"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



Visualizzazione post con etichetta Pilade Del Buono. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pilade Del Buono. Mostra tutti i post

venerdì 22 gennaio 2016

GIANNI BRERA? (Sketches series - 26)



Per quel che riguarda la critica,
probabilmente i due testi recenti più rari
(ringrazio Andrea Maietti quanto a Il tempo sperperato
e la Fondazione Mondadori per Storia di Gianni Brera) 



GIANNI BRERA?
(Sketches series - 26)

 

Scrivere in Italia rispetto a Gianni Brera, facilmente definibile per lo meno come il più noto giornalista sportivo nazionale, comporta almeno due rischi critico-sportivi: quello di coloro che rileveranno ogni difetto tecnico in riferimento alle cronache agonistiche eventualmente analizzate dall’improvvido autore che si cimenti a tal riguardo; l’altro di coloro che non amando la cronaca sportiva di Brera faranno di te e lui un sol fascio.

Un terzo rischio, generale: semplicemente essere bersaglio dei “breraiani”, che ne approfitteranno anche per cozzare con i critici del secondo genere.

 

Posto che questo è un blog, non mi pongo invece preoccupazioni di completismo e dunque crucci rispetto al rischio generale. Anzi queste righe, indipendentemente dalla loro consistenza, potrebbero inaugurare per loro dichiarata incompletezza anche d’analisi, una “sub series” all’interno della “Sketches series”.

 

Ho scritto diversi post in tema di “fattore territoriale”, spesso combinato con il “fattore storico”: quelli su New York, Berlino e Milano sono i principali.

Pur essendo un lettore serio di e su Emilio Salgari, è chiaro che il suo limite geografico lo ha, in ultima analisi, limitato.

Il fattore storico serve, anche, per riordinare le idee (oltre che per tramandare senza errori) di chi espone (e racconta?).

 

Per dichiarare che un risotto mangiato in un ristorante di Milano non è buono ([1]) occorre avere dalla propria parte entrambi i fattori; chi poi ha un palato non condizionato dai critici culinari o dal blasone del locale sarà anche in grado di sorprendervi, magari ricordando due buoni tipi di risotto (rispettivamente ai frutti di mare e al nero di seppia) in un ristorante “di pesce” che non esiste più – “Ca’ d’oro” ([2]) – e che, secondo alcuni, era meglio di “a’ Riccione” amato da Gianni Brera, che lì fondò il suo “Club del giovedì” ([3]).

Oserei dire “eccetera”. Insomma: almeno questi due fattori sono dalla mia parte; infatti, non credo scriverò mai di Petrolini (pur apprezzandolo). Di sport praticato non scriverò.

 

Inutile qui una mia biografia di Gianni Brera: a parte quelle rinvenibili in internet, se ne trovano (o meglio se ne dovrebbero trovare, secondo quanto scrivere in seguito?) almeno un paio ben fatte – Brera post mortem fra l’altro ha sempre goduto di una attenta tutela della sua figura e della sua opera da parte della famiglia ([4]) – sotto forma di libri ([5]).

Eccettuata l’aneddotica simil-politica: nato l’8 settembre (del 1919), paracadutista e giornalista sotto l’egida fascista ma poi passa alla resistenza che ricordare?

Beh quella che sicuramente è una sorta di mia caratteristica (sebbene non del tutto dominante) d’interesse o passione: anche ([6]) Brera è morto in un incidente automobilistico, ma da passeggero: il 19 ([7]) dicembre 1992 nelle prime ore della notte di ritorno da una cena certo non parca.

 

1899, 1919, 1937: sono gli anni di nascita di Ernest Hemingway, Brera e Hunter S. Thompson: è da escludere che l’ultimo dei tre abbia influenzato – per ragioni cronologiche e linguistiche – i primi due, ma come è noto Thompson è il definitore del “gonzo journalism” ([8]).

Quanto a Hemingway, più passa il tempo, più la sua figura si sbiadisce, non per i suoi eccessi e “scorrettezze”, ma per le falle nella sua capacità di essere affidabile narratore del suo mondo ([9]) e perché i suoi meriti letterari paiono almeno in parte funzionali anche a certa politica USA della sua epoca. 

Ciò non toglie – se si espunge dai pregi necessari della letteratura gonzo quello di una sua attendibilità da parte dei lettori, certo un fattore apprezzato dal “gonzo reader” che è per la stragrande maggioranza dei casi maschio ([10]) – che questi tre autori con uno stile e un vocabolario anche innovativo abbiano ognuno nel suo tempo influenzato i propri lettori ([11]).

 

L’eredità letteraria del gonzo journalism è essenzialmente deleteria, e lo è anche per Gianni Brera. Addirittura doppiamente, quindi in modo ancor più grave ([12]).

Innanzitutto esiste un rimbecillimento dei lettori che ritengono il quotidiano sportivo nobilitato comunque: dunque non serve leggere altro, proprio in ragione di quanto prodotto dall’autore di San Zenone al Po ([13]) che leggevano (ormai i loro genitori e anche nonni).

Di pari, e a influenzare ulteriormente i destinatari delle loro righe e colonne, sono i sé dicenti eredi di Gianni Brera, nati qualche anno dopo: cioè non sto scrivendo di Beppe Viola (il quale erede non poteva essere perché morto prima del maestro, nel 1982) o di Gianni Mura (destinatario del legato di una delle macchine per scrivere del suo maestro); figuri autodichiaratisi che fra l’altro sono debordati dalla carta stampata e sono approdati in altri media: televisione innanzitutto: il loro linguaggio è quasi sempre un autocompiacimento nel cercare iperboli assolutamente da dimenticare (e dimenticate), neologismi da adolescente, eccessi insensati ([14]) che siccome giornalisti (con un albo professionale) dovrebbero invece lasciare all’Italiano traballante quotidiano di categorie per definizione non use a lavorare con le parole e con la sintassi.

 

Certo, c’è anche la produzione letteraria del Gioannfucarlo, meno nota, rinverdita dalle cure, dell’uno dirette e dell’altro auspici, dei fratelli Del Buono: fu Pilade a instradare Oreste presso il comune nipote Alessandro Dalai ([15]), così anche titoli come Il corpo della ragassa e Naso bugiardo (con nuovo titolo: La ballata del pugile suonato) furono ripubblicati da Baldini e Castoldi.

La storia delle edizioni delle opere di Gianni Brera ha poi avuto uno snodarsi non semplice, anche con risvolti giudiziari.

 

In questo panorama, evidenzio due aspetti prettamente letterario-editoriali.

Il primo è quello dello studioso: non mancano le analisi dello stile breriano, peraltro appunto ristrette ad un pubblico da biblioteca più che da libreria (in senso lato) e nemmeno da tutte le biblioteche.

 

Il secondo, mi pare ([16]), è che anche negli anni in cui si vendevano ancora libri (diciamo gli ultimi dieci del secolo scorso) i lettori di Brera, quelli che ne hanno fatto gloria e fortuna cioè quelli delle testate giornalistiche sportive, frequentassero poco gli scaffali e si limitassero alle edicole appunto; dunque non erano più quelli che leggevano Brera perché Brera non c’era più.

Oggi provate a trovare i volumi contenenti gli articoli della rubrica “L’arcimatto” in libreria, appunto.

Insomma: Brera è diventato un autore con un pubblico assolutamente ristretto, forse in esaurimento proprio perché Brera era uno da quotidiano ([17]), da banco del bar, da tavolo di osteria, al più da gambe sul tavolino stravaccato sul divano con cravatta lasca.

 

A mo di epigrafe, ma finale: “Gianni Brera, un autore destinato a durare più del pubblico dei suoi lettori”. Peccato.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2016 Steg E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte – compreso il suo titolo – di questa opera e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore/degli autori.

 



[1] In tema di risotto alla milanese, scrivetemi in privato.
[2] Della famiglia Andriolo, di origine veneziana.
[3] Si veda il volume dedicato ai relativi scritti di Brera così rubricati del 1987 e 1988 – di molto successivi al sodalizio culinario creato nel 1956, si dice al tavolo n. 14: (A. MAZZOLA e P. BRERA curatori), Il club del giovedì, Torino, Aragno, 2006.
[4] Tanto che le prefazioni di suo figlio Paolo vengono quasi a noia, in quanto pressoché onnipresenti.
[5] Cito siccome le conosco due “ufficiali”, medesimi autori: P. BRERA – C. RINALDI, Gioannfucarlo, Pavia, Edizioni Selecta, 2001, sorta di coffee-table book ricco di foto, e il compatto P. BRERA – C. RINALDI, Giôann Brera – Vita e scritti di un Gran Lombardo, Milano, Boroli, 2004.
Sarei però ingeneroso se non menzionassi – non fosse altro che egli è meno famoso dell’altro epigono (portabandiera? Erede? Fate voi) Gianni Mura – Andrea Maietti: curatore di qualche opera antologica di Brera e autore di Com’era bello con Gianni Brera, Arezzo, Limina, 2002 in cui si rinviene anche il testo della sua tesi di laurea.
[6] Come James Dean, Roger Nimier, Ayrton Senna. Potrei aggiungere Albert Camus e la seriamente ferita Françoise Sagan. Tutti al volante.
[7] Fra il 18 e il 19 per Andrea Maietti.
[8] Rimando a http://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/12/gonzo-journalism-le-vite-non-parallele_01.html.
Ivi citati sono anche Lester Bangs e Giancarlo Fusco e tratteggiato il misconosciuto Jeffrey Bernard.
[9] Per tutti: si leggano certe pagine in cui Jean Cau nel suo libro del 1961 Les oreilles et la queue (in Italiano: Toro, Milano, Longanesi, 1962) in cui gli Spagnoli smontano la conoscenza dell’arte taurina, e della tauromachia in particolare, dell’autore di Oak Park.
[10] Non che le femmine siano imprecise, ma ritengo che sia come scrivo.
[11] È evidente la limitazione territoriale di lettura di Brera rispetto agli altrui due, non necessariamente per la lingua usata, anche se forse impossibili sono le traduzioni di certe sue parole. Forse proprio il fatto che Brera è stato essenzialmente giornalista solamente in ambito sportivo giustifica questa sua notorietà limitata, anche se credo ci sia altro.
[12] In misura minore, almeno per quel che concerne i loro lettori in quanto anche ascoltatori, le stesse conseguenze perniciose si manifestano con i critici musicali: molti, incapaci di stili più accollati, adottano quello sbracato di Lester Bangs, ma senza lo stile e l’acume di questi.
[13] Provincia di Pavia.
[14] Peggio poi l’ex sportivo che “vuol fare il Gianni Brera”: ho seguito nel 2015 una telecronaca di una partita di pallavolo della nazionale italiana maschile commentata anche dall’ex Andrea Lucchetta: squallida ed incomprensibile (mancava anche di riferimenti tecnici, graditi al profano) faceva dimenticare le sue grandi doti di sportivo.
[15] Lo racconta PdB nel suo intervento alla giornata di studi tenutasi a Milano il 17 novembre 2012 in occasione del ventesimo anniversario della morte del suo amico Gianni.
[16] Le logiche degli editori, almeno sino a qualche anno fa, erano tali per cui tendo ad escludere che: 1) i libri di Brera vadano fuori catalogo e divengano “remainder” solo in esito a una causa; 2) quelle copie per mesi stazionino in numero immutato o quasi per poi sparire (e diventare merce di piccola bibliofilia).
[17] Il guerin sportivo oggi è un mensile, era un settimanale ai tempi di Brera: quanto vende?

venerdì 4 ottobre 2013

ORESTE DEL BUONO (SENZA DIMENTICARE PILADE)

ORESTE DEL BUONO (SENZA DIMENTICARE PILADE)

 

Destino carogna quello dei fratelli, uno dei due spesso subisce l’ombra proiettata dalla statura del germano.

 

Chi ricorda Ron Asheton rammenta anche Scott solo perché entrambi erano nella formazione “storica” de The Stooges, gruppo musicale seminale (qualcuno li reputa anche proto punk, poco importa) formatosi ad Ann Arbour (Michigan, USA) nel 1967: il primo alla chitarra, il secondo alla batteria.

I Pilade ed Oreste della mitologia greca sono cugini.

Un cantante italiano parte del Clan di Celentano chiamato Pilade (all’anagrafe Lorenzo Pilat) interpretò nel 1965 la versione italiana di “Charlie Brown” ([1]): un testacoda pop che lega in modo curioso Oreste e Pilade Del Buono.

 

Qualcuno, addirittura, si inventò “OdiBò”, contrapposto a “OdiBì”, e allora si pensò a chissà cosa.

No: Oreste Del (oppure “del”) Buono e Pilade Del Buono, fratelli, entrambi giornalisti, sono due persone distinte, appunto.

Pilade era anche il nome del nonno paterno (dilapidatore di patrimoni) e Oreste quello dello zio paterno mai conosciuto (siccome premorto ai nipoti) ([2]).

Pilade Del Buono (il minore dei due: classe 1930, suo fratello era nato nel 1923) è stato un eminente giornalista sportivo e amico di Beppe Viola, negli anni più recenti è [stato] fra i tedofori della fiamma di Gianni Brera.

 

Oreste Del Buono rimane, per molti di quelli che lo ricordano (morì il 30 settembre 2003), solamente il direttore del mensile ([3]) Linus.

Nulla di più sbagliato.

Lo avete già trovato citato qualche volta in miei post precedenti.

Secondo una recente sintesi di Pierluigi Battista egli era: “uno dei grandi cultori dei filoni letterari tenuti ai margini dagli intellettuali sussiegosi” ([4]).

Ma questo è un giudizio ex post, allora quasi un quarto di secolo fa il diretto interessato sintetizzava: “mi sono sempre occupato di cose futili, il fumetto, il fotoromanzo, il giallo, il rosa, il nero, la fantascienza” ([5]).

 

Il maggiore dei Del Buono era un uomo non tanto alto (del proprio aspetto non particolarmente attraente non ha fatto mai mistero); era uno di quegli uomini che ancora – ancora perché oggi capita davvero raramente – trovavano ovvio essere vestiti con giacca e cravatta quasi sempre; quelle giacche e quelle cravatte che non dicevano nulla ([6]).

Faceva anche parte delle persone con “l’incarnato alla milanese”: quel pallido che sembra anche leggermente grigio, sebbene egli fosse nato in Toscana e per di più al mare (vedi anche il notaio Franco Cavallone, altro personaggio di qualche mio post).

 

Scriveva, scriveva, non come quella “macchina” di Giorgio Scerbanenco a cui forse proprio lui aveva attribuito la capacità di diventare una creatura antropomeccanica, ma OdB scriveva: da giornalista, da autore (che in Italia è sinonimo di scrittore letterario) e da prefatore.

Poi, evidentemente, dirigeva: pubblicazioni oppure collane editoriali.

 

La sua vita rispetto ad altri del mondo delle arti credo si possa suddividere così: quelli che a lui devono (spesso molto) in vita e quelli che a lui devono di non essere dimenticati; poi c’è anche qualche eccezione ([7]).

Fra i primi, campeggiano nei fumetti Hugo Pratt ([8]) e Andrea Pazienza. Fra i secondi rammento Umberto Simonetta, Scerbanenco, un poco anche Gianni Brera.

 

Su un sito dedicato ai “nativi” illustri dell’Isola d’Elba sono riportati due articoli che mi sento di segnalare: un profilo biografico e un’intervista ([9]). Dovrebbero bastare per chi desidera qualche riferimento in più.

 

Saluto ovviamente Pilade, che non mi conosce[va] di persona ([10]), ma conosce[va] bene mio papà anche perché loro due hanno anche lavorato insieme al quotidiano Il Giorno.

Risulterebbe solamente un libro a lui attribuibile, chissà … ([11]).

Per il resto solo interventi in testi altrui, prevalentemente breriani.

 

E per concludere, l’amara ironia è una sola: Oreste del Buono rischia di essere dimenticato per un motivo davvero circolare: non c’è nessun OdB che si premura di ricordarlo ([12]).

 

 

POST SCRIPTUM

Qualche giorno dopo [anno 2013] aver ultimato il post, ho reperito, fortunatamente a un prezzo da libro usato, il volume di Del Buono intitolato Amici, amici degli amici, maestri …

Nell’elenco dei profili che lo compongono rinvengo fra gli altri: Beppe Viola, Giancarlo Fusco, Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco. Does it sounds familiar?

 

 

DIECI ANNI DOPO

Ho ripreso il post: inserendo fra parentesi quadre aggiornamenti puramente cronistici: anche perché Pilade è morto il 21 luglio 2019; poi qualche breve aggiunta..

 

Ci si aspettava nel 2023 qualcosa per il doppio anniversario di OdB: centenario dalla nascita, ventennale dalla morte, è arrivata pochissima cosa, e quindi per chi ha letto anni fa questo post, fui profetico.

Nel frattempo, io … beh ho recuperato qualche titolo che mi mancava, casualmente e non. Desidero ricordare qui, in ragione della curatela di un altro autore italiano negletto: Daniele Brolli, il volume La parte difficile e altri scritti ([13]); poi, magari, La talpa di città ([14]) e La debolezza di scrivere ([15]).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 e 2023 Steg, Milano, Italia.

Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 



[1] Canzone del 1959 non collegata al personaggio creato da Charles M. Schultz, scritta da Jerome “Jerry” Leiber e Mike Stoller e interpretata innanzitutto da The Coasters.
[2] Tesei: la famiglia materna che ha dato alla marina militare un eroe come Teseo (nomen omen?). “Il vicegovernatore di Malta, sir Edward Jackson, ricordando l'episodio il 4 ottobre 1941 scrisse: «Nel luglio scorso gli italiani hanno condotto un attacco con grande decisione per penetrare nel porto, impiegando MAS e "siluri umani" armati da "squadre suicide" (…). Questa impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale.»”: da Wikipedia Italia che cita il Daily Mail.
[3] Adesso la periodicità è quel che è, e anche nei contenuti i paragoni non si possono fare.
[4] La Lettura, 29 settembre 2013, p. 4.
Vorrei sapere quali sono, o furono, gli altri, in quanto l’impressione è che sia difficile raggrupparli.
[5] La vita sola, Venezia, Marsilio Editori, 1989, p. 139.
Mi vengono in mente Carlo Fruttero e Franco Lucentini.
[6] Come non hanno mai detto nulla quelle di Umberto Eco, che predilige(va?) il cosiddetto blazer all’italiana ovvero la giacca blu scuro ma senza bottoni di metallo.
[7]Scriveva anche ‘sui muri’, Beppe, per dire che le collaborazioni non mancavano. Teneva molto alla rubrica su Linus che gli aveva imposto Oreste del Buono, per lui soltanto fratello del suo amico Pilade”: così scrive Sergio Meda in “Beppe Viola, giornalista” su Panorama, nel 2012.
[8] Rammento una fumosissima sera al Hotel Napoleon di Lucca in cui, circostanza rara, HP e OdB erano persone fra loro pari.
Quando Del Buono lasciò la direzione di Linus, invece, tutta la redazione del mensile divenne una corte di ammiranti donne che pendevano dalle labbra del Maestro di Malamocco.
[9] Rispettivamente le stringhe sono: http://elbaisoladipoetienarratori.blogspot.it/2013/02/oreste-del-buono-genio-e-carattere-di.html e http://elbaisoladipoetienarratori.blogspot.it/2013/06/oreste-il-guastafeste-del-buono-lenfant.html.
[10] Come “figlio di” pensò, esattamente, di identificarmi per il mio necrologio per Ayrton Senna Da Silva nel 1994.
[11] Carnera campione del mondo, s. l., Editoriale Nuova, 1978.
[12] Ripubblicandolo al di là di quanto fatto, un poco malinconicamente, nel numero del redivivo Linus di settembre 2013. dove c’è qualche suo scritto ma davvero poco e solo tratto da un unico volume (il già citato La vita sola).
Mentre il primo Antimeridiano dedicatogli rischia di essere un monumento letterario poco visitato dai lettori e comunque incompleto a causa del suo rigore cronologico e filologico.
[13] Milano, Scheiwiller, 2003.
[14] Roma-Napoli, Theoria, 1984.
[15] Venezia, Marsilio, 1987. 


 

domenica 28 aprile 2013

AYRTON SENNA: UN ASSO


AYRTON SENNA: UN ASSO ([1])

 

Pilade Del Buono, che ogni anno scrive un necrologio commemorativo per la morte di Gianni Brera, chiese a mio padre se il necrologio per Ayrton Senna fosse mio (cioè quello con il mio cognome).
Se si muore di domenica, difficilmente il Corriere della Sera pubblicherà il giorno successivo. Cosi accadde anche per il mio necrologio: redatto il lunedì mattina nell’ufficio-inserzioni del quotidiano milanese di Via San Pietro all’orto, uscito il giorno dopo.

 

La casa vuota come se avessi appena traslocato, in realtà una scelta mia.
Seduto su quella poltrona da scrivania un poco sfondata ma comoda e con cuoio vero a rivestirla, passo le ore del pomeriggio di domenica davanti al televisore, poi è l’ora dell’aperitivo e ancora la notizia della morte non è confermata formalmente: decido di indossare la maglietta con la doppia S sgommata che celebra le sue 50 pole position ([2]) e sto seduto a un tavolino all’aperto del Bar Basso a Milano, come se quasi nulla ci fosse intorno.
Cena.
Ancora davanti al televisore. Finalmente alla mezzanotte passata riesco a piangere.

 

Chissà come mai: quest’anno saranno 19 anni dalla morte dell’asso brasiliano, usai campionissimo nel necrologio (come Fausto Coppi), eppure sembra che vogliano farli sembrare 20.

 

E pensare che era partito cosi bene dal palo di quel nastro d’asfalto, che sembrava falso come il nome del Gran Premio che ivi si correva.
Anche per questo risulta ancora più grottesca la sua morte: il Mago della pioggia, il Re di Montecarlo, finisce i suoi giorni nella trista Imola in un caldo pomeriggio che sembra solamente banale.

 

Gli assi sono innovativi, e così Ayrton Senna che percorreva il tracciato a piedi alla vigilia di un Gran Premio dimostrava un’attenzione fuori dal comune.

 

Molti assi lasciano fra le ultime loro immagini quella del casco indossato come un elmo, per poi finire in una nuvola, in una dimensione comunque aerea che nessuno può penetrare.

 

Mentre il dimenticato dai molti Alain Prost, e il fuoriclasse “solo per aver superato il record di Juan Manuel Fangio” Michael Schumacher in qualche modo beneficiarono della tragica luce riflessa data dal fatto che Senna morì in quella stupida e modesta pista il 1° maggio 1994.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

POST SCRIPTUM

Sono quasi trascorsi 20 anni, da quel giorno e un anno esatto (era il 28 aprile 2013) dalle righe qui sopra.
Io non posso aggiungere niente.

Per chi vuole “qualcosa di diverso” rimando a Giorgio Terruzzi, Suite 200. L’ultima notte di Ayrton Senna.


Metteteci, di vostro, anche un sorriso.

 

 

© 2013, 2014, 2023 E HTTP://STEG-SPEAKERSCORNER.BLOGSPOT.COM/Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.

 





[1] L’appellativo di asso è nato per i piloti d’aviazione di guerra, poi è passato agli sport motoristici.
Per essere un asso occorre abbattere almeno cinque velivoli avversari (più che “nemici”), questo perché la stampa francese chiamò “asRené Paul Fonck quando egli abbatté il suo quinto. Parliamo di prima guerra mondiale.
[2] Il record di pole position di Jim Clark: 33, durò per vai lustri, sino a quando, appunto, lo eguagliò e superò Ayrton Senna.