"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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giovedì 14 dicembre 2023

ROCK AND ROLL: NON SI PUÒ CHIAMARE “ROCK”

 

ROCK AND ROLL: NON SI PUÒ CHIAMARE “ROCK”

 

 

Non cerco la verità assoluta, e nemmeno la impermeabilità degli artisti, però ogni tanto mi sovviene la mia distinzione, quasi manichea.

 

Innanzitutto: “rock and roll” o “rock ‘n’ roll”: li uso come sinonimi.

 

Mi rendo, anche, conto, di aver usato qualche volta la tronca “rock” ([1]): mea culpa? Però ho anche precisato ([2]).

Il rock and roll è rock elettrico? ([3])

 

Ho anche già scritto sull’argomento, più o meno ([4]), ([5]).

Anche in àmbito italiano ([6]).

 

Però …

Va anche detto che normalmente si usa (usava) “rock and roll” per parlare di inizio di una operazione militare, solitamente aeronautica.

 

Bruce Springsteen è, soltanto, rock (come noto, invece, Springsteen si considera rock and roll).

David Bowie è stato talvolta rock (non solo quando ha interpretato Springsteen ([7])).

Per “la” Lega Umana ho innalzato lo scudo su una canzone interpretata da un artista ormai considerato nemmeno umano ([8]).

I Mott The Hoople? Chissà ([9]).

 

In conclusione, per me il rock è almeno un gradino sotto al rock and roll (e non solo per cronologia dei due generi).

Per la precisione e i distratti lettori.  

 

 

                                                                                                                       Steg

 

 

 

© 2023 e 2024 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 



giovedì 16 maggio 2019

HAMBURGER E ALTRO (Steg about Steg Series - 1)



HAMBURGER E ALTRO
(Steg about Steg Series - 1)

Titolo decettizio per questo primo post, inizio di un tentativo di una autobiografia per temi.
Nello specifico, qui è Londra estate 1978.
Ma gli hamburger mi sono balzati alla mente quando ai primi di maggio 2019 mi si è stretto il cuore vedendo che a breve apriranno un “certo” locale vicino a Piccadilly Circus, mentre sul legno delle palizzate si invitano i turisti a visitare “the original”. Durerà l’originale?


Steg Question: come arrivi a Londra nel 1978?
Steg Answer: con un diploma di maturità in tasca, 49/60 al Liceo Scientifico Alessandro Volta. Ma soprattutto con le stimmate del punk, lasciatemi l’estate precedente dal mio soggiorno a Edinburgh e qualche puntata a Londra; però i famosi quattro singoli in valigia li avevo comprati tutti nella capitale delle Higlands: esordio de The Rezillos “I Can’t Stand My Baby”, “Something Better Change” di The Stranglers, “Prove It” dei Television – in vinile verde formato 12”, “God Save The Queen” dei Sex Pistols ([1]).

SQ: e dopo quei quattro singoli?
SA: Beh a memoria arrivarono primo e terzo singolo dei Sex Pistols, sicuramente “White Riot” di The Clash, “New Rose” di The Damned, … e a seguire gli album che si trovavano e compatibilmente con i propri budget ([2]).

SQ: tornavi a Londra dopo circa un anno?
SA: non esattamente: ero stato di nuovo là a novembre 1977 (un lavoretto di accompagnatore che mi fruttò abbastanza sterline per tornare con in valigia altri singoli e altri album comprati una mattina allo HMV di Bond Street e al Virgin di Marble Arch ([3])); poi di nuovo dopo il Natale del medesimo anno: partii imbottito di Aspirina (influenza mai dichiarata in famiglia) e tornai con anche fanzine e due libri “sul” punk, i primi due quelli di Caroline Coon (prima, e dico prima, edizione) e di Julie Davis (una unica edizione) nonché con sulla schiena la scimmia della visita per il servizio militare ([4]).  

SQ: dunque parti a testa alta e…
SA: “e” niente di preciso: concerti cui assistere, dischi da comprare, fanzine da scovare e quellibrido editoriale fantastico che era Zigzag; una lista di negozi e di indirizzi di “etichette” ([5]).
Tutto in base alle nostre “Baedecker” (Record Mirror in Italia non ha mai avuto grande presa): New Musical Express e Melody Maker. Sounds era meno “affidabile” diciamo così e tre settimanali incidevano su quante sterline avevamo in tasca.
Ma soprattutto, io avevo diligentemente conservato gli inserti della NME Guide comparsa nei numeri faticosamente recuperati nei mesi a precedere: divisa per argomenti, forse ispirò addirittura quelle di Time Out (ancora a venire, credo), rivista settimanale che magari in una occasione anche comprai.

SQ: e gli hamburger?
SA: ecco in quella guida compariva il nome di un locale che in Italia non conosceva quasi nessuno, e ancora nell’estate 1984 ([6]) lo feci scoprire agli amici milanesi. Lo Hard Rock Cafè.
Da soli si mangiava al banco, e sopra le teste nostre e delle cameriere (le due più famose Rita e Regina: rispettivamente la più brava e la più bella) stavano le due insegne di una impresa di pompe funebri ([7]).
Quell’estate, o ci arrivavi in taxi (certo non io) oppure dovevi quasi scoprirlo, per la semplice ragione che l’indirizzo civico non era proprio evidente rispetto alla sua ubicazione.
Dopo la prima volta, decisi che potevo permettermelo una volta ogni 7-10 giorni; menu sempre il medesimo: hamburger (cheese o bacon-cheese) e, in alternanza, o pannocchia di antipasto oppure apple-pie di dolce, Coca-Cola o birra, fra le 3,50 e le 4,00 Sterline. Insomma il doppio circa di una catena dove altrimenti mi cibavo ([8]).
Un altro mondo, sebbene di punk sound nemmeno l’ombra.

SQ: mentre il cosiddetto “altro”?
SA: beh, materiale per post separati in certi casi, a partire dal concerto di Siouxsie and the Banshees allo Edinburgh Clouds ([9]). Tornai decidendo che avrei avuto le registrazioni di tutti i loro concerti: non fu così, ma mi applicai abbastanza alla materia, direi.
Un altro concerto cui sono molto affezionato fu quello de The Slits al Music Machine di Mornington Crescent, ancora con Palmolive alla batteria. Incontrai prima degli Svedesi e, mesi dopo, mi inviarono una foto scattata dalla galleria: in prima fila ci sono anche io, le mani aggrappate al palco.
Ma le sorprese non mancavano: andai a vedere The Rezillos ([10]) e per loro apriva The Human League ([11]).





                                                                                                                      Steg



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[2] Quelli che dicono di avere dal 1976 l’album di eponimo esordio dei Ramones raccontano qualche storiella, a meno che non si chiamino Maurizio Bianchi, forse.
E quelli che lo hanno dal 1977 si chiamano Paolo Mazzanti e Klaus e forse Daniele Petrini.
[3] Il primo dei due credo sia stato l’ultimo negozio di musica a chiudere lungo Oxford Street.
[4] La seconda mi lasciò a maggio 1978, mentre preparavo la maturità.
[5] Ringrazio Paolo Mazzanti per qualche dritta, ricambiata con Damned memorabilia.
[6] Già a dicembre 1979 le code cominciavano a divenire quasi critiche.
[7] Quelle con “Love all/serve all” arrivarono anni dopo.
[8] I pub con cibo, diverso da crisp e noccioline, erano molto di là da venire.
[10] Nel frattempo era uscito il loro album di esordio: copia autografata, al Virgin di New Oxford Street, se ben ricordo.

sabato 26 luglio 2014

THE HUMAN LEAGUE (inizio di una “sheffieldiana”?)


THE HUMAN LEAGUE
(inizio di una “sheffieldiana”?)

 

Se sapessi che la lettura di questo post richiede 6 minuti e 24 secondi, non avrei dubbi.
Inserirei “Medley: Rock ‘N’ Roll/Night Clubbing” quale colonna (musicale e - necessariamente) sonora ([1]).

 

Come insegna il vero punk, non le pagliacciate di certa demenzialità ([2]) italiana passata e presente ([3]), dal 1976 in avanti si è potuta celebrare la serietà dell’effimero e del genere basso alla pari con quello alto ([4]).
Ecco allora che ci si può tagliare inavvertitamente un polpastrello con il metallo di una “macchinina” Dinky Toys giocandoci, ad esempio. E quegli stessi modellini si possono poi collezionare da adulti senza doversi vergognare in alcun modo.

 

Siete arrivati, del resto, nella città delle lame e dell’acciaio: Sheffield.

 

Difficile evitare di consigliare, soltanto, delle canzoni.
Difficile limitarsi al fatto che noi a Milano ballavamo l’onda nuova e vecchia ispirandoci a “loro” che ballavano copiando le mosse di Brian Ferry ai tempi in cui una pantera nera era da tenere solamente al guinzaglio alla luce elettrica (e “la Casati” dalla tomba avrebbe approvato).
Difficile ([5]).

 

Innanzitutto quando leggete “the” significa “la” non “gli”.
Perché la Lega Umana suona come una compagine di supereroi, atta a contrastare gli invasori, non come un gruppo musicale: infatti, il nome deriva da un gioco di fantascienza ([6]).

 

La conoscenza che molti hanno della Human League è superficiale in quanto dettata dai successi del 1981. C’è un prima.
Qualcuno ha scritto un (altro ([7])) libro sulla scena musicale di Sheffield, sicuramente esso è dovuto sebbene tardivo, auguriamoci che sia pubblicato a breve perché è annunciato da mesi.

 

Il singolo di esordio esce nell’aprile 1978 su “etichetta” Fast ([8]) con una tiratura iniziale di 1.000 copie; si intitola “Being Boiled”.
Quando vidi e ascoltai la Lega nell’estate del 1978, essa aprì per gli scozzesi The Rezillos, al Music Machine di Camden Town.
Niente voci femminili ([9]), Philip Oakey con un taglio di capelli asimmetrico a dire poco, e una musica realizzata senza chitarre o percussioni tradizionali ([10]).
Per chi dubitasse della serietà del progetto: “We’re The Human League, we’re much clever than you …” ([11]).

 

Cosa accadde dopo? Beh davvero di tutto.
Steve(n) Severin li notò attraverso il 7” della Fast (una versione lo dà a quello stesso concerto del Music Machine: se fu così, noi due non ci incontrammo) e li volle come “guest” per Siouxsie and the Banshees in varie occasioni, a partire dal concerto all’Aylesbury Friars del 16 settembre di quello stesso anno sino al leggendario “Tartan terror for the Eighties” ([12]) del 7 aprile 1979 al London Rainbow.


L’extended play “The Dignity of Labour”, un 12” con l’aggiunta di un flexidisc, consiste in una serie di strumentali ed è di poca presa, ma ormai lanciata, la Lega approda presso la più solida Virgin Records di Richard Branson.

 

In Europa apriranno per Iggy Pop, e al Palalido di Milano molti di noi quel 29 maggio 1979 erano lì per loro, che si esibirono per una mezzora scarsa ([13]).
Come accadde anche in un’altra occasione nella stessa stagione: quando The Cramps aprirono per i Police. Cioè noi eravamo lì soprattutto (o soltanto) per gli artisti che tutti gli altri fischiavano sapendo che quello era il modo migliore per partecipare.

 

Nella formazione classica, il gruppo resiste sino all’autunno del 1980, creando due album assolutamente classici (soprattutto quello d’esordio): Reproduction (1979) e Travelogue (1980), nel mezzo c’è anche l’EP (questa volta si torna al 7”, doppio ([14]) “Holiday ‘80”, contenente anche il grandioso “Medley: Rock ‘N’ Roll/Night Clubbing” ([15]).

 

Quindi la separazione delle due anime, Philip Oakey e Adrian Wright a tenersi il nome e a demolire le classifiche l’anno successivo e ben oltre con Dare, mentre Martin Ware e Ian Craig Marsh formarono gli Heaven 17 ([16]) che, pur producendo del grande electro-pop, anche funk (si veda “(We Don’t Need A) Fascist Groove Thang”), nulla poterono rispetto alle vendite dei loro ex sodali e meno ancora poterono le loro produzioni sotto la denominazione commerciale British Electric Foundation (abbreviata in B.E.F.).

 

Al solito: tutto il resto è Wikipedia, cioè just the facts e un po’ di fonogrammi più o meno rari.
Ma se volete assaporare il gusto metallico degli esordi, per dei demo del 1978 e la prima John Peel Session, cercate il vinile In Darkness (in CD con due canzoni in più) oppure il CD(R) Introducing che è ben più ricco.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 


 

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[1] Prima o poi dovrò scrivere un post su un dato ormai fattuale: il rock è finta ribellione. Quella vera è il rock and/&/’n/’n’/’N’ roll.
Caveat: la cover si riferisce alla canzone di Gary Glitter, non a quella di Lou Reed: la grafia della congiunzione “and” non è dirimente in quanto incostante.
Per l’originale di “Night Clubbing” ovviamente si veda Iggy Pop.
[2] Non mi riferisco a Freak Antoni, ma a tutto quello spirito per cui a Milano si dice “stüpidott de l’uratori” per quelli che continuano a coltivare certe passioni anche da adulti – appunto con quello spirito da oratorio dove appena ti discosti dalla linea parrocchiale ti dicono: “pensa a mangiare la pastasciutta” – e che, anche per disattenzione di personaggi come Elio (e le sue Storie Tese) hanno fatto la fortuna di gente come Fabio Fazio e il suo oratoriale “Quelli che il calcio …”.
[3] Altrimenti resta insuperabile quella dell’asilo infantile, e qui mi fermo in quanto non ricordo il nome dei miei compagni d’asilo in Via Toce dalle filastrocche fini a se stesse e dai tovaglioli di carta trasformati in reggiseni in miniatura.
[4] Senza scomodare, se non se ne ha voglia, la lucida e pionieristica saggistica di Umberto Eco o di Roland Barthes. Volete faticare? Leggetevi Lipstick Traces di Greil Marcus, magari in originale.
[5] Fine di un’altra necessaria introduzione.
[6] The Human League’ arose in 2415 A.D, and were a frontier-oriented society that desired more independence from Earth. Ware suggested that The Future rename themselves after the game and in early 1978 The Future became The Human League” (Sean TURNER, Blind Youth, a complete guide to The Human League 1977–1980; disponibile on line), ma anche il volume citato qui di seguito.
[7] Esiste quello di Martin LILLEKER, intitolato Beats Working For a Living che temo non sia facilmente reperibile. Esso contiene anche un CD di rare registrazioni.
[8] Glorioso produttore di fonogrammi indipendente di Edinburgh, ormai solo nella memoria di noi arditi seventy-seven.
Ne esistono numerose successive edizioni.
[9] Lo preciso per quelli arrivati nel 1981.
[10] Come recita la voce a chiusura della canzone “Dada Dada Duchamp Vortex” dell’album The Golden Hour Of The Future : “We are The Human League, there are no guitars or drums played on this record”.
[11] Voce su base musicale nell’introduzione di “Dance Like A Star” tratta anch’essa da The Golden Hour Of The Future.
[12] Titolo della recensione del New Musical Express.
[13] O almeno questo mi dice la mia registrazione.
[14] Dunque non un extended play in senso stretto.
[15] Le ristampe in CD degli LP contengono sia le due release su Fast (nel primo), sia (fra l’altro) l’EP “Holiday ‘80” nel secondo.
[16] Una citazione da A Clockwork Orange.

lunedì 14 luglio 2014

L’IDIOTA DI IGGY POP


L’IDIOTA DI IGGY POP

 
L’idiota di Fëdor Michajlovič Dostoevskij è un’opera ponderosa, secondo la common opinion per cui “i Russi scrivevano tanto dato un clima non benevolo”.
 
The Idiot, formalmente album di Iggy Pop, ma per tutti coloro che hanno approfondito una gemma (per me un capolavoro) berlinese di Iggy Pop e David Bowie, è ancora legato alle durate viniliche e, essendo singolo, nominalmente tanto impegnativo quanto altre centinaia di LP pubblicati nel 1977.
L’immagine di copertina è ispirata a un quadro riconducibile alla corrente pittorica die Brücke: Roquairol di Eric Heckel.
 
Una sera, sfogliando il numero del mese corrente (quale non ricordo) di Musica 80 arrivai a un articolo scritto da Maurizio Bianchi ([1]) in tema di afterpunk.
Quindi, alla luce della abat-jour scorsi i dorsi del vinile della mia discoteca ed estrassi un copia promozionale ([2]) di The Idiot. Era ancora inviolata.
 
Credo sia uno dei casi in cui la parola epifania possa essere da me e per me usata senza tema di smentita.
Grazie a Maurizio Bianchi.
 
Recensire l’album dopo 37 anni non ha senso.
Non scriverne è indice di mancanza di senno.
Quoi faire?
 
Qualche puntino sulle i.
Non ci sono più The Stooges. Altrimenti i suoni sarebbero stati rabbiosi ma vecchi.
 
Per i più piccoli: andate a cercare da qualche parte “La lega umana”, Sheffield senza lame e con già tastiere (zero chitarre ([3])), e scheggiatevi le unghie per estrarre quel gioiello che è “Medley: Rock ‘N’ Roll/Night Clubbing”. Brividi? Me lo auguro.
 
Adesso, sbavatevi il mascara (se ne avete) e andate a sudare per e con “Nightclubbing” cantata da Grace Jones.
 
Per il resto, se siete pigri vi basta Wikipedia.
 
Morchia di catena di trasmissione di motocicletta, scintillio di lame fuorilegge al chiaro di luna futurista, jeans (se del caso) ballardianamente copulati, eccipienti sintetici (not in my backyard, but if you like them I don’t judge you).
I ragazzi dum dum surfano onde macchiate di petrolio.
 
Gli anni settanta erano – finalmente e anche – loro morti.
Davanti a noi non c’era che presente. Allora ci bastava.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Rinvio al post  “Note sul punk in Italia e a Milano” alla nota 9 e testo ivi.
[2] Omaggio di un oscuro giovane giornalista, insieme a Marquee Moon dei Television. Lui preferiva – ancora e irrimediabilmente – l’ovvio liverpudiano e si era disfatto volentieri di quei due dischi (anche da lui ottenuti gratis) e, udite udite, stampati in Italia.
[3] Si pubblicherà mai il loro post?