"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



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sabato 31 gennaio 2026

IGORT: ADESSO “MI COPIA” O QUASI (Facebook Down Series - 210)

 

IGORT: ADESSO “MI COPIA” O QUASI

(Facebook Down Series - 210)

 

Le “prodezze” del Signor Igort sono ben note e popolari in questo blog:

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2016/12/perle-mediatiche-38-abbagli-bowiani.html

https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2016/12/perle-mediatiche-39-abbagli-punk-post.html

 

Ora, oggi 31 gennaio 2026 incappo su You Tube in questo suo recentissimo, ieri 30 gennaio 2026, post: https://www.youtube.com/watch?v=ZrDupeklDcc

 

Considerazione prima: nemmeno sa la cronologia dei numeri di Cannibale:

https://it.wikipedia.org/wiki/Cannibale_(rivista)

 

Però, nella narrazione, mi fischiano le orecchie, e molto.

Giudicate voi.

 

29 ottobre 2011: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2011/10/urlante-e-pensante-metal-hurlant.html

 

15 giugno 2012: https://steg-speakerscorner.blogspot.com/2012/06/tambura-steve-tamburo-ovvero-stefano.html

 

“So long …”

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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venerdì 22 agosto 2025

MAI IN ABBINAMENTO EDITORIALE (FUMETTI) (Facebook Down Series - 141)

 

MAI IN ABBINAMENTO EDITORIALE (FUMETTI)
(Facebook Down Series - 141)

 

La mia devozione a Stefano Tamburini è nota (in ragione degli accessi al blog).

 

La mia stima per Tanino Liberatore è per lo meno conclamata: certificata inoltre da una dedica ([1]).

 

Ecco, siccome in abbinamento editoriale ormai ci sono anche i sub-mediocri (come mi informano in questo fine agosto 2025 rispetto a un italiano) ([2]), invece sono tranquillo: Rank Xerox e Rankxerox non li chiederete mai in edicola (pugnaci!) insieme alla Gazza (non il calciatore, il quotidiano).

Magra ma sicura consolazione.

E Lubna che si impala su Rank, per fortuna (e senza citare La donna della domenica …).

 

(Post ispirato da Gil Scott-Heron)

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Propiziata da Petulia Mattioli (non solo una artista di vaglia, ma una grande cuoca - ed esserlo non ha soste, lo si è tutti i giorni - la cui cotoletta alla milanese, lei romana di diamante, sta da sola).

[2] Piuttosto (minima strizzata d’occhio agli esperti): https://it.wikipedia.org/wiki/Gim_Toro.

lunedì 8 luglio 2019

ROMANITÀ URBANA? NON PIÙ (Tombstone series – 48)


ROMANITÀ URBANA? NON PIÙ
(Tombstone series – 48)

Ma la romanità urbana, quella “tambu-toriana” non esiste più: Stefano Tamburini è morto, Tanino Liberatore vive a Parigi e Roma artisticamente non interessa più a nessuno (morti anche Franco Angeli, Tano Festa e Mario Schifano).

“….”.
Come?
“ZNORT!”



                                                                                                                      Steg



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lunedì 24 febbraio 2014

RANK XEROX E RANXEROX (ancora su Stefano Tamburini, e su Tanino Liberatore)



RANK XEROX E RANXEROX
(ancora su Stefano Tamburini, e su Tanino Liberatore)



Anche oggi, 23 febbraio 2014, è facile fare i carini e illudersi “con quelli corretti”: Ornella Vanoni ha 80 anni e di Hugo Pratt non ci direbbe nulla di male.
Corto Maltese è un gran figlio di buona donna, ma non sembra.
Chiaro il segnale?

 

Provate ora a dire bene del Coatto sintetico con il cervello di una fotocopiatrice, novella creatura di un Barone Victor Frankenstein ([1]) che era non un nobile, bensì un giovane adiacente agli studelinquenti ([2]): Stefano Tamburini.

 

Dando a Cesare ciò che è di Cesare, e quindi anche al grande abruzzese (il terzo dopo Gabriele d’Annunzio e Ennio Flaiano) Gaetano “Tanino” Liberatore i suoi meriti, possiamo concludere che Tambura e Tanino sono stati dei Prometei del ventesimo secolo?

 

Ore fa, proponevo a Michele Mordente (scrivendoglielo), per anni inesausto esecutore artistico di Steve Tamburo, di editare le storie di Ran(k)Xerox annotandolo come accadde dal 1969 e per qualche anno con fortuna decrescente per alcuni romanzi di Emilio Salgari per iniziativa e cure di Mario Spagnol.
Fatica inutile, ma alla quale mi dedicherei volentieri.
 
Quarti d’ora prima, infatti, riguardavo grazie a un DVD artigianale (ricevuto troppo tempo fa da Mordente) un Tamburini ancora vivo nella trasmissione televisiva RAI (3, Campania) intitolata “Sulla carta sono tutti eroi”.
E a parte lo Schifano (Mario) ormai noto, riemergeva il ballardiano Crash che certo non è gradevole, ma è vero, jamesdeaniano e comprensibile (se non anche condivisibile, ma se lo è per alcuni ne prendo atto e basta).
Apparivano anche (ivi in quanto nelle tavole a fumetti) delle ragazzine violentissime: irreali allora, reali oggi. Ovvero il coatto R(k)X rischierebbe ora di essere vittima (con le voglie di calcetto infrasettimanale?) della sua eroinomane e ninfomane ultraminorenne.

 

Al di là delle rispettive capacità: somme nel mondo del fumetto, il personaggio pensato da Steve Tambura rimane alla fine soltanto suo. Ci ha provato Tanino a illustrarlo – dopo la morte di Tamburo nell’aprile 1986 – con l’altrui contributo (di Alain Chabat) nelle sceneggiature, ma alla fine la minor distorsione appare disarmonica. Più cattiveria contingente e meno violenza da psicoterapia mancano in quelle tavole caleidoscopiche e ipnotiche, e entrambe sono invece, rispettivamente in addizione e in sottrazione, necessarie.

 

Non so cosa ne pensa Chuck Palahniuk, probabilmente egli si inchinerebbe a un campione della distruzione gratuita come Rank.

 

Noi lo chiamiamo Rank.
Ricordo, una ventina ben abbondante di anni fa, ero a Roma per lavoro e nel pomeriggio, finiti gli incombenti e prima di andare in aeroporto, andai in un negozio di fumetti ([3]) con la metropolitana e sulla scala mobile pensavo a Rank e ai livelli della sua Roma futura e coatta. Mi era inevitabile.

 

In fondo, Rank e Lubna sono una coppia affiatata e da invidiare, mentre Corto Maltese rimane tristemente solo non avendo avuto il coraggio di lasciare l’eccesso della avventura maschilista per una Pandora Groovesnore che ancora mi farebbe battere il cuore (se non fosse che ...).

 

 

                                                                                                                      Steg

 
 
POST SCRIPTUM (del luglio 2015)
Non sono uso a cortesie, ma nel caso di specie si tratta di Michele Mordente, quello che io definisco l’esecutore artistico (con Alessandra Tamburini) di Stefano Tamburini, il quale sta pubblicando e pubblicherà materiale raro di Tambura (e non solo). Ecco la pagina Fb rilevante:
 
 
                                                                                                                      Steg

 

 

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[1] Il romanzo Di Mary Wollstonecraft Shelley fu pubblicato nel marzo 1818.
[3] Anche “fumetteria” è una parola a me sgradita siccome accettabile.



martedì 22 ottobre 2013

CARMELO BENE 3 (Inspired series - 1)


CARMELO BENE 3

(Inspired series - 1)

 

Carmelo Bene indossa capi di colore viola.

Un oltraggio al popolino dei tespiani da carro.

 

Carmelo Bene elogia Pinocchio il burattino: sepolto prematuramente (echi poeiani?).

Mi chiedo se James M. Barrie lesse Carlo Collodi.

 

Carmelo Bene dice “Eduardo” per De Filippo: improvvido!

Ancora oggi v’è l’uso scellerato del solo nome proprio riferito a persone conosciute dalla gente (non necessariamente meritevoli di fama, si badi).

 

Carmelo Bene tiene in mano un pacchetto di sigarette marca Gitanes e negli anni le sue labbra si inspessiscono e le sue orecchie si ingrandiscono.

Ecco il legame con Serge Gainsbourg ([1]).

 

Carmelo Bene vivo, un documentario per Carmelo Bene morto: brutto titolo: Bravo Bene ([2]) ([3]).

Frattaglie ([4]) per lupi e nulla più: frattaglie da un archivio dimenticato e negato a noi, i lupi che vogliamo i tagli pregiati, le costate, i filetti, ma anche il cuore della Macchina attoriale, dunque l’intero.

 

Marilyn Manson ha visto il Riccardo III di Carmelo Bene?

 

Quando Carmelo Bene stava per morire, nel 2002, gli mozzarono la testa e la posero in un contenitore alla temperatura di 100 gradi Celsius sotto zero, poi scesero al 35° livello di Roma, in un laboratorio clandestino, e cucirono quella testa al corpo indistruttibile del coatto Rank Xerox (ripeto, Rank Xerox), quindi attivarono le pile nucleari e forgiarono l’immortale.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[2] Ma come? Se esiste un album di Patty Pravo (pubblicato nel 1971) dal titolo Bravo Pravo, voi quasi 30 anni dopo non riuscite a discostarvi?

[3] Documentario del 1999 disponibile come bonus nel DVD del Riccardo III.

[4] C’era un programma RAI, del 1981, dal titolo “Tagli, ritagli e frattaglie”, appunto; peraltro riferito solo a esibizioni comiche.

martedì 27 novembre 2012

IL PUNK AVEVA ARGINATO LA CENSURA MORALISTICA (ancora sull’ipocrita politically correct)


IL PUNK AVEVA ARGINATO LA CENSURA MORALISTICA
(ancora sull’ipocrita politically correct)

 

Vi siete mai domandati perché nelle storie di Stefano Tamburini e Tanino Liberatore ci fossero personaggi deformi?
Certo per domandarvelo dovete averle lette.

 

C’è una canzone dei Devo, gruppo che non mi fa impazzire ma di cui riconosco l’importanza ([1]), che spiega molto: è “Mongoloid”, pubblicata nel 1976 come singolo.
Da qualche anno dire “mongoloide” era già considerato sgradevole: dovevi dire “down”. Come pensare che il “non vedente” stia meglio di quando era qualificato “cieco”.
I Devo (punk? New wave? Whatever!) cercarono come altri di raccontare come stessero veramente le cose.

 

La risposta alla domanda precedente è probabilmente che (di nuovo?) si potevano esibire le proprie e le altrui mostruosità, non più nascosti dietro la falsità del “tutto va bene”. Grazie al punk.

 

Incidentalmente: ricordo uno splendido concerto di Siouxsie and the Banshees nel luglio 1985 all’ex Cottolengo di Torino: variante, ulteriore, su Freaks di Todd Browning.
Appunto: si veda “Pinhead” dei Ramones. Liberate i mostri apparenti ([2]).
Ma dei Brud(d)ers si consideri anche la più cupa “Lobotomy” ([3]).

 

Il punk era la famiglia dei reietti, dove le cicatrici esibite erano più belle dei gioielli (lo disse Rosso Veleno o prima di lei David Bowie?) e dove si valeva per ciò che si era.

 

Che dire, anche, di quella gemma recuperata in extremis (per chi si limita al prodotto ufficiale) di “Make Up To Break Up” ancora di Siouxsie and the Banshees?
O scavando ancora più a fondo, l’urlo di disperazione di “Thalidomide” de The Pack (che sarebbero diventati i Theatre Of Hate).

 

Oggi è – sempre di più – di nuovo tutto “carino e a posto”, come se il punk non ci fosse mai stato.
Ma quelli che non hanno il senso della vista continuano ad avere solo il nero come colore (o non colore?) costante e i subnormali non terminali sanno di non essere troppo intelligenti. Nessuna delle due categorie è trattata per ciò che è, si fa finta – censoriamente – che siano come noi.
Noi chi? Io non sono come quelli che mi circondano senza che lo scelga io di essere circondato da loro; io cerco di essere educato ([4]) eppure io continuo a chiamare ciechi i ciechi.

 

Qualcuno, del resto – un comico di cui purtroppo non ricordo il nome, qualche tempo fa si è anche inventato i “diversamente ricchi”: sono i poveri.

 

È la censura che è tornata attraverso il politically correct e non se ne va.
Oppure l’ordine costituito in L’Étranger di Albert Camus ([5]).

 

Gabba Gabba Hey!” a tutti coloro che non hanno da leggere queste mie righe, ma che saranno ciononostante la maggioranza dei loro lettori.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Al momento 105 loro registrazioni sul mio i-Pod.
[2] Prima dei pipistrelli dei Birthday Party.
[3] E volendo anche “Cretin Hop”.
[4] E spesso quasi mi investono, i ciclisti sul marciapiede, quelli ecologici e corretti. I loro omologhi in auto hanno comportamenti differenti, a seconda di come sono vestito io sempre pedone.
[5] Tanto per citare un libro intelligente al posto di quelli in classifica. Come quelle “canzoni che non trasmettono mai alla radio”.

giovedì 22 novembre 2012

MARIO SCHIFANO (palme, stelle, donne, rock’n’roll …)


MARIO SCHIFANO
(palme, stelle, donne, rock’n’roll …)

 

Come è noto, io sono privo di ogni autorità per scrivere di Mario Schifano.
Del resto ho, appunto, dichiarato che Stefano Tamburini è più grande di lui: Tamburini dissentirebbe.

 

Se vi dicono che Schifano era ([1]) bello: non è vero.
Basta vedere le sue immagini degli scorsi anni ‘60 e compararle con quelle di Keith Richards o di Mick Jagger, talune addirittura raccolte da Schifano. Nessuno dei tre era un adone però il rock ‘n’roll painter (ma anche molto altro) proprio non aveva nulla che lo potesse definire entro i canoni (classici e non) della estetica maschile.
Del resto le dame Anita Pallenberg e Marianne Faithfull hanno, nel loro insieme, avuto tutti loro tre ([2]) come eroi e fidanzati, quindi contava il fascino e non altro.

 

Acromi o monocromi? Va beh anche Piero Manzoni e Fontana ([3]) che però sono famosi per ben altro: rispettivamente “merde” e “tagli”, in massima sintesi.
Ci sono pero tutti “quei” futurismi rivisitati” schifaniani che davvero sono ammiccanti e ... futuristi.
Non a caso quella stessa foto impiegata dall’artista fu la base per i quattro di Frigidaire ([4]) e se Schifano piaceva al genio Tambura, non discuto il fatto che piaccia anche a me.

 

Perché Schifano volava come un aereo da caccia sotto i radar: egli era artista, ma ancora da strada (come Pier Paolo Pasolini?) anche quando ormai aveva un successo solido e ancora giovane nelle tecniche.



La pittura debord(a) dalla tela per invadere le cornici.

 

Stelle e palme? Se volete.
Immagini strappate al tubo catodico, luride nel colore (anche se negli scorsi anni ’80 le immagini pornografiche irradiate dalle emittenti televisive locali sono luride sì, ma in bianco e nero e di piccolo formato per quasi tutti).

 

Droga? Sì, e anche il tono lagnoso nella voce dell’artista tradisce quel consumo, a parte le sue disavventure giudiziarie al riguardo.
Meglio sorridere sulla sua ricetta della bistecca “alla Baudelaire”, allora.

 

Schifano ha creato almeno 40.000 opere ma molte migliaia sono false” ([5]). È uno dei si dice più diffusi: d’altronde, esiste un Archivio Mario Schifano creato nel 2005, che fa capo agli eredi, e una Fondazione MS (da cui uscì nel 2003 la vedova), che fare?
Se mai potessi permettermi una sua tela ([6]) mi rivolgerei solo alla galleria di Gio’ Marconi, porto sicuro.

 
I cataloghi delle sue mostre diventano rari presto, o se si preferisce restano per poco tempo nel limbo dei remainder.
Una buona partenza possono essere quelli delle due mostre schiena a schiena non troppi anni fa proposte dal citato Studio Marconi di Milano.
 
Non vi basta? Cercate il DVD Schifano Tutto (in effetti quasi essenziale) e la biografia (senza riferimenti precisi ([7])) del 2012 di Luca Ronchi Mario Schifano (potete evitare la inutile e brutta “Nota” che la apre, stupisce perché è scritta da Achille Bonito Oliva) e, se proprio volete esagerare, provate a trovare la riedizione in CD del raro album Le stelle di Mario Schifano.
 
Comunque era un signore: pagare una pelliccia per la propria “donna” con un disegno non è da tutti.
Ah e poi c’e la storia della sua Rolls-Royce ([8]) “prestata” ed utilizzata da altri anche come mezzo per far espatriare dei sospettati di atti terroristici ([9]), o che egli usava sì, ma vergognandosi un po’.
Insomma, non vi annoierete a scoprire la vita, oltre alle opere, di Schifano.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Nato a Homs (allora Libia Italiana) il 20 settembre 1934 e morto d’infarto a Roma il 26 gennaio 1998.
[2] Schifano filma Jagger che canta “Street Fighting Man” - prima canale destro, poi canale sinistro, le corde delle elettriche quasi lasche, i tamburi che rivelano l’anima jazz di Charlie Watts, la voce una prece inascoltata: puro champagne molotov.
[3] L’argentino che tutti credono italiano e di cui nessuno ricorda mai il nome di battesimo: Lucio.
[4] Quattro come quelli di Métal Hurlant.
[5] I numeri cambiano oscillano, per un certo periodo si parlava di 2.000 autentici su 10.000.
[6] Dopo un multiplo di Francis Bacon e una Merda d’Artista di Piero Manzoni, contemporaneamente a un Robert Malaval.
[7] Basta Internet per quello? No non basta è confuso anche il mondo della Rete.
[8] Comprata dopo aver venduto quadri a un gallerista elvetico (Marcello Secci), incerta la datazione dell’acquisto dell’auto: 1973 o 1974? Oppure già il successo gli aveva procurato forti incassi?
Esiste una interessante casistica in tema di Rolls-Royce e persone giovani di successo.
[9] Oreste Scalzone si sarebbe “servito della Rolls Royce del pittore Mario Schifano, grande finanziatore di Pot[ere] op[eraio], per far espatriare nel 1973 Marino Clavo e Manlio Grillo, ricercati per l'assassinio dei fratelli Mattei”.
Questa citazione circola in diverse pagine Internet, ovviamente resta la questione dell’anno.

lunedì 30 luglio 2012

ENRICO BRIZZI, BOLOGNA E “COME FUNZIONA IN ITALIA”


ENRICO BRIZZI, BOLOGNA E “COME FUNZIONA IN ITALIA”



Nota per Enrico Brizzi: la “Viking” ([1]) era anche una divisione delle SS, la quinta corazzata.
Ovvero: “non giudicare mai un libro solo dalla copertina/A meno che non ne copra semplicemente un altro” ([2]).



Ricordo che quando uscì il secondo romanzo di Brizzi: Bastogne ([3]), era novembre ([4]) 1996 e la stagione era quindi fredda, anche una libreria non frivola come “la Scientifica” di Milano ne aveva ordinato un mezzo pallet.
Ricordo inoltre come – anno prima, anno dopo –, la galleria Nuages (sempre della mia città), specializzatasi in fumetti organizzò una mostra dedicata ad alcuni artisti facenti rifermento a Frigidaire: c’erano delle signore molto perbene ed evidentemente solventi che pensavano fosse “simpatico” comprare “qualcosa” di Andrea Pazienza magari per una parete della stanza del figlio.
Cosa c’entrano i due aneddoti? Semplice: una vignetta raffigurante Zanardi era l’immagine di copertina per Bastogne, la gente comprava quel romanzo perché avevano letto l’opera (lunga, prima c’era stato un racconto in un’antologia) d’esordio di Brizzi: Jack Frusciante è uscito dal gruppo ([5]) che era stato un successo inaspettato e massiccio.
Naturalmente Zanardi avrebbe rubato i soprammobili più preziosi dalle case delle signore molto perbene, e molti di Bastogne non capirono gran che e ancor meno lo apprezzarono.



Io, che avevo comprato entrambi gli esordi di questo giovane autore in epoca non sospetta, apprezzai ([6]) molto più quel duro (non cupo) e difficile “come un secondo album” romanzo, e anzi mi domandavo in che modo potesse questo giovane nato nel 1974 scrivere come se fosse nato diciamo fra il 1955 e il 1960, dato il numero d’informazioni che dispensava.



Continuo a non impazzire per Andrea Pazienza, eccetto Zanardi, e di Brizzi non leggo opere nuove da moltissimi anni.
Però mi è capitata fra le mani copia, usata, del precitato La vita quotidiana …, che ho letto in rapidità e con alcune riflessioni che mi sono soggiunte.

Innanzitutto Brizzi è un bravo autore.
Per i miei gusti, si è “perso” dopo le sue prime prove. Può darsi invece che, semplicemente, sia diventato adulto evitando il rischio di “scriversele e leggersele” ([7]) in eterno.

Indubbiamente, si tratta di scrittore cui piace sfidare i lettori sulle conoscenze (con me va a nozze) che esibisce nelle proprie citazioni ([8]).
Per converso, però, egli spiega come (ma a me rimane ancora qualche dubbio che sveli tutto) abbia potuto scrivere con tale dettaglio di contesto Bastogne.



Brizzi per quasi tutto il libro La vita quotidiana … dichiara che Bologna è città “femmina” ma alla fine la considera un “paesone”.
Ed ecco il problema: il sistema Bologna è, in ultima analisi, una variante del sistema Italia, nel quale dopo i primi passi autonomi tutti si conoscono e si sostengono a vicenda.
Quindi Bologna diventa una zuppa musicale in cui Brizzi accomuna nei suoi gusti – essenzialmente con cesure rispetto agli artisti stranieri – di tutto: Vasco Rossi con Francesco Guccini, Luca Carboni e i Gaznevada e, rafforzando una mia vecchia opinione, celebrando gli Skiantos sempre dando loro troppa “patente punk”.
Il che probabilmente spiega, anche, il successo di Red Ronnie del quale preferisco non scrivere.

Forse non è un caso se la versione a fumetti di Bastogne è dedicata, anche, a Stefano Tamburini oltre che a Paz.
Ma Brizzi dovrebbe rendersi conto che nessuno di questi due artisti (se fosse vivo) oggi sarebbe nel backstage di Carboni (men che meno in quello di Gianni Morandi).




                                                                                                                      Steg







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[1] Si vedano le pagine 63 e 63 di La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (Roma-Bari, Laterza, 2008), sorta di autobiografia di Brizzi, oltre che storia della città che analizzo in questo post.
[2] “EMI” di Steve Jones, Glen Matlock, Paul Cook, Johnny Rotten.
[3] Edito da Baldini e Castoldi.
[4] L’8 secondo il sito ufficiale dell’Autore: è possibile, una volta i libri spesso uscivano il venerdì.
[5] Del 1994, inizialmente pubblicato da Transeuropa, fra l’altro in una serie di edizioni limitate: con pagine da tagliare ai margini, o con copertine colorate una per una a pennarello.
Per questo editore di Ancona Pier Vittorio Tondelli curò quei tre volumi della serie “Under 25” (visto che i giovani hanno meno di 40 anni?!) da cui emersero, bene o male, alcuni nuovi scrittori di un certo talento.
[6] Certo lo comprai il giorno in cui uscì, in quella libreria, ed era già buio nella sera che cominciava presto.
[7] Parafraso il titolo di un mio recentissimo post.
[8] Dunque scrive sunderbunds e se non sei un salgariano perdi il senso del termine.