"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 28 marzo 2026

JIMMY JAZZ? (Facebook Down Series – 234)

 

JIMMY JAZZ?
(Facebook Down Series – 234)

 

“Jimmy Jazz” è il titolo di una canzone de The Clash ([1]).
Ho aggiunto un punto interrogativo per … educazione.

 

Sul numero di febbraio di Musica Jazz ([2]) compare un dotto articolo dedicato a “the last gang in town” a firma Nicola Gaeta.

 

Gli è che cominciano le sbavature presto, quando ci si dimentica, non dico della formazione a cinque, ma soprattutto di Terry Chimes: batterista prima di Topper Headon.

 

Mick Jones diventa un quasi frivolo.

 

Poi leggo che ACME Attractions arrivò dopo Sex, ma le cose sono un poco più complicate.

 

Mi fermo qui e proseguo nella lettura.

 

Comunque, come sapete, io preferisco, sempre, Mick Jones: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2013/07/preferisco-sempre-mick-jones-non.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] https://en.wikipedia.org/wiki/London_Calling
[2] Ringrazio l’amico Daniele P., per segnalazione e scan.

giovedì 8 maggio 2014

VIVA VIV (ALBERTINE)! (con un obiter dictum sul punk a Milano)


Viv, Keith e Mick pre-punk
(fuori dallo squat in Davis Road)

 
VIVA VIV (ALBERTINE)!
(con un obiter dictum sul punk a Milano)

 

Una delle cose più tristi del punk in Italia era questo suo “bynumberismo” ([1]): “facciamo come in Inghilterra” ([2]).
Ecco quindi che nascono le Clito (sicuramente sarò smentito) ([3]) ovvero “le Slits italiane” ([4]) ([5]): compaiono al “solito” Sabatok Folle milanese del 9 dicembre 1978 e non lasciano grandi tracce ([6]).
 
Invece, The Slits sono the real thing.
Il loro pedigree è impressionante ([7]), e poi non sapevano suonare davvero. O no?: la solita storia del punk: è stata una scena di eroi, quella vera.
 
Ebbi la fortuna di vedere e ascoltare questo “bunch of really naughty girls” ([8]) nell’agosto 1978 al Music Machine, aprivano per qualcun altro: ero in prima fila ([9]). Dopo il concerto incrociai Tessa: scortesemente si firmò Jimi Hendrix, mentre Palmolive si firmò Paloma, mi pare con un lezioso svolazzo. Era come aver partecipato a una campagna militare, in quanto fino ad allora a parte un generoso feature in 1988-The New Wave Punk Rock Explosion di Caroline Coon non si sapeva quasi nulla di loro, a meno di essere riusciti a intercettare le due sessioni (per noi italiani appunto quasi degli stealth) di John Peel ([10]).
Come noto, Palmolive lasciò poco dopo e subentrò alla batteria Budgie (pre-Banshees): le/li vidi due sere consecutive ad aprire per The Clash al London Lyceum, il 28 e 29 dicembre di quell’anno. Salda alla chitarra sempre la bionda Viv Albertine.
 
Quando The Slits si sciolsero nel 1981, era ormai diventato più chic parlare delle Raincoats, noi ce la tiravamo di più con i New Age Steppers.
Ma un occhio aperto e un orecchio teso si sono sempre tenuti, per tutte e quattro le ragazze.
Con Viv per diverso tempo dedicatasi alle arti audiovisive, lei che era ed è ancora fra coloro che parlano bene di Sid Vicious avendoci vissuto insieme (e suonato nel 1976), lei che aveva imparato a suonare la chitarra con l’amico d’infanzia Keith Levene, lei che arriva ne The Slits già esistenti (dopo il loro primo concerto) e le pettina “come le New York Dolls”, lei che nel 1978 stava con Mick Jones.
 
Si riuniscono The Slits nel 2005 sans Viv et sans Palmolive; muore Ari Up improvvisamente nel 2010.
 
Intanto, Viv dopo venticinque anni riprende a suonare nel 2009 – preferibilmente una Fender Telecaster ([11]) vissuta (che lei porta anche molto bene, ma lei sembra ancora una ragazzina, mentre ormai è una ragazza ([12])) e un amplificatore Marshall, ed eccola riapparire nel 2010 con un EP autoprodotto più che dignitoso: Flesh.
Ci sorprende di più, e in meglio, con l’album The Vermillion Border alla fine del 2012 ([13]).
Ormai tutti millantano incondizionata passione e valore per le Fessure londinesi seventy-seven, ma noi ovviamente sappiamo che non è vero: ad ascoltarle siamo sempre i soliti.
 
E adesso? E adesso, a parte un altro album che pare scomparso nel nulla (forse in quanto è crowdfunded e quindi prima finanzia, poi registra, poi pubblica?), arriva con un film in cui è coprotagonista ([14]) e con le sue memorie scritte dal titolo tongue in cheek: Clothes Clothes Clothes Boys Boys Boys Music Music Music.
 

Ripeto: Viva Viv!

 

 

                                                                                                                      Steg

 
POST SCRIPTUM
 
Un paio di bonus:

 

 

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Viv, 17 years old at art school.
Biba tights, Terry de Havilland boots, home-made top
(dal suo sito ufficiale)




[1] “By numbers”: come quei quadri in cui si riempiono gli spazi secondo i colori.
C’è un album di The Who: The Who by Numbers, appunto, nel quale la copertina è da completare sia con colori sia con tratti.
Per anni non avevo mai pensato a questo modo di dire finché un giorno il mio amico Fred Ventura lo usò per definire qualcuno.
[2] Pessima abitudine di confondere l’uno con il tutto: e la Scozia, e il Galles …?
[3] Rinvio al libro di Claudio Pescetelli, Lo Stivale è marcio (Roma, 2013), pagg. 173 e ss.  per la versione ufficiale , cioè quella di chi probabilmente è ancora vivo.
[4] Sono invece la creatura di Anna Rosso Veleno secondo la versione di Elettro & Glezos: Punk alla carbonara – rhinestone nubile edition (Milano, 2012), pag. 82.
[5] Perché non “le Runaways de noantri”? Probabilmente in quanto il quintetto californiano non era abbastanza punk per essere imitato e poi sapevano suonare.
[6] O meglio: a detta di Claudio Pescetelli una certa Coletti Giovanna cerca di parteciparvi e poi fonda le Kandeggina Gang: cioè le ispirate dalle Clito (non le Raincoats italiane).
[7] Per chi non ama le scorciatoie, ma è giovane: http://www.punk77.co.uk/groups/slits.htm.
[8] Parola di Viv, Viviane Katrina Louise.
[9] Dei ragazzi svedesi conosciuti qualche sera prima furono così gentili da inviarmi anche una foto in cui, con buona volontà, mi identifico.
[10] Curiosamente, siccome i bootleg si facevano ancora e anche usando quel che capitava, il bootleg di Siouxsie and the Banshees intitolato Metal Shadows (Impossible Recordworks) contiene - per errore - anche una canzone di The Slits.
[11] Il suo sito ci ricorda che: “Bought Les Paul Junior with £200 my grandmother left me”. Dunque non trascura le Gibson.
[12] Certo lei vezzosa ha intitolato una sua canzone “Confessions of a MILF”, così magari finite anche su siti internet imbarazzanti, ma sappiamo che lei è una delle poche che bara dichiarando più anni di quelli che ha.
[13] Peccato esso non contenga anche la canzone “Needles” (peraltro del 2010), sorta di brevissima epica londinese 1975-1976 in cui siamo anche informati che Viv non andò mai oltre le anfetamine.
Ne esiste, fra l’altro, una versione eseguita al Meltdown Festival nel giugno (almeno la sera del 17) 2013: lei apriva con il suo gruppo per Siouxsie. Phew!
[14] Exhibition di Joanna Hogg.

domenica 13 aprile 2014

GENERATION X: COLLATERALI?


GENERATION X: COLLATERALI?

 
Nei miei post ricorrono spesso i (“la”?) Generation X. O meglio i suoi componenti, da me dichiarati o meno.
 

Potrei, forse come altri, definirli “bubble gum punks”.
Sarei inclemente.
 

I Generation X sono un caso in cui le unità valgono più della loro somma.
Ma non è possibile liquidarli con sufficienza.
 

Billy Idol, tralasciando la sua vita privata dove rischierei forse un paio di querele per fatti veri, è “quasi” stato un Banshee del 20 settembre 1976, tanto per dire.
 

Tony James un agente provocatore di portata incancellabile.
 

Gli album, quattro reali ma tre solo ben conosciuti ([1]) della Generazione senza volto ([2]), sono sicuramente degni di nota anche solo come trampolino per esplorazioni altresì di recupero.
Francamente “pre tutto” quanto potesse classificarsi – eccetto The Jam – come post-mod, scrivere una canzone come “Ready Steady Go” non era cosi indolore.

 
Mettere in b-side del secondo singolo una versione dub (“Wild Dub”) era meritevole (anche se magari era perché mancava una canzone) quanto una versione di “Police And Thieves”: “mamma cos’è il dub?”.
 

Che dire, poi, di quella definitiva onorificenza alla solitudine piuttosto che una compagnia d’accatto che è “Dancing With Myself”?

 
Si tratta dunque di artisti citazionisti piuttosto sottili e financo hoople-iani.

 
Pure la loro simbologia (a partire dallo pseudonimo di William Broad: molto “epoca Billy Fury”) non è banale come si potrebbe credere.
E che magliette!

 
Mi piacerebbe una bella rimpatriata – per una volta – con una ulteriore chitarra: evidentemente quella luccicante e glam-orosa di Mick “London SS” Jones ([3]).

 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 

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Fotografia promozionale in occasione del lancio del secondo singolo (1977)




[1] Per quello fantasma, Sweet Revenge, occorre scandagliare un cofanetto ovviamente ormai raro.
[2] Chissà: forse anche Edgar Allan Poe influenzò quello pseudonimo?
[3] In sé fattibile siccome Tony James e Jones militano nei Carbon Silicon.

sabato 27 luglio 2013

PREFERISCO SEMPRE MICK JONES (non scrivendo di Joe Strummer)

Metal badge del 1987


PREFERISCO SEMPRE MICK JONES
(non scrivendo di Joe Strummer)
 

Nel giugno 2009, più o meno all’altezza del Record and Tape Exchange di Notting Hill Gate a Londra incrociammo (io e la mia fidanzata) qualcuno che assomigliava molto a Mick Jones ([1]), non lo fermai.
Un paio di giorni dopo puntai 5 sterline su un cavallo chiamato Big Audio, era dato 23 a 1 e vinse una corsa del Royal Derby, ad Ascot ([2]).

 

Joe Strummer: eccessivamente verboso e professorale, quasi come quei preti di borgata che frequentemente valicano la linea e nella sostanza sono da evitare come i loro avversari. Noioso.
Infatti, in Italia The Clash spesso non sono un gruppo: sono Joe Strummer “più altri tre” (o quattro: eresia, evidentemente.).

 

Vidi ed ascoltai i Big Audio Dynamite nella primavera 1987 allo (perché è un locale) Irving Plaza di Manhattan con la mia amica Vxxxxxe (al solito proteggo gli innocenti).
Impatto notevole, furono ([3]) poi la mia colonna sonora (avevo un piccolo blaster e compravo audio cassette) mentre con influenza e febbre preparavo gli esami finali alla Columbia University Law School.

 

Di Strummer apres The Clash non ho mai trovato un filo conduttore.
Solo delle schegge prive di un legante, contenute in fonogrammi anche costosi.
Da anni una copia hardcover della sua biografia Redempion Song resta lì fra i libri da leggere, intatta, senza mia curiosità.
Forse mi basta il resoconto di sue meschinità che trovo nelle ben più interessanti biografie di The Clash e nelle recensioni di quel libro di Chris Salewicz (comprato appena uscì per mia serietà).

 

Ma Strummer muore, prima di Natale 2002 ([4]) e allora ecco un bel santino!
La sua retorica viene accantonata, le sue contraddizioni anche.
Tanto che, con trista logica commerciale per gonzi travet che vivono (?!) attraverso i loro idoli incapaci di vederne i difetti ([5]) viene proposta nel 2012 (come se fosse chissà quale scoperta) in fonogramma ufficiale la registrazione del suo ultimo concerto del 2002, 15 novembre alla (perché è una sala) Acton Hall di Londra, con Mick Jones partecipe nelle canzoni di chiusura. Anni che quel concerto sta nelle nostre collezioni (per Mick Jones), anche con “il libro dei pompieri che scioperano” comprato fortunosamente.

 

Voi, che per sbaglio capitate in questo blog, continuate pure a vivere la vostra vita tramite terzi e, ovviamente, a votare lasagne e martello.
Quale “legge ha vinto” ([6])? E lo show di quale dottore ascoltate alla radio ([7])?

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Nel 197? nella stazione di metropolitana di NHG mi ricordo di aver incrociato Viv Albertine: era molto bella, che fosse una brava chitarrista lo sapevo sin dall’agosto 1978: concerto al Music Machine di The Slits.
Nel suo album solista, The Vermillion Border, fra i ringraziati c’è Mick Jones.
[2] Bella giornata lì ad Ascot, vinsi anche un piazzato in un’altra corsa: champagne!
[3] Incidentalmente: che fine ha fatto il progetto di una versione expanded anche del loro secondo album: N. 10, Upping Street?
[4] Nessun errore cronologico: morte prima, biografia di Chris Salewicz poi.
[5] Ricordate l’immagine della t-shirt di W. Axl Rose “KILL YOUR IDOLS”?
[6] Cfr. “I Fought The Law” (Sonny Curtis).
[7] Cfr. “Capital Radio” (Joe Strummer e Mick Jones).

giovedì 5 aprile 2012

VORREI SCRIVERE DI KIRK BRANDON

VORREI SCRIVERE DI KIRK BRANDON
 
Mi piacerebbe molto scrivere – rivolgendomi a dei lettori e non solo a me stesso (già lo ho fatto) – di Kirk Brandon, leader dei Theatre Of Hate dopo quella prova generale che furono The Pack e poi degli Spear Of Destiny, e delle sue (senza eufemismi) band (ricordo anche di aver vista una sua formazione “intermedia” denominata Elephant Daze esibirsi al Limelight di Manhattan negli scorsi anni ottanta).
 
Ma come potrei?
Finché si chiosa sul non controverso è facile, ma avete presente cosa si trova sul retro di copertina del “meglio” dei SOD?
Del resto Longino, appunto, non rientra fra l’iconografia destinata alla provocazione della dopolavoristica musicale italiana (quel gusto “finto The Clash” che piace tanto da queste parti, dove i rischi veri non si assumono quasi mai).
Ci provo ([1]).
 
Esistono plurime ristampe del primo album dei TOH: la sua copertina iniziale è molto bella però risente del periodo (e forse del suo pluridecorato produttore artistico: Mick Jones) nei suoi echi sovietici.
Meglio quella di Westworld (senza The) quale ristampa con numero di catalogo BRR 010CD (esiste anche l’edizione in vinile con 7” allegato, volendo) dove si (intra)vede l’insegna “airborne” sul trenchcoat di Brandon ([2]).
 
C’è questo continuo corteggiamento, fine a se stesso oppure no?, fra Brandon e una certa mistica militare (vedi “Legion”) anche cavalleresca (cfr. “King of Kings”, ma a contrario).
Mistica schierata solo con il guerriero e non con la idea, se prima della Scheggia si rinviene l’album dal vivo He Who Dares Wins.
 
Kirk Brandon è un curioso personaggio, con un sito internet che vende soprattutto CDR prevalentemente contenenti versioni acustiche di suoi successi incise nei Paesi Bassi, successi che ormai datano di qualche lustro or sono; DVD e album dal vivo ancora costruiti su quelle stesse canzoni (inni?); biglietti per i suoi annuali concerti-raduni dove ci si aspetta e si ottiene quello stesso repertorio.
 
Eppure, Brandon con gli anni è un personaggio di cui si deve apprezzare l’integrità artistica e umana, ad ogni costo ([3]).
Qualche problema di salute tutt’altro che leggero lo ha afflitto anche recentemente, nel 2011, ma una grande voglia, sempre, di andare avanti: veterano e non reduce ([4]).
 
Nella grande tavola sinottica della musica che nessuno vuole redigere – per pietà nei confronti di certi artisti oppure per vergogna dei propri gusti musicali? – si troverà sempre almeno l’album di esordio del Teatro Dell’Odio, registrato nel 1981 sebbene pubblicato l’anno successivo.
 
Ma mi renderei impersonale se non ricordassi almeno altre due canzoni che sono ben più di meri extra: “Rebel Without A Brain” summa giovanile totale.
Dal repertorio di The Pack, poi, ecco “Thalidomide”. Ben prima di quel fumetto con il giovane skinhead storpiato negli arti, appunto, dal talidomide (altro che “mother’s little helper”!).
 
Adesso alla domanda, usuale e inutile, potete avere risposta: sì, anche i Theatre Of Hate sono (veri) punk.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Questo post ha alcuni mesi, rifinendo quello intitolato “Out in clubland having fun” mi è tornato in mente: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/04/out-in-clubland-having-fun-proposito-di.html 
[2] Cinque canzoni bonus, pagato 26.000 lire.
[3] Mi riferisco ad alcune sue battaglie legali.
[4] Questo è un altro post, forse.

mercoledì 9 novembre 2011

MOTT THE HOOPLE IN 2011

My own copy of the original edition 



MOTT THE HOOPLE IN 2011



You have to answer two questions:
  • why is David Bowie fellatio-ing Mick Ronson guitar on June 17, 1972 at Oxford Town Hall?
  • Why David Bowie gifted Mott The Hoople with a song – “All The Young Dudes” – which will stand out within the canon of David Bowie songs?

Because Mott The Hoople are (or Ian Hunter is) a boys band like David Bowie is a boy soloist with a twist of “not so boy-ish”.

Mott The Hoople will never keep their unexpressed promise of being less macho and more glam AND will never be able to equal “All The Young Dudes”.
Still....



Mott The Hoople even today remain a massive A massive hope for our misspelt youth.



I can not, nor I will try to, go further than Morrissey short essay which accompanies the documentary DVD The ballad of Mott The Hoople in trying to explain the band. He is perfect and I say “perfect”.

Given followers like Kris Needs and Mick Jones (even not counting Morrissey) one wonders how short is the distance between Mott The Hoople and New York Dolls.



I had the chance to attend a Ian Hunter concert recently (in 2010) and “All The Young Dudes” was at the end of the set.

We may still be studying Mott The Hoople in 2011 but we also ask ourselves why, oh why, “we are still alive after twenty-five” and without Ronno.


                                                                                                              
                                                                                                                       Steg








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