"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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venerdì 20 febbraio 2026

MORRISSEYANA: A COSTO DI APPARIRE IMMODESTO (“Suedehead”) (Facebook Down Series - 221)

 

MORRISSEYANA: A COSTO DI APPARIRE IMMODESTO

(“Suedehead”)

(Facebook Down Series - 221)

 

Mi sono accorto, con dispiacere più che disappunto, che un glorioso post del 2011 (eh sì, quest’anno forse si celebrerà il terzo lustro di vita del blog) è negletto.

 

E con le ingenuità, le superficialità, le banalità e le inesattezze che leggo, a proposito, fra gli altri e fra l’altro, di Morrissey e della sua opera artistica, rimango negativamente sorpreso.

 

Ho aggiunto un sottotitolo, chissà.

 

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/08/suedehead-note-su-un-video.html

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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mercoledì 11 marzo 2020

MEMENTO MORRISSEY? (Tombstone series – 55)


MEMENTO MORRISSEY?
(Tombstone series – 55)

La domenica è festiva ma non festosa” (Marcello Marchesi, Il malloppo, Milano, 1971; III edizione, Milano, 1992, p. 92).


                                                                                                                       Steg



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lunedì 13 novembre 2017

MORRISSEYANA (Tombstone series – 38)


MORRISSEYANA 
(Tombstone series – 38)

 

Morrissey è un fascista repubblicano.

 

Il sangue di Morrissey scorre sempre. Perciò egli è più miracoloso di San Gennaro.

 

Mi interrogo sull’odore del sudore di Morrissey, talvolta.

 

Un qualche declino di Morrissey è arrivato quando egli ha abbandonato i Doc Martens per i mocassini da cameriere di trattoria (toscana o romana, poco importa).

 

(I predetti quattro temi potrebbero essere suscettibili di approfondimento. Ma sarò sempre e comunque disponibile a difendere Morrissey dagli attacchi verbali di chiunque, forse anche dai miei.)

 

 

                                                                                                                        Steg

 

 

 

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martedì 19 marzo 2013

MORRISSEY NON È MORTO (ed è, per fortuna, scorretto)


MORRISSEY NON È MORTO
(ed è, per fortuna, scorretto)

 

Traggo spunto per queste riflessioni, positive, dalla notizia - negativa - del 16 marzo 2013 per cui Morrissey a causa di serie, ulteriori, ragioni di salute ha cancellato il resto dei suoi concerti “americani”.
 
Una preoccupazione mi affligge, pur non attanagliandomi: in Italia quanti di quelli che seguono Morrissey lo abbandonano per l’artista ottimista di turno (magari anche nazionale) allorché la vita sorride loro almeno un po’?
Peggio che i parlamentari del M5S che votano per candidati del PD.
 
Uno dei dati più importanti – ma spesso ignorato – riguardante Morrissey è che egli non è politicamente o socialmente corretto.
Basta scorrere i titoli delle sue canzoni.
 
Linked In ti dice che devi complimentarti quando qualcuno cambia lavoro. Come conciliare ciò con “We Hate When Our Friends Are Successful”?

 

Tutti i – numerosi – modesti figuri che ti augurano meccanicamente e acriticamente “buon week-end” come si conciliano con “Every Day Is Like Sunday”?

 

Che dire, poi, degli ipocriti che cercano di convincersi, prima di convincere te, che una persona brutta, in realtà è sempre (!) bella e preziosa, di fronte a “November Spawned A Monster”?
Figuriamoci un handicappato fisico o mentale.
 
Sarebbe bello se Morrissey dedicasse un poco del suo tempo libero così incidentalmente acquisito per ultimare i dettagli della sua autobiografia, già conclusa da due anni e oltre le 660 pagine.
Non voglio grandi fatti - ma vorrei tante righe su di lui e Linder Sterling - bensì un suo punto di vista sull’ultimo mezzo secolo e su almeno alcuni dei suoi riferimenti intellettuali.
Con tanta ingratitudine e molti fusées baudelairiani di intelligenza.
Che egli pubblichi con Penguin o con Faber & Faber non importa.
 
Everyone lies/Nobody minds” ([1]).
Appunto.
 
 
                                                                                                                      Steg
 

 

 
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[1] “Glamorous Glue” sempre dalla sua penna autoriale.

giovedì 29 novembre 2012

MORRISSEY E L’APATIA DEI SUOI FAN


MORRISSEY E L’APATIA DEI SUOI FAN


Me lo dico da solo: meglio tardi che mai.
Ci sono pensieri che circolano nella mente ma faticano a raggiungere una forma definita.
Io non sono stupido ([1]), Morrissey è molto intelligente, eppure per anni noi sembravamo (nella mia mente) due pugili su un ring intellettuale che si studiavano senza trovare il varco nella guardia dell’altro.
Siccome solo io ho coscienza del confronto, dovevo – appunto – scoprire dove entrare con i miei pensieri nella sua opera.
Alla fine il tutto si è risolto nel mio apprezzare le sue sintesi formali e musicali di pensieri certo non unici, pur mantenendo il mio approccio critico (o anche solo diverso) per molte sue scelte che i suoi fan non discutono e semplicemente accettano: io non sono vegetariano (ormai non lo sarò più), però io non vedo ragione di biasimare il suo incensare una certa cultura albionica poco gradita ai più ([2]) perché certo aristocratica.
Ancora continuava a non quadrarmi qualche cosa.
Come mai?
Perché mi sfuggiva ancora un elemento e per di più quello decisivo?
Questioni di prospettiva, direi.
Leggevo scritti su di lui e interviste a lui, approfondivo anche i suoi gusti musicali, continuavo (come continuo) ad inchinarmi ai Ludus e all’arte visiva di Linder Sterling; come mio solito facevo i compiti.
Eppure niente!


Morrissey è un pessimo maestro, i suoi discepoli sono di conseguenza dei pessimi allievi (non apostoli per loro eccesso numerico) rispetto ad altri.
Questo lo capivo, ma perché? Soprattutto perché ciò mi dà grande fastidio tanto che per un decennio non ho mai ascoltato volontariamente The Smiths?


Ecco (finalmente. Troppo tardi?) l’illuminazione: Morrissey non innesca nulla, non induce a nulla.
Morrissey ha come effetto l’antitesi alla reazione alla vita quotidiana.
Morrissey è l’autoindulgenza malata e immobile che conduce al piangersi addosso fine a se stesso.
Morrissey ti consente di crogiolarti nell’abbruttimento senza reagire: “ogni giorno è come la domenica”? Bene stai sdraiato sul letto e guarda il soffitto, piangi, ascolta la tua musica, ...
“Novembre ha partorito un mostro”? Convivi con la tua mostruosità ([3]).
Forse ciò spiega perché in lui i suoi fan vedono il “salvatore”: deve essere lui a salvarli, appunto.


Direte: ma i concerti? Ah sì i concerti. Vecchie reminiscenze di The Smiths dopo 25 anni, una scintilla che dura qualche istante, altro che “luce che non si spegne mai”.
Poi il fan torna nella sua cameretta e torna alle sue (non) attività di sempre, con bolse letture wildeiane e poco altro ([4]).


Morrissey è ancora solo, alla fine.
Come 30 anni fa.
Perché i suoi fan si accontentano di come sono.



                                                                                                                      Steg




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[1] Chi passa il tempo a darsi dello stupido alla fine perde anche se la sua mente funziona.
[2] Per tutto il resto rinvio al mio post precedente: “Morrissey: why?, oh why?!” di cui questo è una sorta di complemento.
[3] L’elenco può proseguire sia con citazioni marchiate Rough Trade sia con altre sotto l’egida Attack, evidentemente.
[4] Niente Richard Allen, niente Kray Twins, niente James Dean oltre la banale superficie, niente Antoine de Saint-Exupery, niente drammi da lavello, eccetera.

domenica 8 luglio 2012

MORRISSEY: WHY?, OH WHY?!


MORRISSEY: WHY?, OH WHY?!

Arrivo al concerto di Siouxsie and The Banshees ([1]) del 25 agosto 1993 in una venue londinese mai frequentata prima: The Grand (a Clapham) ([2]).


Scruto un poco l’ambiance, dove noto solamente Patricia Morrison (già Fur Bible quando aprirono proprio per i Banshees il tour autunnale del 1985 ([3])).
Indi noto Morrissey, il quale indossa dei blue jeans e una camicia bianca immacolata, mi sembra alto di statura.



Rammento che, evidentemente successivamente a un concerto (poco tempo dopo, non mi ricordo quando), Siouxsie dichiarò durante una chiacchiera fra amici che Morrissey fosse un “fascist”, sottintendendo il suo essersi pentita del suo duetto con Moz.



Io ho impiegato, sebbene non dedicandomi a ciò ex professo, anni ad apprezzare The Smiths e Morrissey ([4]); dunque nel 1994 comprai quel singolo ([5]) solo perché Siouxsie aveva duettato con lui e al Grand non provai che fastidio al fatto che ci fosse anche lui nel pubblico.



Ma Morrissey, ora che da anni sono in grado di valutare positivamente parte della sua produzione, non ha un comportamento suscettibile di essere ridotto ad uno. Morrissey vuole sempre e solo aver ragione.
Quindi non lo capisco.


Egli è convinto di piegare una stampa musicale, britannica, che ormai è l’ombra di se stessa, ma che preferisce dialogare – un poco supinamente, certo – con Paul Weller.


Egli pensa, già lo scrissi, che una base di devoti di notevole consistenza comprerà qualsiasi sua capricciosa ristampa (ma invece lui non rende disponibile oltre l’usato Song To Save Your Life ([6])) che poi finisce dopo mesi nel bargain bin ([7]).



Egli cerca di cancellare un documentario di Channel 4 (emittente televisiva britannica) quasi “battezzato” da lui ([8]) intitolato The Importance of Being Morrissey del 1992 (trasmesso l’8 giugno 1993). Modesto paradosso, scoprii che era facilmente reperibile in formato DVD via Internet ([9]).


Cosa vuole ottenere Morrissey?


Ho intrattenuto una breve corrispondenza con l’autore di un’ottima biografia su Morrissey ([10]).
Con me questo giornalista fu cortesissimo (mi regalò anche un volume fotografico su Manchester privandosi della sua copia), ma a un certo punto fra me e Moz ha scelto il secondo, declinando ogni aiuto che gli avevo chiesto su come reperire quel documentario di Channel 4.

Dunque, sembra che Morrissey non ottenga proprio nulla.
Infatti, è appena (giugno 2012) uscita una nuova edizione di The Severed Alliance, biografia controversa ma imprescindibile di The Smiths la quale per lui resta da 20 anni una spina nel fianco (anche se recentemente pare aver rivisto, ma quanto?, la propria opinione).


Intanto Moz si lamenta perché non trova chi gli “pubblichi” l’album nuovo, cioè inedito.
Ora occorre una considerazione tecnico-giuridica: di regola chi pubblica è il soggetto che ha finanziato il fonogramma (il produttore di fonogrammi, appunto) oppure un suo licenziatario.
Quindi Morrissey intende dire che – come più probabile – ha scritto opere musicali (e magari realizzato delle versioni “demo”) in numero sufficiente per quell’album?
Data questa considerazione, come mai questo valente artista non riesce a trovare “casa” stabilmente presso un PdF?

C’è anche un rischio di provincialismo in questo cercare di costruire tutto a propria immagine. Morrissey animalista e vegetariano si scontra con Jean Cocteau, autore (anche) de La corrida du 1er Mai, se usa una immagine di Jean Marais (compagno affettivo – nel senso più letterale e scevro di correttezze di facciata – di Cocteau) ([11]) tratta dall’Orphée diretto da … Cocteau.


In questo si può intravvedere il limite oggettivo di Morrissey: la sua incapacità di inserire nel loro reale contesto i riferimenti storici ed artistici di cui egli si avvale.
Dopo anni di guerra davvero si può eccepire a qualcuno il piacere di un Sunday roast? Doc Marten’s con la tomaia “ecologica”, ma con le punte di metallo, per i “suoi” skins prelevati di peso da un aggro bovver tutto richardalleniano ([12])?
Per favore!


I concerti di Morrissey sembra siano quasi sempre degli esauriti ([13]), ma forse tornare a respirare l’aria di Albione anziché fare l’esiliato californiano (o dove vive adesso, poco importa) gli farebbe bene.


                                                                                                                      Steg




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[1] Confesso, ho dovuto verificare nella mia cronologia personale: i loro concerti cui ho assistito furono molti (un paio di dozzine?), talvolta cruciali.
[2] Ovviamente Billy “Chainsaw” Houlston – grazie – si era preso cura di Yours truly con un pass di un qualche genere.
[3] Quando il 24 ottobre Siouxsie si strappò i legamenti del ginocchio sinistro durante l’esecuzione di“Christine”, al Hammersmith Odeon di Londra.
[4] Nel frattempo ho capito The Rolling Stones; obiettivo che reputo più significativo in prospettiva storica. Evidentemente, The Beatles sono per me irrecuperabili.
[5] “Interlude”. Uscì in 4 formati (CD, 12”, 7” e MC7) nell’agosto 1994, attribuito a Morrissey & Siouxsie su “etichetta” Parlophone (dunque EMI) .
[6] Brillante antologia di diversi artisti da lui curata e distribuita anni fa con il New Musical Express.
[7] In una splendida recensione pubblicata su Amazon.Uk, il 5 aprile 2012 che racconta di come avrebbe dovuto essere la riedizione di Viva Hate di cui ho già scritto (nel post “Riscrivere la propria storia artistica non è leale”). Se il 50% di quanto ivi è scritto è vero, la situazione è ben peggiore di quella da me tratteggiata.
[8] Non solo ivi è intervistato, ma lo sono anche alcune persone a lui vicine.
[9] Spiacente, per me audio e video hanno da essere su supporti fisici.
[10] Non ritengo corretto citarne nome e cognome in questa sede.
[11] Mi riferisco alla copertina del singolo “This Charming Man” di The Smiths.
[12] A tal proposito rimando, con un altro corto circuito umano-letterario, al – già citato in questo blog – saggio England Is Mine di Michael Bracewell, marito di Linder Sterling.
[13] Andate a vedere il sito – che Morrissey ha, quanto a suo webmaster – “bandito” dai suoi concerti: www.morrissey-solo.com e leggete le entusiastiche recensioni dei suoi concerti del 2012, Italia inclusa.

mercoledì 31 agosto 2011

SUEDEHEAD: NOTE SU UN VIDEO (Morrisseyana)

SUEDEHEAD: NOTE SU UN VIDEO
(Morrisseyana)

“Suedehead” per chi ha fatto bene i compiti è:
1)      il post-skinhead quasi intangibile, una sorta di premessa dai contorni sfuggenti e forse inesistenti prodromica del glam, oppure del punk;
2)      più o meno band-wagoning un, altro, romanzo di Richard Allen: lo Sven Hassell del malessere giovanile britannico;
3)      con la notevole capacità di far suo ciò che è negletto: una canzone di uno degli, indiscutibilmente, migliori album solisti di Morrissey: Viva Hate;
4)      il “suo” videoclip e, qui, in realtà c’è molto di più di una mera necessità commerciale di promuovere canzone e album.

Partendo da un punto forse sfuggente: è febbraio (come indica una scritta sul muro della scuola), cioè il mese di nascita di James Byron Dean.
Poi c’è quella riproduzione della lettera in cui JBD si pone con Montgomery Clift e Marlon Brando in una categoria (ma league suona meglio) inarrivabile.

Qui già occorre avere negli scaffali le biografie di John Howlett e di David Dalton, raro caso di necessario e sufficiente per chi si accontenta senza un libro fotografico ([1]) negli anni ottanta (ripeto ottanta) del secolo scorso per conoscere il divo di Fairmount.
Diversamente, il videoclip dice poco.

Non solo: l’ossimoro è fra UK e USA; fra canzone ed immagini (una licenza poetica sostituisce i maiali con le mucche).

Ma forse qualcuno è andato oltre i compiti: ecco allora che attraverso il filmato sulle ali di Antoine de Saint-Exupéry si arriva ad Orson Welles.

Il tutto si risolve nella dimostrazione, ritengo impossibile a confutarsi, della legge della sudditanza del mezzo rispetto al risultato: ascolto una canzone, ne vedo il videoclip, approfondisco i riferimenti, scopro un attore, uno scrittore (francese), arrivo magari ad uno dei massimi registi cinematografici, decido per un viaggio (negli USA), finisco con un pulp giovanilistico, non mi fermo.


                                                                                                                      Steg



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[1] In realtà ne servono due di libri fotografici.