"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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martedì 8 luglio 2014

JOHN MILIUS (Sketches Series – 18)

Da Nirvana Now a Apocalypse Now: creazione di Milius a fine anni sessanta
(immagine tratta dall'intervista citata nel testo e di cui non dispongo dei crediti)



JOHN MILIUS
(Sketches Series – 18)

 

Le paratie non ci sono: avevo cominciato a scrivere su Dennis Hopper, e mi vedo costretto a cominciare a scrivere anche su John Frederick Milius.
 
Di John Milius in effetti i sinceri democratici parlano poco, quando ne parlano ne parlano male, cercano conforto nel fatto che lui si dichiari “zen fascist” e nella circostanza che “Apocalypse Now mostra le follie della guerra” ed è “una creazione di Francis Ford Coppola” (più digeribile come persona: sua figlia Sofia “piace”, lui produce del buon vino ([1])). Per il resto, l’uomo e sceneggiatore e regista  viene condito via come un amante delle armi (e Ernest Hemingway?) e un maschilista.
Magari qualcuno nega anche di avere visto il film Big Wednesday, una delle sue opere più importanti.
 
Allora precisiamo: John Milus si dichiara “zen anarchist”; in un’intervista audiovisiva ([2]) di quasi 50 minuti Francis Ford Coppola gli riconosce tutta la creazione di Apocalypse Now; Coppola e Steven Spielberg sono suoi amici; altro piccolo dispiacere per i “correttini”, Walter Sobchak, personaggio de The Big Lebowsky, è amichevolmente costruito su di lui da Joel e Ethan Coen.
Ma soprattutto: John Milius è ebreo.
 
Bear in Big Wednesday “è” Milius.
 
John Milius smentisce il luogo comune (non infondato) del nordamericano che ignora la cultura classica: Omero è un autore di riferimento per lui.
Heart of Darkness lo lesse a 17 anni e per lui quell’opera di Joseph Conrad fu una sorta di visione, tanto da fargli decidere di non rileggerla più, nonostante le conseguenze.
 
John Milius è ancora vivo, un infarto lo ha colpito nel 2010 e poi un cancro al pancreas ma si è rimesso abbastanza per camminare, tirare al piattello e riprendere il suo progetto cinematografico su Gengis Kahn.
 
Per il resto, fatevi anche voi i compiti.
Andate a leggervi http://www.ign.com/articles/2003/05/07/an-interview-with-john-milius?page=1 e, se non vi basta, cercate (e compratevi) il documentario (Man Myth Legend) Milius realizzato da Joey Figueroa e Zak Knutston.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Che gli operai non possano permetterselo è un dettaglio trascurabile, ma del tema mangiare e bere “bene” (cioè costoso) come se un minatore avesse il reddito di Bono Vox non intendo occuparmi in questa sede.
[2] In rete si trova solo una versione con sottotitoli in Tedesco (il parlato è in Inglese) senza riferimenti di data. Si intuisce che  si sia nel periodo della versione “Redux” del film. 

mercoledì 27 giugno 2012

MATT DILLON: “un brillante avvenire dietro le spalle”?





 MATT DILLON: “un brillante avvenire dietro le spalle”?
 
Capita che ci si penta di non aver fatto qualcosa, di non essenziale sì, ma quella rinuncia all’azione sarà con te per sempre.
 
Fra le poche, molto poche, mie colpevoli rinunce d’istinto c’è un mio procedere a Manhattan lungo la 23rd Street West, direzione 10th Avenue, certamente oltre il – allora – Chelsea Hotel.
Sono già scoccati i Nineties.
Sono diretto per un lunch verso un diner aperto essenzialmente 24/7 (essenzialmente) che ho sempre amato ([1]) sin dalla prima volta che ci andai a cena, era l’autunno del 1986.
Lo incrocio, allora lui aveva un locale con dei biliardi da quelle parti, ma per mio stupido pudore non lo fermo per chiedergli un autografo.
È Matt (all’anagrafe Matthew Raymond) Dillon che, non a caso, fisicamente può ricordare Vittorio Gassman ([2]).
Me ne pento qualche isolato più in là, ma non posso inseguirlo.
 
Qualcuno si ricorda in quali film ha recitato Dillon? In caso affermativo si tratta di persone oltre i 40 anni.
Se si conoscono i film, va bene si può sorvolare la dimenticanza, altrimenti la situazione si fa più grave.
 
Matt Dillon è un bravo attore, soprattutto ha recitato in due film importanti ed in uno fondamentale quando la sua carriera pareva lastricata d’oro, se non anche tempestata di pietre preziose.
In ordine puramente soggettivo, qualitativamente crescente: Drugstore Cowboy di Gus Van Zant, The Outsiders di Francis Ford Coppola e Rumblefish del medesimo regista ([3]).
 
Poi qualcosa si ruppe.
Spero che lui sia per lo meno non troppo frustrato, perché se fosse sparito (a la J. D. Salinger) dopo i due film di Coppola egli sarebbe stato un degno successore di James Dean.
 
Mio nonno Luigi era piuttosto superstizioso: poteva a fatica tollerare un ombrello aperto in casa, ma mai un cappello da uomo sul letto!
Proprio come il protagonista interpretato da Dillon in Drugstore Cowboy: un tossicomane bandito; il cappello porta davvero irreversibilmente male.
 
Ma il personaggio del “fuorilegge romantico dell’emporio” (altrimenti non si può tradurre quel titolo, che infatti non fu tradotto) impallidisce a fronte dei ruoli che gli erano stati affidati da Coppola, soprattutto per quel che riguarda Rusty James, più ancora che per quello di Dallas.
Due film tratti da due romanzi omonimi di S. E. Hinton che sono dei best e long seller da decenni.
Roba per ragazzi, che ti resta attaccata a vita: chiedere ai Manic Street Preachers.
 
Matt Dillon è stato allora monumentale: in Rumblefish: quando stai bene indossando una canottiera bianca o sei Marlon Brando o sei lui.
Se sai anche recitare sei quasi invincibile; se nel film Mickey Rourke recita bene – è tuo fratello maggiore – e tuo padre “è” Dennis Hopper ([4]) nulla può fermarti.
Invece non fu così.
 
La carriera di Dillon non fu quella inscalfibile del grandissimo attore e nemmeno quella del tespiano da grandi incassi (guardate chi c’era con lui nel cast di The Outsiders).
Fra i suoi film della maturità ricordo un buon Factotum, che gli è valso premi e candidature.
 
Per i giovani lettori: in doppio DVD dovreste trovare i due film di Coppola, nella “regione” che volete.
Paradossalmente, più rarefatte o costose le copie dei due romanzi della Hinton.
 
Aggiungo (a post pubblicato da molti mesi), che la colonna sonora realizzata da Stewart Copeland per accompagnare le vicende di Rusty e del Motorcycle Boy (con un cantato di Stan Ridgway) è un, altro, gioiello.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
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[1] Amato non nel senso ormai predominante dell’uso del termine in sterile iperbole.
[2] Da qui il sottotitolo del post, che è quasi verbatim il titolo di un libro scritto dal Mattatore.
[3] Per gli allergici all’Inglese, gli ultimi due, titolati in Italiano, rispettivamente: I ragazzi della 56a Strada e Rusty il selvaggio.
[4] Se la ribellione fosse una maglia di un giocatore di football, baseball o soccer, avrebbero dovuto ritirarla alla sua morte.