"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 23 novembre 2023

IANVA TARDI CHE MAI

 

IANVA TARDI CHE MAI

 

Questo post sarà sicuramente incompleto, e molto probabilmente in buona parte ridondante.
 
Gli Ianva ([1]) sono stati da me citati, in modo marginale o marginalissimo, in alcuni post precedenti.
Fra coloro che si piccano di conoscere tutte o quasi le scene musicali “alternative” (a cosa?) essi sono presumibilmente i più noti fra gli sconosciuti ([2]).
 
Io li ho incontrati, mediaticamente, due volte, non ricordo quale fu la prima.
 
Attraverso questa canzone in questa versione (quanto a immagini di accompagnamento): https://www.youtube.com/watch?v=Eq5q67ac1xE.
Non era il solito clangore urlato che ci si sarebbe aspettati.
Album impegnativo quello da cui questa opera musicale è tratta, poiché è strutturato in successione storica.
 
Intanto coi Disciplinatha … ([3]).
Ed ecco Renato “Mercy” Carpaneto apparire fra gli illustri ospiti del documentario audiovisivo intitolato Questa non è una esercitazione ([4]).
 
Quindi mia raccolta di tutti i fonogrammi del gruppo e, a tempo debito, acquisto di quel monumento cartaceo che è il romanzo in 3 (tre volumi) per oltre duemila pagine di Carpaneto intitolato (come anche un album degli Ianva) La mano di gloria.
 
Il cerchio, poi, anni dopo si chiuse a sigillo con: https://www.youtube.com/watch?v=-C-L092HscU.
“The European cannon is here” ([5]).
Questo singolo non singolo e “opera musicale titolo” dell’ultimo (al momento in cui scrivo) album del gruppo.
Album impegnativo con più tematiche, fra le quali quasi naturalmente, ancora riferimenti a Gabriele D’Annunzio ([6])
Il che necessariamente “impone” di ricordare come in “Canone europeo” canti anche Enrico Ruggeri, il quale ha creato l’opera musicale “Il volo su Vienna” ([7]).
 
Poi, pressoché inevitabilmente si arriva al centenario della Impresa di Fiume ([8]).
Carpaneto senza Ianva autore e “con”.
 
Ultima annotazione: chi comprasse Canone europeo, probabilmente si imbatterà in Michele Mari: però qui camminate da soli.

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

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Ma qualificarli come “neofolk dark” non significa nulla, sebbene il sostantivo sia impiegato anche da loro. Ed esiste un folk industriale?
Oppure “folk” sta per un “popolare” non diluito?
[5] David Bowie, Station To Station”.
Si notion le due “enne”.
[6] “D” maiuscola siccome nom de plume.
Contenuta nell’album Un viaggio incredibile.

lunedì 4 maggio 2015

IDOLATRIA (meglio un crepuscolo tempestivo)


IDOLATRIA
(meglio un crepuscolo tempestivo)

 

Scrivo queste righe – che sicuramente richiederebbero studio – quasi d’istinto, ma non di mero impulso.
 
Mi sovvengono due gruppi di riferimenti: “uccidi i tuoi idoli” ([1]) e Il crepuscolo degli dei/Il crepuscolo degli idoli ([2]). L’uno forse un poco profano e l’altro sicuramente colto e anche fonte di un terzo richiamo: La caduta degli dei ([3]).
 
Ultimamente vedo la corda (o se preferite la trama ruvida del tappeto che prima mi appariva in tutto il suo splendore) anche in coloro che mi parevano incrollabili.
Non servono nomi.
 
Certo la durata della vita non aiuta.
Certo la comunicazione continua, senza “possibilità” di riflettere ex ante, è un altro ostacolo: che sciocchezze si leggono, e quelle delle persone che si stimano danno più fastidio.
Ma insomma, l’integrità non dovrebbe essere merce deperibile.
 
Per quanto mi riguarda, superate le iniziali perplessità e sorpresa mi chiedo solamente se, alternativamente, avevo come al solito chiesto troppo a certe persone, oppure se (al contrario) avessi eccezionalmente dato indulgenza. Conoscendomi, ormai, credo che la prima ipotesi sia quella più vicina alla realtà, ma forse ho anche patito un’ottimistica miopia.
 
Concludo con un’altra doppia citazione: “gli dei se ne vanno”. Doppia in quanto esiste la versione Gli dei se ne vanno, d’Annunzio resta (in originale Les Dieux s’en vont, d’Annunzio reste) e quella, di 70 anni dopo, 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! ([4]).
A questo punto, una cosa è evidente: mi trovo in discreta compagnia, pur se non di ottimo umore.
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

 


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[1] Anzi “Kill your idols”: come scritto su una maglietta indossata (e resa celebre) da W. Axl Rose e verosimilmente ispirata dal pensiero nietzscheiano.
[2] Rispettivamente: Götterdämmerung, opera wagneriana.
Mentre il secondo, in orginale Götzen-Dämmerung, è il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche.
“Originalmente intitolato Ozio di uno psicologo, fu poi rinominato Crepuscolo degl'idoli; come si filosofa col martello. Quest'ultimo titolo, in tedesco, è un gioco di parole sul titolo di un'opera di Richard Wagner, Il crepuscolo degli dei (Götterdämmerung).” (Wikipedia): appunto.
[3] Film diretto da Luchino Visconti che, per buona complicazione, è sottotitolato (fra parentesi) Gotterdammerung (senza umlaut).
[4] Rispettivamente il titolo di una raccolta di scritti (in parte ironica rispetto al Vate) di Filippo Tommaso Marinetti appena prima del Futurismo e il titolo di un album del gruppo musicale Area.

martedì 1 ottobre 2013

SERGE GAINSBOURG (con post scriptum)


SERGE GAINSBOURG (con post scriptum)

 

Per me Serge Gainsbourg muore la mattina del 3 marzo 1991 in un albergo decaduto, come molti, di Venezia.

In realtà egli era morto il giorno prima, a Parigi, intorno alle 15.30 ([1]).

Si rimarca che avrebbe dimenticato di assumere la sua “pillola per il cuore”; proprio come era accaduto a Boris Vian, in parte suo mentore, il giorno del suo decesso (nel 1959).

 

Serge Gainsbourg (altrove ho preso spunto da questo artista per un post che non ha avuto molti lettori ([2]); credo egli si meriti qualche pensiero in più) ha avuto diritto, a tutto il 2013, a tre cofanetti qualificati come “integrali” ([3]), il primo e il secondo, fra l’altro, in due edizioni ([4]).

Scontenti della seconda, i fan più appassionati si sono lamentati anche della terza, constante di 20 CD ([5]).

Il suo, reputato, album capolavoro: Histoire de Melody Nelson, è stato ripubblicato in un’edizione in doppio CD (cum DVD) nel 2011, ovviamente con qualche registrazione inedita rispetto alla terza integrale ([6]).

E così via.

 

La maggioranza dei, pochi, italiani che sanno chi fu Serge Gainsbourg di solito hanno in mente soltanto la canzone “Je t’aime, mois non plus” in duetto con Jane Birkin: “roba scollacciata”.

Incidentalmente, Jane Birkin, probabilmente la “più donna della sua vita” è una sorta di Dennis Hopper al femminile in termini di vita artistica e non ([7]).

Belle donne: se Giovanni “Gianni” Agnelli parlava “con le donne” (e non “di donne”), gli altri parlano delle donne di Gainsbourg: anche una non bella come Brigitte Bardot è meglio di Jacqueline Bouvier Kennedy, ma sulla giovane Catherine Deneuve non si discute, e mi fermo qui.

 

La sua traiettoria artistica è spesso riassunta nell’ultima parola del titolo della prima integrale, che egli aveva definito il suo sarcofago: venuto meno Serge, quel cognome Ginsburg (che già aveva modificato moltissimi anni prima ([8])), diventa uno pseudonimo roco, come la sua voce.

 

Se, come dottamente osserva Jeremy Reed ([9]) a proposito di chi se la comprò prima fra i giovani di successo d’Albione, anche nella decade successiva l’acquisto di una Rolls-Royce è quasi obbligatorio ([10]), dunque non stupisce più di tanto se anche Gainsbourg ne compra una nel 1970, ma lui non ha la patente e non sa guidare.

 

Gainsbourg è un esteta anche se non si direbbe.

Ecco perché le fotografie (soprattutto degli interni) della sua casa, non grandissima, in cui trascorse oltre vent’anni – 5bis Rue de Verneuil, Paris 7e Arrondissment (dunque Rive Gauche) – finalmente mi disvelano finalmente una familiarità stilistica che non riuscivo a spiegare.

Quelle stanze, cariche ed ingombre di oggetti sono un clin d’œil di un’altra, ben più grande per dimensioni e fortemente voluta, fortress of solitude ([11]): il Vittoriale dannunziano.

 

Maitre de la provoc, evidentemente, ma non solo per “ragioni motoristiche”.

Lui ebreo, si inventa un album dal titolo Rock around the bunker ([12]) prima delle croix gammée del punk ([13]).

 

Grande autore ([14]) anche per altri artisti, rammento (Alain) Bashung di Play blessures, fino alla fine dei suoi giorni.

C’è anche chi dice che il suo vero successo fu dovuto a dei jeune fiston della banlieu: i Bijou nel 1978 ([15]).

Certo è che da allora questo apparente ometto (ben più alto di quanto sembri) diventa poco a poco un gigante, cui si consente quasi tutto: catch him alive while you can?

 

Chissà cosa avrebbero bevuto e fumato insieme Serge e Carmelo (Bene) se si fossero incontrati diciamo prima del 1985.

La dieta gainsbarriana era di Gitanes e alcool, con il Pastis 51 diventato 102 per i dosaggi prescelti, quella pro die del genio pugliese anch’essa tabagistica (si dice una stecca) innaffiata con due bottiglie di scotch Ballantine’s.

 

 

POST SCRIPTUM DEL TRENTENNALE

 

Secondo i numeri 111 e 112 ([16]) del mensile musicale - britannico - Shindig! per decenni la copertina di quello che è considerato l’album capolavoro di Serge Gainsbourg (e Jane Birkin?) Histoire de Melody Nelson [17] ha avuto i “crediti” riferiti ai partecipanti alle registrazioni in parte sbagliati.
Solamente la redazione e pubblicazione de Le Gainsbook nel 2019 ([18]) avrebbe rimediato a ciò.
Il che significa dover emendare non pochi libri nella parte in cui si occupano di HMN.

 

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di quell’album, quindi, ma soprattutto il trentennale della morte di Gainsbourg.

Al momento pare tutto piuttosto tiepido in Francia, a parte uno speciale della rivista Les Inrockuptibles.

 

Giusto per: riordinare le idee, mettere qualche puntino sulle “i” e riflettere per l’ennesima volta sulla caducità della fama.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] La notizia mi arrivò dalla radio nella mia camera (non c’era televisione): alla fine di un GR RAI mattutino.

[2] Vedi “Quando un libro è ben documentato, può portare molto lontano (ovvero da Serge Gainsbourg all’infinito francese)”. Ivi anche qualche riferimento bibliografico.

[3] In Francia quando si ottiene la intégrale è una consacrazione.

[4] Quella del 1989, intitolata De Gainsbourg a Gainsbarre, passata nel tempo da 9 a 11 CD (vennero aggiunti due CD costituenti semplicemente gli ultimi due album di studio dell’artista); la successiva del 2008, Gainsbourg … Forever, comprendente inizialmente 17 CD più uno di inediti (poi eliminato).

[5] Sono ormai tutte rarità, compresa l’ultima che viaggia sui 200 Euro e oltre (un 25% in più del prezzo originario).

[6] Dello stesso anno ed eponima al suo contenuto.

[7] Primo matrimonio con John Barry, ovvero il compositore delle colonne musicali e sonore più celebri della saga cinematografica di James Bond.

Una piccola parte nel film Blow-up di Michelangelo Antonioni.

Sorella maggiore di Andrew Birkin, cui si deve una splendida opera letteraria (del 1979) dedicata a James Matthew Barrie con riferimento a Peter Pan (contestuale ad una sua versione televisiva (per BBC) molto bella e una meno suggestiva più recente versione cinematografica): J.M.  Barrie and the Lost Boys.

[8] E pretendeva di avere come nome di famiglia Ginzburg per vezzo.

[9] Nel libro The King Of Carnaby Street.

[10] “I drive a Rolls-Royce/’cause it’s good for my voice” canta Marc Bolan in “Children of the Revolution”.

[11] Per una volta Superman è meglio di Batman: nel nome del suo rifugio.

[12] Uno dei pochi francesi non ridicolo quando canta in Inglese.

[13] Thelonious Monk nel 1968 con Underground si era permesso una bandiera nazista in copertina, ma l’alto ufficiale delle SS ivi riprodotto era legato.

[14] Come spesso scrivo, la vera ricchezza patrimoniale è ad appannaggio delle opere musicali e non delle registrazioni delle medesime.

[15] Rinvio al bel dossier contenuto nel numero 6 di Schnock del marzo 2013.

[16] Gennaio e febbraio 2021, rispettivamente.

[17] 1971: “HMN”. Rinvio per il resto al volume citato di seguito.

[18] S. MERLET (sous la direction de), Le Gainsbook – En studio avec Serge Gainsbourg, Paris, Editions Seghers, 2019.

venerdì 24 maggio 2013

OPERA DELL’INGEGNO E MEZZO ESPRESSIVO: CONVIVENZA


OPERA DELL’INGEGNO E MEZZO ESPRESSIVO: CONVIVENZA 

 
Per attirare un lettore in più, avrei dovuto intitolare, meno esattamente, il post “Arte e medium: coincidenza necessaria?”.
 
Il fumetto è un’arte? Forse, o meglio: talvolta.
Il fumetto è sempre opera dell’ingegno degna di tutela come opera autoriale? Credo di no, ma questo vale anche per un’opera narrativa; nemmeno un documentario su delle macchine affettatrici con una grande regia diventa un’opera cinematografica in senso giuridico ([1]).
 

Non vedo quindi per quale motivo – in difetto di ingenuità di tutti i soggetti coinvolti (salvo la presunzione di certi fumettisti e le ragioni imprenditoriali di certi editori) – sostenere certe pubblicazioni che sono a fumetti, ma potrebbero non esserlo e sarebbero dei dignitosi sunti in prosa.


Per tutti: una riduzione a fumetti della vita di Gabriele d’Annunzio a cura de Il Giornale e una, ancor più recente bio-comic ([2]) sulla Marchesa Luisa Casati Stampa (nata Luisa Amman).
Fra l’altro, la prima soffre di eccesso di concorrenti.
Ma la seconda patisce addirittura di un ambito non concorrenziale: il bel libro scritto da Scott D. Ryersson e Michael Orlando Yaccarino in Italia non ha certo scalato le classifiche ([3]) e, sotto diverso profilo, come può un disegno sostituire un’immagine fotografica (magari di Man Ray) o anche “solo” un quadro di Giovanni Boldini?

 

Volete fumetti degni di essere classificati opere dell’ingegno anche se elaborazioni di opere precedenti e di genere diverso? Valga per tutti il Moby Dick di Dino Battaglia.

 
Del resto, nemmeno il cinema “migliora” sempre ciò che nasce fumetto ([4]).
E certe vite faticano a essere catturate: quante biografie letterarie su Howard Hughes e nessuna definitiva, come non lo è nemmeno il film The Aviator.

 

Caveat!

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Si veda in Italia la legge n. 633 del 22 aprile 1941.
[2] A me suona meglio bio-comic, ma visto che si parla di bio-pic per film biografie …
[3] Del resto quasi nessuno si ricorda del precedente, ancor più ricco di immagini di complemento, Corè – Vita e dannazione della Marchesa Casati scritto da Dario Cecchi e pubblicato nel 1986 da L’inchiostroblu di Bologna.
I due autori hanno dedicato anche successive altre opere alla Marchesa:
[4] Lascio quindi a voi giudicare i romanzi di Diabolik editi da Sansoni una quarantina d’anni fa.

sabato 16 marzo 2013

I CANI DEL NULLA (non scrivendo su Gabriele d’Annunzio)


I CANI DEL NULLA
(non scrivendo su Gabriele d’Annunzio)

 

Gabriele d’Annunzio è una figura importante nella storia dell’Italia.
Anche perché questa nazione è giovane ed egli nacque nel 1863, occupando diversi ambiti e con risultati quasi sempre evidenti.

 

Mi pare probabile che questo suo centocinquantenario si consumerà con celebrazioni non all’altezza (pur se gli sarà dedicata l’edizione dell’annuale Salone del libro, a Torino) ([1]).
I segnali non promettono molto di buono.
Non vedo il ritorno in commercio dell’Album d’Annunzio ne I Meridiani, tanto per dire; mentre si ripubblica la biografia di Piero Chiara da parte di Mondadori e non invece, mi sembra, Il vivere inimitabile di Annamaria Andreoli ([2]) da parte del medesimo editore.
È affidata a un piccolo editore (Lantana) la ripubblicazione (è del 1938) – per ora parziale – di Vita segreta di Gabriele d’Annunzio, scritto da Tom Antongini, assistente del Comandante per molti lustri.
L’emissione filatelica italiana del 12 marzo 2013 è modesta: la cartelletta è meno ricca di quella che fu dedicata ad Emilio Salgari (ho detto tutto).
L’elenco rischia di farsi lungo, noioso e personale ([3]).

 

Perché ha questo titolo il post?
Beh, ad Antonio D’Orrico ([4]) gliene devo più di un paio: egli è un grande redazionalista per Sette (supplemento del Corriere della Sera) quando si tratta di lunghi articoli d’anticipazione di libri (usualmente romanzi) in uscita: per lui sono tutti belli i libri e tutti bravi gli autori. Figuriamoci se gli autori sono amici suoi (Giorgio Faletti, Teo Teocoli, per citarne due).
L’erudito D’Orrico conclude così, testualmente, il suo articolo dal titolo “Sesso, coca e… d’Annunzio visto dalla cameriera” (Sette, 22 febbraio 2013, pagina 71): “Prima di conoscerli, pensavo che i versi più belli di d’Annunzio fossero quelli di Alcyone […] Ma ora so che i suoi versi più belli e terribili (e non solo suoi) sono gli ultimi due dell’epitaffio per i levrieri”.
Ma come! Il romanzo di Emanuele Trevi pubblicato da Einaudi (dunque da un editore di sicura fede “democratica”) nel 2003 si intitola I cani del nulla e porta in apertura l’intero poema-epigrafe omonimo di d’Annunzio ([5]).

 

Infine, senza alcuna critica a Giordano Bruno Guerri, attuale presidente del Vittoriale dannunziano: preferivo la figura, forse un poco brusca, della Professoressa Andreoli cui egli è succeduto.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Mia nota tesi: gli Italiani dovrebbero imparare dai Francesi a valorizzare i propri connazionali.
Mia conferma: modeste celebrazioni per il centenario della morte di Emilio Salgari (1911) e ancor meno evidenti iniziative per i centocinquanta anni della sua nascita (1862).
[2] La quale, fra l’altro, nel 1983 ha collaborato con il Prof. Mazzino Montinari alla sistemazione della Biblioteca di Friedrich Nietzsche a Berlino.
Aggiungo io: Montinari con Giorgio Colli ha realizzato l’edizione forse definitiva dell’opera nietzschiana.
[3] Per favore, evitate di leggere ciò che scrive tale Giulio Ferroni (purtroppo dei suoi passi si rinvengono anche in Internet), il quale riesce a confondere la data di capitolazione dell’Impresa fiumana con quella del suo inizio.
[4] Con la “d” maiuscola, a differenza del Vate.
[5] Ad essere pignoli, l’autore non specifica nemmeno se (ove non lo sappia indichi il suo dubbio) d’Annunzio bevesse menta Get bianca o verde. Eh sì, ce ne sono di due tipi di quel liquore.

martedì 13 novembre 2012

FIUME 1919-1920


FIUME 1919-1920

 

Eroismo: c’era.

Parità fra i sessi: c’era.

Istituto del divorzio: c’era.

Libertà sessuale: c’era.

Nudismo: c’era.

Legalità nell’uso di sostanze stupefacenti: c’era.

Avanguardie artistiche: c’erano.

Guerra: c’era.

Eleganza: c’era.

Bella vita: c’era.

Bella morte: c’era ([1]).

 

No, non si tratta del Paese dei Balocchi in versione per adulti ed edonista.
È la città di Fiume (a circa 76 chilometri di distanza da Trieste: verso sud-est), per quindici mesi.

 

Può capitare che un giorno una persona (e non metto limiti generazionali) si domandi: ma cosa successe a Fiume, dopo la fine della prima guerra mondiale?

 

Due presupposti sono essenziali: eliminare ogni preconcetto politico, cosi come si deve fare specificamente con il Futurismo e con Gabriele d’Annunzio ([2]). Perché ogni inversione storica che pretende di derivare ex post dal fascismo sia il Futurismo sia l’impresa fiumana è concettualmente viziata, ed altrettanto lo è ogni lettura della vita e dell’opera dannunziane che non sappia distinguere epoche, azioni ed opere di questo personaggio storico e anche letterario ([3]).
Se non siete d’accordo potete smettere di leggere.
 

Stante questa regola oggettiva, la regola soggettiva è quella di poter essere assolutamente parziali nella vostra lettura delle vicende fiumane purché forti di qualche testo storicamente ineccepibile ([4]).

Il dato di base essendo la “marcia” che partì da Ronchi ([5]) l’11 settembre 1919 con l’occupazione della città (che oggi sulle carte geografiche è Rijeka) il giorno successivo con i legionari comandati da Gabriele d’Annunzio.
La stagione fu breve, finì nel sangue il 24 dicembre 1920 con l’inizio dell’attacco che condusse (dopo anche un bombardamento navale) alla resa del 31 dicembre, ma intensissima, come prova l’elenco, probabilmente incompleto, che apre queste mie – volutamente – poche righe per evitare una lettura di parte che non voglio.

 

Vi sono più opere narrative recenti ([6]) che possono fungere da trampolini per sognare Fiume in mancanza dell’Autore che verosimilmente avrebbe potuto scrivere – se ancora vivente ed affrancato dalla lealtà alla corona Savoia – il più bel romanzo d’avventura su Fiume: Emilio Salgari ([7]).
Perché Fiume è come l’isola della Tortue, è una storia di spionaggio, è la Rivoluzione, ...

 

Dunque prenotate un tavolo al Ristorante L’Ornitorinco e chissà che stasera non passi di lì il comandante de La Disperata ([8]), l’uscocco Guido Keller ([9]), o il Comandante Giovanni “Nino” Host-Venturi ([10]).

 

Quis contra nos?

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Alcune di queste voci non interessano al blogger: in particolare nudismo e stupefacenti.
[2] Questa è la grafia più corretta del cognome.
[3] Di qualche anno fa un convegno dal titolo, significativo, D’Annunzio come personaggio nell'immaginario italiano ed europeo (1938-2008): una mappa.
[4] In una letteratura sterminata, anche se da reperirsi fuori dalle librerie, incluse quelle specializzate, perché … (i sopracitati preconcetti, forse?) indico con coscienza di totale incompletezza: F. GERRA, L’impresa di Fiume, Milano, Longanesi (la prima e più bella edizione è quella rilegata del 1966); Michael A. LEDEEN, D’Annunzio a Fiume, Laterza, Bari 1975; C. SALARIS, Alla festa della rivoluzione - Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Bologna, Il Mulino (la prima edizione è del 2002).
Per la parte documentale: G. d’ANNUNZIO, La penultima ventura. Scritti e discorsi fiumani, Milano, Mondadori, 1974; G. d’ANNUNZIO, La carta del Carnaro e altri scritti su Fiume, Roma, Castelvecchi, 2009.
Analoga nota bibliografica si trova nel post “Tonito memorial”.
Recente aggiunta è il numero 5 del 2012 de L’Illustrazione italiana., monografia intitolata “D’Annunzio a Fiume”. Il 150° anniversario della nascita del Vate, nel 2013, probabilmente porterà qualche altro titolo.
[5] Quindi Ronchi dei Legionari è riferito appunto ai legionari fiumani (originariamente la località si chiamava Ronchi di Monfalcone)..
[6] G. MARCONI, Le Stelle danzanti - Il Romanzo dell’impresa fiumana, Firenze,Vallecchi, 2009 è davvero godibile. Altri meno.
[7] Con qualche “sfumare” sulla assoluta libertà dei costumi.
[8] Guardia personale di d’Annunzio.
[9] Anche grande pilota di guerra.
La letteratura su Keller non è scarsa, ma molto risalente e come tale di difficile reperimento.
Quindi A. BERTOTTO, L’uscocco fiumano Guido Keller – Fra D’annunzio e Marinetti, Firenze, Sassoscritto, 2009 è sufficiente per i non completisti.
[10] Creatore della Legione fiumana.
Volendo si può cercare il suo resoconto autobiografico: L’impresa fiumana, Roma, Giovanni Volpe, 1976.