"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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mercoledì 2 aprile 2025

ATTUALITÀ E INATTUALITÀ RUGGERIANE 2025 (Facebook Down Series - 114)

 

ATTUALITÀ E INATTUALITÀ RUGGERIANE 2025

(Facebook Down Series - 114)

 

Concerto di Enrico Ruggeri del 1° aprile 2025 ai Magazzini Generali di Milano ([1]).

Canzoni non riconosciute dal pubblico (che data l’età dovrebbe):

  • “Saturday Gigs” dei Mott The Hoople (prima del concerto) ([2])
  • “Sex & Drugs & Rock & Roll” di Ian Dury (idem)
  • “A Forest” de The Cure come intro lunga a “Polvere” (in concerto).

 

Evidentemente nessuno degli - altri - presenti era nel pubblico all’X-Cine nel 1978 ([3]).

Gente che oltre a invecchiare male, non ha un patrimonio musicale solido cui attingere.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] 30 anni fa era una landa desolata intorno, oggi la gentrificazione (e il supermercato) la rendono tranquilla.

giovedì 14 dicembre 2023

ROCK AND ROLL: NON SI PUÒ CHIAMARE “ROCK”

 

ROCK AND ROLL: NON SI PUÒ CHIAMARE “ROCK”

 

 

Non cerco la verità assoluta, e nemmeno la impermeabilità degli artisti, però ogni tanto mi sovviene la mia distinzione, quasi manichea.

 

Innanzitutto: “rock and roll” o “rock ‘n’ roll”: li uso come sinonimi.

 

Mi rendo, anche, conto, di aver usato qualche volta la tronca “rock” ([1]): mea culpa? Però ho anche precisato ([2]).

Il rock and roll è rock elettrico? ([3])

 

Ho anche già scritto sull’argomento, più o meno ([4]), ([5]).

Anche in àmbito italiano ([6]).

 

Però …

Va anche detto che normalmente si usa (usava) “rock and roll” per parlare di inizio di una operazione militare, solitamente aeronautica.

 

Bruce Springsteen è, soltanto, rock (come noto, invece, Springsteen si considera rock and roll).

David Bowie è stato talvolta rock (non solo quando ha interpretato Springsteen ([7])).

Per “la” Lega Umana ho innalzato lo scudo su una canzone interpretata da un artista ormai considerato nemmeno umano ([8]).

I Mott The Hoople? Chissà ([9]).

 

In conclusione, per me il rock è almeno un gradino sotto al rock and roll (e non solo per cronologia dei due generi).

Per la precisione e i distratti lettori.  

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

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lunedì 11 settembre 2017

“ATTACCHEREMO PALAZZO MARINO IN FILOBUS” (i testi dei primi Decibel)

“ATTACCHEREMO PALAZZO MARINO IN FILOBUS”

(i testi dei primi Decibel)

 

 

Il 2017 è l’anno del ritorno sulla scena dei Decibel capitanati da Enrico Ruggeri.

Riascoltare i loro primi due album e quel singolo intermedio evasivo in quanto le canzoni altrimenti non disponibili ([1]) aiuta nuovamente a ricordare cosa succedesse a Milano a quei tempi e cosa rimanga oggi almeno nelle menti di alcuni, pochi invero.

 

Con tutta evidenza – tardiva – nell’autunno 1978 probabilmente non c’era (molto) tempo per ascoltare anche i Decibel, e forse nemmeno danaro in tasca per comprare anche quel disco ([2]): considerate un po’ quali furono le uscite di quei mesi, mentre si cercava ancora di assimilare il 1977.  

 

Con Pino Mancini (uno dei chitarristi del gruppo) divisi la classe alle scuole medie.

Ai Decibel tirammo qualche manifesto appallottolato in occasione del primo concerto (su due) che aprirono a Milano per Adam and the Ants: era il 16 ottobre 1978.

E allora? Non è questione di contarci fra superstiti 39 anni dopo, bensì di ricordarsi chi siamo, ancora, senza la pretesa di scavalcare le interpretazioni autentiche fornite da Enrico Ruggeri.

 

Il titolo del post evidentemente è una iperbole (anche perché a Milano nessuna linea filoviaria raggiunge Piazza della Scala), ma “filovia” è nel testo di una delle canzoni del primo album decibeliano.

 

 

PUNK

 

“Figli di …”.

Questo è un disco milanese, e quindi i protagonisti hanno genitori che leggono il Corriere della sera ([3]).

Siamo fuori dall’ingranaggio se abbiamo capito di cosa si sta cantando. Ancora oggi siamo “i figli”, nel senso che non siano entrati a far parte dei “servi”.

Secondo un modo di dire, a sinistra c’erano i pirla con il Burberry’s, a destra invece quelli con la giacchetta di renna. Ecco noi ci siamo salvati dagli opposti estremismi modaioli oltre che da quelli non modaioli ma in divisa (vedi eskimo), semmai indossando un giubbotto di pelle nera.

 

“Paparock”.

La censura cattocomunista (per usare un termine dell’epoca) aleggia: ecco quindi che la voce di Ruggeri è alterata e il testo della canzone non è riprodotto con gli altri.

Per fortuna noi ci siamo salvati sia dal pontefice r’n’r, sia dai preti in maglione (CL o sinistra poco importa); non è accaduto a molti.

 

“LSD Flash”.

Sono tentato di dire “fate voi”.

Poco rock ‘n’ roll di vaglia. Il sesso come droga? Ma perché LSD: metrica?

 

“Superstar”.

Ruggeri su questa canzone ha già detto e scritto più volte tutto.

Io senza di lui continuo a non pensare a John Lennon, penso al filobus (linee 90 e 91).

Concludo che il protagonista della canzone non abbia ucciso il suo idolo, perché senza il suo idolo il fan muore.

 

“Il leader”.

Mirabile sintesi della vita studentesca fra licei e istituti tecnici italiani (e milanesi in particolare) fra il 1972 e il 1978.

Sorta di completamento a contrario di “Figli di …”, con essa si spiega perché altri (ed io) ci siamo salvati grazie alla musica e al punk in particolare.  

 

“New York”.

Questo è il mio tallone d’Achille.

Avendo visitato Gotham City sin dal 1975, ho sempre sentito ingenuità fra le righe.

Comunque un po’ di Lou Reed, di Taxi Driver e di scena musicale cui si anela sono evidenti.

 

“Col dito … col dito”.

Chi ha anche “solo” 40 anni non ha la percezione del femminismo militante, che però quaranta anni fa (appunto) si scontrava con i “cazzi duri” dei compagni maschi.

Alla fine era muro contro muro fra i due sessi, tale da portare anche – e in questo io plaudo – a una sisterhood che scavalcava quasi tutte le barriere politiche.

Ma ciò posto, la canzone critica i peggiori aspetti del femminismo.

Mentre io dedico queste righe alla mia compagna di classe Stefania Bosio, femminista e fascista, picchiata dal servizio d’ordine trotzkista del liceo con regolarità impressionante.

 

“Il lavaggio del cervello”.

Si chiude come si è iniziato: dichiarando la propria non accettazione della omologazione – con qualche contentino, stavolta non a rate ([4]) bensì calcistico – entro una massa non pensante.

 

 

 

“Indigestione disko”/ “Mano armata”

 

“Indigestione disko”: verrebbe da chiedersi se serve una analisi.

La “k” ricorda quella di “Kossiga” (Francesco; che la “meritò” come ministro dell’interno nel 1977): ovvero la accezione positiva del negativo che originò nel novembre 1962 con Diabolik si era persa.

La grandezza di questa canzone (troverete analogie tematiche nella solista “Generazione combustibile” ([5])) è il disprezzo per quella dozzinale evasione dal quotidiano che era ed è la spina dorsale della sconfitta del proletariato a sinistra ([6]) ma anche e ancor di più di quella piccola e giovane borghesia impiegatizia – di cui i figli di quei proletari arrivano a far parte – che teme di perdere quanto comprato a rate (allora poche) dai propri genitori.

 

“Mano armata” ([7]).

Il proletariato – politicizzato o meno – è incazzato. Ma cambiano i modi di esprimere la rabbia.

A Milano le “batterie” (così si chiamano le bande di delinquenti) sparano. Per i boss piccoli gregari giocano a poker o a dadi, nelle bische o alla luce dei lampioni di piazze ([8]).

Ecco quindi che questa canzone (di cui esiste anche una versione con un testo più duro) fissa l’idea dell’esproprio, che non è “proletario” per ideologia di estrema sinistra, bensì per uscire dalla dimensione sociale di partenza di chi lo compie.

 

 

 

VIVO DA RE

 

“Il mio show”.

Onestamente, vedo pochi proclami.

A parte una “marchiatura” bovina della ennesima donna sbagliata, che pretende cultura, lo skerzo forse è sparksiano.

 

“Supermarket”.

Non molla la rabbia anticonsumista del primo album, con ammiccamenti testuali a una trasmissione televisiva dedicata ai fumetti (“Gli eroi di cartone”).

La miopia di chi ascolta è evidente: è la estrema destra, e non la estrema sinistra, a criticare il consumismo; la seconda lo sfrutta.

Sul tema dei consumi Ruggeri tornerà molti anni dopo con “Centri commerciali”, ma questa volta il prezzo del consumismo è ancora più alto: solitudine non volontaria.

 

“Pernod”.

Come noto, questa canzone sventa un suicidio del suo autore.

Forse anche perciò una sua nuova versione è inclusa nell’album decibeliano del 2017 Noblesse oblige.

 

“Ho in mente te”.

La cover di una canzone della Italia “complessista” ([9]) e “beat”; anni sessanta.

Certo avessero scelto “Pugni chiusi”, “Ragazzo di strada”, o “La quindicesima frustata” sarebbero stati più taglienti.

Prendiamola come la pausa in angolo fra un round e l’altro.

 

“Sepolto vivo”.

Bravi!: Edgar Allan Poe?

Kafka oppure The Damned o solamente Zio Tibia?

 

“Vivo da re”:

Quoi faire?

Autentico albatros ruggeriano, cui non credere quando anche nel 2016 egli sostiene il suo immedesimarsi in una rock star a lui estranea oppure futura.

Questa canzone sta a Enrico Ruggeri come L’infinito sta a Giacomo Leopardi, in quanto è la canzone, fra le più belle, per cui è più spesso ricordato.

Le stimmate del lost boy sono incancellabili, Ma per assurdo esse fanno male non a chi le porta, se questi accetta di portarle.

Opera musicale che mi pare insuscettibile di essere riferibile anche a una donna come voce narrante.

Non vi basta? C’è un mio post su di essa: http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2017/01/vivo-da-re.html .

 

 

“Contessa”.

Ancora vezzi musicali figli della nuova formazione: Steve Harley e i suoi Cockney Rebel?

Per tutto il resto rivolgetevi ai soliti critici musicali, anche recentemente smentiti da Ruggeri.

Il finale è ovviamente debitore di The Stranglers.

 

“A disagio”.

“Sepolto vivo” parte seconda?

Certo il tenore sia musicale sia letterario non si avvicina nemmeno alla tragedia – meno “ombelicale” di quanto si possa pensare – di “All The Madmen” di David Bowie.

Prendiamola dunque per ciò che è.

 

“Teenager”.

Vi dico Serge Gainsbourg e Jane Birkin.

Vi dico: Maurizio Arcieri e Christina Moser.

Cioè vi dico l’opposto di quanto declamano i Decibel. O no?: “rimani qui”.

 

“Tanti auguri”.

Gli spigolosi che non amano i compleanni.

Ricompare la “fossa” poeiana (qui faustiana).

fard”: se non è “Time” (ancora David Bowie ([10])) allora è la crepuscolare Gloria Swanson.

 

“Peggio per te”.

Indubbiamente esiste un problema: i Decibel (o Enrico Ruggeri) con le donne non vanno d’accordo a lungo.

Tranne con una: la destinataria di “Vivo da re”.

Occorre però essere sinceri e confessare la propria decadenza.

 

“Decibel”. ([11])

Necessariamente anthemica.

Eppure classica come l’ultimo saluto di Leonida alla propria moglie prima di partire per le Termopili.

Vinti mai: si muore solo in battaglia, la propria, dunque esistenziale. 

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Una stranezza per l’Italia, tipica prassi invece nel Regno Unito per tutto quanto originasse dal punk.
[2] Ed infatti la mia copia me la vendette Tonito.
[3] Già esistevano La Repubblica, il Giornale (allora “Nuovo”) fra i quotidiani del mattino.
[4] Repetita juvant? Comunque allora non c’erano TAN e TAEG.
[5] Dall’album Polvere.
[6] Sconfitto dalla pelliccia di (finto) visone per la moglie.
[7] Non esiste una norma che parli testualmente di “rapina a mano armata”, ma convenzionalmente tale è quella considerata nell’articolo 628, comma terzo, n. 1), del Codice Penale. 
[8] Come quella di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Garibaldi.
[9] Si chiamavano “complessi”, allora. Poi sono venuti i gruppi e quindi le band.
[10] Ognuno ha i suoi riferimenti.
[11] Enrico Ruggeri nella sua autobiografia Sono stato più cattivo afferma che il nome deriva dalla strofa di una canzone dei Mott The Hoople, sì ma quale?
Ebbene si tratta de “The Golden Age Of Rock & Roll”, contenuta nell’album The Hoople.
Il riferimento sarebbe il seguente: “the line about ’96 Decibel freaks’ a reference to the city of Leeds attempt to impose a noise limit on rock concerts”: https://schlockmania.com/blog/mott-hoople-1974.
Per la precisione, è l’ultima riga del testo (che come la musica è di Ian Hunter): “You ninety-six decibel freaks”.
Specifico, anche, che l’album fu pubblicato con “inner sleeve” contenente i testi delle canzoni.



domenica 13 aprile 2014

GENERATION X: COLLATERALI?


GENERATION X: COLLATERALI?

 
Nei miei post ricorrono spesso i (“la”?) Generation X. O meglio i suoi componenti, da me dichiarati o meno.
 

Potrei, forse come altri, definirli “bubble gum punks”.
Sarei inclemente.
 

I Generation X sono un caso in cui le unità valgono più della loro somma.
Ma non è possibile liquidarli con sufficienza.
 

Billy Idol, tralasciando la sua vita privata dove rischierei forse un paio di querele per fatti veri, è “quasi” stato un Banshee del 20 settembre 1976, tanto per dire.
 

Tony James un agente provocatore di portata incancellabile.
 

Gli album, quattro reali ma tre solo ben conosciuti ([1]) della Generazione senza volto ([2]), sono sicuramente degni di nota anche solo come trampolino per esplorazioni altresì di recupero.
Francamente “pre tutto” quanto potesse classificarsi – eccetto The Jam – come post-mod, scrivere una canzone come “Ready Steady Go” non era cosi indolore.

 
Mettere in b-side del secondo singolo una versione dub (“Wild Dub”) era meritevole (anche se magari era perché mancava una canzone) quanto una versione di “Police And Thieves”: “mamma cos’è il dub?”.
 

Che dire, poi, di quella definitiva onorificenza alla solitudine piuttosto che una compagnia d’accatto che è “Dancing With Myself”?

 
Si tratta dunque di artisti citazionisti piuttosto sottili e financo hoople-iani.

 
Pure la loro simbologia (a partire dallo pseudonimo di William Broad: molto “epoca Billy Fury”) non è banale come si potrebbe credere.
E che magliette!

 
Mi piacerebbe una bella rimpatriata – per una volta – con una ulteriore chitarra: evidentemente quella luccicante e glam-orosa di Mick “London SS” Jones ([3]).

 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Fotografia promozionale in occasione del lancio del secondo singolo (1977)




[1] Per quello fantasma, Sweet Revenge, occorre scandagliare un cofanetto ovviamente ormai raro.
[2] Chissà: forse anche Edgar Allan Poe influenzò quello pseudonimo?
[3] In sé fattibile siccome Tony James e Jones militano nei Carbon Silicon.

mercoledì 9 novembre 2011

I MOTT THE HOOPLE (a crash course for the young ravers or educating the Mondeo people in the South?)

I MOTT THE HOOPLE
(a crash course for the young ravers
or educating the Mondeo people in the South?) ([1])



In Italia i Mott The Hoople sono solo una splendida canzone scritta da David Bowie (“All The Young Dudes”), per chi non fosse attento ripeto splendida.

Cioè i Mott The Hoople non esistono, come non esiste Rod Stewart con le Faces.
Un fenomeno esclusivamente britannico ([2]).
O così pare. Dipende.



Il mio perennemente ciclico (mantra o “famiglia scheletrica”?) soffermarmi sulle influenze mi conduce altrove.
Nella illusa speranza di un mio lettore di meno di 25 anni, dico The Clash.

E lo dico perché possa essere meno amaro ascoltare non una bensì due band senza – anche – il gusto del presente (contingente?) che è come l’odore di benzina e pneumatici e il rombo degli scappamenti se si è vicini ai box di una gara motoristica.
 
Non è facile scrivere avulsi dalla società albionica dei Mott The Hoople, i quali nessuno può apprezzare “indipendentemente da”, cioè solamente incuriosito da un fonogramma in un negozio, fisico o virtuale, oppure nel catalogo senza volto – cioè privo di quella copertina un poco “a la Brideshead” – di un sito internet da cui scaricare.

E per quel lettore ideale che di anni ne ha meno di 20 eppure legge: già, alla fine si arriva per forza ai Velvet (Underground); lettore e ascoltatore prosegui fino ai Voidoids ([3]) e oltre e non te ne pentirai.
È sempre un gioco di sponde (“Pinball Wizard”? ([4])).



Dimenticavo: siccome quando si è giovani si ha la forza della ingratitudine e della contraddizione capita che “Hymn For The Dudes” dichiari “Go tell T. Rex that their hair is turning grey” ([5]).
Phew!





                                                                                                                      Steg






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[1] È evidente la indulgenza didattica di questo “post”, derivato dal precedente.
Le due citazioni modificate derivano  rispettivamente da David Bowie (“Drive In Saturday”) e da Nicky Wire.
[2] Robert Elms, The Way We Wore.
[3] Cfr. Clinton Heylin.
[4] Vedi Nik Cohn.
[5] Di Verden Allen e Ian Hunter.

MOTT THE HOOPLE IN 2011

My own copy of the original edition 



MOTT THE HOOPLE IN 2011



You have to answer two questions:
  • why is David Bowie fellatio-ing Mick Ronson guitar on June 17, 1972 at Oxford Town Hall?
  • Why David Bowie gifted Mott The Hoople with a song – “All The Young Dudes” – which will stand out within the canon of David Bowie songs?

Because Mott The Hoople are (or Ian Hunter is) a boys band like David Bowie is a boy soloist with a twist of “not so boy-ish”.

Mott The Hoople will never keep their unexpressed promise of being less macho and more glam AND will never be able to equal “All The Young Dudes”.
Still....



Mott The Hoople even today remain a massive A massive hope for our misspelt youth.



I can not, nor I will try to, go further than Morrissey short essay which accompanies the documentary DVD The ballad of Mott The Hoople in trying to explain the band. He is perfect and I say “perfect”.

Given followers like Kris Needs and Mick Jones (even not counting Morrissey) one wonders how short is the distance between Mott The Hoople and New York Dolls.



I had the chance to attend a Ian Hunter concert recently (in 2010) and “All The Young Dudes” was at the end of the set.

We may still be studying Mott The Hoople in 2011 but we also ask ourselves why, oh why, “we are still alive after twenty-five” and without Ronno.


                                                                                                              
                                                                                                                       Steg








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