCORDO SOLO]

 

L’ho visto per la prima volta in carne ed ossa nel febbraio 1975, poco più che bambino – il bambino ero io, mica lui. Un amico di famiglia quella sera al Palalido di Milano era nel servizio d’ordine, e oggi penso al rischio di portarsi dietro un infante infatuato dalla fama controversa di Lou Reed, sbarcato per la prima volta nel Bel Paese. Erano i tempi di ‘Sally Can’t Dance’, su ‘Ciao 2001’ c’erano le pubblicità dell’album e del tour italiano, ma lo conoscevano i proverbiali quattro gatti. Chi oggi snocciola rosari, quelli che da oggi sono Vedovi Reed, dopo essere stati Vedovi Di Chiunque, all’epoca erano molto presi da tutt’altro, tra una barba una boccetta di patchouli e la loro brava stecchetta d’incenso condita da un “fumante tè indiano” (se mi leggi sto parlando di te, caro mio, ho ancora il tuo nome insieme a tutti gli altri ben stampati in testa).

 

Chi conosceva Lou Reed? Alcuni, pochi, nessuno. Un bel po’ di tempo fa Sergio Messina mi parlava dei viaggi mentali (e a volte non solo mentali) che in quel di Roma ci si faceva solo guardando la copertina degli LP dei Velvet Underground, magari concentrandosi bene su Nico. Quando venni a sapere particolari e aneddoti sulla bionda tedesca musa di tanti (fonte: l’Equipe 84 del periodo romano, 1964-65, con lei che si era invaghita di un membro del gruppo) il mito si autoregolò a scartamento ridotto. Ma su di lui, Lou Reed, beh, la partita era di quelle sospese per nebbia.

 

Come andò quella sera al Palalido fu immediatamente leggenda, per niente metropolitana. Branduardi e String Driven Thing come support acts, gli ‘autonomi’ che strappano i cavi a questi ultimi (la band del futuro Van Der Graaf Graham Smith, sopravvalutatissimo violinista dal sound che più nevrastenico non si può). E poi arriva Lou Reed, che riesce anche a suonare qualcosa tra cui ‘Heroin’, mentre gli slogan del gruppo nel secondo anello vanno avanti imperterriti e lui li fa inquadrare con un faro e dice qualcosa del tipo “Choose between those motherfuckers and me”, e se ne va. Io lì in prima fila che non capisco cosa cazzo succede, il gruppo di contestatori scende sotto, sale sul palco e inizia un delirio al microfono con highlights rappresentati da parole come “musica gratis” - “ambiguità politica” - “lotta contro questo e quello”. Il mio amico del servizio d’ordine mi prende per il collo e mi trascina negli spogliatoi del Palalido, e da una porta metà aperta si vede lui che singhiozza abbracciato dal suo uomo/donna dell’epoca (“Oh, hai visto? Sta veramente con un travestito!!!”). Se ne lessero di ogni, dopo una commediola all’italiana in tutto e per tutto. Il fatto che i contestatori gravitassero attorno a Stampa Alternativa di Marcello Baraghini, beh, era quasi esilarante. Famosa la dichiarazione di una supposta (di nome e di fatto) attivista che sbottò nell’ indimenticabile “Faccio la militante tutto il giorno, ho diritto anch’io a un po’ di relax!!!”. Such a perfect day.

 

Ah sì. Lui, quello di Patty Pravo, ‘I giardini di Kensington’, sì sì, adesso ricordo. Recensioni degli album post-Velvet, nessuno li compra. Dopo le date-disastro di quel tour italiano (ne erano annunciate altre, alcune non si tennero, altre non ebbero nemmeno inizio) la solfa resta identica. Non se lo fuma nessuno. Poi il punk, e qui Lou Reed cambia pelle o meglio gliela fanno cambiare, dal momento che improvvisamente torna comodissimo per far dire ai Piergiuseppe Caporale & compagnia “Eh, ma vuoi mettere con Lou Reed”. Quindi, tutti in coda dal Precursore, il Primo Punk, quello di Warhol, noi che lo seguiamo dagli inizi. Negli USA [“]i[”] John Holmstrom ([i quali] sanno benissimo chi è, loro scrivevano su ‘Punk’, mica su ‘Ciao 2001’) lo intervistano per metterlo in mutande. Lui ovviamente non ci casca, risponde per le rime e diventa da pre-eroe a post-stronzo. Qualche anno dopo, anche lì scatta la sindrome da allegato letterario del New York Times: lui pre-questo, pre-quell’altro e soprattutto Vera Anima Della Grande Mela. Che a lui piacesse pensare di essere il verme, in quella mela, questo sembra non avere sfiorato la mente di nessuno. In mezzo, i pochissimi che sotto tutte le latitudini fin dai primi giorni solisti hanno umilmente comprato i suoi dischi in assoluto silenzio, facendo sacrifici orrendi per averli, e ai quali lui ha fatto compagnia mentre crescere si rivelava quella cosa descritta nelle ‘Liaisons Dangereuses’, “la vita non è quello che pensavamo noi”.

 

Non era quello che pensava neanche lui, e quello che resta – la sua musica, almeno fino a ‘Metal Machine Music’ – lo dice sempre. Quello che è venuto dopo è conversazione da tabaccheria, a metà strada tra ‘Smoke’ e ‘Blue In The Face’. Nemmeno l’ingloriosa passerella da malato coi Metallica da Fazio conta qualcosa. E soprattutto non ci dice niente, se non che quello che sostiene Lemmy [dei Mötorhead] (“Se tuo padre è uno stronzo e muore, è uno stronzo morto”) non vale per Lou Reed.
Sempre che John Holmstrom sia d’accordo, adesso.

 

 

                                                                                                                      Glezos

 

 

 

 

 

POST SCRIPTUM

Provo discreto fastidio per tutti quelli che hanno dichiarato che adesso è “finito tutto”.
Avete visto la foto del 2011 di Morrissey con Lou Reed? Reed ha già un’espressione persa, debole, irreversibile.
Soltanto persone come John Cale o David Bowie possono dichiarare quello che hanno dichiarato.

 

Posto, però, che nessuno ha in tasca la verità, vi suggerisco di cercare “People Who Died” di Jim Carroll (ne esiste anche una versione di John Cale, come ho scoperto nel blog di una rivista finanziaria!). Jim Carroll è morto già da anni, con poche parole spese in sua memoria.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

 

© 2013 Glezos, Milano, Italia.
     © 2013 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All Rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto del rispettivo autore.





[1] Come per tutti i genuflessi alla Famiglia Agnelli.
[2] Nello stesso giorno morì, nel 1990, Ugo Tognazzi.
[3] Che “un” Pigpen fosse disperato non toglie alcunché alla immagine scanzonata di Haight Ashbury.