"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 7 marzo 2025

BRIAN JAMES: IN MEMORIAM (Facebook Down Series - 109)

 

BRIAN JAMES: IN MEMORIAM

(Facebook Down Series - 109)

 

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/11/fan-club-proposito-di-damned.html

 

 

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giovedì 6 febbraio 2025

“ALWAYS THE SUN” (LA RISPOSTA ALLA DOMANDA “COME VA?”)

 

“ALWAYS THE SUN”

(LA RISPOSTA ALLA DOMANDA “COME VA?”)

 

Il mediocre usualmente si esalta con Stephen King.

“All work and no play makes jack a dull boy” è un raro caso di frase non efficace.
“Il mattino ha l’oro in bocca” della edizione italiana è diretto e dopo la seconda volta che è battuto a macchina per scrivere già ossessiona.
Per i distratti: mi riferisco a The Shining, romanzo e film (non volendo, bensì dovendo). King, appunto.

 

Mi verrebbe voglia, per svegliare i lettori, di una nuova serie di miei post: a fronte della belluina stupidità delle persone circostanti, quelli che ti chiedono “come va?” e temono pavidi la risposta negativa.
Per estremo insulto a loro, inevitabile arriva, di per ciò solo, The Stranglers assumono a band non censurabile, “Always the Sun”, appunto, la loro magistrale canzone ([1]).

 

Intanto, noi continuiamo a ricevere “fiori carini” ([2]).
Qualcuno magari a un certo punto si spara: Guido Morselli, Jacques Rigaut, anche e prima (no, non Hemingway). Oppure si avvelena (e stacca pure il tubo del gas): Pierre Drieu La Rochelle.

 

 

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venerdì 25 agosto 2017

A REVIEW FROM THE SNIPER: CLINTON HEYLIN’S BOOK ON PUNK YEAR(S) ZERO (Sniper series – 34)


A REVIEW FROM THE SNIPER:

CLINTON HEYLIN’S BOOK ON PUNK YEAR(S) ZERO

(Sniper series – 34)

 

I read quite a number of books on punk and Sex Pistols: since the very end of 1977.

I also appreciated Clinton Heylin pivotal From The Velvets To The Voidoids.

Thus I approached his last work (having opted for the “special edition” purchase, being cheaper than the standard!) with the adequate tools.

 

Anarchy In The Year Zero (subtitled The Sex Pistols, The Clash and the Class of ’76, published in 2016 by Route, Pontefract, UK) declares itself (see foreword and introduction) to be a definitive account, considering Jon Savage England’s Dreaming drawbacks caused by lack of information at the time and by not a great amount of space being dedicated in it to Sex Pistols themselves.

 

Heylin’s opus does not meet its own declared standards for various reasons: completeness is not synonymous with repetitions; text in the work/footnotes is sometimes duplicated in footnotes and/or appendixes; discography has some flaws even when not considering that in the same 2016, just months after completion of the book, four Sex Pistols live recordings had official release (a coincidence?).

 

Some reviewers blamed lack of space in the book for bands like The Stranglers, I find the same pages more biased against anything which is outside Heylin’s tastes (I wonder when he discovered punk): fair enough Eater did not save the world, still Andy Blade years ago wrote a great book: The Secret Life Of A Teenage Punkrocker – The Andy Blade Chronicles.

 

The author’s style sometimes is really appalling: In two subsequent pages we have “manic street mavericks” and “A-bomb under Oxford Street” (pp. 219-220: I haven’t been in touch with Niky Wire or Paul Weller, but …).

This is not a book you will read in two days, even if the English used is quite accessible.

 

Final verdict: a lost occasion, although a book worth having for references; but even with them you need a “grano salis”.

 

 

                                                                                                                      Top Shooter

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sabato 12 novembre 2011

“FAN CLUB”: A PROPOSITO DI THE DAMNED



“FAN CLUB”: A PROPOSITO DI THE DAMNED

Well you send me pretty flowers/While I’m slashing my wrists” (“Fan Club” di Brian James)

Non sono mai stato un fan di The Damned ([1]), però il loro album di debutto è un monumento dell’epoca.

Ma cominciamo dal loro nome: nessun punk band wagoning, bensì il riferimento a La caduta degli dei di Luchino Visconti, che per il pubblico anglosassone diventa, appunto, I dannati.
Quindi i quattro non sono degli ignoranti.

Poi l’incipit di “New Rose”, singolo d’esordio ([2]): “Is she really going out with him?(che nella versione della John Peel Session diviene “Are we really 65 in the charts?”): un tributo alle Shangri-Las ([3]) completamente spiazzante rispetto all’intera canzone.

Arriviamo quindi a Damned Damned Damned.
Senza recensirlo a fondo 34 anni dopo (non ne vedo l’utilità) sottolineo due canzoni assolutamente atipiche per il loro andamento quasi pacato: la pressoché dolorosa per la lucidità di liriche “Fan Club” rispetto all’artista che non è come appare (qui mi sovvengono anche gli Ultravox! di John Foxx) e la quasi pre-antziana, per tematica, “Feel The Pain”.

Il disco non ha mai un momento di stanchezza e, dopo canzoni difficili da pogare per la loro velocità, si conclude con un omaggio a The Stooges: “I Feel Alright”.

In sintesi, è da riconoscere la grandezza compositiva di Brian James (ma del resto arrivava dai London SS. A buon intenditore) e la sicura capacità artistica del resto del line up: Dave “count” Vanian, Captain (‘oh captain!’?) Sensible e Rat Scabies (the band is as good as its drummer; comunque egli è un altro passato per i London SS).

Ovviamente non vi biasimo se – proprietari di copia dell’album ([4]), sopratutto quella con il back-cover mispressing (si torna alla raccolta di farfalle) – avrete smesso di leggere dopo le prime righe.

I’d better go/Or it will be too late” (“New Rose” di Brian James).


                                                                                                                      Steg



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[1] Ed infatti scambiai il mio biglietto (credo n. 001 o 002) del concerto dell’aprile 1980 al Teatro Orfeo di Milano con Tony Fisher in cambio di un manifesto del medesimo concerto. Del resto, assistetti a quell’esibizione in pieno rispetto del mod dress code.
[2] Bella copertina alternativa nella versione francese.
[3] Riferimento in seconda battuta alle New York Dolls.
[4] Danny Van Leech are you there?

lunedì 29 agosto 2011

BAUHAUS: CONSIDERAZIONI SU UNA BAND E OLTRE


 
La versione CD realizzata per il tour del 1998 del primo singolo
(edizione autografata e numerata)




BAUHAUS: CONSIDERAZIONI SU UNA BAND E OLTRE ([1])

Siamo a Northampton, nel 1979, e non a Los Angeles (Mulholland Drive?) nel 1959 (o nel 1969).
Questa è la potenza di Bauhaus (1919) ([2]).

 

Oltre nove minuti primi di pensieri che oscillano fra art school e gotico di seconda divisione: cioè “Bela Lugosi’s Dead”.
Una sezione ritmica impeccabile, e “you’re a fucking copy of Dave Vanian” ([3]) non fra le ferite mortali, mentre le sei corde fanno piovere letali lame muraniche sugli scettici ([4]).
Così l’adolescenziale ([5]) vinile colpisce le graduatorie indipendenti nel post punk che ancora non si prende sul serio.
 
Questo è l’esordio (pretendendo di ignorare che il singolo contiene tre canzoni), ma non si ferma.
Su Axis, infatti, “Dark Entries” può penetrare sotto pelle come i topi nel muro del Maestro di Providence ([6]) per tutti quelli che sono disposti a riconoscere i propri peccati, o più spesso i propri desideri più o meno espressi e realizzabili.
 
Prima o dopo Egon Schiele ([7]) dobbiamo fare i conti con una cultura obliterata o, forse, evitata per ignoranza inconfessata: quella di lingua tedesca.
Tanto che anche “Terror Couple Kill Colonel”colpisce quell’angolo germanico. Che è facile ignorare (nel senso letterale del termine), così facendo con sicura mutilazione della propria cultura musicale di (almeno) mezza dozzina abbondante di pietre miliari provenienti da quelle terre: Radioactivity, Trans Europe Express (meglio Trans Europa Express), Neu!, Low, The Idiot, Lust For Life, “Heroes”.
 
 
I Bauhaus non sono single band e neppure album band. Forse non sono supremi in alcuna delle due categorie ma la loro produzione è eccellente ed il loro coefficiente culturale bastante ad estrarre ogni loro fan dal rischio di una letale sabbia mobile musicale.
 
Si snocciolano come bibliografie i riferimenti più o meno palesi nelle loro canzoni. A voi/noi trovarli, verificarli e seguirli o meno.
Perché dopo il punk, corso di laurea dove si può scegliere l’orientamento si è al post laurea: diciamo al Ph. D. per non limitare.
Il dottorato può, appunto, essere interdisciplinare e quindi trascendere la musica.
Ognuno sceglie, oppure trova perché la scelta richiede alternativa, ma è certo che ogni riferimento ne porta altri.
Così si procede – gradualmente oppure per scatti, in un “a ritroso” musicale o in un avvicinamento laterale verso arti ormai nell’ordine della decina ([8]) – completamente ed irreversibilmente affrancati dai limiti della propria estrazione per lo meno nazionale.
 
 
                                                                                                                                                             Steg
 
 
 
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[1] Ho mantenuto lo stile con cui ho scritto questi pensieri – per mio gusto – solamente aggiungendo note di intelligibilità a una prosa altrimenti troppo criptica per il lettore.
[2] La datazione come specifico omaggio alla scuola artistica tedesca durò poco tempo.
Per i precisi allo spasimo: il primo concerto risulterebbe essere del 31 dicembre 1978, al Cromwell pub di Wellingborough.
[3] È l’insulto gridato a un concerto verso Peter Murphy, cantante del gruppo. Dave Vanian è il cantante di The Damned.
[4] In una recensione del concerto di Milano del 1982 il giornalista scrisse del suono della chitarra di Daniel Ash come di una pioggia di frammenti di vetro, appunto.
[5] Teeny 2 è il numero di catalogo del singolo, che esce solamente in formato 12” per la giovane Small Wonders Records.
[6] Howard Phillips Lovecraft.
[7] Ovvero: con o senza Adam and the Ants degli esordi poco esplorati dalla discografia ufficiale. 
[8] A quelle classiche si è soliti aggiungere la fotografia come ottava, i fumetti come nona, il cinema – invece – rientra nella settima (con il teatro); ci si può chiedere se Nam June Paik fu alfiere di una decima audiovisiva che non può essere assimilata a quella dei Fratelli Lumiere.