"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



Visualizzazione post con etichetta Jean-Patrick Manchette. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jean-Patrick Manchette. Mostra tutti i post

martedì 28 maggio 2024

GIORGIO SCERBANENCO E MILANO: CON PIÙ CALMA E PIÙ METODO

 

GIORGIO SCERBANENCO E MILANO: CON PIÙ CALMA E PIÙ METODO

 

Della mia passione per Giorgio Scerbanenco ([1]) ho scritto in epoca remota ([2]) e poi lo ho citato altre volte e addirittura lo ho evocato per un post “sociale” ([3]).

 

Negli anni dieci sono state pubblicate biografie a lui dedicate ([4]), ripubblicate sue opere (anche oggi), … 
Base della miglior critica rimane sempre Oreste del Buono ([5]).

 

Nel maggio 2024 sono incappato, causa recensione, in un libro intitolato Scerbanenco a Milano, di Alessandro Trocino ([6]).
Ne ho lette una quarantina di pagine, dopo aver vagliato con attenzione la sua “piccola bibliografia”.
Mi sembra un poco troppo “urlato” e troppo poco milanese: banalmente: perché l’autore non ha evocato (più diffusamente?) Il centodelitti ([7]), o almeno Milano calibro 9 ([8])?

 

Nota curiosa: la critica scerbanenchiana più rilevante si rinviene nelle edizioni, esaurite, di Garzanti (e Frassinelli), piuttosto che in quelle successive.

 

In margine, altra considerazione: Jean-Patrick Manchette ([9]).
Trocino è nato nel 1965: e avrebbe letto da adolescente Nada nella edizione del 1974 di SugarCo?
Si consideri che sino al 1992 nemmeno Posizione di tiro era tradotto in italiano.

 

Forse chiedo troppo, forse (e si capisce anche dalla immagine con cui accompagno le mie righe: fuori bibliografia altrui).

 

 

 


                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2024 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 



[1] Forse più affidabile di Wikipedia, salva una citazione “monca”: https://www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-scerbanenco_(Dizionario-Biografico)/
[2] Anno 2011: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/08/lincapacita-di-superare-scerbanenco.html.
Nel frattempo ho limato qualche giudizio positivo in riferimento ad almeno uno dei suoi epigoni 8senza rinnegare il valore delle loro opere narrative).
[3] https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/05/anche-i-ghanesi-ammazzano-al-sabato.html.
[4] Dai due figli: prima Cecilia (Il fabbricante di storie) e poi Alberto (Le cinque vite di Giorgio Scerbanenco), a distanza di circa un anno.
[5] https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/10/oreste-del-buono-senza-dimenticare.html.
[6] Sottotitolo: Il padre del noir italiano, Roma, Pesi edizioni, 2024.
[7] Milano, Garzanti, 1970.
Per la precisione è “9” e non “nove”.
[8] Milano, Garzanti, 1969.
[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Patrick_Manchette.
Anche per lui varie citazioni, a partire da https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2014/06/nouveau-polar-manchette-e-pagan-qualche.html.

martedì 25 gennaio 2022

HUGUES PAGAN (another half sketch)

HUGUES PAGAN

(another half sketch)

 

Ho conosciuto Hugues Pagan, autore francese (quando l’Algeria era territorio di oltremare ed essendo lui nato nel 1947 quindi “Pied-Noir”) di “polar” ([1]) con pseudonimo medievale – per l’esattezza preso da un fondatore dell’Ordine templare ([2]), per puro caso: qualche titolo a metà prezzo il 7 e giorni seguenti del giugno 2014.

 

Cominciai con la lettura di La notte che ho lasciato Alex ([3]), non so perché o meglio forse siccome l’incipit mi persuase di più ([4]).

In realtà, l’ordine da me scelto non era minimamente corretto; e a confondere le idee ulteriormente il fatto che oltre a Chess, poliziotto, Pagan ha creato anche un altro protagonista flic: Schneider. Anzi, Derniere … era stato l’ultima sua opera lunga per molti e molti anni (venti).

 

Non sapevo che faccia avesse lo scrittore, e per diverso tempo me ne sono disinteressato.

Ho reperito tutto quello di suo che ho trovato in italiano, cioè tutto il pubblicato incluso un romanzo breve spiritoso.

A Parigi, poi ho completato la collezione con ciò che non mi aveva offerto il web, incluso qualche approfondimento biografico e un paio di antologie di racconti. Completato anche con qualche cimelio: perché ad esempio il suo esordio La Mort dans une voiture solitaire ([5]) era uscito con censure (curiosamente, oggi di questo dettaglio compare poco nei profili in rete).

 

C’è chi evoca Ellroy.

O lo hard boiled statunitense; forse: Dashiell Hammett aveva lavorato per la Pinkerton, Pagan invece è stato un poliziotto vero.

O Ed McBain dell’87th Precint (questo lo riconosce Pagan come riferimento).

 

L’appassionante, fuori trama, nei suoi romanzi sono i riferimenti (ho annotato molto), e poi certe curiosità come Yellow Dog che fu il gatto di Chess.

D’altronde, le traduzioni non offrono di solito note esplicative, e quindi un poco di lavoro va fatto o ricordato.

 

Ma parafrasando una canzone de Les Rita Mitsouko: “les histoires de Pagan finis mal/en general”.

 

Arrivare tardi qualche volta è meglio: perché fra una rilettura, un tentativo di leggere in originale, eccetera, come accennato Pagan è ritornato alla narrativa nel 2017.

 

Recentemente mi sono chiesto se sia possibile, editando ed editando, trarre da Pagan un Manchette postumo.

Intanto, affronterò il suo nuovo romanzo, uscito nel gennaio 2022: Le Carré des indigents.

 

 

ADDENDUM 2023

 

In Derniere …, c’è una scena descritta da due persone diverse: dal protagonista Chess e da Alex ([6]).

Si nota una differenza: la marca di whisky non è la stessa.

Sono convinto non sia un refuso, ma non c’è spiegazione.

 

 

POST SCRIPTUM (del 2022)

 

Quella che segue è la mia recensione di alcuni anni fa, con una piccola modifica, della edizione italiana de L’ingenuità delle opere fallite.

 

“Questo è il primo romanzo scritto da Hugues Pagan.

Come gli esperti sanno (ma nessuno lo ha ancora recensito) esso (titolo originale La Mort dans une voiture solitaire) fu inizialmente, nel 1982, pubblicato in Francia “sforbiciato” di qualche decina di pagine.

Verosimilmente (leggendo il relativo colophon), l’edizione italiana è la traduzione di quella integrale francese apparsa dieci anni dopo.

 

Per chi dovesse cominciare a leggere Pagan, consiglio (nei limiti delle disponibilità dei titoli, molti fuori catalogo e/o a prezzo remainder) di cercare di seguire un ordine cronologico.

Ma per i non completisti, suggerisco la trilogia di Chess e cioè: Dead end blues (L'Etage des morts), Quelli che restano (Tarif de groupe) e La notte che ho lasciato Alex (Dernière station avant l'autoroute), tutti pubblicati in traduzione da Meridiano Zero e da leggere nell’ordine qui proposto. Diversamente, leggete solo l’ultimo che è certamente a 5 stelle.

Questo romanzo, invece, sicuramente bello per chi ama lo stile di Pagan (che non è un autore facile: sino ad ora non ci sono “lieti fine”) soffre di una traduzione che ha essenzialmente due difetti: usa espressioni gergali poco aderenti agli anni ’80 (la traduzione è del 2004 ma non è una giustificazione accettabile), usa talvolta espressioni per cui sembra di essere a Roma e non nella banlieue parigina. Curioso in quanto la traduttrice è indicata come un’esperta di questo genere di narrativa.

Ecco la ragione di un punteggio non elevato come invece si merita, in termini oggettivi, l’opera.”



[1] Crasi di “policier” e “noir”.
Per il nouveau polar rinvio a Jean-Patrick Manchette.
[3] Titolo originale Dernière station avant l'autoroute. Quello italiano, mi ricorda La notte che bruciammo Chrome di William Gibson, con quel “che” un poco forzato.
[4] Insieme avevo comprato Quelli che restano (Tarif de groupe).
Tutte le opere tradotte in italiano furono pubblicate da Meridiano Zero, ma questo meritorio editore – ormai scomparso come soggetto autonomo – non aveva pubblicato tutto Pagan.
[5] Pubblicato nel 1982, tradotto in L’ingenuità delle opere fallite.
[6] Nella prima edizione originale: rispettivamente pagina 35 e 185.

 


 dedica autografa su frontespizio (collezione privata)

 

© 2022 e 2023 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 




lunedì 9 luglio 2018

MITI E IDOLI


MITI E IDOLI

 

Come noto, sia Richard Wagner sia Friedrich Nietzsche si sono (pre?)occupati degli idoli che cadono o svaniscono: rispettivamente con Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dei) e con Götzen-Dämmerung (Il crepuscolo degli idoli), essendo il secondo occasionato dal primo.
Luchino Visconti ha realizzato un film che in qualche modo tira ulteriormente le somme, facendo “cadere” non “degli” ma “gli dei”: La caduta degli dei, appunto, peraltro sottotitolato con il titolo wagneriano.

 

Ritengo di non essere certo il primo ad attribuire valenza superiore al termine “mito” rispetto a quello di “idolo”.
V’è da chiedersi se il dio (o gli dei) siano collocabili – se collocabili – sopra il primo, non è certo tenero Nietzsche se dichiara “Il Cristianesimo è una metafisica del boia...” (in capitolo 7, “I quattro grandi errori”, de Götzen-Dämmerung).

 

Lunga premessa per breve sostanza? Forse.

 

Sto rileggendo La Position du tireur couché (in Italiano Posizione di tiro: esistono due traduzioni: Bologna, Metrolibri, 1992 e Torino, Einaudi, 1998) di Jean-Patrick Manchette.
Vi compare un’automobile che ha uno status di mito certificato: la Citroën DS. DS in lingua francese diviene “déesse”, ovvero dea. Rileverete già un cortocircuito terminologico: mito e divinità.
La certificazione di questo modello (in realtà i modelli furono numerosi ([1])) automobilistico è di Roland Barthés che la ha inserita fra i miti (di oggi? ([2])) in un’opera del 1957: Mythologies([3]) intitolando la voce di essa “La nouvelle Citroën”.

 

In un romanzo piuttosto recente di James G. Ballard, Super-Cannes ([4]), il protagonista Paul Sinclair guida una “vecchia Jaguar”, probabilmente una XK150. La passione dell’autore britannico per l’iconografia automobilistica è nota a tutti coloro che abbiano letto un precedente suo romanzo: Crash ([5]) in cui fa capolino financo la Porsche alla guida della quale morì James Dean.

 

La mia impressione, conclusiva, è che mentre alcuni miti materiali si esauriscono (per ragioni diverse), manchi un ricambio.
Dunque oggi si assiste solamente ad una idolatria consumistica diffusa, senza possibilità di un futuro mitico per idoli (e idolatri?).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2018 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 




[2] L’elemento di contemporaneità è nel titolo dell’edizione italiana: Miti d’oggi, appunto.
[5] Qualche ispirazione per Super-Cannes pare Ballard abbia avuto andando a Cannes a vedere il film, omonimo, che David Cronenberg trasse appunto da Crash.

venerdì 24 novembre 2017

DIVA (una porta segreta?)


DIVA
(una porta segreta?)

 

A scanso di equivoci per il lettore che potrebbe fermarsi alle prime righe: Diva è un romanzo e poi un film.
In ambito internazionale, se il secondo può annoverarsi fra i cult movie ([1]) il primo forse rientra nella categoria dei libri che richiederebbero maggior notorietà per essere di culto oltre le nazioni francofone ([2]) .

 
Io scoprii il film e poi seppi del romanzo, ma entrambi in Inglese.
Lo vidi, due volte consecutive (in giorni diversi) in un cinema di Baker Street, a Londra, perché era recensito in Time Out ([3]): allora bastava quello, non c’era internet eppure … Parlo di un 30 anni fa ben abbondanti. 
Fui molto colpito da diverse scelte, intanto andava via come un videoclip, con colori anche sgargianti, ma con la grana e quindi la nettezza del film.
Probabilmente notai nei titoli che era tratto da un romanzo, ma chi fosse quel Delacorta era davvero impossibile saperlo, del resto è lo pseudonimo, di uno Svizzero: Daniel Odier.
 
Tempo dopo trovai il romanzo, tradotto in Inglese e “copertinato” in omaggio alla locandina del film ([4]).
Di Delacorta lessi anche altro ([5]), ma Diva resta il suo titolo più famoso in ragione del film.
 

Come si arrivi dal libro, del 1979, al film, uscito nel 1981, lo spiega il regista, Jean-Jacques Beineix in un documentario ([6]) dedicato alla sua opera prima firmata in prima persona, da quasi trentacinquenne, come regista: una telefonata/proposta gli dice di leggere quel “polar” ([7]).
Sì, però occorre trovarla una copia: e Beineix gira per Parigi fra librerie chiuse e librerie sfornite finché  arriva, inevitabilmente verrebbe da dire, al Drugstore ([8]) di Saint Germain Des Pres (non esiste più, era nella piazza antistante la chiesa, a qualche decina di metri e un (mi pare) incrocio da Lipp (celeberrima brasserie): ivi ne recupera copia.
 

Ma passiamo al film: caveat: il “rivale” di Beineix, Luc Besson, è più giovane di lui, e il film del secondo intitolato Subway (il più vicino a Diva come stile) è uscito nel 1985.

 

Da un lato, non intendo rovinare la visione a chi ancora non conosca il film: dall’altro, mi pare poco saggio fornire chiavi di lettura.
Pertanto, vi propongo una serie di miei pensieri a fronte di una visione integrale (ma suddivisa n tre giorni) contemporanea.

 

- La trama principale può dare un salto di battito cardiaco ai fan di cantanti donne (mi capitò).

- Protagonista: Jules: (nome che a me fa venire in mente Maigret) ricorda il personaggio di Antoine Doinel – in versione ventenne ([9]) – di François Truffaut. Mia impressione?

- Deuteragonista: Alba: una minorenne, è in effetti la co-protagonista della serie di Delacorta.

- Deuteragonista: Serge Gorodish, un uomo fatto, bon vivant (dandy?) fidanzato di Alba, il quale in qualche modo opera anche come fratello maggiore di Jules.

- Fra Gorodish e Alba aleggia Serge Gainsbourg? ([10])

- Senza volersi fregiare di cultura non sempre presente: al tempo “satori” per i pochi che avevano udito la parola poteva significare: o Jack Kerouac oppure i Bauhaus. Fate voi. Quello di Gorodish, di satori, è imburrare baguette.

- La scena di Jules e Alba fuori dal negozio di dischi strizza l’occhio alla passeggiata di Belmondo e Seberg ([11]) in A Bout de souffle?

- Il cattivo, noto come “Le curé” ricorda il cattivo fra i puffi “j’aime pas” (“io odio”).

- In una Parigi livida al sorgere del giorno, le grandi statue operano come dioscuri protettivi.

 

 

DELACORTA E ALTRO

In Italia, Mondadori pubblicò nel 1981, sotto l’egida di Oreste del Buono, i romanzi Nanà e Diva.

Il secondo ebbe una edizione (stessa traduzione) Einaudi nel 2008 che merita di essere cercata in ragione della eccellente postfazione, intitolata “Controcorrente”, di Tommaso De Lorenzis nella quale si tratta anche, in modo non del tutto incidentale, di Jean-Patrick Manchette oltre che – non paia così strano di Diva: romanzo e film.


 

 
                                                                                                                      Steg

 

 

POST SCRIPTUM 2022

 

Purtroppo, tale è: Jean-Jacques Beineix è morto il 13 gennaio 2022.

Primo pensiero: lo facevo più giovane.

 

Il Regista in realtà era anche scrittore, piuttosto sui generis, in quanto aveva pubblicato nel 2006 per Fayard una ponderosa (836 pagine in tutto) autobiografia da un titolo (che è un omaggio a Stanley Kubrick) quasi ossimorico: Les chantiers de la gloire, senza indice, senza titoli dei capitoli che perciò costringe il lettore a multipli segnalibro per trovare ciò che cerca. 

Nel 2020 il suo primo romanzo: Toboggan.

 

 



copertina del volume 

dedica che recita: 'Pour Pascal, 

quelques "clichés" de la vie d'un cinéaste en attente de suite. 

Avec mes amitiés, 

Jean-Jacques Beineix


                                                                                                                      Steg

 

 

© 2017 e 2022-2024 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
© 2006 e 2022-2024 per le immagini del volume eredi Beineix e Fayard
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.


 




[1] Secondo la mia definizione è un film di cui non ci si stanca mai di vedere scene isolate, anche se talvolta la visione intera può risultare faticosa oltre le prime (senza quantificazione) volte.
[2] Mi permetto due esempi di traduzioni italiane: London Fields di Martin Amis e The Crypto Amnesia Club di Michael Bracewell.
Il primo è poco noto nel nostro paese, in patria è acclamato; il secondo potrebbe essere un culto minore in Gran Bretagna, ma quante copie abbia venduto da noi francamente … 
[3] Settimanale su tutto quanto capitava a Londra e anche un poco guida a ristoranti. Anni dopo arrivarono edizioni straniere e guide turistiche (ben fatte anch’esse, almeno inizialmente).
[4] Al momento ignoro dove sia la mia copia.
[5] Questa la cronologia della “serie” fra il 1979 e il 1987: Nana, Diva, Luna, Lola, Vida, Alba.
[6] Disponibile almeno nella versione in doppio DVD del film.
[7] Tecnicamente è un polar:policier” più “noir”.
[8] Ecco, in Italia i drugstore alla parigina non ci sono mai stati; per la capitale francese sono stati (almeno due ne esistevano) fondamentale in termini teenageriali.
[9] In 5 film di Truffaut egli è protagonista: il più noto è Les Quatre Cent Coupes, ma in quel film Antoine Doinel (sempre interpretato da Jean-Pierre Léaud)è poco più che un bambino.
[10] Beh avendolo pensato vent’anni prima del documentario/intravista a Beineix il pensiero per lo meno è mio. In effetti, Gainsbourg e Jacques Dutronc furono ipotizzati per il ruolo. 
[11] Rispettivamente Michel Poiccard e Patricia Franchini, protagonisti alla pari mi sento di dire del film: godardiano nella regia, truffautiano nella sceneggiatura. 

mercoledì 12 novembre 2014

DI SNIPERS, TIREURS, FRANCOTIRADORES E GRAFFITISTI (dove osano le perle, mediatiche e critiche)


DI SNIPERS, TIREURS, FRANCOTIRADORES E GRAFFITISTI
(dove osano le perle, mediatiche e critiche)

 

Quando decisi con chi li firma (usando il moniker “Top Shooter”) di creare una “Sniper series” di post per il blog, l’idea era quella di essere più aderenti al formato del medium, dunque testi più corti e senza o pochissime note a piè pagina ([1]).
Il titolo della serie era ispirato, quasi un ossimoro, ai romanzi di Alan Altieri che hanno come protagonista lo sniper, appunto, Russel Kane delle SAS britanniche. Ma c’era anche una strizzata d’occhio a Jean-Patrick Manchette e al suo eccellente (capolavoro?) La position du tireur couché.
 
Qualche settimana fa mi è capitata fra le mani la recensione di Le Monde Livres di El francotirador paciente di Arturo Pérez-Reverte, autore in Italia conosciuto ancora essenzialmente e superficialmente (ha scritto anche molto altro) per il solo romanzo El club Dumas ([2]).
Mi sono subito incuriosito in quanto lasciata la storia antica o premoderna e il mondo della bibliofilia, questo autore ha affrontato un mondo rispetto al quale, pur essendosi storicizzato, esiste una discreta ignoranza generale e, in Italia, cioè quello degli autori di graffiti (cd. “writers”). Lo ha affrontato utilizzando il nome Sniper per il personaggio-oggetto del romanzo.
 
Sin qui tutto bene, ma questo post rischia di diventare una perla mediatica.
 
Eh sì perché il “povero” lettore o potenziale tale (il libro in Italiano ha il titolo Il cecchino paziente) scopre che ci sono modi e modi per fare una recensione.
Da un lato, il Signor Marco Cicala con la sua intervista all’Autore pubblicata su Il Venerdì di Repubblica del 3 ottobre 2014 (reperito in rete) e dall’altro il Signor Vincenzo Trione, professore, di cui mi sono occupato in altro post ([3]), che scrive una recensione su La Lettura (Corriere della Sera) del 6 novembre 2014 senza far altro che virgolettare parole e frasi del romanzo di Pérez-Reverte.
 
Ed allora: Trione “Marinetti con lo spray (i writer sono l’avanguardia, parola di Pérez-Reverte)” (titolo del suo articolo).
Dall’intervista di Cicala: “Ma a lei i graffiti piacciono? «No. Mi sembrano una porcheria e penso che sia giusto perseguirli. Però, da scrittore, mi interessano i graffitari. O quantomeno: i più puri fra loro. Nemmeno i narcotrafficanti sono la mia tazza di tè. Ma ci ho fatto un libro»”.
 
Trione: “sembra dire Pérez-Reverte”.
Ma non lo dice, in quanto non è stato intervistato.
 
Trione cita Majakowski (non indica la fonte primaria, non posso controllare): “«Le strade sono i nostri pennelli e le piazze le nostre tele»”.
Dall’intervista di Cicala: “Più scrittura che pittura. «Assolutamente. Il vero writer odia la parola artista. Vuole distinguersi dalla street art, quella tollerata e spesso sovvenzionata dalle istituzioni. Banksy lo detestano. Ritengono che abbia usato i graffiti per vendersi. Il writer non cerca il riconoscimento, il successo mediatico o economico. Non si spinge fuori dal proprio territorio. Ha ambizioni modeste»”.
 
Trione “sigla” come di sua creazione un glossario di termini che, obiettivamente, reputo sia costituito di definizioni e nozioni reperibili in rete o in scritti in tema graffiti ben più risalenti.
Il primo libro in argomento che io comprai fu quello di Andrea Nelli (pare recentemente ristampato) dal titolo Graffiti a New York: 1968-1976, Lerici, 1978.
 
Notevole.
Ultimo dettaglio: Arturo Pérez-Reverte parteciperà a BookCity Milano 2014 insieme a Trione. Ebbene sul sito internet di BookCity nella pagina dedicata a “tutti i protagonisti” trovo Trione, ma non Pérez-Reverte (eppure Umberto Saba c’è).
 
Mi sa che (senza scomodare Top Shooter e la sua Sniper series) ho centrato nuovamente il professor Trione, il quale è in odore di polemiche anche in altri ambiti ([4]).
 
Con buona pace, anche questa volta ([5]), di Francesca Alinovi e, non solo per completezza, di Rammellzee (cfr. Big Audio Dynamite), ideali dioscuri del Yours truly,

 

 

                                                                                                                      Steg

 
dalla collezione privata


 

 

© 2014 e 2026 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 




[1] Poi sono arrivate altre serie, credo abbastanza auto esplicative nei loro titoli.
[2] http://www.perezreverte.com/.
[3] http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/02/bob-dylan-e-david-bowie-di-arte_7.html.
[4] http://www.artribune.com/2014/11/i-quattro-motivi-per-cui-la-nomina-di-vincenzo-trione-e-ridicola-a-prescindere-da-trione/.
[5] Già citata in un altro post.